“La poesia è viva, fertile e vivace…” Intervista esclusiva con il poeta Fabio Strinati. [L’Idea Magazine July 2021]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Fabio Strinati (San Severino Marche, 19 gennaio 1983) è un poeta, scrittore, pianista e compositore italiano. Autore di numerose raccolte poetiche, è presente in diverse riviste e antologie letterarie. Sue poesie sono state tradotte in romeno, in bosniaco, in spagnolo, in albanese, in francese, in inglese, in catalano e in lingua croata.

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Tiziano Thomas Dossena: Fabio, hai debuttato come poeta nel 2014 con il libro «Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo». Che cosa ti ha spinto a scrivere le poesie di quella raccolta e ad iniziare la tua vita di poeta?
Fabio Strinati: La verità è questa: dentro di me (in maniera piuttosto corpulenta), avevo
come una sorta di guazzabuglio senza né capo né coda; percepivo il caos. La mia mente assomigliava ad una stanza immersa nel disordine, e i miei pensieri, erano come in rivolta: tutto, si muoveva all’interno di un turbinio perfettamente fuori controllo. Ecco, il mio primo libro non è altro che lo sfogo di una persona fuori controllo, “non compos sui”.

“La poesia, è al pari di una pastiglia per me: è pura ed essenziale terapia.”

Tiziano Thomas Dossena: Tu curi una rubrica poetica dal nome «Retroscena» sulla rivista trimestrale del «Foglio Letterario». Puoi parlare un po’ di questa tua esperienza?
Fabio Strinati: Si tratta di una rubrica semplice e frugale, spontanea, senza fronzoli né orpelli, dove giovani poeti e non, esprimono le proprie libertà poetiche attraverso una sensibilità di fondo. “Retroscena” è un luogo ospitale, una stanza dove poter creare quadri, e affreschi di parole. Ma… è l’intera rivista del “Foglio Letterario” ad essere un luogo speciale. Un autentico capolavoro. E ad essere sincero, il merito di tutto questo è di Gordiano Lupi: scrittore, editore dal 1999, traduttore, finalista per ben due volte al Premio Strega. Un uomo di grande cultura, di grandissima sensibilità. Ha tradotto tutta l’opera di Nicolás Guillén, Obra Poética – 1922-1989, Edizioni Il Foglio, 2020. Basterebbe questo per capire la sua grandezza! Un libro monumentale. In Italia, con tutta onestà, dovrebbero apprezzare di più Gordiano Lupi.

“L’unico sogno che ho è quello di essere ricordato come una brava persona.”

Tiziano Thomas Dossena: Sei anche il direttore della collana poesia per le «Edizioni Il Foglio». Curi tutte le edizioni di poesia, allora? Trovi che  la poesia sia ancora viva nel DNA umano?
Fabio Strinati: Curare la collana “Poesia” per Il Foglio Letterario significa a tutti gli effetti arricchire ed ampliare il proprio bagaglio culturale. Il tutto, assomiglia come ad un enorme contenitore dove le più variegate energie dell’Universo si tengono per mano con naturalezza assoluta. Poi… sicuramente, tutto questo è possibile proprio perché la poesia è viva, fertile e vivace. Venire a contatto con molteplici sensibilità e sfaccettature è come andare in luna di miele con la poesia, che in fin dei conti, alberga nelle più nobili profondità del cuore umano.

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Nei cinque sensi e nell’alloro

Tiziano Thomas Dossena: Il tuo ultimo libro di poesie, “Nei cinque sensi e nell’alloro” (Edizioni Il Foglio, 2021) porta in sé una rilevanza emotiva particolare. Potresti parlarne?
Fabio Strinati: Si tratta una raccolta poetica-spirituale che nasce da un bisogno irrefrenabile di raccontare un dolore forte vissuto con il cuore in mano e la penna come compagna di un viaggio, a tratti sterminato; brevi poesie-preghiere che portano in superficie il dono della parola come testimonianza rara di una storia eterna. Versi che portano il peso di un dolore interminabile. Come fosse un lungo percorso illuminato dai fari d’una rinascita figlia della Vita, ogni poesia è pregna d’una Fede rara, che si manifesta con sincerità assoluta.

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Tiziano Thomas Dossena: Hai pubblicato in totale ben 21 libri, un fenomeno quasi ultraterrestre, considerando la tua età. Sono tutti libri di poesia? Parlane un po’, per cortesia…
Fabio Strinati: Sinceramente non li ho mai contati, ma sapere che sono 21, un po’ mi spaventa! Sono libri di poesia, pensieri, aforismi, sperimentazioni, preghiere; ho una spiritualità molto accentuata e questo mi porta ad approfondire alcuni lati di me che sono in qualche modo nascosti là, proprio negli abissi dell’animo umano. Ogni libro scritto, realizzato e pubblicato, per me, non rappresenta altro che un punto di inizio; mi piace ragionare come se stessi immerso dentro ad un lunghissimo viaggio; una lunga e sterminata strada dove è possibile viaggiare, scrutare, adocchiare ed infine, sostare con libera pazienza; i miei libri sono come delle macchie scure nel bel mezzo di un prato verde.

“…per me comporre risulta essere assolutamente vitaminico…”

Tiziano Thomas Dossena: Come musicista e compositore hai pubblicato per la Ema Vinci – L&C il disco dal titolo: “Chiaroscuro estemporaneo – Nel DNA il suono”. Che tipo di musica è? Intendi continuare a comporre musica?
Fabio Strinati: Per quanto riguarda il disco, si tratta di un lavoro che pone al centro di tutto l’identità del suono come lungo viaggio all’interno di un labirinto magico e sonoro. Ambienti nebulosi, stanze che si muovono nel “qui e ora” dando voce e spazio ad un canto libero in grado di diffondersi in un’immaginazione sconfinata. Ogni brano, possiede la sua forma, unica ed irripetibile; pennellate musicali che nascono da un’esigenza di mettersi a nudo attraverso la poetica del pianoforte. Un disco in grado di permeare l’anima degli ascoltatori (quelli più attenti) attraverso un dialogo continuo tra la nota musicale e il “tutto” che la circonda. Un disco di musica classica/contemporanea-sperimentale. La verità, è che per me comporre risulta essere assolutamente vitaminico: continuerò a farlo fino a quando nelle mie vene scorreranno i notturni di Chopin e gli Improvvisi di Schubert!

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Tiziano Thomas Dossena: Insegni anche pianoforte. Qual è la passione che è nata prima, la musica o la poesia? Visto che scrivi anche testi per canzoni, devo dedurre che queste due arti si complementano in te. Vorrei sapere, però, se a volte sono in concorrenza con la tua psiche, cioè se trovi che una sia più preponderante dell’altra in te?
Fabio Strinati: Musica e poesia sono sempre state dentro di me, fin dalla nascita. O almeno credo, e… tuttora, penso che l’una abbia bisogno dell’altra e viceversa. Anche se… quasi subito abbandono questa tesi un pochino strampalata. In realtà, sia la musica, sia la poesia, hanno il pieno diritto di vivere la propria vita, la propria identità e la propria dimensione, come tutto d’altronde: l’individualità come creatura unica ed irripetibile.

Tiziano Thomas Dossena: In genere, che cosa ti stimola a scrivere una poesia?
Fabio Strinati: L’irrequietudine che alberga dentro di me, proprio nella parte più profonda. La poesia, è al pari di una pastiglia per me: è pura ed essenziale terapia.

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Tiziano Thomas Dossena: E come inizia invece il processo creativo della tua musica?
Fabio Strinati: Di solito, tutto inizia dal silenzio. Uno stato di meditazione che fluttua al ritmo di un’esigenza permanente e costante; m’immergo nell’Universo e ragiono in maniera quadridimensionale. Metto in moto un meccanismo dove frequenze e sintonizzazioni si tengono per mano all’interno di un valzer cosmico; penso ai suoni e alle note, come fossero dei lampi gamma all’interno di uno spaziotempo (o cronòtopo) in grado di penetrarmi senza trovare resistenza alcuna.

Tiziano Thomas Dossena: Hai progetti in lavorazione?
Fabio Strinati: Sto mettendo in piedi con assoluta scrupolosità e passione, insieme a Maurizio Sinibaldi, uno spettacolo teatrale di musica e poesia da realizzare a Roma, in memoria di Gabriele Galloni, giovane poeta scomparso prematuramente lo scorso settembre. Sono poesie che fanno parte di una mia raccolta inedita dal titolo “Notturni”; testi un po’ torbidi e nebulosi, che una volta pubblicati in una silloge, saranno dedicati proprio a Gabriele. Sto lavorando molto sulla musica, che… ahimè, sarà anch’ella abbastanza torbida, e vagamente nebulosa.

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Tiziano Thomas Dossena: Sogni nel cassetto?
Fabio Strinati: L’unico sogno che ho è quello di essere ricordato come una brava persona.

L’Idea Magazine: Se tu potessi incontrare un personaggio del passato o del presente, qualsiasi persona, chi sarebbe e quale domanda porresti?
Fabio Strinati: Sicuramente Walt Whitman, e senza mezzi termini né troppi giri di parole, gli direi (con semplicità e sincerità assoluta): “Mio caro Walt, ma da dove diavolo è saltato fuori tutto quel coraggio che ti ha portato a scrivere un capolavoro assoluto come Foglie D’Erba? (Leaves Of Grass)”. Sì perché… oltre ad essere una penna eccezionale, per partorire un libro come quello bisogna avere anche (e soprattutto), una buona dose di coraggio! Siamo nel 1855! Davvero pazzesco! Semplicemente un genio.

Tiziano Thomas Dossena: Un messaggio per i nostri lettori?
Fabio Strinati: Cercate la Pace, e soprattutto, ricercate il bene, perché… soltanto così sarete davvero liberi.

BIBLIOGRAFIA

  • Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo, 2014, Edizioni Il Foglio.
  • Un’allodola ai bordi del pozzo, 2015, Edizioni Il Foglio.
  • Dal proprio nido alla vita, 2016, Edizioni Il Foglio.
  • Al di sopra di un uomo, 2017, Edizioni Il Foglio.
  • Periodo di transizione, 2017, Bibliotheca Universalis.
  • Aforismi scelti Vol.2, 2017, Edizioni Il Foglio.
  • L’esigenza del silenzio, 2018, Le Mezzelane Casa Editrice.
  • Sguardi composti… e un carosello di note stonate, 2018, Apollo Edizioni.
  • Quiete, 2019, Edizioni Il Foglio.
  • Concertino per melograno solista, 2019, Apollo Edizioni.
  • Discernimento atrabile, 2019, Macabor Editore.
  • Lungo la strada un cammino, 2019, Transeuropa Edizioni.
  • La Calabria e una pagina, 2020, Meligrana Editore.
  • Toscana – Venezia solo andata, 2020, Calibano Editore.
  • Obscurandum, 2020, Fermenti Editrice.
  • Oltre la soglia, uno spiraglio, 2020, Edizioni Segreti di Pulcinella.
  • Frugale trasparenza, 2020, Edizioni Segno.
  • Anime tranciate, 2020, CTL Editore Livorno.
  • Aforismi in un baule, 2021, Edizioni Segreti di Pulcinella.
  • Nella valle d’Itria il sole e l’oro, 2021 Nuova Palomar Editore.
  • Nei cinque sensi e nell’alloro, 2021, Edizioni Il Foglio.

Sono felice della mia vita, della mia famiglia e della vita semplice… Intervista esclusiva con l’autore Vincenzo Di Michele. [L’Idea Magazine, 2021]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Vincenzo Di Michele , detto Enzo, Scrittore, Giornalista Pubblicista, è nato e vive a Roma.
Laureato in Scienze Politiche indirizzo Politico Amministrativo con la votazione di 110/110 all’Università di Roma “La Sapienza”, ha pubblicato numerosi scritti sulle disposizioni legislative, ed in particolare, sulla normativa del Codice della Strada.
Di Michele è l’autore di ben dieci libri, dei quali uno pubblicato anche in inglese.

Tiziano Thomas Dossena: Dott. Di Michele, Lei scrive principalmente libri che trattano la storia della Seconda Guerra mondiale, ma il suo primo libro fu “La famiglia di fatto”. Di che cosa tratta?
Vincenzo Di Michele: Quando scrissi nell‘anno 2008 il libro “La famiglia di fatto “ non esisteva nei fatti una legislazione sulla convivenza more uxorio. Esistevano però già da allora, moltissime convivenze tra uomini e donne. Era dunque necessario porre all’attenzione pubblica e del legislatore quel giusto impulso per codificare al fine di ottenere un’adeguata tutela di entrambi i conviventi riguardo le situazioni reali della vita di tutti i giorni e altri aspetti, come a esempio: i rapporti contrattuali tra conviventi, il diritto di proprietà sull’abitazione comune, il contratto di locazione della casa comune, il decesso del partner e alcune soluzioni patrimoniali per assicurare al proprio compagno un certo beneficio economico.

Tiziano Thomas Dossena : Ha anche scritto un libro che è praticamente un manuale per chi vuole ottenere l’annullamento del matrimonio presso La Sacra Rota...
Vincenzo Di Michele: Ho voluto fare chiarezza su alcune questioni mai messe adeguatmente in risalto all’attenzione pubblica. A esempio nei fatti numerose coppie unite in matrimonio con rito religioso, al momento della separazione sceglievano il tribunale ecclesiastico anziché quello civile. Ci si chiedeva se era una scelta di carattere religioso, per avere la possibilità di risposarsi in chiesa, oppure si mirava a un beneficio economico, dato che le sentenze di nullità ecclesiastica, a differenza del divorzio civile, non comportano l’obbligo di un riconoscimento economico nei confronti dell’ex coniuge?
Nel mio libro ho dunque analizzato: i motivi di nullità del matrimonio (dall’immaturità alla simulazione, dall’infedeltà alla gelosia, dall’egoismo al maschilismo, dall’infertilità all’esclusione della prole, dall’impotenza ai comportamenti sessuali trasgressivi), le modalità processuali e i costi che si devono affrontare, inclusi gli eventuali oneri aggiuntivi al tribunale della Rota Romana, smentendo l’opinione comune secondo la quale il procedimento di nullità del matrimonio religioso sarebbe una procedura riservata a pochi benestanti.

Tiziano Thomas Dossena : E non dimentichiamo il libro “Guidare Oggi”, che in un certo senso fa parte della Sua specializzazione, avendo progettato dei Centri di Educazione Stradale per bambini e un parco scuola itinerante presso il “Parco Scuola del Traffico di Roma”…
Vincenzo Di Michele: “Guidare Oggi” è un libro sulla PREVENZIONE contro i drammatici e sempre presenti incidenti mortali che si riscontrano nelle nostre strade. Sono un insegnante di teoria , un istruttore di pratica per tutte le categorie di patenti. Per tale ragione ho ritenuto utile dare quelle spiegazioni in più che non sempre sono presenti nei manuali di guida. Cito a esempio il trasporto su strada delle attrezzature turistiche e sportive (windsurf, canne da pesca, barche e gommoni, roulotte, rimorchi di vario tipo), di cui spesso si ignorano le regole causando gravosi incidenti, e di circolazione di SUV, camper, trattori agricoli, autocarri e furgoni, con le relative problematiche.
Al motociclista si suggeriscono l’abbigliamento più adatto, la condotta di guida, le norme di sicurezza per il trasporto dei bambini e si mette in guardia dai maggiori rischi e pericoli per sé e per gli altri a bordo di un ciclomotore.
Per ultimo, ma non meno importante, si tratta l’importante argomento delle assicurazioni: bisogna conoscere e capire le clausole del contratto stipulato perché, in determinate situazioni, potrebbero non essere tenute a rispondere dei danni e poi le risposte ai dubbi e ai quesiti più impensati degli automobilisti. Invece Il “Parco Scuola del Traffico” di Roma , di cui sono molto fiero di esserne stato il responsabile tecnico nella predisposizione della segnaletica stradale , consiste in un autentico percorso stradale in scala 1:2, dove tutto è simile alla realtà. È un’area appositamente attrezzata con incroci, rotatorie, semafori, segnali stradali, attraversamenti pedonali per educare i giovani dai 4 ai 17 anni con mini vetture , ciclomotori da 50 cc. e minivetture per diversamente abili. Insomma una mini città con la finalità dell’insegnamento stradale per i bambini e per i ragazzi.

Tiziano Thomas Dossena : Però il suo forte come scrittore è certamente la storia. Con questo tema ha scritto vari libri che hanno vinto molti premi e riconoscimenti. Il Suo primo libro su questo tema,“Io, Prigioniero in Russia”, è stato pubblicato ben tre volte, la prima volta nel 2008da Maremmi Editori, poi nel 2010 da “La Stampa” e successivamente edito nel 2019 da “La Repubblica” nella raccolta “Enciclopedia degli Alpini”, con oltre 50.000 copie vendute. È un successo più che invidiabile. Può parlarcene un po’?
Vincenzo Di Michele: Il Libro “Io prigioniero in Russia” è nato dal diario autografo di mio padre.Praticamente dopo ben 50 anni anni della sua avventura bellica in Russia decise di scrivere il suo racconto nel 1993. Quel diario scritto da mio padre doveva essere necessariamente reso pubblico anche perché sono molti quelli che credono di conoscere una realtà che non hanno mai vissuto e, proprio perché non hanno mai conosciuto questa sofferenza, si sentono spesso audaci nel mostrare il loro istinto violento. La tragedia dell’ARMIR è stata una vera disfatta per l’esercito italiano. In realtà e a onor di verità è stato proprio mio padre a rendere omaggio a me con il grande successo e la notorietà acquisita grazie a questo libro. La richiesta di nuove copie è ancora notevole, tanto è che proprio ora mel mese di Giugno 2021 ho dovuto rieditare nuovamente il LIBRO “ Io prigioniero in Russia “ questa volta con il marchio editoriale VINCENZO DI MICHELE.

Tiziano Thomas Dossena : “Mussolini finto Prigioniero al Gran Sasso” del 2011 ebbe pure un notevole successo. L’argomento mi interessa molto perchè io stesso sto completando un libro nel quale è citata l’esperienza del poeta Federico Tosti in merito al Gran sasso proprio nel periodo quando Mussolini vi era imprigionato. Su che cosa si basa la Sua teoria?
Vincenzo Di Michele: Fu una prigionia ‘finta’ quella di Mussolini a Campo Imperatore, tra il 28 agosto e il 12 settembre del 1943. È vero che la liberazione dei tedeschi si concretizzò pienamente nella completezza della sua azione sceniche con tanto di alianti e paracadutisti al seguito, ma gli agenti di custodia non opposero alcuna resistenza. In questo libro ho svelato episodi e testimonianze inedite. Grazie alle testimonianze dei pastori abruzzesi e di chi era presente nel settembre 1943 nella località montana abruzzese, sono stati accertati e riscontrati avvenimenti storici sinora sconosciuti. Addirittura, è stata menzionata la presenza di tre personaggi nell’albergo di Campo Imperatore invitati proprio dal tenente Alberto Faiola, Comandante del nucleo Carabinieri addetto alla sorveglianza di Mussolini al Gran Sasso. Uno di questi personaggi, Alfonso Nisi, rilasciò un’intervista dove dichiarò la sua presenza in quei giorni proprio in quell’albergo. Tale notizia—restando peraltro inosservata—fu così riportata ai primi degli anni 60, dalla rivista Storia Illustrata: “Che tutto il servizio di sicurezza e di sorveglianza intorno a Mussolini funzionasse bene e severamente—lassù a 2130 metri d’altezza—non si può certo dire. Quelle giornate tra il 28 Agosto e il 12 Settembre hanno avuto anche alcuni strascichi giudiziari per cause intentate dal Tenente Faiola contro Alfonso Nisi, un grosso armentiere di Bracciano ed ex amico dell’Ufficiale, il quale ebbe a dichiarare che Mussolini a Campo Imperatore poteva fare quel che gli pareva e piaceva, vedere gente, ricevere e inoltrare lettere clandestine, e che, insomma, la sorveglianza non era né stretta né efficace. Sta di Fatto che il Nisi, tanto per dirne una, si trovò presente al momento della liberazione di Mussolini, e che la sua presenza lassù era certamente indebita”. Gli addetti alla sorveglianza erano circa 80 tra Poliziotti e Carabinieri. Comandavano le operazioni, l’Ispettore di Polizia Giuseppe Gueli ed il Tenente dei Carabinieri Alberto Faiola. L’appartamento destinato a Mussolini era il numero 201, al secondo piano, composto da: camera, salottino e bagno con finestre che aprivano sul davanti dell’albergo e un ambiente separato e contiguo, destinato ai custodi personali. Il maresciallo dei Carabinieri Osvaldo Antichi, nativo di Modena, presiedeva all’incarico della ‘stretta’ sorveglianza. In realtà, il 12 settembre 1943, giorno in cui ci fu la liberazione di Mussolini al Gran Sasso gli agenti di custodia non opposero alcuna resistenza all’esercito tedesco atterrato a Campo Imperatore con gli alianti per liberare il Duce. Eppure, il tenente Alberto Faiola, Comandante dei Carabinieri al Gran Sasso, fu encomiato per la sua piena aderenza alle disposizioni impartite.

Tiziano Thomas Dossena : Nel 2013 ha deviato dagli argomenti storici ed ha pubblicato “Pino Wilson – vero capitano d’altri tempi”. Che cosa l’ha spinto a scrivere questo libro?
Vincenzo Di Michele: La storia calcistica di quel periodo annoverava fior di campioni. In effetti c’erano molti fuoriclasse. Sul fronte milanista troneggiava un certo Gianni Rivera, mentre nella squadra della vecchia signora primeggiava l’inossidabile Dino Zoff. Nell’Inter gli elementi di spicco di certo non mancavano, con Burgnich, Facchetti e Mazzola. La domanda allora sorge pressoché spontanea: perché Pino Wilson? Senza nulla togliere al merito dei giocatori citati, bisogna dire che il capitano della Lazio ha avuto una storia caratteristica e intrigante, ma anche controversa e sofferta, con aspetti che in alcuni casi sono ancora tutti da chiarire. Che Pino Wilson fosse il vero emblema della Lazio di quei tempi, era ben noto agli addetti ai lavori. Illuminante in questo senso è stata l’affermazione perentoria del mitico Silvio Piola: “Certo che il segreto della Lazio è proprio in quell’omino con la fascia che gioca lì dietro!” Che si trattasse di un giocatore al di sopra della media lo dicono i numeri: quasi quattrocento presenze con la maglia della Lazio, e sempre con la fascia di capitano al braccio. Per non parlare poi della sua militanza nella Nazionale. E non dimentichiamo che la Lazio degli anni ’70 era una squadra vincente, in cui giocava un certo Giorgio Chinaglia, personaggio con il quale Wilson condivise intensi momenti della sua storia. Che a Wilson fosse riconosciuta una forte personalità, sia in campo che fuori, trova conferma in quel soprannome, “Il padrino”, che gli avevano affibbiato. Che fosse stato reclutato per giocare in America con il Cosmos insieme a campioni del calibro di Pelé e Beckenbauer, è anche questo uno degli allori del suo palmares. Giocava in una squadra capricciosa e stizzosa, come titolavano i rotocalchi dell’epoca, una squadra particolarmente sfortunata e perseguitata dalle disgrazie. Pur essendo lui il capitano, nonché l’elemento cardine della Lazio, l’attenzione dei media in prevalenza era rivolta su Chinaglia. Del resto, non poteva essere diversamente. Tra gol, provocazioni e gesti impulsivi, “Long John” era senza dubbio il personaggio di richiamo per le testate giornalistiche, nonostante Giuseppe Wilson fosse unanimemente riconosciuto come un grande giocatore. In effetti il capitano della Lazio ebbe un alto rendimento calcistico per tutto il decennio in cui giocò in squadra e vestì anche la maglia della Nazionale giocando anche ai mondiali del 1974 in Germania.

