Tag Archives: Tiziano Thomas Dossena

Adolph Caso, Una Voce Importante Per Gli Italo Americani; Un’intervista Esclusiva. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco.

Ho incontrato Adolph Caso per la prima volta all’International Book Show di New York, e mi ha colpito perché dava l’impressione di amare i libri più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ho scoperto solo in seguito che non si interessava soltanto di pubblicazione, ma anche di scrittura, traduzione, insegnamento e sostegno per la comunità italo americana. In questo periodo di confusione, nel quale alcune persone tentano di riscrivere la storia per compiacere qualcuno, senza alcun riguardo per l’accuratezza della revisione, avere uno studioso del calibro di Adolph Caso, schierato dalla parte giusta della causa, è davvero l’ideale, e sento che i nostri lettori sarebbero contenti di conoscerlo meglio. Segue quindi una breve intervista per presentare Mr. Caso. Potete inoltre seguire i link per scoprire di più sulle sue molteplici attività.

L’IDEA: Lei è uno stimato editore, ma anche uno scrittore prolifico e un docente indipendente. Con quale di queste professioni si identifica maggiormente?
Adolph Caso: Sono un poeta, di conseguenza ho una mente libera. Nella mia poesia, rivelo e condivido le cose e le idee che nascono dentro di me. (clicca qui per leggere la sua poesia Filtering Energy)

L’IDEA: Ha scritto più di un articolo sulla questione relativa alla “Statua di Colombo”. Conferma la sua opinione secondo cui questo tentativo di riscrivere la storia è in realtà un atto mal celato di discriminazione nei confronti degli italo americani in generale? Cosa pensa dovremmo fare noi, in quanto comunità, per contrastare questo oltraggio a Colombo?
Adolph Caso: Colombo non era uno spagnolo, né un portoghese e non era ebreo. Era di Genova. Pressoché al pari di Gesù Colombo ha fatto per l’umanità più di qualsiasi altro, scoprendo una via che conduceva alle Americhe. Milioni e milioni di persone hanno tratto beneficio da Colombo, e non da altri, tantomeno dai suoi critici ignoranti e senza cervello.

L’IDEA: In merito a Colombo, ha pubblicato TO AMERICA AND AROUND THE WORLD–The Logs of Colum­bus and Magellan. Crede che le persone che lanciano accuse infondate nei confronti di Colombo dovrebbero senza dubbio leggere questo libro, e perché?
Adolph Caso: La ragione fondamentale di questa pubblicazione era di mettere davanti ai lettori le testuali parole di Colombo stesso, e non le opinioni pregiudizievoli di critici prevenuti. Ad esempio, come dimostrano i suoi scritti, Colombo non ha mai catturato né avuto a che fare con la cattura delle persone per trasformarle in schiavi.

L’IDEA: Il suo libro autobiografico “Boy destined to America”, appena pubblicato, è stato in realtà scritto nel 1966. Può raccontarci quale storia si cela dietro a questo libro? 
Adolph Caso: Il mio professore di scrittura ci chiese di scrivere un libro che parlasse di noi stessi piuttosto che di altri, perché noi sappiamo chi siamo. Quindi, durante l’estate del 1966, scrissi la mia autobiografia e sistemai il manoscritto sulla mensola. Poi, qualche anno fa, per caso lo ritrovai, e il resto è storia.

L’IDEA: Ha scrtto anche THE KàSO ENGLISH TO ITALIAN DICTIONARY. Di cosa parla questo libro?
Adolph Caso: Sì, il titolo è “The KàSO English to Italian Phonemic Dictionary”. Il mio obiettivo era di mostrare che la lingua italiana si basa su un sistema di fonemi, poichè utilizza un principio univoco tra simboli e suoni, e questo rende l’italiano il sistema dalla fonologia più scientifica, e si adatta perfettamente alla nostra era informatica.

L’IDEA: La Dante University offre numerosi corsi gratuiti online tenuti da lei e da altri professori. Che corsi sono e come si può usufruirne?
Adolph Caso: Gli irlandesi hanno il loro Boston College, ecc. Gli italo americani non hanno istituzioni simili. Il mio sogno rimane irrealizzato. La mia speranza è che questo desiderio venga esaudito da qualcun altro. (Link ai corsi)

L’IDEA: Lei era il fondatore del Dante University Press? (Ci dica gentilmente quando nacque e altre informazioni, ad esempio il suo collegamento con Branden, ecc.) Quale obiettivo ha tentato di realizzare?
Adolph Caso: La speranza era quella di realizzare un giornale che desse agli individui migliori opportunità di pubblicare i propri lavori sull’esperienza italo americana. Salvo alcune pubblicazioni, non si ricavò altro. La comunità non lo supportò mai.

L’IDEA: Ha pubblicato anche THE KASO VERB CONJUGATION SYSTEM, BILINGUAL TWO LANGUAGE ASSESSMENT BATTERY OF TESTS e The Kaso English to Italian Dictionary, mostrando un forte interesse per l’istruzione bilingue. Era un insegnante o questo interesse è legato soltanto alla sua profonda conoscenza della lingua italiana?
Adolph Caso: Il mio obiettivo era di quello di mostrare la grandezza della fonologia linguistica, e ho investito tempo e denaro nello scrivere e nel pubblicare un libro che nessuno ha comprato.

L’IDEA: Ha qualche progetto imminente al quale sta lavorando? 
Adolph Caso: Solitamente, non smetto mai di lavorare, la mia opera più recente è “Amalfi-Re-Visited”, ma non ha avuto particolare successo.

Advertisements

Mary Rorro, La “Dottoressa Violino”, Un’intervista Esclusiva [L’Idea Magazine]

Un’intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco

In un libro di Lisa Wong intitolato “Scales to Scalpels, Doctors Who Practice the Healing Arts of Music and Medicine”, era soprannominata “Dottoressa Violino”. Stimata psichiatra e talentuosa suonatrice di viola professionista, che fa uso della musica per guarire i veterani, la Dottoressa Mary Rorro è anche molto altro, e siamo orgogliosi di presentare un’intervista esclusiva a questa luminosa stella della medicina, alla costante ricerca di nuovi metodi per aiutare i suoi pazienti.

L’IDEA: Lei è una psichiatra che lavora insiemi ai veterani che soffrono di disordine da stress post-traumatico, e che fonde musica e poesia nell’esercizio della professione.
Dottoressa Mary Rorro: All’età di sei anni e mezzo, mia madre mi mostrò il piccolo violino che suonava quando era bambina. Adoravo quel violino, lo trascinavo con me ovunque nella sua minuscola custodia. Io, mia madre, e il mio talentuoso fratello Michel, suonavamo insieme per la Suzuki records, e ascoltavamo arie italiane e canzoni napoletane con i nonni. Sono stata testimone del potere della musica per la prima volta mentre mio nonno stava morendo nel suo letto d’ospedale. Ho suonato per lui la serenata di Toselli, una delle canzoni che preferiva e di cui spesso faceva richiesta. Le sue ultime parole furono “Ancora musica”. Durante il liceo facevo la volontaria in ospedale, e mia madre mi incoraggiava ad intrattenere i pazienti malati di cui mi occupavo. Ha assistito mentre suonavo per un paziente malato di cancro, affetto da depressione, che non aveva parlato per mesi, e che all’improvviso aveva cominciato a intonare i Canti di Natale accompagnato dal mio violino, facendo piangere le infermiere. Quel momento di profonda ispirazione mi ha influenzata a tal punto da combinare il mio desiderio di diventare medico con la passione per la musica, che sarebbe poi diventata parte integrante della mia professione. Quel giorno riconoscemmo il potere guaritore della musica per coloro che soffrivano. Mia madre era così orgogliosa. Volevo renderla felice condividendo la musica con gli altri, con coloro che ne avevano un bisogno estremo.
Mi sono laureata in musica e ho studiato biologia come materia secondaria al Bryn Mawr College, ed ho ricevuto il primo Performing Arts Prize, mai conferito prima dal college. Il Bryn Mawr incoraggiava le opportunità di leadership per le donne e l’assistenza al prossimo. Ho organizzato due concerti di beneficienza per l’ospedale St. Christopher per i bambini malati di AIDS, in qualità di presidente e prima violinista della Bryn Mawr-Haverford College Symphony. Ho sviluppato un programma per la facoltà di medicina e psichiatria chiamato “Musical Rounds: The Next Best Thing to Grand Rounds” e “From Soup to Notes,” da suonare alle mense per i poveri.

“Mani che danno ricevono.”

L’IDEA: Oltre alla sua professione, ha anche creato un programma di volontari con un obiettivo simile, “A Few Good Notes.” Può parlarcene?
Dottoressa Mary Rorro: Considerando il riscontro così entusiastico per le mie esperienze musicali precedenti, volevo introdurre la musica nelle vite dei veterani della mia clinica e del Sistema Sanitario per Veterani del New Jersey. Ho avviato un programma chiamato “A Few Good Notes”, nel quale suono la viola per i pazienti durante le sessioni di terapia di gruppo e individualmente nel mio ufficio. Alcuni dei miei pazienti in passato suonavano, ascoltarmi li ha incoraggiati a riprendere in mano i loro strumenti musicali e ad unirsi al programma. Uno dei miei pazienti ha coinvolto il suo complesso di Dixieland per intrattenere insieme a me i pazienti della casa di riposo per veterani di Lyons. La stanza, fino a quel momento silenziosa, è stata trasformata all’istante dal suono dei pazienti che cantavano seguendo il ritmo. Un altro paziente, dopo avermi sentita suonare “Amazing Grace” in ufficio, si è sentito stimolato a riprendere la sua chitarra, e dopo aver contemplato le parole della canzone, ha anche iniziato a leggere la Bibbia.
Ho intrapreso un programma al Centro per Veterani che ha lo scopo di fornire lezioni di chitarra gratuite per veterani, permettendo loro di provare in prima persona la gioia della musica. Abbiamo degli insegnanti di chitarra volontari che mettono generosamente a disposizione il loro tempo, e questo consente di creare un coinvolgimento con altri veterani nel Guitar Instruction Group (GIG). La clinica ora è pervasa dal suono dei veterani che strimpellano i loro strumenti, e la lista d’attesa per le lezioni è decisamente lunga.
Ogni anno cantiamo negli ospedali di Lyons e dell’East Orange, e reclutiamo altro personale disposto a condividere il proprio tempo ed il proprio talento con i veterani. Il programma è stato esteso nazionalmente all’interno del VA (Veteran Affairs). Alcuni pazienti e volontari che fanno parte del nostro comitato Healing Arts, portano le loro chitarre o altri strumenti e suonano accompagnando la mia viola.
La musica porta alla luce le storie dei pazienti, ad esempio un veterano del Vietnam ha raccontato di come il suo plotone abbia cantato Silent Night su una collina in Vietnam, e di come questo abbia determinato un cessate il fuoco per la Vigilia di Natale. La musica rievoca forti emozioni e consente a me e agli altri terapisti di processarle insieme ai pazienti durante la terapia gruppo.
Il programma è stato presentato da WQXR (l’ex stazione musicale del New York Times), da radio WNYC, sul sito internet del Dr. Oz, dalla Società per lo Studio dello Stress Traumatico e da AOL nella sua “homepage for Heroes”. Sono stata chiamata “Dottoressa Violino” nel libro “Scales to Scalpels, Doctors Who Practice the Healing Arts of Music and Medicine” di Lisa Wong, dottoressa in medicina.