Tiziano Thomas Dossena : Nel 2015 è ritornato al ventennio fascista con “L’ultimo segreto di Mussolini”, che fu pubblicato anche in inglese. Quanta ricerca ha dovuto fare per questo libro?
Vincenzo Di Michele: Il libro “L’ultimo segreto di Mussolini non è nient’ altro che la riprova di quanto affermato nel libro Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso con ulteriori testimonianze e fatti più concreti e soprattutto testimonianze scritte rilasciate a me personalmente dagli stessi agenti di guardia di Mussolini. Alla resa dei conti la liberazione di Mussolini al Gran Sasso fu un accordo sottobanco tra i tedeschi e il governo Badoglio

L’Idea Magazine:“Cefalonia, Io e la mia storia”è il suo libro del 2017. Sono un po’ confuso al proposito della presentazione del libro, che viene definito ‘autobiografico’. Dato che Lei ha solo 58 anni, non è possibile che si riferisca a Lei. Potrebbe spiegarmi in merito, onde chiarire la confusione?
Vincenzo Di Michele: Quando scrivi un libro, scrivi anche la tua storia, che poi è pure quella della tua famiglia. E noi una storia l’avevamo.
Immagini una famiglia che aveva una disgrazia in casa e ciononostante sperava che prima o poi sarebbe arrivata la lieta e sospirata notizia. Immagini una storia che ha avuto inizio ai primi del Novecento tutta riassunta in un pugno di foto in bianco e nero che ogni tanto guardo. Immagini,davanti alla mia scrivania,l’ingrandimento di una vecchia fotografia appesa alla parete con mio zio Clorindo che non è più tornato da Cefalonia. Praticamente io sono nato con questa storia dentro casa e così mi è stata tramandata..
Insomma, un copione studiato e ristudiato per molti anni con repliche giornaliere, festivi compresi, per un susseguirsi di azioni quotidiane che si svolgevano nel contesto della mia famiglia. Così per anni, sempre ai comandi del mio senso del dovere familiare, complice una mia ostinata tendenza a non voler mai mollare nulla, continuavo nella mia ricerca e in quel“chi ha notizie di mio zio Clorindo. Tanto per dirne una , recentemente sono stato anche al Tribunale militare di Roma per assistere al processo che aveva come imputato l’ufficiale tedesco Alfred Stork, accusato di“concorso in omicidio continuato a danno di militari italiani prigionieri di guerra”per i crimini commessi a Cefalonia durante la seconda guerra mondiale. C’era anche un superstite della divisione Acqui stanziata a Cefalonia. Non si sa mai … avevo portato con me le foto di mio zio Clorindo.

Tiziano Thomas Dossena : Un tema più che interessante il suo libro del 2019, “Animali in Guerra, Vittime Innnocenti”. Che cosa l’ha ispirata a ricercare questo soggetto?
Vincenzo Di Michele: Nelle due guerre mondiali del ’15-’18 e del ’39-’45, ci sono stati eroi che nelle cronache e nella storiografia sono rimasti in secondo piano: gli animali.
Grazie alle testimonianze contenute nei diari dei soldati italiani al fronte, vengono narrate le storie e i legami affettivi che si instaurarono tra gli uomini e gli animali nel corso delle due guerre.
Cavalli, muli, cani, gatti,piccioni e altri animali furono coinvolti in una guerra che non apparteneva a loro.
Ciononostante, questi umili e silenziosi quattro zampe hanno combattuto fianco a fianco insieme ai nostri soldati, e alla fine, sono diventati i loro inseparabili amici e resteranno per sempre un
pezzo fondamentale della nostra storia.
La storiografia ha sempre concentrato le sue attenzioni al solo contributo logistico riguardo l’utilizzo degli animali in guerra, mentre è stata più che carente nella disamina delle argomentazioni inerenti le afflizioni e il tributo di sangue versato dagli stessi animali.
“Perché non venne riconosciuta agli animali una totale neutralità bellica?” “Dov’erano gli uomini mentre si commettevano codeste infami e crudeli barbarie ai danni di bestie innocenti?”
L’opera è dunque incentrata sulle sofferenze patite dagli animali in guerra ( 1915/18 e 1940/ 45) che altro non furono se non umili personaggi soggiogati all’egoismo umano.

Tiziano Thomas Dossena : Siamo arrivati alfine al 2020 ed ecco che Lei pubblica il libro “Alla ricerca dei dispersi in guerra – Dal fronte greco a El Alamein fino alla Russia: i familiari dei caduti raccontano le loro storie”. Deve essere stato molto stancante a livello emotivo raccogliere le testimonianze dei familiari dei caduti…
Vincenzo Di Michele: Le cito un brano del libro : “ La prima tappa era alla stazione dei treni dove attendevamo e trepidavamo alla vista dei lenti convogli carichi di reduci miracolati. In una manciata di minuti si consumava amaramente quella lunga e speranzosa attesa. «Niente da fare, anche quel giorno, mio padre non era presente.» A seguire ci contattò un individuo che in cambio di denaro ci forniva notizie di mio padre disperso in Russia. Scoprimmo però che era solo un raggiro. Aveva infatti già contattato diverse famiglie per truffarle e cosa più grave: per illuderle.”
Insomma questo per dirle che Dal Don a Nikolaevka, da Tobruk al fronte jugoslavo fino a Cefalonia, in questo libro viene narrata la mia storia e quella di tante altre famiglie che hanno raccontato le loro vicende e le problematiche affrontate durante la ricerca del proprio caro disperso durante la II guerra mondiale. Gli Italiani in Russia con gli alpini in testa, si avventurarono in una dolorosa ritirata. Moltissimi soldati invece morirono nei campi di concentramento. Da Suzdal a Tambov, da Mičurinsk a Nekrilovo,da Oranki a Krinovaja, fino ai campi di prigionia di Tashkent e PaktaAral nelle regioni del Kazakistan e Uzbekistan, vengono narrate attraverso le testimonianze dei reduci le sofferenze patite dai prigionieri italiani nei lager sovietici.

Tiziano Thomas Dossena : La Sua opera preferita?
Vincenzo Di Michele: Ogni libro è una mia opera e nel momento in cui la realizzo mi impegno fortemente. Le preferite ? Le storie della mia famiglia perché ci sono i miei affetti.

Tiziano Thomas Dossena : Sta lavorando ad altri libri di questo filone bellico?
Vincenzo Di Michele: I tedeschi sapevano di quello che accadeva agli ebrei?
Questa domanda non ha ancoratrovato una risposta in me. Com’è possibile che un popolo che ha prodotto opere di estrema elevatezza morale, ricche di sensibilità e di amore universale, lucide e rigorose nell’analizzare le debolezze ed i lati oscuri dell’uomo, abbia potuto generare e tollerare uno dei più gravi misfatti dell’umanità: lo sterminio del popolo ebraico durante il periodo del nazionalsocialismo?

Tiziano Thomas Dossena : Alcuni Suoi libri sono stati allegati a vari giornali, oltre alla regolare edizione. Come ha iniziato con questo sistema e quanto lo ha trovato efficace?
Vincenzo Di Michele: È un lavoro molto complesso e variegato, con molte variabili. Dietro un libro ci sono molte persone: c’ è una ricerca storica che va avanti per anni e anni , ci sono i correttori di bozze, i ricercatori, i grafici , i tipografi, i giornalisti, i distributori…e poi ci sono soprattutto i lettori perche sono loro e solo loro, i veri protagonisti che daranno il loro giudizio sincero sull’opera realizzata

Tiziano Thomas Dossena : Noto che ha molti interessi, come provato dai Suoi libri. Ha anche dei passatempi o altri interessi?
Vincenzo Di Michele: Il mestiere del giornalista mi porta ad avere molti interessi e passioni.

Tiziano Thomas Dossena : È mai stato negli Stati Uniti? Che cosa pensa della globalizzazione?
Vincenzo Di Michele: Si, sono stato negli Stati Uniti. Non credo nella globalizzazione. Credo nell’identità nazionale fortemente coadiuvata da un processo di cooperazione tra i vari stati , ma non sono molto favorevole alle ridondanze e sovrapposizioni di intese globalizzate.

Tiziano Thomas Dossena : Sogni nel cassetto?
Vincenzo Di Michele: Sono felice della mia vita, della mia famiglia e della vita semplice . Il mio sogno nel cassetto è quello di una società meno violenta e più vicina a Dio e al bene.

Tiziano Thomas Dossena: Se dovesse definirsi con tre aggettivi, quali sarebbero?
Vincenzo Di Michele: Semplice, tenace, divertente.

Tiziano Thomas Dossena : Se avesse la possibilità di parlare con un personaggio del passato o del presente, qualsiasi personaggio, chi sarebbe e che cosa chiederebbe?
Vincenzo Di Michele: Penso che Dante Alighieri si sia gia espresso al meglio nella sua Divina Commedia.

Tiziano Thomas Dossena : Un messaggio per i nostri lettori?
Vincenzo Di Michele: Scusate se vi ho annoiato con le mie chiacchiere.

www.vincenzodimichele.it

“Innamorata della vita”. Intervista esclusiva con la regista teatrale e autrice Iliana Iris Bellussi. [L’Idea magazine 2021]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

La milanese Iliana Iris Bellussi ha pubblicato cinque romanzi ed è in procinto di pubblicarne un sesto. Tutto questo dopo una lunga carriera nel teatro amatoriale e nell’insegnamento. Avendola conosciuta molti anni fa, sono orgoglioso di presentarvela.

L’Idea MagazineIliana, noi ci siamo conosciuti molti anni fa, quando facevamo parte della compagnia teatrale “Il teatro dei Nove”. Periodo eccitante per tutti noi, allora giovani. Ricordo che Valentino Bompiani, noto scrittore e drammaturgo, fu tra il pubblico ad una nostra rappresentazione di una sua opera teatrale e che rimanemmo estasiati da tale opportunità. Tu e tuo marito facevate parte della compagnia già prima di me, e poi avete continuato a recitare. Immagino che avrete avuto molte altre esperienze eclatanti…

Milano – Teatro Olmetto – 1981
Iliana Iris Bellussi e Tiziano Thomas Dossena in scena durante una rappresentazione.

Iliana Iris Bellussi: Certo in quegli anni, quando eravamo giovani, ogni emozione era più intensa! In seguito il periodo più esaltante della nostra esperienza teatrale è stato sicuramente quello legato al regista Luigi Squarzina. Gli avevo telefonato a Roma per ottenere il permesso di rappresentare il suo “Siamo momentaneamente assenti” una commedia che mi aveva catturato fin dalle sue prime battute e avrei tanto desiderato mettere in scena. Telefonare ad un uomo di tale prestigio e fama mi aveva intimorito non immagini quanto e invece lui si rivelò da subito una persona simpatica, generosa e incuriosita del nostro mondo amatoriale. Senza esitazione ci concesse l’autorizzazione e venne anche da Roma ad assistere alla prova generale e poi alla prima. Immagina la nostra ansia e la preoccupazione durante la prova. Temevamo che avrebbe bloccato il lavoro. Io mi sentivo particolarmente responsabile in quanto regista e protagonista femminile. E invece ne fu molto contento, e ci inviò altre sue commedie che secondo lui avremmo potuto fare. Ne nacque una bella amicizia e un grande sostegno da parte sua. Sempre disponibile a rispondere a dei chiarimenti e a venire da Roma nel corso delle prove. Per noi dilettanti è stata un’esperienza davvero memorabile. In seguito con lui abbiamo fatto diversi stage di teatro ed è stato un percorso davvero costruttivo e umanamente emozionante. “Siamo momentaneamente assenti” è sicuramente il lavoro che porterò sempre nel cuore.

L’Idea MagazineHai anche fatto la direzione artistica e la regia per molti anni? Hai trovato molto differente l’esperienza?
Iliana Iris Bellussi: Diciamo che mi sono sentita più a mio agio dietro le quinte. La recitazione mi ha sempre appassionato molto ma al tempo stesso anche creato dubbi e perplessità, a livello personale intendo. Non mi sentivo del tutto a mio agio nei panni dell’attrice. Forse sì, ho preferito la regia, la ricerca dei testi, lo studio e il vedere soprattutto il lavoro prendere forma.

Teatro Olmetto a mIlano, 1981.
Nella foto, in piedi da sinistra: Carlo D’Adda (marito di Iliana Iris Bellussi), l’autrice e Gaetano Meli (regista).

L’Idea MagazineHai anche scritto vari testi teatrali, uno dei quali, “Buongiorno Giacomino, buongiorno Fernandina”, è stato portato in scena. Di che cosa trattava?
Iliana Iris Bellussi: Era un lavoro metateatrale. Una compagnia molto male in arnese stava mettendo in scena il suo nuovo lavoro mentre, dietro le quinte, si dipanavano i problemi esistenziali degli stessi attori come  amori non risolti, divergenze caratteriali, nevrosi, omosessualità non dichiarata, oltre alle difficoltà oggettive e pratiche dell’allestimento teatrale, corde del sipario che si spezzavano per logoramento o strutture perennemente sbilanciate. Come non bastasse, la simulazione di suicidio da parte di un attore della compagnia e la sua ricomparsa non priva di stupore, suo, che mai avrebbe immaginato di essere stato preso sul serio, e dei compagni che pensano di trovarsi di fronte ad un fantasma, mette a nudo i rapporti umani.
Il titolo deriva dalla consuetudine propria del nostro gruppo reale “ il nuovo teatro dei nove”  di fare un rito propiziatorio prima di entrare in scena, importato da un compagno napoletano che possedeva due piccolissimi gufetti che tutti noi, distribuiti in cerchio, dovevamo omaggiare dicendo appunto: “ Buongiorno Giacomino, buongiorno Fernandina”.

Il cast di Buongiorno Giacomino

L’Idea MagazineNegli ultimi anni ti sei dedicata principalmente ai romanzi. Hai deciso di abbandonare il teatro oppure ti dedichi a tutte e due le attività? 
Iliana Iris Bellussi: Diciamo che il teatro è ormai parte del passato, per scelta, e la scrittura dei romanzi del presente.
Ricordo che Squarzina diceva che nella vita bisogna fare più cose, per esattezza tre cose, non so perché proprio tre. Ho capito a distanza di tempo cosa volesse dire. Se fai una sola cosa ti annoi, ti prosciughi, bisogna cambiare, guardare in più direzioni.

L’Idea Magazine: Esiste una comunalità di argomento o personaggio tra i tuoi cinque romanzi o sono tutti completamente indipendenti uno dall’altro?
Iliana Iris Bellussi: Direi che sono tutti diversi fra loro. Una mia cara amica dice addirittura che sembrano scritti da persone diverse.

L’Idea MagazineIl tuo primo romanzo, A che cosa c’è servito Freud”, è del 2009. Qual è la trama? Nel scriverlo, hai tratto ispirazione dal fatto che hai insegnato filosofia per tanti anni?
Iliana Iris Bellussi: È una storia difficile da raccontare, mi fa ancora male. Mi era venuto in mente di scrivere la storia degli anni ‘70, gli anni dell’università, e di parlare della straordinaria amicizia con un mio compagno, direi un fratello. Avevo immaginato di raccontare a lui che era caduto, nell’invenzione fantastica, in uno stato di depressione comatosa, tutto il nostro passato. Poi lui si sarebbe ripreso e ci sarebbe stato il lieto fine. Purtroppo, quando avevo iniziato già a scrivere, lui ha avuto realmente un aneurisma ed è morto.
L’ho voluto scrivere lo stesso, raccontando della nostra bella amicizia e di quegli anni naturalmente, in cui studiavamo filosofia e pensavamo che Freud ci avrebbe salvati.

L’Idea MagazineHai seguito con “Una storia d’amore” nel 2014.  Da dove è nato questo romanzo?
Iliana Iris Bellussi: Dal desiderio di ricostruire con la fantasia la storia della mia famiglia natale, storia della quale mi mancavano troppi pezzi che nella realtà non avrei più potuto rintracciare. Una storia d’amore nei confronti della mia famiglia, in sintesi.

L’Idea MagazineNel 2016, hai pubblicato “Un té dalla zietta”. Che cosa cercavi di trasmettere ai lettori in questo tuo romanzo?
Iliana Iris Bellussi: Volevo parlare delle donne in età, le sessantenni, e mi sono rifatta ai racconti fatti da alcune amiche. Gelosie, paura per l’età che avanza, rapporti conflittuali con l’immancabile nuora antipatica, senso di inadeguatezza e tanti segreti che vengono a galla nel corso della storia come quello della zietta che, in punto di morte, si rivela completamente diversa da come i nipoti avevano sempre immaginato.

L’Idea MagazineHai seguito nel 2017 con “Ninin parla con i gatti”, un libro che ha vinto nel 2018 il secondo premio di narrativa edita al Concorso Letterario Internazionale “Gian Antonio Cibotto” e che è stato finalista al premio “ Percorsi Letterari”. Che argomento tratta questo romanzo?
Iliana Iris Bellussi: La violenza sulle donne. Ho costruito con la fantasia una storia familiare segnata dalla violenza, proprio perché volevo cercare di capire come sia possibile una realtà così diffusa. Ninin è  figlia di una relazione conflittuale e di un padre violento, è una bambina un po’ strana, parla con le presenze, come quella del nonno che lei non aveva mai potuto conoscere ma che le starà sempre vicino dandole il suo sostegno, e che da adulta, dopo essersi laureata in medicina, grazie alle sue capacità medianiche diventerà una diagnosta speciale.

L’Idea MagazineIl tuo ultimo romanzo pubblicato è “Magritte e il cavallino biondo”.  Ho trovato interessante il concetto di ricreare la vita di un artista fondendo realtà e fantasia. Che cosa ti ha spinto a tale scelta?
Iliana Iris Bellussi: Direi il mio grande amore per Magritte. Quando ho visto in una sua personale “L’impero delle luci” mi sono commossa in modo inverosimile.
Ho voluto ricostruire la sua vita basandomi su alcune sue opere e sul quel poco che ha raccontato di sé. Ho immaginato la sua infanzia, la nevrosi di sua madre poi suicida, i suoi rapporti con le donne, la bambina conosciuta al cimitero alla quale avrebbe dedicato nel mio immaginario “la ragione pura” che rappresenta un cavallo biondo con sembianze  umane, da cui il titolo, e l’altra, sua moglie Georgette, seguendo quei pochi elementi che la sua narrazione ci ha fornito. Forse ho voluto vedere cosa ci fosse dietro quella sua totale e apparente normalità.

L’Idea MagazineIliana, hai insegnato per molti anni storia e filosofia. Ti mancano i tuoi studenti? 
Iliana Iris Bellussi: Certo, tantissimo. È stato un lavoro molto bello. È stato bello poter insegnare la materia che avevo scelto di studiare all’università. Non è possibile a tutti. Per lavoro avrei potuto essere costretta a scegliere di insegnare italiano, e per me non sarebbe stata la stessa cosa.  È stato molto arricchente confrontarmi con loro sulle tematiche filosofiche. I ragazzi, non tutti ma molti sicuramente, sono molto interessati al confronto filosofico. Ho bellissimi ricordi di quegli anni e per fortuna con Facebook ho ritrovato, se pur virtualmente, diversi alunni.

L’Idea MagazineScrivi anche poesie e alcune sono state inserite in un catalogo dell’artista Elena Rede. Come è nata questa cooperazione tra te e l’artista?
Iliana Iris Bellussi: Elena Rede è per me un po’ come Magritte. Mi sono innamorata delle sue opere e mi è venuto spontaneo scrivere su alcune di esse alcuni pensieri, poesie. Le sono piaciute e le ha volute pubblicare. È un’artista davvero straordinaria, ti consiglio di guardare le sue opere su Google e quando vieni in Italia di visitare il suo atelier. Magico.

L’Idea MagazineOra stai sperimentando un nuovo approccio per il tuo prossimo libro. Vuoi parlarne?
Iliana Iris Bellussi: Il curatore editoriale di Leone Editore mi ha proposto di partecipare a questa campagna. Mi sembrava interessante, una bella sfida, e ho accettato. Ogni giorno devo pensare a cosa scrivere sui social per attirare potenziali lettori del romanzo, preparare dei video per raccontarmi. Carlo, mio marito, che tu conosci bene, mi sostiene leggendo con la sua bella voce dei brani del romanzo. L’ha sempre fatto, anche quando facevo le presentazioni dei libri in presenza, e indubbiamente l’evento diventava più interessante e coinvolgente. Comunque l’obiettivo da raggiungere è quello di conquistare 200 potenziali lettori in 180 giorni per aver diritto alla pubblicazione. È difficilissimo ma ce la sto mettendo tutta.

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L’Idea MagazineHai qualche altro progetto in lavorazione?
Iliana Iris Bellussi: Un altro romanzo già scritto che mi piacerebbe poter pubblicare. E poter fare qualche piccolo viaggio. Un po’ di libertà, insomma, che auguro a tutti. Speriamo!

L’Idea MagazineIn un periodo come quello in cui viviamo, questa situazione di Lockdown, quarantena ed isolamento ti permette di scrivere di più o non influisce in alcun modo sulle tue attività di autrice?
Iliana Iris Bellussi: Per me è stata una bella risorsa scrivere. Mi ha fatto compagnia, mi ha aiutato a riempire le giornate e farmi sentire viva. Non è così scontato in questo periodo. Comunque i libri da scrivere o da leggere, sono sempre dei bei compagni.

L’Idea MagazineScrivi anche racconti o novelleHai mai inserito dei personaggi reali come amici o parenti nelle tue storie?
Iliana Iris Bellussi: Non sono capace di scrivere racconti o novelle, non mi viene facile. Nelle mie storie ci sono spesso racconti che ascolto nella realtà e alcuni personaggi catturano certamente le personalità di persone che conosco, però sono un po’ mescolate fra di loro, non c’è mai una persona così come la conosco papale papale.

L’Idea MagazineSe dovresti definirti con tre aggettivi, quali sarebbero?
Iliana Iris Bellussi: Testarda, razionale, rompiscatole. Ma sempre innamorata della vita.

L’Idea MagazineSogni nel cassetto?
Iliana Iris Bellussi: Scrivere e pubblicare. E stare in buona salute. Di questi tempi sembra un sogno nel cassetto.

L’Idea MagazineSe tu potessi incontrare un personaggio del passato o del presente e porre qualsiasi domanda, chi sarebbe e che cosa chiederesti?
Iliana Iris Bellussi: Ho sempre amato molto Giuseppe Garibaldi. Gli chiederei di venire a sistemare il nostro paese.

L’Idea MagazineUn messaggio per i nostri lettori?
Iliana Iris Bellussi: Nessun messaggio tipo” andrà tutto bene” perché mi pare che non abbia funzionato molto. In questo momento direi” affidiamoci alla scienza” che nella storia ha contribuito di gran lunga a migliorare le nostre condizioni di vita. Mi sembra che ce lo stiamo dimenticando. E “incrociamo le dita”, naturalmente.

Penso Che Ogni Persona Che Elegga La Scrittura A Forma Di Espressione Di Sé Riveli La Propria Anima… Intervista Esclusiva Con Marina Agostinacchio [L’Idea Magazine 2021]

Penso che ogni persona che elegga la scrittura a forma di espressione di sé riveli la propria anima… Intervista esclusiva con Marina Agostinacchio

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Nell’occasione della pubblicazione del libro “Trittico Berlinese”,  la scrittrice Marina Agostinacchio ci ha gentilmente concesso un’intervista…

Marina Agostinacchio, poetessa, Docente di Lettere.

Tiziano Thomas DossenaMarina, hai iniziato a scrivere poesie molti anni fa. Come e quando è nata la tua passione per la poesia?
Marina Agostinacchio: Credo piccolissima. Mi isolavo in un piccolo angolo della cucina, vicino al camino. Recitavo in modo cadenzato, come seguendo un ritmo discorsivo interno, spesso eleggendo a mia interlocutrice la parola, declinata, come un gioco, in forme ritmiche, prima foniche poi grafiche, sempre diverse.

Tiziano Thomas Dossena Marina, hai iniziato a scrivere poesie molti anni fa. Come e quando è nata la tua passione per la poesia?
Marina Agostinacchio: Credo piccolissima. Mi isolavo in un piccolo angolo della cucina, vicino al camino. Recitavo in modo cadenzato, come seguendo un ritmo discorsivo interno, spesso eleggendo a mia interlocutrice la parola, declinata, come un gioco, in forme ritmiche, prima foniche poi grafiche, sempre diverse.
Questa mia propensione al dire divertendomi mi dava l’immagine di una corsa per una ripida discesa di montagna. Mio padre, medico, guardava un po’ allarmato il mio appartarmi in quei lunghi monologhi quasi cantilenati.
Poi alla scuola dell’infanzia, il mio primo contatto con la parola “vista” avvenne all’Istituto Moschini di Padova. Lì la didattica era improntata al metodo di Maria Montessori. Ricordo che mi fu presentata la lettera M al tatto ruvida e costruita su un quadrato dallo sfondo liscio. Ricordo ancora la sensazione di felicità nello scoprire in un segno muto la percezione di uno stimolo vitale attraverso la piccola mano. Infine, penso debba molto a mio padre. Quando poteva, parzialmente libero da impegni di lavoro, (era chirurgo), raccontava a mia sorella e a me storie sul mito o fiabe. Ma accadeva che, avendo egli un gusto particolare per la narrazione, trasformasse le parole. Intendo dire che al mio udito le parole, quasi per un atto magico, divenissero altro dal loro significato originario. Il referente non corrispondeva più a quello che ci si sarebbe aspettati.

Tiziano Thomas Dossena Tu hai insegnato per molti anni. Secondo te, la poesia è ancora viva in seno alla gioventù di oggi?
Marina Agostinacchio: Purtroppo ciò dipende dal contesto famigliare e poi soprattutto dalle scelte didattiche degli insegnanti, dalla loro volontà di attribuire alla poesia un posto e una cifra valoriale specifica.
Girando per le scuole dove ho proposto laboratori di poesia, ho trovato giovani già attrezzati, o perlomeno pronti a recepire questa particolare forma di comunicazione.

Tiziano Thomas Dossena : Le tue raccolte sono molte e vorrei parlarne in maniera cronologica, al fine di farne una specie di percorso della tua vita poetica. “Porticati” (2006) è il tuo debutto editoriale. Che tipo di raccolta è questa? Come definiresti queste poesie?
Marina Agostinacchio: Circa “Porticati”, si tratta di una raccolta di testi poetici che vanno dal 1999 al 2005. La silloge è varia; sono presenti poesie sulla natura, sui viaggi, di riflessione sulla parola, sul ricordo; poesie che riflettono un inizio di consapevolezza di un io poetico e poesie aventi per tema la famiglia.

Comunque, circa il fare poesia, (diceva il mio maestro, poeta e critico letterario degli anni universitari, rincontrato nei miei quarant’anni) tutti diciamo le stesse cose, riveliamo gli stessi sentimenti, le stesse emozioni. Il poeta sa però che c’è un come. Quello fa la differenza.

Tiziano Thomas Dossena Tre anni dopo hai pubblicato “Azzurro, il melograno”. Che evoluzione c’è stata da “Porticati” a questa raccolta? C’è una tematica oppure è una raccolta di poesie dell’epoca?
Marina Agostinacchio: Senz’altro questa seconda, nutrita raccolta, suddivisa in sezioni, come del resto Porticati, rivela maggiore consapevolezza artistica e ricerca di una cifra identificativa personale. “Azzurro, il melograno” ha come punto focale il tema del viaggio, inteso come spostamento tra spazi e luoghi ma anche come ricerca di sé. Praga, Budapest sono l’incipit per un discorso più ampio che abbraccia l’avvicinamento a una pienezza degli anni artistici dove la malattia e l’amore sono la spinta alla progettualità.

Tiziano Thomas Dossena Altri tre anni e  ritroviamo “Lo sguardo, la gioia”. Anche qui devo chiederti quali sono stati i cambiamenti e le evoluzioni, sia di contenuto sia letterarie?
Marina Agostinacchio: Questa esperienza di ebook dell’anno 2012 è diviso in due parti: “La resa dei conti” che si rifà alla ripresa di un poemetto scritto nel 2007, a seguito di una malattia, e poesie sciolte dello stesso 2012, nate in seguito a un’ernia del disco che mi costrinse a letto più di un mese. Composi allora testi su quanto vedevo accadere fuori dalla finestra della mia stanza.  Ispiratrice di questa seconda parte è stata Wislawa Szymborska; leggendo infatti la raccolta “La gioia di vivere” della poetessa polacca rimasi rapita dalla leggerezza con cui Wislawa guardava la vita.

Tiziano Thomas Dossena Dopo le prime tre raccolte c’è una chiara svolta nella presentazione delle tue opere, che sono da questo momento in poi illustrate. Perché questa scelta?
Marina Agostinacchio: Penso che l’arte in genere riveli qualcosa della natura, apra a una pienezza in fieri, dica qualcosa della realtà nella sua totalità. Essa presenta barlumi di una zona non subito visibile, né percepibile. Attraverso la sua prospettiva utopica, l’arte apre al possibile, alla immagine di un progressivo divenire. Pertanto collaborare con artiste arricchisce la parola, l’avvicina per difetto al mistero della perfezione, proprio nel suo fare accennando.

Tiziano Thomas Dossena “Tra ponte e selciato, Ventisei temi per mia madre” (2014), con illustrazioni di Paola Munari, è la prima di queste nuove raccolte, Parlacene un poco…
Marina AgostinacchioDopo molti anni dalla morte di mia madre (avevo 14 anni quando scivolò dalla mia vita. Lei ne aveva 42), decisi di “parlarle”, riannodando il tempo in un presente ricostruito attraverso la memoria. Scrissi 22 stanze poetiche e, dopo avere visitato la mostra di acquerelli della pittrice e amica Paola Munari, dedicata alla madre, (titolo della mostra: “Era. Sfumature di un tempo ritrovato”, Este, Circolo culturale La Medusa, 2012), decisi di fargliene omaggio.
Nel dicembre 2013, Paola mi portò un pacchetto. Lo aprii e vidi degli acquerelli corrispondenti alle sezioni poetiche del libro. Con Paola iniziò una collaborazione simbiotica: lei dipinge, io scrivo ispirata dalle sue scelte tecniche e cromatiche; io scrivo e lei dipinge, trasformando le parole dei miei testi in visioni. Insomma, una vera e propria folgorazione reciproca.

Tiziano Thomas Dossena Statue d’acqua”, dell’anno seguente, è pubblicato anch’esso come il precedente libro dal prestigioso Centro Internazionale della Grafica di Venezia. È una raccolta illustrata dall’artista Elena Candeo. Qual è la tematica di questa raccolta?
Marina Agostinacchio: Ero in una piscina dell’Hotel Plaza di Abano Terme a fare esercizi di acquagim. Improvvisamente alzo la testa e vedo in una vasca sovrastante dell’albergo dei corpi che si muovevano, fluttuavano chiamandomi a pormi degli interrogativi. Tra le plurime domande, scelsi di oscillare tra due: angeli o umani? Esseri viventi loro e morti noi? Nel poemetto lascio al lettore la risposta, tenendo per me il quesito non risolto.
Questa volta l’artista era Elena Candeo a collaborare per la realizzazione del libro. Anche lei, come nel caso di Paola Munari, disegnò ispirata dal testo e mi fece vedere alcune delle illustrazioni con tecnica di incisione nate dalle sollecitazioni dei versi letti. In seguito Elena proseguì il lavoro nel laboratorio di incisione del Centro internazionale della grafica di Venezia di Lilli Olbi e Silvano Gosparini.

Illustrazione di Elena Candeo dal libro STATUE D’ACQUA.

Tiziano Thomas Dossena Siamo arrivati quindi al noto “Bab El Gehrib” (La porta del vento), del 2018, illustrato dall’artista Graziella Giacobbe. Questo libro riflette un’altro tipo di impegno… Puoi spiegare ai nostri lettori che cosa ha implicato questo progetto in senoi alle carceri che ha dato vita a questa raccolta?
Marina Agostinacchio: Inizio da una breve parte estrapolato dalla presentazione del libro.
“«E quindi uscimmo a riveder le stelle». Era quanto mi dicevo ogni volta che uscivo dal carcere penale di Padova Due Palazzi. «E quindi uscimmo a riveder le stelle» voce reiterata in ogni mia uscita dalle lezioni nel carcere, conteneva interrogativi ed inquietudini accompagnati da un sentimento di provvisorietà, ma nel contempo segnava anche una sorta di iniziazione verso la mia rinascita.
Da anni desideravo fare l’esperienza di un percorso di scrittura tra i carcerati. Ebbi l’occasione grazie all’allora CTP (Centro territoriale permanente, dal 2015 convertito in CPIA- Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti), in particolare grazie all’insegnante di Lettere Daniela Lucchesi con cui collaborai per tre primavere- 2014-2015,2017- a un progetto di scrittura. Il libro Bab el gherib prende avvio dalle parole dei detenuti che come in un gioco di rimandi di specchi aprivano un varco di scrittura in me. L’asse della scrittura si muoveva dagli allievi a me, da me agli allievi, seguendo le loro domande, le loro istanze fatte mie e rivisitate in una cornice di ricerca personale, infine offerte come tentativo di risposta ai quesiti iniziali che mi avevano posto in modo diretto e indiretto nei loro testi.
Il libro è corredato nelle tre sezioni da una macchia di colore dell’artista Graziella Giacobbe, ispirata ai versi. Anche lei si è sentita coinvolta in questo viaggio dal ritmo arcano di parole che, prima scavate nella propria essenza, si aprivano poi a visioni stellate tradotte in cromatismo, in una metamorfosi di affinità. Ed ecco nel libro forme visive e visionarie di colori addensarsi, per una sottile convergenza tematica, intorno ai versi: «Mi sciolgo tra i vapori della terra» da Se solo avessi ciò che non è mio; «sasso nel fiore di sorgente antica» da Per le donne l’afrodisiaco; «cuore di fiore odoroso» da Nella corrente.

Tiziano Thomas Dossena Alfine siamo giunti alla tua ultima opera, “Trittico berlinese”, illustrato da Elena Candeo e Paola Munari, e recentemente pubblicato a New York dalla casa editrice Idea Press. Qual è stata l’ispirazione a comporre questi versi?
Marina Agostinacchio: Anni fa, era il 2010, feci un viaggio a Berlino con la mia famiglia. Una delle visite alla scoperta della città fu lo Jüdisches Museum.
L’asse dell’Olocausto con la torre dell’Olocausto; l’asse dell’Esilio, con il giardino dell’Esilio; lo «spazio vuoto» della Memoria, con Shalechet (Foglie cadute) furono i tre luoghi che ispirarono le parole del Trittico”, scritto nei giorni tra il 28 luglio e il
1° agosto del 2010, durante il viaggio Berlino Dresda e Dresda Padova. Nonostante gli anni trascorsi, rileggere i testi mi ha fatta sentire presenti le sensazioni, le forti emozioni provate nel percorrere quelli spazi in cui mi trovavo inerte, svuotata di ogni possibile interrogativo, rabbia. Solo smarrimento, solitudine, sprofondamento. Ecco il mio essere tra quelle stanze e nelle parole, tentativo di dire l’indicibile. Allora, vedi, senti versi spezzati, distribuzione degli stessi versi nella pagina secondo un andamento che slitta da destra a sinistra, dal centro a vuoti dove depositare silenzi pieni.

Circa le illustrazioni che arricchiscono e “dicono”, le due artiste, Elena e Paola sono riuscite a comunicare con discrezione e forza il viaggio fatto. Ogni segno, ogni pennellata raccontano la loro messa a nudo del mondo che si lascia svelare per un’illuminazione improvvisa. Infine vorrei dire di Anna Rossi, l’amica che mi spinse a pubblicare, riprendendo in mano uno scritto lasciato in una cartella virtuale. Con Anna mi sono vista più di una volta. Per tradurre nel modo più fedele possibile in inglese le tre stanze poetiche e la premessa, senza tradire il ritmo dei versi, Anna sentiva, quasi spinta da un imperativo categorico, l’esigenza di chiedermi la possibilità di approssimarsi alla parola poetica, al suo nucleo simbolico, al mistero percepibile che di sé fa nella sua veste contratta.
Dalla questa particolare convergenza di un lavoro a otto mani nasce Trittico berlinese.

Tiziano Thomas Dossena Da quello che mi dici a proposito di “Trittico berlinese”, tu i tuoi versi li vivi nel più profondo della tua anima. Pensi che sia così per tutti i poeti?
Marina Agostinacchio: Penso che ogni persona che elegga la scrittura a forma di espressione di sé riveli la propria anima, la propria visione del mondo e dell’esserci.

Tiziano Thomas Dossena So che stai preparando una serie di presentazioni ‘live’ online legata al 700 anniversario della morte di Dante. Di che cosa tratteranno?
Marina Agostinacchio: Si tratta di una proposta, indirizzata alle classi seconde delle scuole secondarie di primo grado, di un’attività da remoto, e gratuita, della durata di due ore circa per classe, che prendendo avvio dai canti XIII e XXVI dell’Inferno, dà la possibilità ai ragazzi di esprimersi sul tema della metamorfosi e del viaggio. Pier delle vigne e Ulisse sono quindi il punto di avvio per la scrittura dei ragazzi.
Il laboratorio si avvale di un’interazione tra più canali comunicativi; esso, infatti, è articolato in parole – e di associazioni ad esse – tratte dal testo dantesco di riferimento, sincronizzate con immagini e musica.

Tiziano Thomas Dossena : So che hai scritto un blog di scrittura femminile. Ce ne vuoi parlare?Marina Agostinacchio: L’ idea di un blog di scrittura femminile è nata nel marzo 2020 quando siamo entrati nel “confinamento”.Desideravo potermi incontrare con le voci delle donne, ascoltarle, desideravo creare uno spazio per ogni donna che volesse parlare di sé.A creare tecnicamente il blog è stato il mio primogenito Matteo che ha seguito tutte le fasi ideative, da quella iniziale alle successive e immagino anche quelle che verranno.Il blog si avvale di più pagine: inglese, francese, tedesca, spagnola.Dopo qualche mese ho pensato di offrire un’ulteriore possibilità di comunicazione. E perché, mi dono detta, non sentire le voci delle donne attraverso registrazioni audio?Questa seconda iniziativa è piaciuta davvero molto. Se si accede al blog, si possono notare tre tasti: Narrazioni, Diritti e società, La stanza delle voci. Si sceglie cosa leggere e cosa sentire.Con Narrazioni le donne possono raccontarsi attraverso poesie, storie, autobiografie, pensiero di tipo  introflessivo. Con Diritti e società, possono dire del mondo che le circonda, attraverso la narrazione di situazioni sociali, commenti su ciò che avviene intorno a sé.In ogni caso, si devono compilare i campi: Nome, Titolo del post, Categoria dove si trovano le scelte di cui detto sopra.Un semplice click e poi si scrive l’ articolo nello spazio sottostante che si firma.Solo nel caso della registrazione audio si invia a blulady50@gmail.com.Da lì io carico il file nel blog.

Nel caso non si riesca a caricare direttamente il testo, si può inviare lo scritto alla mail blulady50@gmail.com.Ultimissima cosa: per incrementare le voci di donne di altri Paesi, da due mesi qualche mio scritto viene tradotto nelle altre lingue.Ogni pagina linguistica, al di fuori di quella italiana, ha due traduttrici veramente in gamba!Ecco. Questo è tutto. Mi auguro che il blog metta sempre più ali per volare nei diversi Paesi del mondo!

Tiziano Thomas Dossena Hai altri progetti in lavorazione?
Marina Agostinacchio: Laboratori di scrittura nelle scuole delle diverse regioni di Italia.

Tiziano Thomas Dossena Sogni nel cassetto?
Marina Agostinacchio: Se rispondessi ora, prenderesti la risposta come definitiva. Conoscendomi in divenire, potrei dire il prossimo in cui mi imbatterò tra un attimo.

Tiziano Thomas Dossena Se tu potessi definirti con tre aggettivi, quali sarebbero?
Marina Agostinacchio: Curiosa, visiva-visionaria, progressiva.

Tiziano Thomas Dossena : Se tu avessi l’opportunità di incontrare un personaggio del passato o del presente, qualsiasi personaggio che tu desideri, chi sarebbe e di che cosa parleresti con lui, o lei?
Marina Agostinacchio: Credo proprio Diego Valeri, il poeta conosciuto quando avevo nove anni, in visita nella mia scuola. Lui, al dire della maestra che ero una bambina un po’ strana che parlava secondo rime e cadenze, mi pose una mano sulla fronte a mo’ di battesimo. Ecco, se lo potessi rivedere, gli direi Grazie per avere visto in me la donna che ora sono.

Tiziano Thomas Dossena Un messaggio per i nostri lettori?
Marina Agostinacchio: Riuscire a guardare e sapere ascoltare il mondo attorno a sé.

“Dare Non Vuol Dire Necessariamente Fare” E L’Ordine Dei Templari. Intervista Esclusiva Con Domizio Cipriani [L’Idea Magazine 2021]

“Dare non vuol dire necessariamente fare” e l’Ordine dei Templari. Intervista esclusiva con Domizio Cipriani

L’Idea  Magazine: Lei è milanese di nascita e monegasco di adozione. Cosa l’ha portato a trasferirsi nel Principato di Monaco?
Domizio Cipriani: Buongiorno a tutti e grazie per la cortese intervista. Sono stato attratto dal Principato sin da giovane, per il suo inquadramento geografico, per la sua economia, per la qualità di vita e per il suo status cosmopolita. A Milano ho sempre gestito le attività di costruzioni e di sviluppo immobiliare di famiglia ed un giorno mi sono detto, perché non replicare e sviluppare questa attività redditizia beneficiando anche di un clima più mite e del mare? Allora un giorno, nonostante non conoscessi nessuno sul posto, uscendo completamente dalla mia zona di comfort, iniziai a frequentare l’ambiente monegasco, creai le mie prime società, sino poi a decidere di trasferirmi definitivamente.
Oggi potrei dire di essere in vacanza tutto l’anno! Perché facendo quello che ho creato e che amo, vivere è un piacere ed un divertimento; lavoro come fiduciario e consulente finanziario internazionale, tengo corsi e conferenze, nel 2010 venni chiamato a riattivare la parte interna dell’ordine del Tempio per cooptazione, pratico quotidianamente molto allenamento fisico e mentale, e tutto ciò non è assolutamente un peso, anzi!. È proprio il mio successo e la mia esperienza vissuta, che voglio trasmettere agli altri.

L’Idea  Magazine: Nel Suo libro “Templar Order”, Lei asserisce che fu solo durante una delle cerimonie templari che sentì la necessità di passare all’azione e di fare della beneficenza. Devo dedurre che lo scopo iniziale della resurrezione dell’Ordine non fu quindi quello di fare beneficenza. Che cosa l’ha spinto dunque a far risorgere l’Ordine dei Templari e perché ha scelto Montecarlo?
Domizio Cipriani: Come dicevo, venni chiamato a riattivare la parte interna dell’ordine del Tempio per cooptazione; l’Ordine del Tempio è un’istituzione millenaria che ha sempre avuto un seguito ufficiale nel Principato di Monaco. Gli scopi dell’Ordine e del suo centro studi, sono principalmente quelli di trasmettere l’Antica conoscenza spirituale ereditata dai nostri illustri predecessori, favorirne la divulgazione e creare dei nuovi gruppi di studio del campo quantico o coscienza collettiva, ed occuparsi del sostegno degli indigenti. Tutte queste antiche conoscenze, sono arrivate sino ai giorni nostri in forma riservata, tramite la parte interna dell’Ordine del Tempio, chiamata Ordine di Oriente, fortemente voluta e sostenuta dal Pontefice Giovanni XXII nel 1317 dopo la bolla di sospensione emanata dal Papa Clemente V qualche anno prima.
Il piccolo raggruppamento di Templari Alchimisti scampati agli arresti e rifugiatesi in Inghilterra prima ed in seguito in Scozia, presero appunto il nome di Freres Ainees de la Rose + Croix, durante la santa inquisizione fecero parte della Compagnie Angelique portata in seguito a Monaco dal Principe di Polignac. Nel 1952 il Principe Rainier III decise di ufficializzare l’Ordine pubblicamente ed eccoci ai giorni nostri. Potrete trovare tutti i passaggi storici nel mio libro “Templari e Rosacroce – l’Ordine di oriente” edito da Bastogi libri in lingua italiana ed in lingua inglese.
In merito la beneficenza è bene precisare che, “dare non vuol dire necessariamente fare”, aspetto molto più importante descritto nel mio libro; pertanto non basta dare del denaro ad una grande NGO o struttura internazionale privata o ecclesiastica, che comunque ne userà almeno l’80% per le spese di struttura, funzionamento ed impianto, riversandone solamente una minima parte a favore degli indulgenti finali.
È molto meglio agire di persona, passare all’azione, andando a distribuire i generi alimentari e i pasti caldi direttamente ai poveri, o occuparsi del proprio vicinato; è questo che ho voluto trasmettere nel mio libro.
L’ aforisma, contenuto anche nel mio blasone è: “Cogli la saggezza dal silenzio ed usa il silenzio per creare. Il miglior maestro è colui il quale è capace di restare allievo”. Potrei affermare una mia esperienza di vita: “Non devi mai rinunciare a te stesso”.

L’Idea  Magazine: Qual è lo scopo, oggigiorno, dell’esistenza di questo Ordine?
Domizio Cipriani: La parte interna dell’Ordine ad oggi è al 9902° anno di esistenza [ndr: la data mi e` stata confermata dal Sig. Cipriani], tramite il nostro centro studi e l’accademia ci stiamo limitando a continuare l’opera dei nostri illustri predecessori. Soprattutto perché, dopo secoli di silenzio, siamo richiamati in causa per tutelare i nostri diritti quali esseri umani, in questi periodi oscuri. Chiamati in causa per portare la luce e rendere pubbliche all’umanità le antiche conoscenze spirituali mai divulgate prima. Prendendo comunque le opportune distanze dalla galassia di scuole iniziatiche, ordini neo templari o massonici, governati da maestri spesso autoproclamati dal nulla, che si potrebbero definire folklore o addirittura “bidoni”, con adepti mossi da motivi affaristici, di arrivismo sociale o ancora peggio da esagerazioni di manifestazioni dell’ego.
È proprio per questo motivo che, per evidenziare chiaramente le differenze che ci contraddistinguono, stiamo realizzando, tramite il nostro centro studi Monégasco, una serie televisiva dal titolo INFINITY, quali guardiani delle antiche conoscenze Rosa+Croce.
Potrete visionare il teaser ed il trailer di presentazione, nella sezione opportunamente dedicata, all’interno del nostro sito web ufficiale.
https://www.knighttemplar.net/TemplarForum/jsp_2/studyBookInfinity.jsp
Lo scopo dei corsi dell’accademia del nostro centro studi, tenuti dai docenti che fanno parte del nostro comitato scientifico, è di far apprendere a tutti le antiche conoscenze spirituali per vivere nel qui ed ora, nel momento presente, senza essere affetto di sensi di colpa del passato o paura del futuro, l’antica via del monaco guerriero adattata ai giorni nostri. Questo utilizzando l’emisfero destro del nostro cervello, la nostra parte intuitiva. Per imparare a creare nuove opportunità a crescita esponenziale, utilizzando appunto la connessione con il campo quantico o coscienza collettiva ed il silenzio. I corsi parificati con l’università de Montaigne di Milano sono aperti a tutti gli interessati.