Princeton Memorial ceremony at Monument Hall

L’IDEA: È evidente che lei abbia una vocazione per la musica, e per questo è diventata una violista professionista. Quando ha scoperto invece la sua vocazione per la medicina, e in particolare per la psichiatria?
Dottoressa Mary Rorro: Quando avevo quattro anni, ero in macchina con mia madre, e lei mi chiese cosa volevo diventare da grande. Risposi velocemente: “Un dottore, perché voglio aiutare la gente.” I miei genitori mi hanno sempre incoraggiata nel perseguimento del mio sogno, del quale non ho mai dubitato. Sono stata influenzata da molti membri della mia famiglia, che consideravo modelli da seguire. Ho passato diverso tempo nell’affollato ambulatorio di assistenza primaria di mio padre, e osservavo i pazienti uscire da suo ufficio pieni di gratitudine. Al mattino presto faceva le visite a domicilio per persone che sapeva non avrebbero potuto pagare, ma lui le aiutava con devozione. Mia zia, Mary A. Rorro, dottoressa in medicina, fu una delle donne medico pioniere nel suo campo. Suo zio, soprannominato “Zio Doc”, si laureò alla Hahnemann Medical School, e la incoraggiò a frequentarla sin da piccola. Samuel Alito Senior, padre di Samuel Alito, Giudice della Corte Suprema, fu il suo insegnante al liceo e la premiò con la medaglia della scienza. Sapeva che voleva diventare un medico, e le disse: “Non lasciarti mai scoraggiare dal tuo sogno.” Conserva ancora la busta della sua pagella, sulla quale scrisse queste ed altre parole di incoraggiamento per il suo futuro, che considerava estremamente preziose. Si laureò alla Hahnemann nel 1958, e sposò mio zio Al. Mia zia Celeste ha conseguito il dottorato in Formazione e fu Direttrice del “Teacher Certification and Academic Credentials” del New Jersey.
Mi interessai alla psichiatria dopo una rotazione all’ospedale pubblico del New Jersey, presso la scuola di medicina UMDNJ-SOM. La facoltà di psichiatria mi sembrava il modo perfetto per unire la narrativa, la creatività e l’arte all’interno della professione medica. Entrai nel programma di formazione psichiatrica della Facoltà di Medicina di Harvard, e cominciai a lavorare con i veterani all’interno del VA System, e in altri istituti di salute mentale a Boston, inclusi gli ospedali McLean e Cambridge. Dopo la specializzazione ho conseguito una borsa di studio in Medicina delle Dipendenze presso il Massachusetts General Hospital. Gli anni di sperimentazione e formazione, i lunghi turni di notte, le lenzuola ruvide su cui dormivo, sono completamente ripagati quando qualcuno dice: “Mi hai cambiato la vita.” Lo considero come un complimento ai miei genitori, perché senza il loro costante amore e supporto, non potrei aiutare i miei pazienti e ascoltare queste parole.

L’IDEA: La sua poesia è molto toccante e ispiratrice, evoca immagini di guerra e anime straziate. Scrive solo delle esperienze dei veterani?
Dottoressa Mary Rorro: Le storie traumatiche dei veterani, di dolore e perdita, mi hanno portata a scrivere delle poesie destinate ad aiutarli e onorarli. Alcune poesie riflettono il tema del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), nonché le memorie intrusive, gli incubi e i flashback. Altre riguardano eventi traumatici più specifici, e argomenti quali ferite morali e sindrome del sopravvissuto. I racconti dei pazienti, spesso toccanti, a volte spaventosi, erano coinvolgenti. La poesia era diventata il luogo in cui potevo prima processare e in seguito esprimere le emozioni travolgenti che provavano. Ho iniziato a condividere la mia poesia, con la speranza di aiutarli a sviluppare una connessione e progredire con la terapia. Le poesie hanno aperto un nuovo dialogo su alcuni aspetti delle loro storie che probabilmente non avrebbero toccato durante una visita standard sulla gestione dei farmaci.
Scrivo anche poesie e haiku di altro genere, basate su temi spirituali e naturali; compongo canzoni e testi di canzoni.

L’IDEA: Ha ricevuto innumerevoli premi sia per la sua attività filantropica sia per il suo lavoro professionale. Per quanto siano tutti importati e più che meritati, ce n’è uno in particolare che per lei ha significato di più? Perchè?
Dottoressa Mary Rorro: Ce ne sono alcuni particolarmente significativi. Un premio che ha avuto un significato particolare è quello ricevuto dall’American Foundation of Savoy Orders, un ordine dinastico in Italia. La Medaglia di Bronzo dei Santi Maurizio e Lazzaro per opere caritatevoli è stata conferita all’interno della St. Patrick Cathedral di New York. È stato estremamente emozionante salire gli scalini dell’altare principale per ricevere la bellissima medaglia di bronzo e la proclamazione di Vittorio Emanuele. Un’altra esperienza indimenticabile è stata l’esibizione durante la Celebrazione Centennale della messa nella chiesa Holy Rosary a Washinton D.C., alla quale erano presenti il Giudice della Corte Suprema Samuel A. Alito Junior, Antonin Scalia e Nancy Pelosi. È stato un onore essere introdotta nella Italian American National Hall of Fame lo stesso anno del Giudice della Corte Suprema Samuel A. Alito Junior.
Il premio della Planetree organization’s Patient-Centered Excellence and Innovation (assegnato a livello internazionale ad 1 su 10 individui o programmi) per il mio programma “A few Good Notes” di Chicago, è stato molto significativo, poiché è stata riconosciuta l’importanza di aiutare i veterani attraverso l’arte.