L’Idea  Magazine: Recentemente abbiamo pubblicato una intervista allo scrittore Michele Allegri, che ha studiato le varie peripezie di questo Ordine nel corso della storia. Allegri asserisce che “esponenti fondarono l’Ordine nel 1118, rendendolo potente ed immettendo in esso una vera e propria religione segreta, conosciuta solo ai livelli più alti dell’organizzazione, dagli alti dignitari e dal Gran Maestro. Questa religione aveva miti e riti propri, esoterici, negromantici ed antitetici rispetto alla religione cattolica e alla Regola data loro nel 1128”. Se questo è vero, come mai far risorgere quest’Ordine?
Domizio Cipriani: Come dicevo, ho scritto 13 libri in diverse lingue per descrivere tutti questi segreti e misteri che avvolgono il mito dell’Ordine, sono facilmente reperibili su Amazon e nelle principali librerie, pertanto è molto difficile riassumere la storia di 9902 anni di trascendenza in poche righe.  Comunque citiamo i passaggi chiave che spinsero i primi 7 aristocrati francesi a lasciare tutti i loro averi e partire per una missione in Terra Santa, dove restarono nove anni…
In realtà, inizialmente partirono per Costantinopoli e per la Persia ove appresero le conoscenze gnostiche dai Sufi Ismaeliti, (dei Fatimiti con i quali convissero e collaborarono in pace per molto tempo), e le conoscenze taoiste importate dall’impero di Gengis Khan; in Egitto appresero le antiche conoscenze dai pochi membri della comunità essena sopravissuti. Al rientro dalla missione, con San Bernardo, informarono il Papa delle scoperte acquisite in oriente nella casa dei padri, alchimia, astrologia, matematica, geometria, filosofia; il Papato al potere da poco tempo, a seguito della battaglia di Canossa del 1077, preferì trovare un’alleanza piuttosto che poterli avere come nemici. Fu così che diede loro pieni poteri, esentandoli dalle tasse e sottoponendoli esclusivamente al suo comando; in quel momento nacque la piu’ grande multinazionale della storia.
I Templari o commilitoni del Cristo ed i Re Franchi dal quale presero vita, erano i discendenti delle famiglie del Graal, seguaci della religione di Giovanni, del cristianesimo gnostico, dello spirito incarnato di Sant’Elia, dell’Hermes.
Tali conoscenze spirituali, i rituali di iniziazione e le conoscenze esoteriche erano praticate solo da pochi membri dell’ordine, solitamente siniscalchi e cappellani. Per esempio, il simbolo che portiamo sul nostro bianco mantello, la rossa croce patente o croce delle otto beatitudini, ha molte chiavi di lettura. Una di queste molto interessanti è che se osserviamo il sole con un telescopio di alta qualità, all’interno dell’astro, vediamo formarsi proprio incredibilmente questa forma, potrete trovare i video in rete. Helios. Un’altra rappresentazione della croce patente è nel fiore della vita, in piena armonia con il numero aureo ed è di colore rosso, l’ultima fase dell’alchimia del coaugula, sul mantello bianco seconda parte alchemica del solve. Tutto porta verso l’uno o il suo anagramma: UNI-VERSO.
Durante le mie ricerche nella biblioteca dell’Ordine, costituita da oltre 20.000 libri di alchimia, ermetismo, filosofia e fisica, ho avuto modo di approfondire la storia di Ulrich de Mayens. Ex voto compagno di studi di Lutero, guaritore, entità guida e maestro di Michel de Nostre-Dame, meglio conosciuto come Nostradamus.
Ulrich de Mayens fu alchimista e guaritore della peste del 1500, autore dell’enciclopedia Arbor Mirabilis, o “albero della conoscenza” menzionato nella genesi, opera che servirà da guida alle generazioni future, ed autore dell’aforisma: “ama il tuo prossimo piu’ di te stesso”. A seguito della sua ricerca interiore del vaso meraviglioso, fu attore di numerose avventure in India, in Cina ed in Tibet tra il 1540 ed il 1547.
Venne curato nel 1528 per un lungo periodo da Michel de Nostre-Dame, suo estimatore e discepolo di vent’anni piu giovane, nei pressi di Monsegur  in casa di una giovane donna catara, Isabelle de Montguibert  nata a Napoli da due aristocratici, morti quando lei era molto giovane. Napoli era la culla degli Arcani Arcanorum della Confraternita Rosecroix d’Or ed i Monaci Catari erano i detentori della conoscenza criptica atlantidea.
La giovane donna soprannominata Dame Gioconda, deteneva un manoscritto molto antico, con dei sigilli, precedentemente conservato in una unica copia nel Conventi Soppressi della biblioteca nazionale di Firenze, dal titolo “Liber de Doubus Principiis”, unica opera teologico/ filosofica della dottrina catara sopravvissuta alla santa inquisizione. Il libro pervenuto a Carcassonne tramite le mani di Teodorico I° “il Grande”, Re dei Visigoti, il Libro della Grande Legge rivelata agli umani dagli spiriti ascesi, o maestri invisibili “superieurs inconnues”, che suggerirono agli iniziati come rivelarne i contenuti e come spiegarli.
La Sacra dottrina del GRAAL, la stella simbolica della rivelazione apparsa a Mons-Securus, rivelazione portata nelle indie dall’Apostolo Tommaso… ove accompagnato da Giuda e Taddeo, incontrò molti grandi Re e Maharajàhs, praticando molte guarigioni tra il popolo, sino ad arrivare alle porte del paradiso terrestre, a  Colombo (Ceylon). Poi guidati dall’ispirazione divina, trovarono nella cripta di un tempio, dodici tavole di bronzo di 87 kg l’una, delle dimensioni di 40x60x3 cm, con incisa la storia dell’umanità. Tommaso riportò il tutto il contenuto nel  “Vangelo di Tommaso l’Israelita”, ancora esistente nella biblioteca nazionale Casier Migne.
Taddeo, rientrando a Gerusalemme, ne riportò una nel Tempio;  l’altra, denominata “codex Artabazii”, fu seppellita vicino al corpo di Tommaso, deceduto durante il rientro,  ai piedi di una montagna nei pressi di Coromandel nel Bengala, e conteneva la profezia più importante mai elaborata: l’Apocalisse di Tommaso.
La tavola saccheggiata dal Tempio di Salomone arrivò a San Pietro a Roma, poi Alarico la saccheggiò insieme agli altri tesori e portò tutto in Calabria, ed in seguito a diversi omicidi tra Visigoti, Teodorico le portò a sua volta a Mont-Segur. Luogo in cui secondo le predizioni avrebbe dovuto restare sino al compimento finale del destino dell’umanità. Ecco cosa protegge il famoso Priorato di Sion o “scienza delle scienze” nei dintorni di Rennes le Chateaux, il libro sacro ed una tavola di bronzo.
Dame Gioconda, ritratta da Leonardo da Vinci, era una giovane Monaca Perfettibile catara, figlia di Francesca delle Rocca, Dama alla Corte di Lucrezia Borgia e del Barone francese Hugues de Montguibert, studiosa di lettere latine, greche, ebraiche e soprattutto di musica e di teologia, oltre che di letteratura profana, si dice che conoscesse a memoria la bibbia ed altri testi antichi. Ricevette in dono nel 1517 da Caterina di Navarra, per i servizi resi alla Corte da parte di suo padre, la casa in cui viveva e nella quale era solito recarsi Michel de Nostre-Dame in visita.
A questo punto a voi di scoprire il velo dei messaggi criptici trasmessi da Leonardo… Forse per sfuggire tramite l’arte e la scienza alla santa inquisizione, ed i messaggi lasciati da Ulrich nato da un uovo verde dorato, trovato e salvato neonato vestito come un re con corona, scettro e spada, da una banda di malviventi sul Reno in una piccola gondola alla deriva….. Alchimia, teosofia, taumaturgia?

L’Idea  Magazine: Tra poco sarà pubblicato un Suo libro sulla Alchimia Essena. Di che cosa tratta? Che cos’è l’alchimia essena?
Domizio Cipriani: Facciamo una premessa: i libri in questione sono due, “I templari e gli Esseni, un filo invisibile una memoria vivente” della Santelli editore e “Le preghiere alchemiche ed ermetiche dei Rosa+Croce” delle edizioni Luoghi interiori, e trattano argomenti diversi. Le guarigioni tramite la taumaturgia ereditate dalle conoscenze degli Esseni e le Preghiere Ermetiche di San Tommaso teurgia trasmessa ai giorni nostri dai Rosacroce d’oro; ambedue portano alla vera alchimia spirituale dal quale si può comprendere che “non può esistere scienza senza coscienza”, la vera alchimia è dentro ognuno di noi, la via del Graal è la consapevolezza della beatitudine tramite la GRATITUDINE. È un manoscritto/manuale pratico, contenente anche esercizi quotidiani per imparare a vivere nel momento presente in piena ed efficace salute mentale.

L’Idea  Magazine: Un altro Suo libro in fase di pubblicazione sarà sull’ermetismo. Intende il movimento poetico o  tratta altri argomenti?
Domizio Cipriani: Visti i tempi maturi, i maestri Rosa+Croce riuniti nell’attuale sede di rappresentanza internazionale nel Principato di Monaco, denominata tecnicamente Grande Maison Metropolitaine d’Initiation, hanno deciso di svelare alcune conoscenze per la crescita etica e spirituale dell’umanità. Rivolta esclusivamente a chi ha “orecchie per intendere”, senza voler violare il libero arbitrio di ognuno di noi.
La via spirituale è un’esperienza da vivere e condividere e non vuole e non deve in nessun modo sostituirsi al credo religioso personale, che al contrario deve essere mantenuto e seguito.
Ho pensato di dare alla luce, a disposizione di tutti, dei testi elaborati direttamente da nostri saggi venerabili maestri, uno dei quali, Giuliano KREMMERZ, ha voluto essere sepolto nel cimitero di Beausoleil, un piccolo comune francese confinante con il Principato di Monaco, che frequentava spesso. Grazie Maestro!
LA SCIENZA ERMETICA concepisce l’Essere costituito da quattro parti elementari che rappresentano i quattro elementi universali e le quattro fasi involutive del principio di vita intelligente.- SOLARE, Fuoco – Principio di vita intelligente:- MERCURIALE, individualizzazione aerea del principio, prima umanizzazione.- LUNARE, mediatore plastico – Corpo astrale o lunare.- SATURNO, Terra – Corpo tangibile, organismo sensoriale.
Si consiglia la lettura degli altri libri che costituiscono la collana dell’autore per avere tutti i dati storici e bibliografici a completamento del contenuto di questo manoscritto, forse per molti versi poco interpretabile da non iniziati. In qualsiasi caso la via ermetica alchemica è semplice, è semplicemente introspettiva, basta la volontà di lanciarsi alla ricerca incondizionata del nostro “SE”.
“TEMPLAR ORDER – il cammino dei templari, la via verso la saggezza“ tradotto in quattro lingue,
“I CAVALIERI TEMPLARI, storia, segreti, filosofia spiritualità”, nella top ten di Amazon dei migliori libri sui Templari                      “LE PRIEURÉ DE SION” una scienza sociale,
“ATLANTIDE, PRIEURE DE SION ED I CAVALIERI DEL TEMPIO”,
“TEMPLARI E ROSACROCE, L’ORDINE D’ORIENTE”in versione italiana ed inglese.
“I TEMPLARI E GLI ESSENI, un filo invisibile una memoria vivente”

L’Idea  Magazine:L’Accademia di Antiche Conoscenze RosaCroce, che Lei dirige, offre dei corsi. Potrebbe parlarne un poco? Che cosa s’intende con la ricerca del Graal?
Domizio Cipriani: Di seguito vi descrivo quattro dei miei corsi universitari della facoltà di “Teoria e fisica quantistica” della Unidemontaigne. (Cliccare sull’immagine)

L’Idea  Magazine: Lei asserisce che “Il comitato scientifico del nostro centro studi Monégasco sta sviluppando con l’università di Monaco, la possibilità di realizzare una nuova facoltà di fisica quantistica  per consentire a tutti gli interessati di approfondire questo interessante percorso, molto apprezzato dai giovani”. Ottima idea, direi, ma poi aggiunge che “lo scopo dei corsi è quello di far apprendere le tecniche necessarie a vivere nel momento presente, la chiave della felicità e del successo verso il benessere, ed imparare a cogliere la saggezza dal silenzio ed usare il silenzio per creare e diventare attore della tua vita e non effetto delle situazioni”. E qui la perdo, perché non  riesco a capire la connessione tra la fisica quantistica e le tecniche da Lei menzionate. Potrebbe esplicare meglio questo soggetto? Voleva forse riferirsi alla filosofia quantistica?

Domizio Cipriani: Vi rimando ad una mia intervista andata in onda in prima serata su TELECOLOR nella trasmissione Laboratorio salute, nella quale con l’Ing Vota spieghiamo che la fisica quantistica o coscienza collettiva, è stata sviluppata il secolo scorso seguendo le antiche conoscenze spirituali. La trasmissione intitolata esoterismo templare e spiritual quantum coach.

L’ingegnere Giovanni Maria Vota, breathariano a fasi alterne (si nutre di sola energia anche per due o tre mesi senza mangiare e bere nulla), ha cercato di “Ingegnerizzare la spiritualità e l’esoterismo”. Questa è stata un po’ l’idea-guida del suo percorso quando ha iniziato ad occuparsi di spiritualità ed esoterismo per perseguire precisi obiettivi di business alla fine degli anni Novanta. Ovviamente suscitò scompigli e scetticismo tra tutti: gli ingegneri che non capivano cosa c’entrasse la disciplina matematica dell’ingegneria con qualcosa che “non è scientifico”; gli spirituali che si vedevano accostati ad ingegneri e peggio al business; chi si occupa di business che si ritengono persone “con i piedi ben piantati per terra” per fare profitto e che non si occupano di velleità “new age”.

Da buon ingegnere quando studiò le pratiche spirituali ed esoteriche gli sembrava davvero tutto molto “fumoso”. Fu incoraggiato in tutto questo da Karl Gustav Jung che gli “parlò” molto chiaramente con la sua prefazione all’I King. Cosa vuol dire “ingegnerizzare l’esoterismo e la spiritualità”? L’ingegnere è colui che crea prodotti e soluzioni che siano usufruibili da tutti. Per esempio, chiunque oggi può parlare con qualcun altro dall’altra parte del Mondo usando un “semplice” cellulare, senza doversi minimamente preoccupare dell’enorme complessità tecnologica, scientifica e organizzativa che sottostà […]. Così iniziò con molta pazienza e passione a studiare tutto ciò che riteneva potesse dargli delle chiavi di lettura: la lingua sanscrita, le tradizioni orientali e sciamaniche, quelle Hawaiane dei Kahuna, aborigene australiane, Medicina tradizionale cinese, naturopatia, e così via. E mano a mano, praticava e sperimentava nella sua vita e nel business. In questo studiare scoprì alcune tecniche davvero fantastiche, che “funzionano” ma non era però soddisfatto perché non rispondevano ad un’altra domanda fondamentale: “Perché funzionano?”. Senza questa risposta si ricade o nella fede religiosa, o nella pratica magica, o in un meccanismo di dipendenza o superstizione. Ancora una volta fu Karl Gustav Jung a guidarlo: “Rendi cosciente l’inconscio  altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”. Perfetto! E così iniziò un approfondito viaggio nell’inconscio o subconscio, l’ipnosi, le tecniche regressive ipnotiche, per poi arrivare al Superconscio. In parallelo a questi studi però altri studi lo catturarono e furono quelli della fisica quantistica. Per farla breve, l’antica spiritualità e le sue ricerche sulla moderna fisica quantistica gli permisero di creare quelle basi teoriche, su cui creare un metodo di coaching pratico, veloce e “sicuro” che può essere appreso facilmente da parte di tutti al punto che poi ognuno può poi crearsi il suo metodo. Lo Spiritual Quantum Coaching è nato così, come strumento che permette di cambiare la propria vita e volendo anche quella degli altri in una ritrovata armonia tra il razionale e lo spirituale. Perché l’obiettivo è vivere al meglio la nostra vita qui, adesso, su questo pianeta, una vita che riassumevo in uno slogan: “Una vita di Spiritualità, Salute, Sapere, Saggezza, Soldi, Sesso e… ‘Sciampagne!?”. Sì perché è possibile vivere senza soffrire psichicamente e gli insegnamenti ci sono tutti! Si tratta di comprenderli e soprattutto viverli con costanza e determinazione giorno per giorno.

L’Idea  Magazine: Secondo quanto mi ha riferito Lei, esiste anche un Forum gratuito su www.knighttemplar.net, ma quando l’ho visitato si chiede di iscriversi all’Accademia per seguire i corsi, per una cifra simbolica di 20 euro al mese. Non sono riuscito a trovare altre descrizioni del contenuto del Forum o dei corsi. Non capisco bene come ci si possa aspettare una inscrizione ad un corso senza sapere cosa contiene. Mi aiuti a chiarire la mia mente al proposito.
Domizio Cipriani: Cliccando nel menù del nostro sito web ufficiale www.knighttemplar.net nella voce forum, potrete avere accesso gratuitamente al nostro forum di metafisica, fornendo solamente uno pseudonimo ed un indirizzo email. Poi per chi volesse seguire il primo livello dei corsi di formazione della nostra accademia che prevede solamente un rimborso spese, potrà visionare tutto il programma ed eventualmente iscriversi cliccando sul pulsante al centro della home page.
Utilizzando il menù in alto a destra si potrà accedere e visionare tutti i dipartimenti della nostra istituzione. Lo scopo dei corsi dell’accademia del nostro centro studi, tenuti dai docenti che fanno parte del nostro comitato scientifico sono proprio mirati a far apprendere a tutti le antiche conoscenze spirituali per vivere nel qui ed ora, nel momento presente, senza essere effetto di sensi di colpa del passato o paura del futuro. Questo utilizzando l’emisfero destro del nostro cervello, la nostra parte intuitiva. Per imparare a creare nuove opportunità a crescita esponenziale, utilizzando appunto la connessione con il campo quantico o coscienza collettiva ed il silenzio. I corsi sono aperti a tutti  e mettiamo a disposizione le nostre conoscenze per il cammino spirituale individuale. Esperienza da vivere e condividere, mantenendo la pratica ed  il proprio credo religioso così come deve essere. Preferiamo non schierarci in valutazioni politiche e religiose per scelta, anche se siamo ovviamente per le chiese, la salvaguardia della famiglia e dei valori cristiani, oltre che dell’etica ovviamente.

L’Idea  Magazine: Ci sono altri progetti in fase di evoluzione per l’Ordine dei Templari?
Domizio Cipriani: Stiamo realizzando, tramite il nostro centro studi Monégasco, una serie televisiva dal titolo INFINITY, quali guardiani delle antiche conoscenze Rosa+Croce.
Potrete visionare il teaser ed il trailer di presentazione, nella sezione opportunamente dedicata, all’interno del nostro sito web ufficiale.
https://www.knighttemplar.net/TemplarForum/jsp_2/studyBookInfinity.jsp

L’Idea  Magazine: Chi può aderire all’Ordine? Quali sono i requisiti necessari?
Domizio Cipriani: Chiunque puo’ avvicinarsi a noi a condizione che abbia voglia di studiare e mettersi in gioco, indossare il mantello non è un privilegio, è una missione divina per aiutare gli altri con amore incondizionato nella gratitudine.

L’Idea  Magazine: Ci sono altre sedi dell’Ordine, a parte quella di Montecarlo?
Domizio Cipriani: No la grande maison metropolitane d’initiation dell’ordine d’oriente è l’unico punto di riferimento mondiale

L’Idea  Magazine: Se Lei potesse incontrare un personaggio storico di qualsiasi epoca, chi sarebbe e che cosa gli o le chiederebbe?
Domizio Cipriani: Sicuramente Leonardo, sarebbe un onore condividere con lui la sua espansione di coscienza in tutti gli ambiti

L’Idea  Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Domizio Cipriani: Consiglio a tutti la frase estratta dal vangelo di LUCA, credo sia quella più determinante per poter giungere ad una immediata comprensione delle finalità prefisse nella nostra missione:
Perché non c’è nulla di segreto che non debba essere scoperto e nemmeno nulla di nascosto che non debba essere conosciuto e reso pubblico” (LUCA VIII, 17)
Grazie mille per l’attenzione, spero di potervi incontrare presto nel nostro bel Principato, auguro una magnifica giornata a tutti, restando a disposizione per ogni eventuale informazione tramite il nostro indirizzo email: templiersmonaco@yahoo.fr
Un caro abbraccio, non nobis. Vostro fratello cavaliere Domizio

“Le Mie Emozioni Sono Il Mezzo Per Raggiungere L’obbiettivo…” Intervista Esclusiva Con Melania Dalla Costa [L’Idea Magazine 2021]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Melania Dalla Costa. Foto Maria La Torre

Melania Dalla Costa è un’attrice, sceneggiatrice, produttrice e attivista italo francese, nata il 25 febbraio 1988 a Marostica. Ha debuttato sul piccolo schermo con un ruolo nella soap Un posto al sole durante la stagione 2014 a cui hanno fatto seguito Immaturi, fiction diretta da Rolando Ravello (2016), e il film Pamuk Prens (2016).
Nel mese di settembre 2018, Forbes Italia la sceglie come unica artista per rappresentare, durante l’evento Forbes Live, l’eccellenza Made in Italy.
Grazia Arabia, nel numero di febbraio 2020, sceglie Melania Dalla Costa come una delle donne internazionali che ispirano il magazine, grazie al lavoro svolto dall’attrice a livello internazionale.

L’Idea MagazineMelania, sei il produttore creativo di Magic Fair, boutique sales e production company basata in US, Italia e Russia. Che cosa ti ha portato da essere attrice e sceneggiatrice a questa attività?
Melania Dalla Costa: Scrivo sceneggiature perché ho voglia di raccontare storie, situazione e sentimenti di persone che lottano per raggiugere i loro obbiettivi, personaggi che non si abbattono davanti alle avversità, ma si alzano e si impegnano per trovare una soluzione. Grazie a loro lancio un messaggio a tutti: combattete e non arrendetevi perché con amore e coraggio nulla è impossibile. Il cinema è povero di personaggi forti femminili, cerco con le mie sceneggiature di dare spazio alle donne e delle donne sono le protagoniste. Sono attrice perché ho un forte bisogno di comunicare e in qualche modo quando il mio personaggio vince, raggiungendo il suo obbiettivo, vinco anche io. Sono il Creative Producer di Magic Fair LLC perché queste storie bisogna produrle anche e distribuirle, anche se non mi occupo solo dei miei progetti personali, ma certo scegliamo, secondo noi, i migliori film con forti messaggi e con un alto valore artistico e culturale.

L’Idea MagazineHanno iniziato a girare in Liguria il film “Umbrella Sky”del quale sei il produttore associato. Che cosa implica questa tua funzione? Di che cosa parla il film?
Melania Dalla Costa: Mi sono occupata di sviluppare la coproduzione tra Italia e Ucraina, un’operazione non facile, è il core business di Magic Fair. Umbrella Sky parla del giovane italiano Michele (interpretato da Simone Costa), che ha radici ucraine, si reca in un villaggio abbandonato dei Carpazi per spargere le ceneri di sua madre. Qui vive suo nonno Michael (Bogdan Benyuk), un ex clown di nome “Buba”. La relazione tra Michael e Michele è accompagnata da una serie di strani eventi che trasformano le cose serie in tragicommedia e uniscono per sempre i destini, un tempo divisi, di nonno e nipote.

Bogdan Benyuk e Simone Costa, i due protagonisti del film Umbrella Sky.

L’Idea MagazineParliamo un po’ dei tuoi film come attrice. Sei stata nel cast del successone turco Cotton Prince (Pamuk Prense). Di che cosa trattava il film e che differenza trovasti a lavorare in un cast extraeuropeo?
Melania Dalla Costa: Parla della vita di un attore famoso, che all’improvviso si ritrova a perdere tutto e si rende conto che l’unica cosa importante è l’amore, che deve riconquistare. Ho girato a Venezia, all’Hotel Danieli, ed ero l’amante del protagonista. Ovviamente il budget, i doppi ciack, perché ho girato in inglese ed in turco. Un’esperienza che mi ha fatto sicuramente crescere. Ero molto preoccupata all’inizio, ma poi ho vinto l’emozione.

Foto L’Officiel

L’Idea MagazineL’anno dopo sei stata del film Stato di Ebbrezza, diretto da Luca Biglione, un film molto impegnativo che ha anche partecipato al Marché del Festival del Cinema di Cannes. Può parlarcene un po’?
Melania Dalla Costa: Il mio personaggio è Beatrice, una giovane madre tossicodipendente, bipolare e con idee di suicidio. Nel cast c’è Francesca Inaudi ed Antonia Truppo. È stato molto difficile interpretarla perché è lontana dal mio stile di vita. Ho praticato lo sci nordico a livello agonistico per dieci anni e ancora oggi mi alzo alle 6 del mattino per andare a correre. Ho una vita sana. Sono troppo libera ed indipendente per dipendere da qualcuno o qualcosa. Quindi ho dovuto fare un percorso molto difficile frequentando delle cliniche dove ho potuto intervistare pazienti e medici, per affacciarmi al mondo della droga. È stata un’esperienza che non dimenticherò mai. Chi fa uso di sostanze stupefacenti ricerca il coraggio, che non ha, per affrontare delle situazioni, la vita. Beatrice si sente inadeguata perché non è cresciuta in una famiglia che l’ha amata e sostenuta. Ho dovuto portare Beatrice in basso, farle toccare il fondo, tentando il suicidio, tagliandosi le vene e poi l’ho fatta crescere e splendere come un fiore immenso e luminoso. Quando creo un personaggio lo lego ad una canzone e quella di Beatrice è Hallelujah cantata da Jeff Buckley, che tra l’altro è anche il mio cantante preferito. Il testo, però, è stato scritto da Leonard Cohen e spiega che diversi tipi di hallelujah esistono, e tutte le hallelujah perfette e infrante hanno lo stesso valore. Per interpretare Beatrice e affrontare il tema della “disintossicazione” ho dovuto fare un viaggio dentro di me e aprire le porte dei luoghi più bui della mia anima. È stato doloroso anche per me e anche liberatorio. Finite le riprese, per alcuni mesi, ho vissuto in uno stato di limbo per poi rinascere anch’io. Le mie emozioni sono il mezzo per raggiungere l’obbiettivo, quindi devo conoscere me stessa intimamente, e ogni conflitto o battaglia del personaggio altro non è che la lotta nel perseguirlo. Beatrice rivuole la sua vita e riavere la sua stella polare: sua figlia! Beatrice combatte per l’amore.

L’Idea MagazineNello stesso anno hai girato il film “I Sogni Sospesi, da te scritto e diretto dalla regista Manuela Tempesta. Durante la 76’ edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia sei stata anche una delle protagoniste del festival, presentando ufficialmente il film nello spazio della Regione Veneto all’Hotel Excelsior al Lido di Venezia.  Che sensazione fa recitare in un film del quale hai creato la sceneggiatura? Questo film tratta un argomento molto delicato, la violenza sulle donne; che cosa ti ispirò a scrivere quella storia?
Melania Dalla Costa: Volevo dare voce a tutte le vittime di violenza, che non riescono a denunciare perché si sentono in colpa e colpevoli. Il mio approccio nell’interpretare Marlène è stato molto profondo e allo stesso tempo una grande emozione perché era il mio progetto e soprattutto avevo una grande responsabilità. Grazie a questo progetto l’UNICRI (ONU) mi ha chiesto di diventare la loro testimonial della campagna contro la violenza sulle donne.

L’Idea MagazineL’anno scorso hai girato come protagonista il cortometraggio Three, diretto da Alberto Bambini. Il filmè stato selezionato come miglior horror al Los Angeles Film Awards 2020. Il regista ha dichiarato: “Ho costruito questo personaggio con l’attrice Melania Dalla Costa che trovo molto professionale e camaleontica. Melania ha costruito dentro di sé una voce capace di descrivere fino in fondo le paure di Camilla”. So che molti attori di alto livello si immedesimano completamente con il personaggio che recitano. È successo così anche a te?
Melania Dalla Costa: Io non divento il personaggio, è il personaggio che diventa me. Io sul set devo vivere e non recitare perché bisogna sempre essere fedeli alla verità. Three è stato il mio primo progetto horror, ero molto incuriosita e soprattutto amo sfidarmi e superarmi. Mi piace mettermi in difficoltà.

Foto L’Officiel

L’Idea MagazineIn televisione hai fatto pure molta presenza. Per esempio la tua partecipazione nel 2012 di “Un posto al sole”, serie della quale hai asserito: “Da piccola la seguivo tutti i giorni, tra l’altro è la più longeva in Italia. Ora recito con gli attori che guardavo in televisione e faccio parte della storia. Direi… fantastico!”  È stata veramente una esperienza entusiasmante quella di far parte del soap di Raitre? Quanto durò?
Melania Dalla Costa: Durò circa un anno e mi sono ritrovata all’interno di una famiglia; per me “Un Posto al Sole” è stata una palestra dove poter imparare, rubare dagli altri attori e migliorare. Da piccola la seguivo davvero tutti i giorni ed è stato pazzesco poi farne parte. Le persone che ci lavorano sono fantastiche e ti fanno sentire a casa. Volevo però darmi altre possibilità e quindi poi fare nuove esperienze ed affacciarmi a nuove opportunità e sfide.

L’Idea MagazineHai anche scritto molte sceneggiature per film. Potresti dirci come scegli il soggetto delle tue storie? Sono tutte storie tue? Qual è la sceneggiatura della quale sei più orgogliosa? [possono essere anche più di una]
Melania Dalla Costa: Ognuna ha il suo fascino ed è importante per me. Le storie le vedo scorrere davanti a me, fissando un punto, ad esempio guardando fuori dal finestrino. “Medusa”, una storia fantasy, con una supereroina donna, l’ho sognata di notte. Non posso svelare troppo, però le mie storie le vedo per immagini.

L’Idea Magazine:  Negli ultimi due anni, hai accumulato molti premi per la tua attività cinematografica. Qual’è il premio che ti è più caro?
Melania Dalla Costa: Non festeggio mai i miei successi, ed in questo sbaglio. Non sono molto felice, perché penso sempre che il meglio arriverà e per questo devo ancora lavorare molto. Le mie amiche mi sgridano per questo. Ho vinto premi come miglior attrice a Las Vegas, Los Angeles, New York, ma vivo tutto ciò come cose normali, con umiltà e semplicità. Sono il risultato del mio lavoro e quello della mia squadra.

L’Idea MagazineCome attrice hai già alle spalle un curriculum da invidiare, ma ti sei dimostrata anche una modella di successo; hai presentato modelli di Chanel, sei stata immortalata da fotografi di alto nome e sei apparsa sulla copertina di molte riviste. Quale è stata l’esperienza più eccitante in questo campo? Quale è stata la tua prima passione? Fare l’attrice o la modella?
Melania Dalla Costa: Il lavoro come modella è arrivato prima, anche se dall’inizio volevo lavorare, invece, come attrice. Quest’anno sono stata sulla copertina de L’Officiel Italia, in edicola, e su quella di Harper’s Bazaar Serbia, sempre in edicola, per parlare dei mie nuovi progetti come attrice. Il mondo della moda mi piace molto, ma quello dell’attrice è magico.

Melania in una delle foto pubblicitarie per Chanel.

L’Idea Magazine: Artribune, il più autorevole magazine culturale italiano, ti ha definito come La Musa di Giovanni Gastel (icona internazionale della fotografia). A conferma di ciò, sei stata, tra il 2018 e il 2019, la protagonista e l’unico soggetto della mostra “Cattura” del famoso fotografo. Tu sei d’accordo su questa definizione?
Melania Dalla Costa: Penso che Giovanni Gastel sia uno dei fotografi contemporanei più bravi. Non pensavo potesse nascere una collaborazione tra noi, anche se io la desideravo molto. Ci siamo conosciuti ad un evento di Vanityfair. È nato tutto in quel momento. Abbiamo fatto un servizio fotografico di un intero giorno. Giovanni Gastel dice di avermi scelta perché ho dei tratti che gli ricordano quelli di Claudia Cardinale e di quelle attrici lì. A volte mi sento come se non appartenessi a questa epoca, preferisco non uscire la sera e magari ascoltare musica classica o studiare. È un po’ la mia dimensione, estraniata dalla nostra società.

L’Idea MagazineIn aggiunta alle tue attività di attrice, sceneggiatrice e modella, ti sei data da fare anche come attivista, e sei stata la testimonial della campagna 2019 contro la violenza sulle donne delle Nazioni Unite (UNICRI).  Noto adesso il legame con la tua scelta della sceneggiatura per “I Sogni Sospesi”… Che cos’è l’UNICRI? Che cosa ti ha fatto scegliere questa campagna? Che attività erano legate a questa campagna?
Melania Dalla Costa: Il 25 novembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960, infatti, le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.
Ho deciso di partecipare a questo prestigioso progetto, e sono onorata di averne fatto parte, perché con tutte le mie forze ed il mio cuore voglio aiutare chi soffre.
Il tema della campagna scelto per il 2019 s’incentra sull’uguaglianza di genere e rappresenta una chiamata collettiva contro lo stupro.
Secondo l’ONU ancora oggi una donna su tre è vittima di forme di violenza nell’arco della sua vita. In tempi di guerra e di pace e in ogni paese, le donne subiscono abusi sessuali. Lo stupro si radica nelle credenze patriarcali, nelle dinamiche di potere e nel bisogno di controllo. Questi sono in larga misura gli elementi alla base di società dove la violenza sessuale è pervasiva, troppo spesso ignorata e ridotta a un fatto della quotidianità. Negli ultimi anni la voce delle sopravvissute e degli attivisti ha generato una reazione mondiale e raggiunto un crescendo che non può più essere ignorato. Una richiesta di cambiamento che sta producendo effetti ovunque.
La giornata internazionale del 25 novembre vuole inoltre essere un richiamo all’emancipazione delle donne e delle ragazze in ogni settore e in ogni paese. Oggi più che mai è necessario rispondere a questa chiamata per creare le condizioni di una società dove le donne non siano più discriminate e abusate.
L’UNICRI è l’Istituto dell’ONU che si occupa di prevenzione del crimine e rafforzamento della giustizia come basi fondamentali per la protezione dei diritti umani e dello sviluppo. Dall’anno della sua creazione (oltre 50 anni fa), si è occupato di vittime di abusi e di promuovere la protezione dei segmenti più vulnerabili della popolazione attraverso ricerca, assistenza, empowerment, riforme legali e attività di formazione. La campagna racconta, per immagini, la storia di una donna vittima di violenza.

L’Idea Magazine:  A parte “Umbrella Sky”, hai altri progetti in lavorazione o perlomeno in fase di sviluppo?
Melania Dalla Costa: Almeno 12, ma non vorrei e non posso svelare di più. Credo fermamente in ciò che faccio e tutto quello che inizio lo porto a termine.

L’Idea MagazineSogni nel cassetto?
Melania Dalla Costa: Un attico a New York e avere tempo per me stessa, anche se non dovrebbe essere un sogno, ma ho sempre pochissimo tempo per me.

L’Idea MagazineSe potessi incontrare un personaggio del passato o del presente, chiunque sia, e poter porre qualsiasi domanda, chi sarebbe la persona in merito e che cosa chiederesti?
Melania Dalla Costa: Vorrei incontrare Gesù, ma la domanda è un segreto.

L’Idea MagazineUn messaggio per i nostri lettori?
Melania Dalla Costa: Sognate in grande!

Per saperne di piu` su Melania visitate il suo sito! Cliccate qui

We The Italians: Il Successo Del Ponte Culturale Italia-USA. Un’intervista Esclusiva Con Umberto Mucci [L’IDEA MAGAZINE 2021]

We The Italians: il successo del ponte culturale Italia-USA. Un’intervista esclusiva con Umberto Mucci

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Umberto Mucci ha una laurea in Scienze Politiche con indirizzo Internazionale ed un Master in Marketing e Comunicazione. Fondatore e CEO di We the Italians, la piattaforma online con il più alto numero di contenuti tra Italia e Stati Uniti, Mucci è stato co-direttore di “èItalia for USA”, sezione dedicata all’Italia negli Stati Uniti all’interno della rivista èItalia.
È stato responsabile delle relazioni internazionali di Innovarte per la mostra “Loghi d’Italia – Testimonianze dell’arte di eccellere”, e a capo della sezione diplomatica della rivista “Romacapitale”. Ha tenuto lezioni presso il Centro Internazionale di Studi Accent sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti per studenti provenienti da Michigan State University, University of Minnesota e Santa Barbara City College. E’ stato relatore in numerosi eventi pubblici sia in Italia che negli Stati Uniti, e ha pubblicato libri sia in italiano che in inglese sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti.

Tiziano Thomas DossenaUmberto, quando e perché iniziò la tua avventura con “We the Italians”?
Umberto Mucci: Ho iniziato ad occuparmi di italiani all’estero grazie alla mia collaborazione con un giornale che si chiamava è Italia. Fu lì che conobbi il mondo degli italiani in America: mi occupavo della sezione di è Italia dedicata a loro, che si chiamava èItalia for USA. Ma il motivo per cui ho nel cuore gli italoamericani risale a molto prima: mio padre fu salvato dalla Quinta Armata americana durante la seconda guerra mondiale, e rimase molto amico con tre italoamericani che facevano parte di quelle truppe, e che parlavano italiano. Quei tre italoamericani erano i miei eroi, senza di loro mio padre sarebbe stato fucilato dai fascisti e io non sarei mai nato. Si chiamavano Eddie Gastaldo, Anthony Tiso e Sal Di Marco.

Tiziano Thomas DossenaPotresti parlarmi un po’ del sito di We the Italians?
Umberto Mucci: Il sito è il portale col maggior numero di contenuti tra Italia e Stati Uniti, quasi 60.000. È diviso in diverse sezioni.

Ci sono le news: ogni giorno aggreghiamo e promuoviamo 25 news che riguardano Italia e Stati Uniti, o cose positive riguardanti l’Italia. Sono quasi tutte in inglese, e divise per area territoriale e sottocategoria tematica.

Ci sono le mie interviste, ormai quasi 250, a personaggi che ogni volta mi raccontano storie e punti di vista relativi a un diverso argomento del rapporto tra Italia e Stati Uniti: le interviste poi vengono pubblicate in almanacchi annuali, nelle due lingue. I libri pubblicati sono già sette.

Ci sono gli articoli del magazine, gratuito e mensile, anche in versione pdf sfogliabile e acquistabile in copia cartacea: sono circa 15 rubriche in inglese sulle eccellenze italiane, ovvero cultura, storia, design, arte, paesaggi, giardini, vino, artigianato, cucina, innovazione, buone notizie, sport, spettacolo, lingua, sapori, tematiche giovanili e piccoli borghi.

C’è l’archivio più completo e geolocalizzato con più di 1.400 siti che rappresentano qualcosa di italiano negli Stati Uniti: associazioni, festival, fondazioni, dipartimenti che insegnano la nostra lingua, musei dell’emigrazione italiana, istituzioni italiane, filiali delle istituzioni italoamericane nazionali.

C’è la possibilità di iscriversi gratuitamente a una o anche tutte le nostre 9 newsletter mensili che vanno a più di 100.000 iscritti, una per ogni area nelle quali abbiamo diviso gli Stati Uniti: New York, East, New England, South East, Great Lakes, Midwest, South, West, California.

C’è lo spazio dedicato alla difesa di Cristoforo Colombo.

C’è lo spazio dedicato al fundraising che abbiamo organizzato quando è iniziata l’emergenza covid, a favore dell’Ospedale Spallanzani di Roma.

C’è lo spazio dedicato al nostro store virtuale, con più di 20 gadgets col nostro logo, molto apprezzati e acquistati soprattutto in America.
A breve apriremo tre nuovi spazi. Il primo sarà dedicato al nostro team, che cresce di mese in mese e al momento è formato da 30 persone tra cui gli autori degli articoli del magazine e i nostri rappresentanti in 16 diversi Stati americani e in 3 regioni italiane. Il secondo sarà dedicato alle partnership che stiamo siglando con fornitori di servizi che saranno dedicati ai nostri lettori italoamericani: i temi sui quali stiamo lavorando al momento, ma siamo aperti a qualsiasi argomento, sono study abroad, promozione culturale italiana in America, promozione commerciale di prodotti italiani, real estate, assistenza per richieste di cittadinanza italiana, turismo americano in Italia, servizi legali di vario tipo, brand reputation, investimenti americani in Italia. Il terzo nuovo spazio sarà dedicato a We the ItaliaNews, il video e audio podcast in lingua inglese sull’Italia che ormai è diventato un vero e proprio mini telegiornale

Tiziano Thomas DossenaTu hai fatto più di 200 interviste a vari personaggi, e le prime cento interviste sono state raccolte in un libro a titolo “We the Italians. Two flags, One heart. One hundred interviews about Italy and the US”. Quali sono i criteri di scelta dei personaggi?
Umberto Mucci: ti ringrazio per questa domanda, perché dietro la scelta delle persone da intervistare c’è una ricerca molto scrupolosa che mi rendo conto sia difficile da realizzare da fuori. Sin dall’inizio, e le prime interviste risalgono al 2012, quindi questo è il decimo anno, ho cercato di spaziare il più possibile mantenendo fermo come fil rouge il rapporto tra Italia e Stati Uniti. Cerco di alternare quanto più possibile uomini e donne, persone che vivono in Italia e altri che sono negli Stati Uniti, e tra di questi ultimi cerco di spaziare tra tutte le zone americane. Cerco di trovare argomenti del passato e del presente, tematici e territoriali, culturali e di altro tipo. Cerco di variare il più possibile, e di non fare mai un’intervista simile a qualsiasi altra mai fatta da me. Il lavoro dietro le quinte non è piccolo: parte dall’analisi degli argomenti e delle persone, poi c’è il contatto, lo studio per le domande, l’intervista, la trascrizione, l’invio del draft a chi è intervistato, perché pubblico solo il testo col suo ok; poi la traduzione nell’altra lingua, a seconda che io abbia fatto l’intervista in italiano o in inglese; e poi la pubblicazione e la promozione. Insomma, non è un’attività banale, ma sono molto fortunato, perché le interviste mi hanno permesso di conoscere persone e storie straordinarie, e di raccontarle sia in Italia che in America.

Tiziano Thomas Dossena: Ho visto che hai continuato a pubblicare in vari libri annuali le tue interviste… 
Umberto Mucci: Si, come dicevo ogni anno dal 2016 esce lo Yearbook, ovvero l’almanacco con le interviste in due lingue pubblicate l’anno precedente. Sono anche in versione e-book. I primi due libri invece contengono le 100 più importanti interviste pubblicate in inglese prima del 2016, il primo; e una selezione delle migliori 50 pubblicate nello stesso periodo, ma in italiano, il secondo.
Ho presentato questi libri in una dozzina di eventi in Italia, e 25 negli Stati Uniti. Ed è stato sempre molto bello raccontare aneddoti e vicende, storie ed eccellenze che riguardano alcuni ambiti del rapporto tra Italia e Stati Uniti. Ricordo una volta ad Albuquerque, in New Mexico, quando al momento di firmare i libri che il pubblico aveva acquistato mi si avvicina una signora di una certa età, in lacrime. Io chiedo che succede, se ha bisogno di aiuto. E in un italiano un po’ incerto ma comprensibilissimo, mi dice di essere americana ma di origini italiane, radici di cui va molto orgogliosa. Piange di gioia perché l’Italia non dedica molto tempo e spazio alla comunità italiana laggiù, a parte avere una bravissima console onoraria che era lì con noi. E si è commossa perché è arrivato uno da Roma ad omaggiare loro e a raccontare a loro, italoamericani, cose sugli italoamericani che loro non conoscevano. Le dico che il merito era dei miei intervistati, e la abbraccio. Mi sta ringraziando, ma le dico che sono io a ringraziare lei. È un momento difficile da dimenticare.
È importante che questi libri siano anche in italiano. Qui in Italia c’è una grande ignoranza circa la comunità italoamericana, le sue storie, i suoi sacrifici, i suoi successi, e il suo enorme orgoglio delle radici italiane. Essere un po’ l’ambasciatore di questi temi mi rende molto felice. L’Italia avrebbe diverse cose da imparare dagli italoamericani.

Tiziano Thomas DossenaQuali furono le interviste nelle quali il personaggio ti sorprese di più con le sue risposte?
Umberto Mucci: Direi che quasi sempre rimango stupito di qualcosa. Ne cito brevemente 5.
Thomas Gambino, italiano alle Hawaii, mi ha raccontato di Henry Ginaca, siciliano (come Thomas) che si ritrovò a inizio dello scorso secolo proprio alle Hawaii, e gli portarono una fetta di ananas. Henry non l’aveva mai visto o assaggiato: incuriosito, chiese di vedere il frutto intero, e quando gli portarono un ananas intero inventò uno strumento artigianale per tagliarne le fette in automatico senza sprecarne la polpa. Le Hawaii divennero l’unico esportatore di ananas al mondo e il suo PIL schizzò in alto.
La fantastica storia di Anna Tornello, sergente di polizia in Connecticut, master in psicologia industriale, addestrata con l’FBI per diventare negoziatore di ostaggi e… cantante d’opera.
Giovanni Zoppè, direttore dell’unico circo italiano d’America, da generazioni e centinaia di anni gestito dalla sua famiglia, che mi ha raccontato quanto la cultura italiana della commedia abbia a che fare con l’arte circense e come il suo ruolo di clown sia più importante di quanto si potrebbe pensare.
Gerald Gems, scrittore di sport che mi ha svelato la storia di Margaret Gisolo, italoamericana talmente talentuosa da aver vinto un campionato di stato di Baseball con la squadra maschile, provocando una protesta che – nel 1928! – divenne di portata nazionale, riguardante la possibilità per le ragazze di giocare nei campionati maschili.
Renato Cantore mi ha parlato di Rocco Petrone, eccezionale italoamericano di origini umilissime, laureato a West Point, campione di Football americano e poi scienziato, ma non uno scienziato qualunque: il Direttore delle operazioni di lancio dell’Apollo 11, l’uomo a cui si affidò la NASA per fare quelle “cose difficili” che purtroppo JFK non poté mai vedere realizzate.

Tiziano Thomas DossenaQuale fu l’intervista che ti emozionò di più e perché?
Umberto Mucci: È difficile rispondere a questa domanda. Forse quella a Samuel Alito, Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. Siamo l’unica testata italiana con sede qui in Italia ad averlo intervistato. Ma ogni intervista che pubblico è un dono per me, il tempo che queste persone mi dedicano non è scontato e io sono grato a ognuno di loro.