L’IDEA: Suo padre era un dottore e sua madre è un’icona per la comunità italo – americana del New Jersey. In che modo questo ha influenzato la sua vita personale e le sue scelte professionali?
Dottoressa Mary Rorro: Mio padre, ormai scomparso, Dottor Louis Rorro, era un medico che aiutava con devozione i pazienti all’interno della comunità. Mia madre, Dottoressa Gilda Rorro, era educatrice e amministratrice del Dipartimento di Formazione, e lavorava per i diritti civili. Si è recata ad Haiti in numerose occasioni per istituire programmi di scambio fra gli studenti di Haiti e del New Jersey. Negli ultimi vent’anni ha lavorato instancabilmente per servire gli italo – americani della comunità in qualità di Viceconsole Onorario e di Presidente dell’Italian Heritage Commission del New Jersey. Ha ricevuto un’onorificenza dal Presidente italiano per aver sviluppato il suo programma di insegnamento, inserendo lo studio del patrimonio culturale italiano all’interno di tutte le scuole del New Jersey. I miei genitori mi hanno trasmesso l’apprezzamento per la lingua e la cultura italiana, e ci riteniamo fortunati ad avere dei preziosi amici e familiari in Italia. Anche Joseph, il mio meraviglioso marito, condivide la mia passione per la cultura e la musica italiana, ci siamo conosciuti in un circolo italiano durante la mia specializzazione in psichiatria a Boston. L’efficienza e la dedizione dei miei genitori per le loro carriere mi hanno motivata a perseguire la mia professione, ed ero profondamente fiera di ciò che avevano raggiunto. Sono stata cresciuta senza alcuna limitazione su ciò che una ragazza o una donna può ottenere. Per quanto i miei genitori fossero occupati, si sono sempre impegnati attivamente per il mio sviluppo, portandomi a lezioni di musica, concerti, e viaggi in Europa per ampliare la mia istruzione. Sono stati dei mentori eccezionali che hanno influenzato la mia vita, e da loro ho ereditato il valore di essere a servizio degli altri, e mi adopero per portarlo avanti. Il loro regalo per il diploma fu la mia viola, ed è qualcosa che continua davvero a donare. Sarò per sempre in debito con i miei genitori per avermi guidato nel perseguimento del mio obiettivo di diventare dottoressa, e grata per avermi aiutato a trasformare il mio sogno in realtà. Si sono consacrati con un impegno autentico a me e alla comunità. L’amore e la devozione dei miei genitori mi hanno consentito di essere un medico e una musicista appagata, e aspiro ad aiutare molte altre persone, vivendo secondo il loro esempio.

Dr. Mary Rorro suona the viola per la madre Gilda nell’occasione della presentazione al pubblico del libro di memorie “Gilda, Promise Me”

L’IDEA: Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?
Dottoressa Mary Rorro: L’essere al servizio dei veterani è per me una missione patriottica. Mi hanno insegnato moltissimo sul sacrificio e sulla resilienza. La fusione della musica e della poesia all’interno della mia professione è un privilegio, e costituisce un mezzo gratificante e creativo per intensificare il legame medico-paziente. Sono stata testimone dei potenti effetti che l’arte può avere sui pazienti, e spero di poter condividere la mia raccolta di vignette e poesie con più veterani. Ho intenzione di continuare ad espandere il programma “A Few Good Notes” in modo che più pazienti possano farsi coinvolgere dalla musica e dall’arte, strumenti preziosissimi da utilizzare nel loro viaggio verso la guarigione.

Veterani all’ascolto della musica del  Dr. Mary Rorro. (Clicca per vedere un video su YouTube)

A Los Angeles Con Tanti Sogni Che Si Stanno Realizzando. Intervista Esclusiva Con Isabella Mastrodicasa. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena
Nata a Viterbo e cresciuta sui Monti Cimini, a 9 anni Isabella ha avuto la fortuna di fare un viaggio coast to coast di un mese negli USA con la sua famiglia. Quella che era iniziata come un’esperienza triste lontana dai nonni e dai suoi animali, si è presto tramutata in un’avventura magica tra i grattacieli di Manhattan, le cascate del Niagara, i Grand Canyon, le luci di Las Vegas, le colline di Hollywood e gli Universal Studios.
Da allora il sogno è sempre stato chiaro: dare voce a talenti nascosti ed emozionare gli spettatori del grande schermo attraverso quelle stesse storie che avevano commosso e segnato la sua sensibilità quando da piccola guardava col suo papà sul divano la sera i film di Sordi e Monicelli, Spielberg e Allen.
A 18 anni, tentando di trovare quello che i suoi genitori definivano “un lavoro serio”, Isabella ha abbandonato la sua vita di provincia per trasferirsi nell’eccitante e cosmopolita Milano, e conseguire una laurea in legge alla prestigiosa Università Bocconi, studiando legge anche all’Universita di Strasburgo e ad Harvard. Pur provando a seguire le orme della sorella maggiore, avvocato penalista Romano, il sogno americano tornava sempre a farsi sentire finché, sentendo di dover finalmente dare voce alla sua passione e al suo sesto senso, ha lasciato famiglia, fidanzato, e amici, ed è partita, dopo 17 anni, alla volta di Los Angeles con nient’altro che una valigia colorata e tanta voglia di mettersi in gioco.
Dopo aver concluso un programma in Business and Management of Entertainment alla UCLA, Isabella ha iniziato la sua carriera come assistente a Verve – Talent & Literary Agency per poi lavorare per The Kennedy Marshall Company dopo un incontro fortuito col produttore Frank Marshall.
Da circa due anni lavora ad Heroes and Villains Entertainment, società in cui ha iniziato come assistente dei soci fondatori e in cui è da poco diventata Film & TV Coordinator, occupandosi di produzione di film e tv e di management di talenti americani ed Europei, con focus su formats e sceneggiatori e registi Italiani. Tra i clienti vi sono, tra gli altri, Ransom Riggs, autore di Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, Mike Markowitz, sceneggiatore fun Horrible Bosses, Jordan Mechner, creatore di Prince of Persia, e gli Italiani Nicola Guaglianone e Menotti.
Nel tempo libero non perde occasione di buttarsi in nuove avventure, conoscere nuove lingue, culture, e tipi di musica, e adora mangiare gelato al pistacchio e preparare gnocchi alla Sorrentina.


L’Idea: Tu hai fatto la classica emigrazione nella quale si lascia tutto alle spalle e si rischia grosso onde arrivare ad un traguardo particolare. Potresti spiegare ai nostri lettori che cosa ti ha spinto a fare questo grosso passo? 
Isabella Mastrodicasa: Mi sono sempre sentita intrappolata nel pensiero della società che mi circondava e da cosa la mia famiglia reputava fosse giusto o sbagliato. Per questo pur avendo da sempre una vena artistica molto forte, ho cercato ti sopprimerla lanciandomi in una carriera nell’avvocatura e laureandomi in legge all’Università Bocconi di Milano. Tuttavia più passava il tempo, più mi sentivo soffocare da una vita apparentemente perfetta ma che non sentivo mia, e mi sono sentita in dovere di darmi una possibilità di essere felice. Ho lasciato tutto e ho fatto un salto nel buio inseguendo il sogno che avevo da tutta una vita, cioè lavorare con le storie, poter emozionare tramite esse milioni di persone in giro per il mondo, creare la magia che da piccola mi teneva incollata allo schermo e mi lanciava in avventure fantastiche nella mia immaginazione.