Tiziano Thomas DossenaQual è la ragione dell’esistenza di un Magazine online, di un sito Web e anche di una Newsletter? Che differenza c’è fra i tre prodotti?
Umberto Mucci: Il magazine ha contenuti descrittivi e quasi mai legati all’attualità quotidiana, essendo un mensile; parla solo di Italia (tranne le interviste e una sola rubrica che si chiama IT and US) e racconta l’eccellenza italiana.
Il sito è un collettore di contenuti diversi tra di loro, anche se con il fil rouge dei rapporti tra Italia e Stati Uniti: è la nostra vetrina, e a breve diventerà anche una sorta di centro commerciale virtuale nel quale proporre ai nostri lettori opportunità di servizi e prodotti per loro interessanti.
La newsletter è il modo per raggiungere i nostri lettori tramite email e farci vivi in modalità “push”, e contiene la copertina del magazine e 9 news come preview di tutte quelle inserite nel mese di riferimento.

Tiziano Thomas DossenaDall’inizio del lockdown hai anche creato su YouTube un podcast a titolo “WetheItaliaNews”. Che cosa ti ha spinto a farlo e qual è lo scopo del podcast?
Umberto Mucci: Era il secondo giorno di lockdown qui in Italia. Avevo appena partecipato ad una trasmissione con una radio della Louisiana, e mi ero reso conto che in America non capivano cosa stesse succedendo in Italia. Era esattamente quello che capitava a noi qualche settimana prima, quando guardavamo le immagini della Cina. Per cui sapevo che gli italoamericani volevano sapere del loro Paese di origine, ma anche che non erano preparati al fatto che, inevitabilmente, il virus sarebbe arrivato anche da loro. Ero chiuso in casa, la cosa migliore che potessi fare era vincere la mia naturale ritrosia a mettermi davanti a una telecamera, e raccontare cosa stava accadendo. Mi sono buttato, forzando la mia natura. Fu molto apprezzato.
Iniziai facendo un video al giorno, e cominciarono ad essere visti sulle diverse piattaforme da un migliaio di persone ogni puntata. Iniziarono ad arrivare domande e timori: io non volevo essere apocalittico, né portatore di sventura, ma sapevo che sarebbe arrivato anche a loro e raccontare cosa vivevamo noi era il modo migliore per prepararli. E così fu.
Alla fine del lockdown italiano, a maggio, decisi di cambiare la frequenza e fare un video ogni due giorni, il lunedì, mercoledì e venerdì. E iniziai a caricare anche l’audio su un podcast audio, che è uno strumento che ha molto successo. Abbiamo già prodotto più di 180 video.
Oggi il podcast è parte fondamentale di quello che fa We the Italians. È una fatica enorme, perché è di fatto un telegiornale di circa 8/10 minuti in cui faccio tutto io. Forse troverò il modo di avere qualcun altro che mi affianca o mi sostituisce stando davanti alla telecamera. Certamente la produzione dei contenuti rimarrà mia responsabilità. Parlo di Italia sotto diversi profili, cerco di alternare notizie non belle ad altre positive, e cerco di non parlare di politica: con la crisi di governo è stato impossibile evitare di accennare a cosa succede, ma mi sono posto come regola che le mie idee non influenzino i video, e credo – e spero – di esserci riuscito. Mi costa tanto dover dare brutte notizie, quando ci sono: amo l’Italia e vorrei dare solo notizie positive. Ma non sarei fedele allo spirito con cui ho iniziato a fare i video.

Tiziano Thomas DossenaUsi anche molto il social media. In che programmi sei presente? Quali sono i riscontri in questo caso?
Umberto Mucci: Quello dei social media è un mondo in grande evoluzione. Abbiamo iniziato con Facebook, dove abbiamo quasi 50.000 like sulla nostra pagina. Siamo anche su Twitter e Instagram, dove abbiamo da poco implementato una nuova strategia che inizia a dare i suoi frutti. Siamo anche su LinkedIn, dove abbiamo un gruppo con 1.200 persone, quasi tutte italoamericane. E c’è il canale YouTube, dove ci sono i video di We the ItaliaNews più altri riguardanti alcuni nostri eventi e altri relativi al fundraising. E poi abbiamo aperto un account su Tik Tok, ma è ancora vuoto perché stiamo cercando qualcuno che se ne occupi: all’inizio lo avevo sottovalutato, ma penso che invece abbia molte potenzialità.
Io modero tutti i contenuti, e a volte non è facile. Su tutti i nostri social diamo il benvenuto a contributi e idee di tutti, con un’unica regola, valida per tutti e inderogabile: non c’è spazio per insulti, parolacce e volgarità. Chi si comporta così è fuori, i nostri social sono uno spazio sicuro dove ci può essere una discussione ma mai insulti. A volte si fa una grandissima fatica, c’è tanta gente davvero molto arrabbiata, volgare e ignorante lì fuori, e noi non li vogliamo nei nostri spazi, comunque la pensino.

Tiziano Thomas DossenaDurante il lockdown, hai anche attivato una raccolta fondi per aiutare l’Italia…
Umberto Mucci: Sì, andiamo molto fieri di questo fundraising a favore dell’Ospedale Spallanzani, il centro italiano più importante dedicato alla lotta contro le malattie infettive: un grande successo, perché per la prima volta sono stati raccolti fondi in una situazione di emergenza in cui l’emergenza riguardava non solo noi italiani, ma anche i donatori italoamericani, che ci hanno permesso di raccogliere più di 53.000 €, tutti donati allo Spallanzani. È lì che hanno isolato il virus per la prima volta in Europa, è lì che un anno fa furono ricoverati e curati i due turisti cinesi in Italia che furono i primi due a cui fu diagnosticata la positività in Italia, è lì che stanno lavorando al vaccino tutto italiano che avremo in estate.

Tiziano Thomas DossenaHai anche una sezione nel sito dedicata alla difesa di Cristoforo Colombo. Puoi parlarcene un po’?
Umberto Mucci: Lo spazio dedicato alla difesa di Cristoforo Colombo ha diverse importanti sezioni. C’è l’archivio di tutte le news promosse su questo argomento, più di 1.600. C’è la pubblicazione della gazzetta ufficiale che sancisce che dal 2004 ogni 12 Ottobre in Italia è la «Giornata nazionale di Cristoforo Colombo», e la sua traduzione in inglese. C’è il manifesto a difesa di Colombo che invito tutti i vostri lettori a firmare. C’è il video del primo Columbus Day Online che abbiamo fatto lo scorso Ottobre con la partecipazione di 50 leader italoamericani da 20 dei 50 Stati americani, un evento mai fatto prima, che ha contenuto anche il bellissimo documentario “Cristoforo Colombo – L’Uomo, il viaggio, il mito” realizzato da Lorenzo Zeppa con la partecipazione di Antonio Musarra e Giacomo Montanari.
La difesa di Colombo è l’unico tema sul quale We the Italians è ufficialmente e convintamente schierata. Siamo gli italiani che vivono in Italia e difendono un grande italiano da attacchi sciocchi, oltraggiosi, antistorici e ignoranti, che colpiscono lui e insieme gli italoamericani, e di riflesso l’Italia. Purtroppo, e questo è grave e sbagliato, l’Italia non fa nulla per difenderlo, e sia lui che gli italoamericani meriterebbero molto meglio. Non ci arrenderemo mai all’idea che qualcuno condanni un pioniere del XV secolo, l’autore della più grande impresa della storia dell’uomo, giudicandolo scioccamente con i parametri del XXI secolo. Non ci arrenderemo mai all’idea che qualcuno voglia obbligare gli italoamericani, per di più con l’alibi di portare rispetto ad un altro gruppo etnico, a rinunciare al simbolo che si sono scelti. Non ci arrenderemo mai all’idea che la violenza contro la verità e contro le statue che sono molto di più di un pezzo di marmo passi sotto silenzio per omaggio al politicamente corretto. Non ci arrenderemo mai all’idea che il bersaglio del Ku Klux Klan di 100 anni fa, attaccato dai razzisti perché rappresentava la libertà religiosa e il positivo contributo degli immigrati, oggi sia fatto passare incredibilmente per un simbolo di razzismo.

Tiziano Thomas DossenaTu sei tra i fondatori e sei stato anche Segretario Generale della Fondazione Roma Europea per ben sette anni. Qual è lo scopo di tale Fondazione e quali sono stati i tuoi compiti in tale posizione?
Umberto Mucci: Roma Europea è stata un bellissimo sogno di fare quello che forse sta succedendo oggi in Italia: migliorare la nostra comunità aumentandone il suo profilo europeo. Le ho dedicato tanti anni, ho imparato molto, poi sono passato a fare altro. Ma il sogno europeo rimane vivo e oggi riguarda non solo Roma ma tutta l’Italia.

Tiziano Thomas DossenaHai pubblicato molti libri, tutti però mi pare che abbiano come tematica le tue interviste. Hai intenzione di allargare le tue mire come autore e di pubblicare anche qualche altro tipo di libro, vedi saggistica o magari anche un romanzo?
Umberto Mucci: Romanzi no, e gli almanacchi con le interviste continueranno. Ma c’è l’idea di farne uno diverso, insieme ad altri, nella versione italiana e in quella inglese. Stiamo parlando, speriamo vada in porto, ci terrei molto. Per ora non posso dire di più.

Tiziano Thomas DossenaChiaramente sei molto occupato con tutte queste attività, ma invece di chiederti dove trovi il tempo per arrivare a tutto, che sarebbe forse più logico, mi permetto di chiederti se hai altri progetti in lavorazione, dato che generalmente chi è molto occupato trova sempre qualche cosa d’altro da fare…
Umberto Mucci: Bè, c’è il progetto di far diventare We the Italians molto più di quello che è ora. Avevamo dedicato molto tempo alla stesura di un business plan e a febbraio 2020 eravamo pronti a incontrare alcuni investitori: ma un business plan pre covid non ha senso oggi, e quindi solo parte di quello che c’era scritto è attuale. Abbiamo ripreso a lavorarci, ma oggi scrivere un business plan richiede capacità di previsione che le incertezze rendono quasi impossibili.

Tiziano Thomas DossenaSogni nel cassetto?
Umberto Mucci: Dormo poco e sogno ancora meno, ma ti rispondo così. Perché accada ci vogliono ancora diversi passaggi, tantissimo lavoro e un bel po’ di fortuna, ma vorrei che un giorno We the Italians arrivasse ad essere la risposta alla domanda “quale nome ti viene in mente se ti chiedo di descrivermi il modo migliore in cui l’Italia si promuove in America”? Ecco, allora, e solo allora, forse sarei soddisfatto…

Tiziano Thomas DossenaSe tu potessi incontrare qualsiasi personaggio della storia e far loro una domanda, chi sarebbe e che cosa chiederesti?
Umberto Mucci: Forse sarebbe proprio Cristoforo Colombo, e gli chiederei di rendersi conto che aveva scoperto il nuovo mondo: a quel punto oggi parleremmo degli Stati Uniti di Colombia e sarebbe più difficile vomitargli addosso le ingiustizie che purtroppo vediamo ogni giorno.

Tiziano Thomas DossenaUn messaggio per i nostri lettori?
Umberto Mucci: Li ringrazio, e con loro ringrazio anche te, Tiziano, e chiedo loro di continuare a seguire L’Idea Magazine, e quando hanno tempo, dopo, anche We the Italians.

“In Ogni Guerra Sono Le Persone Comuni A Diventare Vittime”. Intervista Esclusiva Con L’autore Michael Phillips.

“In ogni guerra sono le persone comuni a diventare vittime”. Intervista esclusiva con l’autore Michael Phillips.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Michael Phillips è nato a Belfast nel 1975 e vive a Bologna. Ha conseguito la qualifica di ingegnere aeronautico in British Airways nel 1996. Nel settembre dello stesso anno viene arrestato dalle forze speciali britanniche con l’accusa di terrorismo prima di essere rinchiuso per quindici mesi in un penitenziario di massima sicurezza. Al processo sarà assolto. Dopo essersi laureato in Tedesco e Spagnolo, dal 2005 vive a Bologna producendo pubblicazioni in lingua inglese. Ha lavorato ad alcune campagne elettorali locali come consulente e presta il proprio tempo come volontario in alcuni centri sociali bolognesi. È presidente dell’associazione culturale One World, che si batte per migliori condizioni di vita e pari opportunità per gli stranieri, contrastando anche i pregiudizi razziali. Pubblica nel 2020 per Homeless Book il romanzo autobiografico “A Belfast Boy”.

Tiziano Thomas DossenaCiao Michael. Mi fa piacere che tu abbia deciso di farti intervistare in italiano. La tua vita ha avuto dei grossi traumi e cambiamenti, e a questo punto della tua vita ti trovi in Italia, a Bologna. Hai studiato Tedesco e Spagnolo, ma hai deciso di restare in  una nazione in cui si parla italiano. Come mai e che cosa ti ha portato proprio a Bologna?
Michael Phillips: Effettivamente, fin da quando ero bambino, sono sempre stato affascinato dall’Italia. Abbiamo anche molti legami con l’Italia a Belfast – un vecchio quartiere italiano che però adesso penso non esista più, tanti esempi di artigianato italiano nei bar, negli edifici e ovviamente nel Titanic. Le mie due sorelle maggiori quando erano studentesse hanno fatto le ragazze alla pari qui e parlano un ottimo italiano (forse persino meglio del mio!), perciò non c’è molto da meravigliarsi che io sia finito qui. Un altro dei motivi per cui sono venuto sono le donne italiane, che hanno qualcosa di speciale. Se sono rimasto a Bologna, senza sentire il bisogno di trasferirmi da un’altra parte, è stato principalmente per cercare di trovare una mia tranquillità e uno spazio per cominciare un nuovo capitolo della mia vita. All’epoca ne sentivo davvero la necessità, ed ora che mi sento effettivamente meglio con me stesso e con la direzione che ha preso la mia vita, non credo proprio che me ne andrei – ovviamente, mai dire mai. La vita è strana, e bisognerebbe sempre tenere aperta la mente alle opportunità che si possono presentare.

Tiziano Thomas DossenaChiaramente il tuo libro “A Belfast Boy” non è solo una autobiografia ma anche un po’ un atto di accusa riguardo al governo britannico che ti mise, innocente, in prigione. Quali furono le accuse a tuo carico? Su che cosa si basavano?
Michael Phillips: Vorrei chiarire alcune questioni riguardanti il mio arresto e il successivo rilascio durante il processo. Ufficialmente io risultavo essere un POW (prisoner of war, cioè un prigioniero di guerra), e questo significava che avevo accettato il mio stato di Repubblicano irlandese che lottava per un’Irlanda unita, e che in questo senso sostenevo la guerra dell’IRA contro gli inglesi.
Al processo sono stato assolto per il rotto della cuffia, perché due dei giurati avevano dei dubbi sulle prove contro di me, mentre i miei compagni sono stati giudicati colpevoli dalla maggioranza piena dei giurati.
Non mi è possibile dire altro per ora, perché non sono sicuro della mia posizione legale. Gli inglesi e gli americani, nonostante l’accordo di pace, mi hanno perseguitato per anni e ai loro occhi io resto una ‘persona non grata’, il che significa che non posso mai essere certo che quello che dico non verrà usato per accusarmi. Gli inglesi stanno ancora incriminando i Repubblicani vent’anni dopo gli accordi di pace, e si tratta chiaramente di un’azione di vendetta.
Sono stato arrestato con l’accusa di istigazione ad atti di terrorismo e possesso di esplosivi con l’intento di provocare esplosioni – o qualcosa del genere.
In pratica, la polizia aveva trovato materiale per la fabbricazione di bombe, pistole, altri ordigni esplosivi, e avendoci seguiti per un paio di mesi, ha ritenuto che fossimo sul punto di dare il via ad una campagna terroristica nel Regno Unito; ma, come ho anche sottolineato nel libro, durante il processo l’accusa ha mentito in diverse occasioni e ha cercato di dedurre prove dove non ce n’erano.

Tiziano Thomas DossenaA che cosa si riferisce l’espressione Troubles?
Michael Phillips: Con l’espressione Troubles ci si riferisce al caos e alle violenze in Irlanda del Nord iniziati nel 1969 fino alla firma dell’Accordo del Venerdì Santo (Good Friday Peace Agreement) nel 1989. Essi sono stati, si spera, gli ultimi tentativi di raggiungere l’indipendenza irlandese per vie militari.

Tiziano Thomas DossenaDunque sei cresciuto in una Irlanda del Nord sotto assedio. Secondo te, quanto danno psichico ha fatto a te e a tutta la tua generazione crescere in tale situazione?

Michael Phillips: A me, non ne ho proprio idea; immagino che bisognerebbe chiederlo ad uno psichiatra. Ma se chiedessi ai miei amici, direbbero che sono molti, ahah! In effetti, mi ci sono voluti parecchi anni per comprendere alcuni di questi danni, quindi riconosco che essi ci sono stati o ci sono forse ancora adesso, tanto che di qualcuno me ne sono reso conto da solo. A nessuno fa piacere ammettere di avere dei problemi concernenti la salute mentale, perché non sono qualcosa che sia facile da vedere, anzi spesso si tratta di problemi che si manifestano nella sfera privata o quando si è soli. Ma ritengo comunque di essere molto fortunato, perché il mio ambiente familiare mi ha sempre sostenuto e aiutato, e mia madre in particolare è sempre stata una persona pratica, e se vede che qualcuno ha un problema il suo consiglio è anch’esso di natura pratica. In altre parole, ci ha sempre detto che esistono persone con problemi ben più grandi dei nostri, e che noi – in quanto parte di una famiglia – troviamo sempre qualcuno che ci ama e che è disposto a tutto per aiutarci, ma che le persone meno fortunate spesso non hanno nessuno vicino e quindi non riescono nemmeno a trovare delle soluzioni semplici ai loro problemi. Ancora peggio era quando ci piangevamo addosso. “Smettetela di piangervi addosso, ma alzatevi e fate qualcosa.” Nei momenti di crisi, non c’è molto tempo per fermarsi a pensare specialmente se ci sono persone (bambini) che fanno affidamento su di te, perciò il consiglio di mia madre era sempre di pensare a chi ha bisogno di noi, invece che a quello di cui noi abbiamo bisogno.

Sono andato a scuola con persone che provenivano da situazioni familiari terribili, in cui entrambi i genitori erano alcolizzati, storie di abusi fisici, di droga, di estrema povertà e cose simili. Due dei miei compagni di scuola si sono suicidati, uno è morto in un furto d’auto all’età di quindici anni. Altri hanno avuto esaurimenti nervosi e sono scappati di casa – e questo da bambini! La lista è infinita. In Irlanda del Nord, abbiamo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Europa. Ogni volta che torno a casa, scopro che un vicino o un amico è morto così; tutto questo è profondamente triste e deprimente. Continuo a pensare che sia tutto un sogno. Queste sono le conseguenze del vivere in una situazione simile a quella di una guerra, perché gli effetti veri e propri si manifestano solo dopo molti anni; durante una guerra, si pensa solo alla sopravvivenza, e poi, quando arriva la pace, le persone vengono lasciate a cavarsela da sole. La nostra società (occidentale) lascia tutti abbandonati a loro stessi. È molto simile a quello che sta succedendo adesso con l’emergenza del Covid – i nostri amici e i nostri vicini hanno estremamente bisogno di aiuto eppure la maggior parte di noi fa finta di niente o non sa neppure ciò che stanno passando. Stiamo affrontando una crisi epocale al di là della nostra comprensione perché siamo una società intrinsecamente egoista e per questo molte più persone moriranno non per la malattia in sé, ma per problemi causati dall’emergenza Covid. È triste da dire, ma dovunque, in ogni paese, ci si preoccupa sempre meno di chi ci sta vicino e questo nel lungo periodo si traduce in una mancanza di attenzione verso l’individuo, e allora quale sarebbe lo scopo del vivere?

Tiziano Thomas DossenaQuanto ha influito sulla tua vita il periodo passato in carcere?
Michael Phillips: Ad essere onesti, nella società in cui vivevo il carcere era una delle opzioni possibili, e tutti conoscevamo qualcuno che era in prigione. Finire in carcere era qualcosa di cui andare fieri; ad esempio, molta gente della mia comunità ha un sacco di rispetto per me per via del mio passato, una cosa purtroppo molto normale da dove vengo. Comunque, dopo essere stati in prigione le possibilità di trovare lavoro o di viaggiare sono molto limitate, sempre che non si resti a casa. Io, per esempio, ancora oggi non posso viaggiare in molti paesi e sono ancora nella lista nera di molte nazioni. Accetto questa situazione, anche se non sono d’accordo. La cosa peggiore però non è stata scoprire quello che non potevo fare o dove non potevo andare, ma quello che le persone pensavano di me dopo aver saputo del mio passato. Ci sono voluti vent’anni prima che cominciassi ad aprirmi con gli altri su ciò che mi era successo perché, in generale, le persone sono molto ignoranti verso le altre culture. Quindi, fino ad ora ho taciuto sul mio passato; ma adesso ho finalmente raggiunto un punto della mia vita in cui so chi è mio amico a prescindere dal mio passato. È molto liberatorio. Molte persone non sono di mentalità aperta. A me personalmente non interessa da dove viene una persona, cosa abbia fatto nella sua vita, fintanto che ha rispetto per me ed è disposta ad ascoltare la mia storia prima di cominciare a giudicarmi. Tutti abbiamo un passato; ci vuole molto coraggio a rispettare qualcuno che ritieni essere moralmente cattivo o che, ad esempio, abbia credenze religiose contrarie alle tue. Perciò, di certo ho una mentalità molto più aperta ma sono anche più consapevole del fatto che gli ex carcerati possano essere davvero delle brave persone – bisogna solo ascoltare la loro storia.

Tiziano Thomas DossenaIl tuo arresto avvenne proprio dopo che avevi ottenuto la qualifica di ingegnere aeronautico presso la British Airways. Hai mai pensato di continuare in quel campo?
Michael Phillips: Amo gli aerei, l’ingegneria e tutto ciò che riguarda il volo. Mi piacerebbe molto pilotare elicotteri in futuro, perciò chissà che non ritorni davvero in quel settore. Ma mi piace essere libero di poter fare quello che voglio, quindi, almeno per ora, una carriera da ingegnere non farebbe per me. La libertà di andare dove voglio e di fare ciò che voglio è la cosa a cui tengo di più al mondo, e sarei disposto anche a tornare in carcere pur di difenderla.

Tiziano Thomas DossenaHai atteso molti anni prima di scrivere questa tua autobiografia. Perché?
Michael Phillips: Psicologicamente è stato un peso incredibile per me rivivere l’intera esperienza. Ci ho messo quasi vent’anni prima di rileggere il diario che ho scritto in prigione perché non ce la facevo proprio, specialmente da solo. Quindi quando ho cominciato a ‘scrivere’ il libro nella mia mente, dovevo anche confrontarmi con il pensiero di quello che avrebbe detto la mia famiglia. Anche per loro significava riportare a galla dei ricordi terribili, e ci sono voluti più o meno due anni per creare il libro vero e proprio.

Tiziano Thomas DossenaCome mai non l’hai pubblicata anche in inglese ma ti sei limitato ad una versione in italiano?
Michael Phillips: È successo semplicemente che un mio caro amico mi ha suggerito di pubblicarlo; non conoscendo nessun editore inglese, è stata quasi una scelta ovvia quella di pubblicarlo in italiano. Inoltre, avevo bisogno di vedere come le persone lo avrebbero accolto prima di pensare ad un’edizione in inglese perché, come ho già detto, vorrebbe dire che tutta la mia famiglia sarebbe in grado di leggerlo, e sono ancora piuttosto nervoso al pensiero che loro lo leggano. Non abbiamo mai nemmeno parlato del mio periodo in prigione o del perché fossi stato arrestato, e credo di capirne il motivo: si sentono responsabili, credono di aver fatto qualcosa di sbagliato. Per loro resto ancora uno dei bambini della famiglia, e quindi sentono di non aver fatto abbastanza per proteggermi, anche se niente di ciò che è successo è colpa loro.

Tiziano Thomas DossenaPerché tu pensi che questa guerra sporca che ha fatto tanti danni fisici e psichici sulla popolazione dell’Irlanda del Nord non è finita ma è in attesa di esplodere un’altra volta?
Michael Phillips: In ogni guerra sono le persone comuni a diventare vittime: i ricchi, i benestanti e la classe politica raramente subiscono gli effetti della guerra. In Irlanda del Nord abbiamo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Europa, eppure siamo solo un milione e mezzo di abitanti. Ogni settimana un giovane muore a Belfast (che ha una popolazione di poco superiore a quella di Bologna), e questa è la normalità. La causa di ciò non può che essere identificata con gli effetti a lungo termine della guerra, dato che molti di questi giovani hanno visto le loro madri e i loro padri assassinati, o messi in prigione, o perseguitati per via della guerra. Poi è arrivata la pace, ma comunque non c’è stato alcun supporto o sostegno che ci spiegasse tutto ciò che era accaduto prima.
La pace non è assicurata, quindi non c’è motivo per cui la guerra non possa ricominciare di nuovo. L’Irlanda del Nord sta lottando da 800 anni contro gli inglesi per raggiungere la totale indipendenza; non sarebbe quindi una grande sorpresa se un’altra generazione volesse portare avanti questa lotta. Dobbiamo fare tutto il possibile, tuttavia, perché essi non continuino questa guerra.

Tiziano Thomas DossenaIl governo britannico ha sempre usato la mano forte nella repressione dell’indipendentismo irlandese. Qual è la ragione di tale scelta, secondo te? Quali sarebbero state le alternative plausibili che avrebbero potuto risolvere il problema?
Michael Phillips: Gli inglesi erano a capo di un impero che, come l’America di oggi, voleva dimostrare di poter controllare tutto il mondo. Non è complicato: al fine di  mantenere questo ‘impero’ avrebbero fatto qualsiasi cosa per sopprimere le insurrezioni, anche se questo voleva dire uccidere persone innocenti, distruggere intere culture o eliminare una lingua.
Non è possibile risolvere questi problemi se dall’altra parte c’è un governo che crede di avere il diritto di controllarti. Loro vogliono mantenere lo status quo. La popolazione locale ha solo due scelte: mantenere l’ordine e seguire le regole, ‘aiutando’ in questo modo l’impero, o combatterci contro, se vogliono che le loro tradizioni, la loro cultura e la loro lingua continuino ad esistere. Non c’è una via di mezzo.

Tiziano Thomas DossenaPensi di avere alfine lasciato questo periodo della tua vita alle spalle?
Michael Phillips: Sì. Citando Bobby Sands, ‘ho fatto la mia parte nella nostra battaglia’. Non sento più la necessità di combattere. Inoltre, la situazione è completamente cambiata, ed ora ci sono molti altri modi di lottare per un’Irlanda indipendente.

Tiziano Thomas DossenaSei il presidente dell’associazione culturale One World. A cosa mira questa associazione? È in qualche modo legata al fatto che tu presti il proprio tempo come volontario in alcuni centri sociali bolognesi?
Michael Phillips: Siamo un’associazione culturale che vuole aiutare i residenti stranieri di Bologna a fare sentire la propria voce, facendo da intermediari con altre associazioni, organizzando riunioni ed eventi. Ci occupiamo molto di creare relazioni, promuovendo incontri e collaborazioni con i funzionari pubblici. Per esempio, il nostro ultimo progetto è quello di incoraggiare le persone a registrarsi (se ancora non hanno la cittadinanza italiana) per votare nelle elezioni amministrative di Bologna a maggio 2021. Ci sono più di 60.000 residenti stranieri a Bologna, e pochissimi di questi vanno effettivamente a votare, perciò siamo di fronte ad un grande potenziale di voti, e potremmo perfino fare eleggere qualcuno di noi. Tutti abbiamo qualcosa di utile da dare a questa città, tra cui diverse capacità, diverse lingue, talenti, esperienze; e, proprio nel periodo più difficile a livello globale per il commercio ed il turismo, noi rappresentiamo la combinazione ideale per portare nuove idee e nuova energia alla città che siamo orgogliosi di chiamare casa.
No, non proprio. Voglio dire, ci sono dei collegamenti ma il mio lavoro nei centri sociali è una cosa a parte. Stiamo tentando di rendere i centri sociali dei luoghi più inclusivi per le giovani generazioni oltre che per i pensionati. Il futuro di questi centri non sembra roseo; per questo, se riusciamo a coinvolgere più persone e ad aumentare le attività come sport, musica e cultura, allora forse potremmo aiutare queste comunità di territorio a rimanere attive e rilevanti. Se iniziamo a perdere i centri sociali temo che perderemo anche una parte importante della nostra comunità.

Tiziano Thomas DossenaHai altri progetti in lavorazione?
Michael Phillips: Purtroppo, il Covid ha cancellato i miei piani perché non posso pubblicare e distribuire la mia rivista Bolife in giro per la città. Fino a quando i miei clienti – bar, ristoranti e pub – non saranno in grado di riprendere completamente la propria attività, nemmeno io posso continuare la mia. Devo solo aspettare e vedere.
Perciò, come molte altre persone, anch’io spero che il 2021 porterà notizie migliori per quanto riguarda il lavoro.

Tiziano Thomas DossenaSe tu potessi incontrare qualsiasi personaggio del presente o del passato e poter porre una domanda, chi sarebbe questo personaggio e che cosa chiederesti?
Michael Phillips: Il Dalai Lama. Gli chiederei solo di poter passare una giornata insieme! Visto che è una persona così ispiratrice, mi piacerebbe vedere il modo in cui si relaziona con gli altri. Non lo farei per l’aspetto religioso, quanto piuttosto per capire come fa ad affrontare i problemi e le situazioni difficili mantenendo un atteggiamento positivo riguardo alla vita.

Tiziano Thomas DossenaHai qualche sogno nel cassetto?
Michael Phillips: Vorrei fare di più per Bologna, per contribuire allo sviluppo della città, poiché ritengo che abbia tutte le potenzialità per diventare una città del futuro. Non ha importanza se per farlo dovrò impegnarmi in un ruolo sociale, commerciale o politico.

Tiziano Thomas DossenaUn messaggio per i nostri lettori?
Michael Phillips: Non lasciate che le critiche o i fallimenti vi impediscano di vivere nel modo in cui volete. E rischiate di più, perché non si possono vivere i propri sogni se si ha paura di essere ambiziosi.

Vivere il Jazz. Intervista Esclusiva Con il Pianista e Compositore Arrigo Cappelletti.

Vivere il Jazz. Intervista esclusiva con il pianista e compositore Arrigo Cappelletti.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Nasce a Brunate (Como) il 12.2.49. Dopo una laurea in Filosofia e aver insegnato alcuni anni nei Licei, si è dedicato al jazz realizzando finora vetisei dischi a suo nome di cui almeno quattro (Samadhi, Reflections, Pianure e Terras do risco) hanno avuto importanza nella definizione di una via italiana al jazz fatta di lirismo, introspezione e collegamenti con altri universi musicali. Ha collaborato con molti artisti del jazz e del fado,  con la cantante Mia Martini e con l’orchestra nazionale di jazz di Giorgio Gaslini. Nel 1988 la rivista americana Cadence ha inserito il suo disco “Reflections” tra i dieci migliori dischi dell’anno.

Molto attivo anche come scrittore e saggista, ha pubblicato i volumi  “Il profumo del jazz” (1996),  “Paul Bley, la logica del caso” (2004),  “Paul Bley. The Logic of Chance (2010), “La filosofia di Thelonius Monk” (2014) e “Le avventure di un jazzista filosofo” (2016).

Tiziano Thomas DossenaIl tuo omonimo nonno fu un compositore conosciuto e rispettato. Tu hai curato la stesura di un libro a titolo “Arrigo Cappelletti musicista comasco 1877-1946”, che raccoglie gli atti della giornata di studio tenutasi a Como il 16 gennaio 2010. Che sensazione ti ha fatto quando hai iniziato nel campo della musica di avere un parente con il tuo stesso nome e con una fama rispettabile? In che modo può avere influenzato le tue decisioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Mio nonno, che non ho mai conosciuto, è una figura fondamentale della mia infanzia perché mio padre architetto me ne parlava sempre e quando ho cominciato a suonare il piano mi induceva a suonare le sue composizioni o mi portava all’opera e ai concerti sperando  che io pure diventassi musicista . Ho quindi vissuto buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza in un ambiente dominato dalla figura del nonno, prendendo (poche) lezioni di pianoforte e rovistando nei numerosissimi suoi spartiti rimasti in casa, ma non sono mai stato disposto ad accettare la fatica e i severi studi necessari a seguire la sua strada. Per me che volevo cambiare il mondo e avevo un temperamento ribelle, fare il pianista di professione o studiare composizione classica risultava ripetitivo e noioso, e comunque non abbastanza radicale. Alla fine del liceo ho così preferito iscrivermi alla facoltà di filosofia e intraprendere la carriera di insegnante nei licei. Non potevo prevedere che da lì a poco sarebbe esplosa la passione per il jazz, musica che nessuno  mi aveva fatto ascoltare ma che subito mi è apparsa come la più vicina alla mia indole libera e anarchica. All’inizio mio padre, che voleva fare di me un musicista classico e in più non amava la filosofia, non c’è rimasto bene. Il jazz non gli sembrava rispettare abbastanza i codici della musica colta. Solo verso la fine della vita si è convinto. Per quanto riguarda il nonno, una volta conseguita una certa consapevolezza e sicurezza in me stesso, mi sono liberato dei complessi e ho incominciato a guardare con crescente curiosità e interesse alla sua figura, soprattutto come compositore. Mi sembrava un bel modo per indagare nelle mie radici profonde. Da lì ha preso le mosse l’idea di dedicarmi a una rivalutazione della sua opera, organizzando pubblicazioni, esecuzioni e convegni di studio, spesso mettendomi in gioco in prima persona come esecutore, come è avvenuto per il trio  per pianoforte, violino e violoncello o per l’elegia per mandolino e pianoforte. E l’amore per mio padre ha di certo giocato il suo ruolo.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 1986 uscì il tuo CD a titolo Samadhi. Parlacene un po’, di quello che rappresenta per te e per il jazz italiano e di che cosa volevi ottenere.
Arrigo Cappelletti: Samadhi non è stato il mio primo disco (ne avevo già realizzati due in trio) ma, essendo il frutto della mia prima collaborazione importante, quella col sassofonista pugliese Roberto Ottaviano, è stato probabilmente il primo a darmi la consapevolezza di poter svolgere un ruolo di rilievo nell’ambito del jazz italiano. Con Roberto ci ispiravamo al quartetto di Miroslav Vitous (quello con John Surman, Kenny Kirkland e Jon Christensen) avendo in mente atmosfere liriche, struggenti, rarefatte di vaga impronta nordica.
È con quel disco che ho preso coscienza per la prima volta dell’importanza per il mio jazz della componente melodica e del piacere che mi dava scrivere temi piuttosto elaborati e complessi armonicamente.

Tiziano Thomas Dossena: Seguisti nel 1987 con Reflections, altro importante passo sia per te sia per il Jazz italiano. Difatti, nel 1988 la rivista americana Cadence lo ha ha inserito tra i dieci migliori dischi dell’anno
Arrigo Cappelletti: Reflections è stato il primo disco in cui ho potuto esprimere per intero il mio amore per Paul Bley, pianista da me scoperto all’inizio degli anni ’80. Il modo in cui Paul Bley si avvicinava agli standards, lirico e sghembo, mi affascinava almeno quanto le sue improvvisazioni  libere, profonde, imprevedibili. Mi piaceva l’idea, instillatami da Paul Bley, di un pianismo libero e innovativo con i piedi ben piantati nella tradizione. E questa idea di ‘gettare ponti’, di realizzare il collegamento fra tradizioni e generi musicali lontani o addirittura opposti è sempre stata una costante della mia musica.

Tiziano Thomas Dossena: Altro CD punto di riferimento è Pianure del 1990. Che cosa lo distingue dai precedenti?
Arrigo Cappelletti: Come i dischi precedenti sono stati il risultato di una ‘cotta’, per Paul Bley e parzialmente per Keith Jarrett, anche questo è stato il frutto di una ‘cotta’: questa volta per Astor Piazzolla. Il tango argentino l’avevo già scoperto da qualche anno, al punto da intitolare “Tango” uno dei brani di Samadhi. Ma era un tango in 7/4 e aveva ben poco a che fare con Piazzolla. Con Pianure invece ho cercato di trasferire in ambito jazzistico le atmosfere del quintetto “Nuevo Tango” di Piazzolla, scrivendo brani pensati apposta per il suo bandoneon. Sfortunatamente non esistevano allora bandoneonisti in Italia e il mio tentativo di affidare la mia musica allo stesso Astor Piazzolla fallì a causa dell’ictus che l’avrebbe portato poi alla morte, nonostante egli  avesse ascoltato le mie composizioni  e dichiarato la sua disponibilità. Successivamente ho incontrato a Parigi un altro bandoneonista, Olivier Manoury, con il quale ho portato avanti diversi progetti sempre ispirati al tango jazz. All’epoca di Pianure invece mi sono affidato al fisarmonicista Gianni Coscia, che si è adattato benissimo alla mia musica ma ha finito col darle una coloritura più sottilmente malinconica che drammatica. Con lui e la cantante Gioconda Cilio ho realizzato una lunga collaborazione che è sfociata in ben due cd  di songs  da me scritte su testi di poeti del ‘900 e nel mio primo concerto in Portogallo durante l’Expo ’98 a Lisbona.

Tiziano Thomas DossenaChe cosa ti ha spinto a vivere in Portogallo?
Arrigo Cappelletti: Il fattore scatenante è stato l’invito a partecipare ad Expo ’98 a Lisbona in rappresentanza dell’Italia ma già da qualche mese avevo incominciato a prendere confidenza con la lingua e la cultura portoghese tramite una amica italo-portoghese residente a Milano.
È allora, mentre provavo a trasferirmi da Milano nella vecchia casa di famiglia a Bormio in Valtellina, che ho scritto le mie prime canzoni su testi di poeti portoghesi e in particolare di Fernando Pessoa. Quando mi fu comunicato l’invito a suonare a Lisbona mi sembrò davvero un segno del destino e decisi di andare in Portogallo un mese prima del concerto per trovare una cantante adatta a interpretare le mie canzoni accanto a me e al fido Gianni Coscia alla fisarmonica. Da allora sono tornato molte volte in Portogallo, approfittando dell’ospitalità di una cara amica, ma non ci ho mai vissuto per lunghi periodi.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa ti ha portato alla registrazione di Terras Do Risco? Perchè tu lo ritieni uno dei punti cardinali della tua produzione musicale?
Arrigo Cappelletti: Ad Expo ’98 con me e Coscia si esibì una giovane cantante portoghese, Barbara Lagido. Ma per il progetto discografico che subito dopo incominciai a coltivare mi occorrevano musicisti più esperti e che provenissero dal mondo del fado, dato che l’idea era di fondere il jazz con i colori e le atmosfere del fado. Il cantante e chitarrista Jorge Fernando, che la mia amica portoghese gentilmente mi fece conoscere,  me li offrì su un piatto d’argento presentandomi due autentiche ‘star’ del fado, la cantante Alexandra e il chitarrista Custodio Castelo, grande specialista di chitarra portoghese (quella che in Portogallo si chiama “guitarra”). Il gruppo si completò con un giovane italiano, Daniele Di Bonaventura al bandoneon, quasi a trasferire la mia vecchia passione per questo strumento dal tango argentino all’ambito portoghese. Così registrammo a Lisbona Terras do risco, un titolo ispirato al romanzo di una scrittrice portoghese, Agustina Bessa Luis, inteso a sottolineare il carattere di rischio e di avventura rappresentato da questa inedita fusione fra jazz e fado mai tentata fino ad allora e portata avanti per di più in trasferta, con tutti i problemi e le difficoltà che questo comportava. Un’avventura musicale senz’altro riuscita ma che poteva avere ben altro successo sul piano commerciale se l’etichetta che stampò il disco in edizione lussuosa, come audio-book, l’italiana Amiata records, ne avesse curato maggiormente la promozione e la distribuzione. Uno dei tanti rimpianti della mia vita musicale.

Tiziano Thomas DossenaE per quale ragione sei stato in Russia?
Arrigo Cappelletti: Come per il Portogallo il mio interesse per la Russia è stato all’inizio artistico-culturale. In famiglia era quasi un obbligo leggere i romanzi russi e si ascoltava un sacco di musica russa, soprattutto Mussorgsky, Scriabin, Shostakovitch. Poi, in un momento particolarmente effervescente e dinamico della mia vita, ho deciso di passare una breve vacanza a Pietroburgo e in quell’occasione ho conosciuto la mia futura seconda moglie Anna. Da quel momento ho iniziato una serie di brevi visite a Pietroburgo, nel corso delle quali sono entrato in contatto con l’ambiente musicale della città e ho suonato spesso come solista e come accompagnatore della cantante e performer Polina Runovskaya. Prima di iniziare a insegnare nei conservatori, ho addirittura pensato di trasferirmi là ma le difficoltà della vita musicale in Russia e la passione di Anna per l’Italia mi hanno convinto a rinunciare. In seguito a questa esperienza ho scritto canzoni direttamente su testi di poeti russi del 900, affidandole prima a Polina Runovskaya e poi a una cantante italiana che conosce il russo, Nicoletta Petrus, e credo di essere uno dei pochissimi compositori italiani ad averlo fatto se non l’unico. Queste canzoni sono uscite quest’anno, insieme ad altre portoghesi cantate da Maria Anadon, nell’album “Different Shades of Melancholy” per l’etichetta italo-giapponese di Edmondo Filippini Da Vinci Classics.

Tiziano Thomas Dossena Il tuo percorso musicale è lungo e ben variato, pur essendoti attenuto alla musica jazz. Quando fu che tu decidesti di fonderci il tango nelle tue composizioni?
Arrigo Cappelletti: Nonostante mi affascinasse, non ho mai praticato davvero il tango tradizionale e quando ho tentato di farlo sono stato accusato di non suonare in modo conforme al codice. Il fatto stesso che per me il tango si sia sempre identificato con Astor Piazzolla conferma questa mia relativa estraneità. Piazzolla non è mai stato visto in Argentina come un vero rappresentante del tango e la sua musica è ancora oggi considerata nel suo paese un ibrido di tango e avanguardia  che non incarna l’intima essenza del tango. Più ancora che per Piazzolla per me il tango non è mai stato  una ‘maniera’ ma piuttosto un’mood’, un’atmosfera il cui simbolo è il bandoneon, uno strumento che mi ha affascinato fin dall’inizio per la sua sottile, perentoria drammaticità. Quando con gli anni la passione per il tango  si è attenuata, questo è rimasto  come una sorta di retro-gusto, di fondo segreto della mia musica. Ancora oggi mi stupisco di come una certa iper-espressività drammatica, alcuni passaggi melodici, la tendenza a pensare ‘in battere’, caratteristici della mia musica, debbano più ad Astor Piazzolla  che al codice be-bop.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa ti ha spinto a comporre veri e propri fado? Secondo te, che cosa hanno apportato le tue composizioni di fado a quelle tradizionali.
Arrigo Cappelletti: Per il fado vale lo stesso discorso fatto per il tango. Il fado è musica basata su giri armonici estremamente semplici, a volte niente più che una marcetta in 2/4. Ma i melismi arabeggianti della voce e le sonorità evocative della chitarra portoghese, uniti alla drammaticità di contenuti quasi sempre legati al tema dell’emigrazione, ne fanno la musica più adatta a esprimere il sentimento tipicamente portoghese della ‘saudade’. Il mio progetto era di conservare questo carattere di ‘musica della saudade’ grazie alla presenza della chitarra portoghese e a voci autenticamente fadistiche ma all’interno di composizioni melodicamente e armonicamente complesse e a testi importanti come quelli di Pessoa. La componente jazzistica era assicurata dagli spazi improvvisativi lasciati a ciascuno strumento e dal dialogo costante fra di loro.

Tiziano Thomas Dossena: Questo tuo stile di mischiare sonorità tradizionali (tango, fado) con il jazz è una cosa nuova o esistevano già dei precedenti? Che cosa ti stinola di più in queste esperimentazioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Il jazz ha dimostrato nel corso della sua storia di essere musica onnivora, in grado di metabolizzare i più diversi generi e le più imprevedibili tradizioni musicali. Non posso escludere che tentativi analoghi ai miei siano stati compiuti, ma per quanto riguarda il tango gli unici gruppi ai quali nel ’90 facevo riferimento erano il trio del bandoneonista Juan José Mosalini (basato su musica quasi interamente scritta) e il quintetto di Enrico Rava con Dino Saluzzi al bandoneon nel disco “Volver”, che però riecheggia uno schema tipicamente jazzistico. Per quanto riguarda la commistione fra jazz e fado avevo in mente un cd di Maria Joao e Mario Laginha con ospiti come Dino Saluzzi, Raph Towner e Trilok Gurtu intitolato “Fàbula” dove però i riferimenti sono più la musica brasiliana, indiana e il folklore argentino che il tradizionale fado portoghese. Gli ultimi 20 anni hanno assistito a una vera e propria mondializzazione del jazz, con un sacco di esperimenti di commistione fra jazz e musiche del mondo. Alcuni di questi esperimenti sono stati spuri e scarsamente sinceri, altri frutto di passione autentica. Ho la pretesa di ritenere che i miei rientrino in questa seconda categoria.

Tiziano Thomas Dossena:  Suppongo che “Spiritual and Christmas Songs” si stacchi dalla tua produzione jazzistica…
Arrigo Cappelletti: È un progetto che mi è stato commissionato da Eurarte per il Natale 2001. In quell’occasione Ennio Cominetti mi fece conoscere una serie di canti popolari natalizi appartenenti alla tradizione anglosassone. A questi, per completare il progetto, ho aggiunto alcuni famosi Spirituals. È un cd di inni a carattere religioso in cui è facile riscontrare la mia vecchia passione per il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim con le sue solenni ed estatiche meditazioni per piano solo.

Trio Arrigo Cappelletti: il pianista con John Hebert e Jeff Hirschfield

Tiziano Thomas Dossena: Una delle tue visite negli USA ha portato alla registrazione di “Arrigo Cappelletti Trio in New York”. Come fu deciso questo rapporto tra te, John Hebert e Jeff Hirschfield?
Arrigo Cappelletti: Fino al 2005 non ero mai stato a New York. Sognavo da anni di andarci e di registrarvi un disco. È incredibile quello che rappresenta per un jazzista NY e desideravo scoprire quali stimoli ed emozioni mi avrebbe dato registrare un disco nella autentica capitale del jazz. L’occasione mi è stata offerta da Alessio Brocca della Music Center che, dopo anni di amicizia e collaborazione (Alessio noleggia pianoforti per concerti), decise di finanziarmi viaggio e registrazione. I collaboratori li avevo già scelti: John Hebert al contrabbasso e Jeff Hirshfield alla batteria, due grandi dell’avanguardia newyorchese che avevo già avuto modo di ascoltare in Italia con il trio di Frank Kimbrough. E per lo studio seguii il consiglio di un critico jazz italiano residente a NY, Luigi Santosuosso, che mi suggerì lo studio di John Kilgore sulla 9th Avenue.

La registrazione ha dato luogo a ben 2 cd, “Trio Arrigo Cappelletti in NY”, pubblicato subito nel 2005 per la Music Center, e “In a Lyrical Mood”, con gli “scarti” della prima registrazione, pubblicato 5 anni dopo nel 2010 dalla Philology di Paolo Piangiarelli, due cd molto diversi, più sperimentale e con brani prevalentemente di mia composizione il primo, più classicamente jazzistico il secondo. A distanza di anni sono molto soddisfatto del risultato e noto che il fatto di registrare a NY ha reso il mio jazz meno ‘europeo’ e più il linea con il contesto nord-americano.