L’Idea: Come sei arrivata nel campo dello spettacolo? 
Isabella Mastrodicasa: Ci sono arrivata per vie secondarie, tramite l’incontro con persone che mi hanno dato la giusta ispirazione per poter credere nella folle idea che da tutta una vita avevo in testa. Molti anni fa in Bocconi incontrai un produttore che lavorava per una nota società Italiana il quale aveva avuto un simile percorso: laureato in legge per via dell’influenza famigliare, si era poi reso conto di dover seguire il proprio istinto e lasciò tutto per inseguire una carriera nello spettacolo a Londra diventando poi un affermato produttore cinematografico. Ho iniziato a pensare che se avessi avuto il suo stesso coraggio e la sua stessa ambizione, forse avrei potuto farcela anche io. Da lì sono iniziati I primi stage in Italia con la Fondazione Cinema per Roma e con la Roma-Lazio film commission, ed il mio primo lavoro nella distribuzione televisiva, esperienze cui devo molto. Tuttavia c’era molto nepotismo, e spesso mi venivano chiuse porte per via del mio background in legge piuttosto che nel campo dei media, altre volte non venivo presa sul serio perchè donna o perchè troppo giovane, o semplicemente perchè non conoscevo nessuno. Questo ha accresciuto la rabbia e la frustrazione, dandomi forza e grinta per fare il salto da Roma a Los Angeles.

L’Idea: Hai lavorato presso Verve, Talent and Literary Agency, e poi per The Kennedy Marshall Company. In che capacità? Hai contribuito a qualche produzione importante? 
Isabella Mastrodicasa: Quando ero con The Kennedy/Marshall Company ho lavorato alla produzione del pluripremiato FINDING OSCAR, un documentario molto toccante sulla Guerra civile in Guatemala per cui Steven Spielberg ha fatto da executive producer. Mentre ero a Verve invece, mi occupavo di rappresentazione di registi e sceneggiatori, quindi fornivamo talenti e progetti a studios e networks. Tra i nostri clienti c’erano talenti come Colin Trevorrow (Jurassic World, Star Wars), Meg LaFeuve (Inside Out), Michael Arndt (Toy Story, Star Wars, Little Miss Sunshine)

L’Idea: Ora sei arrivata ad occuparti di produzione di film e programmi televisivi. Puoi approfondire in merito?
Isabella Mastrodicasa: Il mio lavoro attuale è un ibrido dei due precedenti. Mi occupo infatti di rappresentare e guidare le carriere di sceneggiatori e registi focalizzandomi sui talenti Italiani e Europei che hanno una carriera affermata lì ma vorrebbero espanderla oltre oceano. Dall’altra parte sono sempre in cerca di progetti da produrre, di libri i cui diritti siano disponibili da poter portare ai buyers americani. È un po’ come giocare a Tetris e fare in modo che tutti itasselli di varie misure combacino perfettamente per poter chiudere deals e creare nuove opportunità. Come parte del mio lavoro sono anche in giuria per una serie di festival in giro per il mondo come il Big Apple Film Festival, il Venice Short Film Festival, l’Hollywood Screenings Film Festival, il Miami Independent Film Festival, il NFFTY / National Film Festival for Talented Youth, e per delle competizioni in screenwriting alla UCLA e ad Harvard.

L’Idea: Dove ti immagini di essere tra dieci anni?
Isabella Mastrodicasa: A capo di una società che rappresenti i miei stessi valori, dando voce a talenti inespressi e raccontando storie che il mondo ha bisogno di conoscere, possibilmente con un Academy Award sul mio desk (Isabella sorride).

L’Idea: Secondo te, l’America è ancora il posto nel quale i sogni si realizzano, come nel tuo caso? Che cosa manca in Italia che invece hai trovato qui negli USA?
Isabella Mastrodicasa: Penso che lo sia, anche se c’è un elevato livello di saturazione per cui c’è molta più competizione e serve molto più tempo e fatica per affermarsi. Quello che ancora vedo fortemente qui è che viene molto rispettato il ‘drive’ e la passione dei giovani, e che se lavori duramente e hai un po’ di fortuna, con tempo e intelligenza le cose iniziano ad accadere e puoi davvero porti obiettivi molto alti senza risultare folle. Per quanto riguarda l’Italia, prima di tutto penso che in linea di massima ci siano presunzione e snobbismo ai piani alti e molta poca voglia di fare da mentore e tendere una mano a chi sta più in basso, in più c’è quasi il timore di agevolare chi è più giovane o magari più meritevole. Anche il sistema delle raccomandazioni in America esiste ad esempio, ma tutto avviene alla luce del sole e coerentemente con la meritocrazia. Se si fa application per un lavoro, è normale che il tuo precedente capo o una persona con cui hai lavorato e che conosce la tua ‘work ethic’ ti ‘raccomandi’. Ma sta a te poi ottenere il posto, farti valere, lavorare duro, e non ci sta alcun favoritismo. In Italia invece le raccomandazioni vengono date di nascosto per piazzare il figlio di qualcuno senza nemmeno guardare il curriculum, generando pigrizia e inefficienza e demotivando chi ha più fame e più talento, quantomeno nella maggioranza dei casi.

L’Idea: Hai qualche suggerimento per i giovani lettori che sognano di sfondare nel campo dello spettacolo?
Isabella Mastrodicasa: Di avere l’umiltà di ricominciare dal basso, di assorbire ogni consiglio e ogni informazione con molta curiosità e con molto rispetto del tempo altrui. Di avere un piano, e poi di lanciarsi e di crederci fino in fondo. Di avere molta adattabilità, forza interiore, e capacità di discernere amici da colleghi, situazioni realistiche da perdite di tempo, sfera private da dalla sfera pubblica. Di armarsi di infinita pazienza, coraggio, e passione e andare avanti come un treno rialzandosi ad ogni caduta e rafforzandosi da ogni sconfitta. Anni fa avevo queste righe stampate accanto alla mia scrivania che mi accompagnavano quando mi sentivo come in un labirinto e non riuscivo a trovare la mia strada. Vorrei che motivassero e ispirassero altri Italiani che stanno leggendo questo articolo:
 “Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.” (Steve Jobs)

L’Idea: Se tu potessi incontrare un qualsiasi personaggio del passato o del presente, chi sarebbe? Che cosa gli o le diresti?
Isabella Mastrodicasa: Mi piacerebbe prendere un caffè con Fellini allo Chateau Marmont, storico hotel di Los Angeles, e ascoltarlo raccontarmi le storie più folli della sua carriera.

Presentato “I Promessi Sposi” Di Raffaele Pisani Nel Corso Della Festa Dei Campani Nel Mondo 2018 Nel New Jersey.

Articolo di Tiziano Thomas Dossena.

(Foto di Lucio Trombetta)

La Federazione delle Associazioni della Campania USA ha tenuto l’11 marzo scorso l’annuale “dinner dance” nel sontuoso salone del ristorante La Reggia, in Secaucus, New Jersey.

Questa “Festa dei Campani nel Mondo 2018” è stata diretta dal presentatore Tony Pasquale, noto conduttore radiofonico e organizzata dal presidente del gala, Ciro Sarra.

Il presentatore Tony Pasquale

Ospiti speciali della serata l’avvocato Claudio D’Alessio, il magistrato Dott. Angelo Scarpati, il giudice statale del New Jersey, Hon. Rosatia Cuntari, ed il Console Aggiunto Silvia Limoncini, che ha portato i saluti del Console Generale Francesco Genuardi. (Cliccate sulla foto in basso per sentire l’apertura della serata; video di Raffaele Marzullo).

Ad aprire la serata di gala è stata la piccola Romina Perri, che ha cantato l’inno di Mameli (cliccate sulla foto in basso per sentire la piccola Romina cantare l’inno italiano; video di Raffaele Marzullo) e quello nazionale americano, ottenendo applausi più che meritati.

Subito dopo sono state onorate cinque personalità della comunità campana: la Professoressa Maria Abate, Donna dell’Anno 2018 per lo Stato del New Jersey; la Signora Tina Mariani, Donna dell’Anno 2018 per lo Stato del Connecticut; il Signor Carmine Percontino, Uomo dell’Anno 2018 per lo Stato del New Jersey; il Signor Pasquale D’Abbraccio, Uomo dell’Anno 2018 per lo Stato di New York; il Professor Rocco Colombo, Direttore di “ Onda News “ del Vallo del Diano in Italia come Giornalista dell’Anno 2018 ed il Signor Leonardo Marzullo con il Premio dell’Amicizia 2018.

I premiati della serata

 

Ciro Sarra ed il Cav. Nicola Trombetta offrono un mazzo di fiori al Console Aggiunto Silvia Limoncini

Ha quindi preso la parola il Presidente uscente della Federazione, Cav. Nicola Trombetta, che ha menzionato i vari progetti portati a termine nel corso della sua aministrazione e ha augurato ancor più successo al Presidente eletto Rocco Manzolillo. Ultimo atto della Presidenza Trombetta è stata la sponsorizzazione dl libro “I Promessi Sposi” in poesia napoletana, dell’autore Raffaele Pisani. Il Direttore editoriale della casa editrice Idea Press, Tiziano Thomas Dossena, ha voluto presentare personalmente il volume in primis mondiale proprio nel corso di questa magnifica riunione e celebrazione delle società campane negli USA. Luigi Trombetta ha quindi letto varie strofe dalla prima poesia del libro, nella quale si descrive l’incontro di Don Abbondio con i bravi, ottenendo applausi a non finire e confermando che la scelta di questo volume è ottimale.(La presentazione può essere vista cliccando sulla prossima fotografia).

La presentazione del libro fatta da Tiziano Thomas Dossena. Alla sua sinistra il Presidente della Federazione, Cav. Nicola Trombetta

Il supporto di una attività culturale come questa prova la validità dell’amministrazione Trombetta e si spera che anche la prossima amministrazione della Federazione continui con questo tipo di decisioni che aiutano a portare la cultura italiana, e in questo caso partenopea, nelle case dei nostri compatrioti campani che vivono negli USA.

Dopo vari balli, con la bella musica di “Pane e Cioccolato”, che è stata ravvivata anche dalla voce della piccola Romina, ed un ottimo pranzo tipico napoletano, è stata insediata la nuova amministrazione eletta della Federazione.

AN INTERVIEW TO THE AUTHOR TONY NAPOLI

AN INTERVIEW TO THE AUTHOR  TONY NAPOLI

By Tiziano Thomas Dossena, L’Idea Magazine, NY, February 13, 2014

Recently we published a review on the popular book “My Father, My Don,” A Son’s Journey from Organized Crime to Sobriety, and we are now pleased to offer our readers an interview to the author, Tony Napoli.

L’Idea: What made you decide to write this book? 

Tony Napoli:  I decided to write this book with the encouragement from my mother and other family member’s when I was 26 years old; that was 52 years ago. As I got older, I gathered more and more material and I outlived most of the characters mentioned in my book. When I decided I had enough material, I hired a co-writer to help me put all my excerpts of about a 1,000 pages, into story form. My book was released on Sept.18th 2008, when I was 73 years old.

L’Idea: When you were seventeen, you were approached by the Boston Braves to play in the summer time for one of their Minor League Clubs. Your mother said “No way” because she did not want you far from home. You also were training for the US Air Force boxing team and there were talks about participating to the 1956 Olympics. This time it was your father who intervened and said “No”; and that was it. This is all recorded in the chapter titled “The road not taken”. Do you feel regrets for not pursuing those dreams? Were you ever even tempted to disobey or at least try to convince your parents? Do you believe your parents were justified in their requests? If so, why? 