Tiziano Thomas Dossena: Tu ammiri molto Paul Bley, al punto di aver scritto un libro su di lui. Che cosa ti ha colpito di più in lui?
Arrigo Cappelletti: Paul Bley è per me un Maestro e un secondo padre. Senza di lui probabilmente non avrei fatto il musicista di jazz. Difficile dire in poche parole cosa mi ha più colpito in lui. Ma forse è la unità di opposti rappresentata dalla sua musica, capace di unire tonalità e atonalità, lirismo e sprezzatura, forma e libera esplorazione. Su di lui ho scritto un libro che è stato l’appassionata occasione per fare i conti con la mia propria poetica e che, tradotto e pubblicato in inglese dalla casa editrice canadese Vehicule Press, è forse il primo libro di un italiano sul jazz tradotto in inglese.

Tiziano Thomas Dossena: Potresti spiegare ai nostri lettori che non sono esperti di Jazz come mai hai scelto le composizioni di Thelonius Monk per un tuo CD, lo hai registrato da pianista solista ed addirittura hai composto alcuni brani ispirati a lui?
Arrigo Cappelletti: Anche il progetto su Monk è nato da un invito, quello della Open Reel dell’amico Marco Taio, chitarrista e ingegnere del suono specializzato in registrazioni analogiche, a registrare su nastro analogico musiche di Thelonious Monk o a lui ispirate. Questo perché Marco aveva già a disposizione una registrazione su nastro di Monk dal vivo effettuata al Teatro Lirico di Milano. Monk è, insieme a Lennie Tristano, Andrew Hill, Abdullah Ibrahim e naturalmente Paul Bley, uno di quei pianisti austeri, sghembi, anti-convenzionali cui ho sempre guardato con interesse nel corso della mia vita. Dedicare un disco doppio a lui mi ha fatto dunque un immenso piacere. Casualmente l’anno dopo sono stato invitato a scrivere, insieme con un mio studente del conservatorio che aveva scritto una tesi su Monk, Giacomo Franzoso, un libro su Monk per la collana di Musica contemporanea dell’editore Mimesis, “La filosofia di Monk”, e questo, insieme con la registrazione appena realizzata, mi ha reso un vero specialista della musica di Monk.

Tiziano Thomas Dossena: Potresti parlare un poco del tuo libro Il Profumo del Jazz?
Arrigo Cappelletti: “Il profumo del jazz” è il primo libro da me scritto. Fui invitato a scriverlo da mio cugino Massimo Bonfantini, filosofo e direttore di una collana di manualetti e pamphlets irriverenti e polemici sui problemi della comunicazione per l’editrice ESI di Napoli. È un libretto a metà fra il didattico e l’autobiografico, che vorrebbe rappresentare una sorta di invito al jazz per chi non conosce questa musica o ne ignora il “profumo”, l’intima essenza. Oggi, dopo 25 anni e diversi libri scritti sull’argomento, mi appare pieno di vitalità ed entusiasmo, ma ingenuo e decisamente ‘datato’. Quando Luca Cerchiari, direttore della collana di Musica contemporanea, mi ha perciò proposto di riscriverlo, dandone una versione ampliata e aggiornata, ho accettato con entusiasmo. Il libro, in questa nuova versione e con lo stesso titolo, uscirà nei prossimi mesi per Mimesis.

Tiziano Thomas Dossena: Quando suoni dei classici in versione Jazz (Vivaldi, Mozart), qual è lo scopo di queste interpretazioni?
Arrigo Cappelletti: Bisognerebbe forse cercare una spiegazione psicoanalitica per questa mia tendenza a confrontarmi con compositori classici: un omaggio a mio padre, che sicuramente ne sarebbe stato contento, e indirettamente al mio nonno omonimo.

Tiziano Thomas DossenaEsiste una differenza tangibile tra Arrigo Cappelletti parte di un trio o di un quartetto e l’altro Arrigo Cappelletti, quello che compone musiche per video, fonde il tango con il Jazz e compone canzoni fado?
Arrigo Cappelletti: Quando suono in una formazione tipicamente jazzistica come il trio e dove l’improvvisazione e l’interplay  hanno un ruolo predominante, mi sento, per così dire, “ a casa”. Con i piedi ben piantati nella tradizione. So a quali modelli guardare e questo mi rassicura. Dato che si tratta di musica quasi completamente improvvisata questo può sembrare paradossale. Ma in fondo l’improvvisazione jazz è sempre improvvisazione secondo un codice, sia pure un codice aperto. Quando invece scrivo composizioni ispirate ad altre musiche, a immagini, a testi poetici quel senso di sicurezza paradossalmente scompare. Sento di non avere terreno solido sotto i piedi e ho la sensazione di muovermi in terre incognite. Questo dà una certa eccitazione, quella che deve provare un esploratore che muove i suoi passi in terre sconosciute, ma rischia di essere destabilizzante.

Tiziano Thomas DossenaTu hai insegnato sia filosofia al liceo sia Jazz al conservatorio. Quali sono le differenze sostanziali tra le due materie nel rapporto con gli studenti?
Arrigo Cappelletti: Non potendo vivere di solo jazz, nella mia vita ho sempre insegnato, prima filosofia, poi jazz in scuole private e in conservatori statali, da ultimo per 13 anni in quello di Venezia. So che molti colleghi jazzisti vivono l’insegnamento come una seconda scelta. Per me non è così. L’insegnamento mi ha dato moltissimo non solo sul piano umano per il rapporto che sono riuscito a creare con molti studenti ma perché mi ha aiutato ad acquisire consapevolezza di me stesso e della mia musica. Certo insegnare filosofia e insegnare jazz (che poi significa molte cose: non solo Tecnica strumentale ma Armonia, Composizione, Tecniche dell’improvvisazione, Musica d’insieme etc…) è molto differente. Nel primo caso si tratta di un insegnamento prevalentemente teorico, nel secondo la parte teorica non può essere isolata dalla prassi strumentale. Nessuna nozione teorica ha validità in sé, salvo per alcune regole generali di strategia, ma è valida se funziona, se aiuta a suonare meglio. A volte la prassi strumentale arriva al punto di contraddire e mettere in crisi regole precedentemente indicate dall’insegnante come valide. Questa disponibilità a rivedere le proprie certezze, i propri dogmi caratterizza l’insegnamento del jazz e potrebbe essere utile anche per altre discipline (filosofia compresa). Personalmente non ho mai considerato l’insegnamento del jazz e della filosofia come due momenti separati, offrendomi le lezioni di jazz una moltitudine di spunti per riflessioni filosofiche generali su temi come il rapporto tra scrittura e improvvisazione, il tempo circolare, la relazione tra disordine e forma etc…

Tiziano Thomas Dossena: Hai progetti in lavorazione al momento?
Arrigo Cappelletti: Purtroppo il Covid ha fermato un po’ tutto, non solo concerti ma prove, registrazioni discografiche etc…Però la progettualità non si ferma mai completamente e al momento sto lavorando a due progetti: un cd di piano solo di musica completamente improvvisata (ma per farlo ho bisogno di un pianoforte davvero adatto allo scopo) e uno spettacolo di letture accompagnate di Dante per il 700esimo della morte in duo con l’attore lecchese Luca Radaelli. Abbiamo già alcuni concerti fissati per il 2021 e speriamo di trovarne altri, magari anche per l’Istituto italiano di cultura a New York…. È incredibile ma l’accostamento fra Dante e il jazz funziona benissimo.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa fai quando non scrivi o  suoni il piano, adesso che non insegni più?
Arrigo Cappelletti: Sono un instancabile e onnivoro lettore. In più amo molto le passeggiate in montagna e quando, come è capitato ultimamente, ci sono restrizioni agli spostamenti mi accontento delle gite nei boschi sopra Varenna, il paese del lago di Como dove vivo. Sono appassionato anche di sci da fondo….

Tiziano Thomas Dossena: Sogni nel cassetto?
Arrigo Cappelletti: Non ho mai suonato in Giappone e mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe anche suonare con Sting, un artista che ammiro molto e che ama molto il jazz, oppure suonare ancora una volta insieme con il bassista Steve Swallow, con il quale ho avuto l’onore di registrare un disco e fare una breve tournée. Non ho mai avuto la sensazione di essere compreso fino in fondo da qualcuno come quando ho suonato con lui.

Tiziano Thomas Dossena: Se tu potessi incontrare un personaggio qualsiasi e di qualunche epoca, chi sarebbe e di che cosa vorresti parlare con lui o lei?
Arrigo Cappelletti: Come ho detto prima, mi piacerebbe incontrare Sting e collaborare con lui. Ma siccome sono un lettore accanito il mio vero sogno sarebbe di incontrare due scrittrici viventi che ammiro: la canadese Alice Munro e l’americana Jennifer DuBois il cui romanzo “Storia parziale delle cause perse” ho ammirato moltissimo. Con Alice Munro non vorrei discutere di letteratura, mi basterebbe starle accanto, magari mangiando una pizza o parlando di cose di nessun conto, per assorbire almeno in parte il suo equilibrio, la sua saggezza. Con Jennifer DuBois parlare di quanto sia autobiografico il suo romanzo (la sua esperienza della Russia assomiglia molto alla mia) e degli scacchi come metafora della vita.

Tiziano Thomas Dossena: Un messaggio per i nostri lettori?
Arrigo Cappelletti: Quando ascoltate jazz imparate a distinguere chi usa un linguaggio pre-confezionato da chi si mette in gioco ogni volta come fosse la prima.

Cerco Di Creare Un Mondo…Dove L’amore È Il Centro Di Ogni Cosa… Intervista Esclusiva Con Lo Scrittore Diego Galdino [L’Idea Magazine, Novembre 2020]

Cerco di creare un mondo…dove l’amore è il centro di ogni cosa… Intervista esclusiva con lo scrittore Diego Galdino

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Dopo gli studi superiori ha iniziato a lavorare nel bar di famiglia, il Lino Bar a Roma, attività a cui nel corso degli anni ha affiancato quella di scrittore.
Il suo primo romanzo, “Il primo caffè del mattino” (2013), è stato definito un caso letterario.
Nel 2014 pubblica “Mi arrivi come da un sogno”, a cui segue, l’anno successivo, “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi”, e nel 2017  “Ti vedo per la prima volta”. Nel 2018 esce “L’ultimo caffè della sera”, sequel de “Il primo caffè del mattino”. Dopo aver autopubblicato “Bosco bianco” nel 2019, quest’anno ha pubblicato  il suo romanzo “Una storia straordinaria”.
Diego Galdino è pubblicato anche in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna e Sudamerica.

L’IdeaIl tuo primo romanzo¸ “Il primo caffè del mattino”, è del 2013 ed ha un titolo che lega con la tua attività di barista. È questa una coincidenza o qualcosa di voluto? Puoi parlare un poco del libro e dei suoi personaggi?
Diego Galdino: Il titolo richiama il brano finale del romanzo…”Io voglio soltanto bere con te il primo caffè del mattino mi basta questo, ma dev’essere ogni mattina per il resto della nostra vita. Ti va?” Questo romanzo nasce per la voglia di rendere omaggio al Bar dove sono nato, nel vero senso della parola, perché a mia madre le si ruppero le acque proprio dietro al bancone del Bar dove io ancora oggi preparo i caffè ai personaggi della storia che sono tutti realmente esistenti. Il primo caffè del mattino è un romanzo che parla d’amore, di Roma e del caffè, in pratica della mia vita.

L’IdeaIn Sudamerica il tuo romanzo “Il primo caffè del mattino” è diventata una bibbia per gli amanti di caffè e molte aziende utilizzano le frasi per promuovere i loro prodotti. Oltre a ciò, stato tra i protagonisti di un documentario svizzero sul caffè, “La pulpa und die bohne”. Penso che sarai orgoglioso di quanto importante siano diventati il tuo libro e la tua lunga esperienza con il caffé…
Diego Galdino: Faccio ancora fatica a considerarmi uno scrittore di fama internazionale… Quindi ancora oggi sono il primo a restare stupito del mio successo planetario. Essere invitato a Zurigo come ospite d’onore alla prima di un documentario internazionale riguardante il caffè è stata un’esperienza indimenticabile. Addirittura concludere il documentario leggendo un brano del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino è stato un sogno a occhi aperti.

Diego Galdino. Il suo romanzo (Il primo caffè del mattino ) è diventato un caso letterario, l’autore lo ha scritto all’alba prima di servire i caffè al bancone del bar…
(Corriere della Sera, 30 dicembre 2013)

È un documentario che racconta la storia del caffè dalle piantagioni più famose al bancone del Bar su cui viene servito alla fine di un percorso lunghissimo e tra tanti banconi su cui poggiare quella tazzina finale; aver scelto proprio il mio è stato come vincere un premio Oscar. Considero il Bar dove lavoro la mia casa, ho imparato a camminare  davanti al bancone, dormivo in una culla accanto al bancone, mi sono innamorato per la prima volta dietro al bancone. Tutta la mia vita ruota da sempre intorno a questo bancone. Il caffè mi scorre nelle vene e mi emoziona tantissimo quando le persone mi scrivono presentandosi con il nome e il tipo di caffè che sono soliti prendere, come fanno i personaggi del mio libro.

L’IdeaDiego, come e quando incominciasti a sentirti scrittore e non più solo barista?
Diego Galdino: Ho iniziato a scrivere per una ragazza a cui ero molto legato. Un bel giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa di Rosamunde Pilcher, e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Come promesso feci decine di foto al mare, al cielo, alle scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita.

Diego Galdino – Scrittore Barista – fotografo: Benvegnù – Guaitoli

Rientrato a Roma feci sviluppare le foto e creai un album con accanto a ogni immagine la fotocopia di una pagina del libro di Rosamunde Pilcher. Purtroppo, qualche giorno dopo, a causa dei suoi problemi di salute, la ragazza fu costretta a trasferirsi con tutta la famiglia in un’altra città. Così decisi di scrivere una storia d’amore che a differenza della mia finisse bene e non ho più smesso,  fino ad arrivare a Il primo caffè del mattino

L’Idea:  “Il viaggio delle fontanelle” è un altro titolo del tuo primo romanzo o un altro romanzo?

Diego Galdino:  Il viaggio delle fontanelle in realtà è una specie di guida turistica in ebook scaricabile gratuitamente da Amazon. Fu estrapolata dal libro Il primo caffè del mattino dalla casa editrice Sperling & Kupfer per promuovere l’uscita del libro. Una passeggiata che fanno i due protagonisti della storia attraverso la città di Roma alla ricerca di fontanelle molto particolari dislocate nei posti più caratteristici della città eterna.

L’IdeaQuanta influenza ha Roma sulla tua vita in generale e sulla tua attività creativa di scrittore?
Diego Galdino: Mi sento molto fortunato ad essere un autore nato e cresciuto in quella che da più parti viene considerata come la più bella città al mondo. Inserirla come una dei protagonisti delle mie storie è partire con un grande vantaggio. Come dico sempre Roma è una città che non finisce mai. Puoi viverci una vita intera e l’ultimo giorno della tua esistenza  trovare un angolo meraviglioso che ancora non avevi mai visto.

L’Idea: “Mi arrivi come da un sogno”, il tuo romanzo del 2014, tratta l’argomento dell’amnesia? Puoi parlarcene un poco?
Diego GaldinoMi arrivi come da un sogno è un libro molto particolare perché parla di un uomo che deve far innamorare due volte la stessa donna ricominciando da un ciao. Perché la donna in questione dopo aver vissuto con lui a Roma un’intensa storia d’amore perde la memoria cancellando completamente dalla sua vita l’uomo che tanto aveva amato. Per tornare insieme a lei l’uomo partirà alla volta di Siculiana, un paesino della Sicilia affacciato sul mare, dove le tartarughe  marine vanno a nidificare.

L’IdeaUna classica storia d’amore tra persone apparentemente opposte come carattere,  il tuo romanzo “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi” è del 2015. Hai continuato con la vena romantica anche in questo. Dobbiamo credere che tu abbia scelto di scrivere solo storie d’amore? Come si differenzia questo romanzo dai precedenti?
Diego Galdino: La cosa principale che differenzia Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi dai miei romanzi d’amore precedenti è che questo romanzo non ha Roma tra i suoi protagonisti. Il proscenio se lo prende uno dei più bei paesini della campagna senese. In questo paese della Toscana un pittore australiano con un difficile passato sentimentale alle spalle e una maestra della scuola elementare della cittadina a cui la vita ancora non ha fatto incontrare il vero amore si trovano come se si stessero aspettando da sempre. Io scrivo romanzi d’amore perché sono innamorato dell’amore da sempre. Non potevo che scrivere questo genere di storie perché nel mio cuore ho un’immensa voglia di raccontare il sentimento più importante di tutti.

L’Idea“Ti vedo per la prima volta”, romanzo del 2017,  ritorna a Roma e presenta due innamoramenti, quello con un simpatico cicerone e quello con la città. Oltre a ciò, però, affronta il tema della narcolessia, un tema serio che ti avrà guadagnato molte simpatie…
Diego Galdino: Ho deciso di scrivere una storia con un protagonista affetto dalla Narcolessia la terribile malattia del sonno dopo aver letto su un quotidiano un’intervista di un ragazzo narcolettico. Rimasi molto colpito dalla sua frase…”I narcolettici non possono pronunciare le parole ‘Ti amo’ perché quando essi provano una grande emozione rischiano di addormentarsi. Per uno scrittore di romanzi d’amore questa era una cosa tremenda, così ho deciso di scrivere Ti vedo per la prima volta per parlare degli effetti drammatici di questa malattia sulla vita di una persona, ma con la giusta dose di forza e speranza che l’amore può donare. Un libro che mi ha fatto diventare amico di tanti narcolettici che hanno apprezzato la mia storia fino a considerarmi uno di famiglia, forse una delle mie soddisfazioni più belle.

L’IdeaDove trovi l’ispirazione per i tuoi libri?
Diego Galdino: Quasi sempre da immagini di posti o di persone. Li guardo e con la fantasia cerco di creare un mondo intorno a loro…Un mondo dove l’amore è il centro di ogni cosa.

L’Idea: Hai scritto esclkusivamente romanzi rosa o romantici. Tu credi che a questo tipo di trama siano interessate solo le giovani donne o hai la conferma che interessi anche il pubblico in generale, uomini inclusi?
Diego Galdino: È ovvio che il genere romantico sia letto prevalentemente da donne, di sicuro quasi sempre più sensibili della gran parte degli uomini. Ma io scrivo le mie storie affinché possano essere lette e apprezzate da tutti. Infatti sono molto lusingato di avere tra i miei lettori anche tanti uomini sparsi in tutto il mondo a dimostrazione che l’amore è una lingua universale alla portata di qualsiasi essere umano.

L’Idea“L’ultimo caffè della sera”, del 2018, è l’ultimo tuo romanzo pubblicato con la casa editrice Sperling & Kupfer, del Gruppo Mondadori.Cosa ti ha portato a questo cambiamento? Di che cosa tratta il libro?
Diego GaldinoL’ultimo caffè della sera è il sequel del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino, ma l’ho scritto in modo che non fosse obbligatoriamente necessario aver letto Il primo caffè del mattino per apprezzarne la storia. È stato per me come chiudere un cerchio, tracciare una linea sulla mia vita di scrittore barista e ripartire da lì, consapevole che c’era ancora tanto da imparare, tanto da raccontare e tanto da scrivere e ho preferito farlo con una casa editrice diversa pur restando legato e molto grato alla Sperling & Kupfer del Gruppo Mondadori.

L’IdeaHai autopubblicato “Bosco Bianco” nel 2019. Di che cosa parla? Come mai questa tua scelta di autopubblicarti?
Diego GaldinoBosco Bianco nasce tanti anni fa in un periodo molto difficile della mia vita. Avevo appena divorziato e per uno scrittore di romanzi d’amore era una grande sconfitta. La paura di non poter più vivere quotidianamente le mie figlie, il senso di colpa per aver tolto loro una famiglia normale, o la possibilità di addormentarsi con la consapevolezza che in caso di un brutto sogno ci sarebbero stati entrambi i genitori a rassicurarle ha fatto sì che io proiettassi queste cose sul protagonista della mia storia. Un uomo bisognoso di tornare a credere nell’amore e che lotta per recuperare la serenità e per dimostrare alle proprie figlie di essere un buon padre.  Ho amato la possibilità di tornare a respirare la speranza proiettando sui personaggi della storia la mia voglia di poter essere nuovamente libero di credere che tutto sarebbe finito bene grazie all’amore. A distanza di tempo ho deciso di autopubblicare questa storia proprio perché la sentivo mia in modo molto introspettivo, intimista e non volevo ingerenze da parte di un editore. Volevo decidere tutto io, dal titolo alla copertina.

Lo hanno definito il Nicholas Sparks italiano. Diego Galdino, scrittore-barista romano autore di bestseller come Il primo caffè del mattino (che presto diventerà un film)
(La Repubblica, 26 aprile 2017)

L’IdeaSei ritornato ad un editore  (LeggereEditore, Gruppo Fanucci) con il tuo ultimo romanzo, “Una storia straordinaria”. Vorresti parlarne un poco per i nostri lettori?
Diego Galdino: Sono tornato a pubblicare con un editore importante perché l’autopubblicazione purtroppo non ti garantisce la possibilità di essere sugli scaffali di tutte le librerie, cosa fondamentale per un libro e per un autore. Una storia straordinaria è un romanzo che meritava il massimo che io potessi dargli. Un romanzo che parla di resilienza, di coraggio, di speranza, di destino, anime gemelle, una storia vissuta attraverso i cinque sensi e lo sfondo di una Roma mai vista, una Roma da sentire con il cuore…

L’Idea:  Hai altri progetti ai quali stai lavorando?
Diego Galdino:  In questo momento sto scrivendo una storia d’amore un pò Fantasy. Non so se e quando sarà pubblicata, diciamo che sto sperimentando qualcosa di nuovo forse principalmente per me stesso. Nel frattempo mi godo i passi di avvicinamento ad un sogno che piano, piano si sta realizzando. Vedere tramutate in immagini le mie parole scritte grazie ad uno dei più importanti produttori cinematografici e televisivi europei che ha deciso di fare un film tratto dal mio primo romanzo Il primo caffè del mattino.

L’IdeaI tuoi romanzi sono stati tradotti in molte lingue ed hanno molto successo in varie nazioni…
Diego Galdino: Sì è una cosa bellissima vedere tante persone che vivono all’estero approfittare di una vacanza a Roma per venire da me al Bar a farsi autografare un libro, farsi una foto insieme a me dietro al bancone del bar e farsi preparare un caffè speciale come capita ai personaggi delle storie che hanno tanto amato.

L’IdeaUn sogno nel cassetto?
Diego Galdino: Salire sul palco per ritirare il premio Oscar vinto come miglior sceneggiatura originale per un film tratto da un mio romanzo.

I sogni migliori sono quelli fatti ad occhi aperti perché sei tu a decidere quando farli finire e non il Corona Virus…
(Diego Galdino)

L’IdeaSe tu avessi l’opportunità di incontrare un personaggio di tua scelta, del passato o del presente, chi sarebbe?
Diego Galdino: Sicuramente Jane Austen, è lei la mia stella polare; nel mio piccolo cerco di emularla cercando con le mie storie di rendere leggendario l’ordinario. Il mio libro della vita, la prima cosa che porterei in salvo, dopo le persone care, da una casa in fiamme è il suo Persuasione, di cui custodisco gelosamente una rara copia del 1890.

L’IdeaUn messaggio per i nostri lettori?
Diego Galdino: Non smettete mai di leggere perché, dopo fare l’amore, è la cosa più bella che possa fare un essere umano.