Tony Napoli:  My father never said NO to my boxing as an Amateur in the Golden Gloves and on the Air Force boxing team. He said NO after I was Honorably Discharged from the US Air Force and I wanted to turn Pro as a Boxer. He said I was management material, and he only wanted me to learn the art of self-defense to protect myself in the streets of Brooklyn. He also felt that a strong mind needs a strong body to accomplish and get things done the right way. I continuously disobeyed my parents when they tried to make decisions for my future. I loved my mother dearly and I listened to her when she asked me not to travel with the Boston Braves Minor league Baseball team in the summer time when school was out, because I was only 17 years old and I didn’t want her to worry about me traveling across the country on a broken down bus.

Jimmy Nap Napoli - Tony Napoli

Jimmy Nap Napoli – Tony Napoli

L’Idea: You name quite a few entertainers who you had the opportunity to meet, for good or bad reasons. Who was the one who impressed you the most and why?

Tony Napoli:  The entertainer I was most impressed with was Frank Sinatra. I liked the way he hired former athletes to travel with him. He made them earn a living in an honest way by putting them on his payroll and use it as a tax write-off. They traveled all over the world with him, not only as bodyguards, but mostly as close friends who had no other way of making a living due to their lack of education. I became Sinatra’s drinking partner on many occasions, especially when he entertained at Caesar’s Palace, in Las Vegas, Nevada. I was a Casino Host in charge of entertainment at the time. Frank was very generous with people he was close to. He never wanted to get close to strangers. He was very rude to those who tried to overpower him with autographs. He had his men get the names and address of his fans who wanted his autographed picture. He’d rather mail them a picture with his autograph when he spent time alone in his room. He always traveled with a bookkeeper. As a matter of fact the last wife he was married to, Barbara Marx, was also his bookkeeper before he married her. Frank was also an Amateur boxer before he became a singing star.

L’Idea: What was, in your opinion, the difference in style between Frank Sinatra and Jimmy Roselli?

Tony Napoli:  Frank Sinatra, whose birth name was Francis Sinestra, was  flamboyant, with great magnetism in public and on the stage. Jimmy Roselli, whose birth name was Michael Roselli, first worked for me when I was 24 years old. My father bought me a night club in Union City, New Jersey in 1959. The name of the club was “The Club Rag Doll.” I paid him $300.00 to sing on weekends. His very first song was “I’m Alone Because I Love You.” I was supposed to go to contract with him and be his manager. My father put a stop to that immediately when Roselli asked for a loan to cover his part of the deal. Before Roselli died, he called me from his home in Clearwater, Florida. He read my book, I mentioned him in Chapter 17. He remembered the night I was locked up after working over that crooked cop; Roselli was singing on my stage the night it happened. He complimented me for pulling no punches and giving the reader everything in detail the way it happened. Roselli was very independent when it came to promoting himself. He never reached the level of stardom like Sinatra because he wouldn’t cooperate with the Wise guys; and, in those days you had to deal with the Wise guys, to get anyplace in show business. The Wise guys were behind all the top clubs and were very influential with Hollywood Producers, The Wise guys controlled the union (SAG) Screen Actors Guild. If you wanted to get high paid jobs as an entertainer, you had better cooperated with the Big Guys.

tony Boxer

Tony as a young Boxer

L’Idea: Why was your father’s nickname “The torpedo?”

Tony Napoli: When my Father was a young teenager, he was the leader of a neighborhood gang called “The Lorimer Street Boys” In those days there was a Gang in almost every Italian and Irish neighborhood, in the Brooklyn area. The Lorimer Street Gang was located in the Williamsburg section of Brooklyn. To be the leader of a gang you had to fight and beat up the leaders of the other gangs. About three nights a week, boxing trainers used to put on boxing shows at the old Military Armories that were built during World War One for Military training. Folding chairs were used for seating arrangements. They would hold up to 1,000 people in the Armories. The gang leaders would fight against each other. If one gang didn’t like the decision, they would throw the folding chairs into the air to show their disagreement with the official scorer (the referee). When my Father (Jimmy Nap) fought, he always knocked his opponent out with a straight right hand. That’s how he got the nickname “Torpedo.”

L’Idea: You present your father as a perfect gentleman, a great father and at the same time an assassin and a made man. How do you feel that can be possible and how does a person involved in such a complicated life manages to retain his human side?

Tony Napoli: When my father was a young man, at between 16 and 20 years old, he wanted to be like the guys who were always dressed up in suits and ties, wearing Fedora hats. He didn’t want to work as a bricklayer like his father was. As he grew older, he managed to get involved with the Wise guys by being one of their collectors and becoming a strike buster to discourage laborers not to strike by using bats and crowbars to beat them with. He worked for the companies who didn’t want to have their men striking. It was at a young age when he was considered an assassin and a bully. After getting out of jail in 1945, when he was 34 years old, he came back to my mother and turned over a new leaf. My mother took him back because he showed her a sense of responsibility to support the family. He got involved in the Numbers racket, which in those days was considered non-violent as a business. She saw him get respect from clean-cut-looking men; some he met in jail. My mother was only concerned about keeping the family together. She allowed my father to travel all over the country to do his business for all five organized crime families in the New York Area. My mother was not familiar with that part of my father’s life. She only saw in him a business man earning money, and lots of it, for people he called investors. At 34 years old my father was considered by those men in his way of life a standup guy with respect, integrity, dignity and honor. A man they could count on to give them a fair shake from their investments in his gambling enterprises all over the country. My father changed his ways from being a bully and Assassin for love of his immediate family and a great love for my mother, like I changed my ways from being a bully and Alcoholic when I found Sobriety.

L’Idea: In one of your chapters you seem to show a lot of anger at Giuliani. Could you explain why it is so?

Tony Napoli: In Chapter 27 of my book, I denounce Rudy Giuliani as a hypocrite. He tried to get me to talk against my father in the way he makes a living, knowing that his Uncle was Mob connected. Giuliani convinced President Reagan to send him to the New York Area as a US Marshall to infiltrate into the five Organized Crime families. By doing so, he was to be considered a crime buster, when all the while Giuliani was politically minded. He wanted to show the Government he would even lock up his own mother and father if he had to, and gain recognition as a future GOP candidate for a high elective office, with the backing of the Republic party, and gain the NY votes when he finally decided the right time to run for Mayor. Giuliani is Sicilian, and most of his relatives came from the Sicilian Mafia in Sicily. When I was indicted in 1985 on the RICO act and Giuliani was the US Attorney, the key witness against me in court told the jury that he was one of the gang that shot and killed a federal judge in Texas. He was sentenced to life in prison in Lewisburg Penitentiary, in Pennsylvania. He said that Rudy Giuliani offered him $30,000.00 to testify against me and he would get a reduced sentence. I was finally acquitted and when I was walking out of the courtroom, Giuliani said to me “I’ll get you the next time, Napoli”  I thought how can he possibly make such an outrageous deal with a scumbag who killed a federal Judge just to put me away for gambling. I was facing 25 years in jail before I was acquitted.

Jimmy Nap Napoli

Jimmy “Nap” Napoli

L’Idea: There is a movie being produced on your book. Could you tell us something about that?

Tony Napoli: The movie you talk about is called a 20 minute short. About 50 hours of shooting 32 scenes. This pilot was made by me, I paid all expenses so I can present it to the film people in the Film Festivals all over the country. It shows the Highlights of my story played out with real actors who play the main characters in my book. It will also be presented to potential investors leading up to a feature film or TV series. The filmmaker I hired is Hussain Ahmed, from Iraq. He’s also the Director and makes his home in Louisville, Kentucky.

L’Idea: You now have a lot of activities, which you defined as “giving back to society”. Could you tell us what they are?

Tony Napoli: For the past 19 years I’ve been a Veterans Advocate, helping disabled veterans with compensation for their service-connected injuries. I’m also a recovering alcoholic helping other alcoholics find sobriety like I did nineteen years ago, when I left the Mob life behind me. I also help indigent boxers with their medications, when they can’t afford it because they retired from boxing with brain and physical injuries and unable to work to support their selves. The spirit of my father lives on through me.

Hassan.

Image

Presentato al pubblico come una saga familiare, Hassan è un romanzo che in realtà tratta un argomento molto più complesso, cioè l’amore per la propria terra, che in questo caso è il deserto. È un tema interessante, che l’autrice sviluppa fin dall’inizio del libro con maestria e delicatezza, portandolo, in un crescendo graduale e ben equilibrato, alla scena finale, nella quale il protagonista parla con il deserto, che gli risponde. L’importanza di quest’attaccamento non è solo legata alla classica nostalgia dell’espatriato, pur valido elemento che non stanca mai di essere riesaminato, ma anche all’amore sconfinato dimostrato dai vari personaggi di questa famiglia verso una terra che a uno straniero potrebbe anche apparire scevra di ricchezza, a parte quella ovvia del petrolio, ma che per loro è carica di valori.

Il deserto, quindi, è anch’esso protagonista della storia, quanto lo è il petrolio, del resto. La differenza tra i due elementi è che il petrolio si rivela solamente un subordinato, una materia necessaria affinché non si debba abbandonare questo loro amato deserto, che parla con i propri silenzi.

E attorno a quest’amore s’intessono tutte le relazioni che sono la linfa vitale per la storia di questa famiglia. Vicende d’amore, passioni, infatuazioni, amore filiale e amore materno sono introdotti dall’autrice a un passo celere e ben ritmato, e intessute in una trama fitta e coerente con perizia ed eleganza, tenendo sempre vivo l’interesse del lettore.

La storia scorre dalle dune del deserto all’affascinante Vienna, presentando i componenti di questa famiglia attraverso le loro attività, i loro successi e le loro imperfezioni, offrendo contemporaneamente storie collaterali di una profonda umanità e ammirabile freschezza, dedicando ai dettagli spazio sufficiente per dare una chiara panoramica delle varie situazioni, senza mai annoiare il lettore con pesanti descrizioni. L’effetto finale è un romanzo avvincente che riesce a trasmettere il proprio messaggio di rispetto verso la nostra terra in modo convincente e stimolante.

WATKINS GLEN.

books2     “WATKINS GLEN”

di Philippe Defechereux.

Pubblicato su L’IDEA N.71,
Autunno 1998, NY

Il libro di Philippe Defechereux, WATKINS GLEN 1948-1952 The Definitive Illustrated History, è scritto interamente in inglese e tratta della nascita e dello sviluppo delle corse su strada negli USA. Il lettore si potrà chiedere a questo punto la ragione che ha spinto la nostra rivista, contro ogni apparente logica redazionale, a recensire tale volume. A proposito della lingua, il libro non è sfortunatamente ancora reperibile in italiano, anche se l’autore è al momento in trattative con un editore in tal senso; la validità dell’argomento trattato però prevarica questa e qualsiasi altra considerazione. La nascita della prima corsa su strada nel villaggio di Watkins Glen, difatti, implica e coinvolge l’apparizione di varie marche automobilistiche italiane negli USA ed il loro ripetuto successo, sia nelle corse che nel cuore del pubblico americano. Proprio qui nacquero le immagini elitarie della Ferrari e della Maserati. È in questo piccolo villaggio della parte settentrionale dello stato di New York che le FIAT e le Alfa Romeo si dimostrarono valide macchine da strada e le varie OSCA, Cisitalia, SIATA, Nardi, Italmeccanica e Giaur ebbero l’opportunità di lasciare tracce visibili della loro breve e meteorica presenza nel mondo delle corse ed automobilistico in genere. Nel lontano 1948 le corse su strada erano sconosciute all’americano comune, che associava il vocabolo ‘corsa’ con i classici circuiti ovali, nei quali sia l’industria che le varie associazioni automobilistiche statunitensi riconoscevano l’essenza di tale competizione. La geniale creazione di Cameron Argetsinger della prima corsa che ricalcasse lo stile europeo, sia nelle regole che nell’impostazione, fu chiaramente controcorrente. Egli affrontò infatti il rischio, divenuto poi realtà, di incorrere nelle ire dell’associazione Sport Cars Club of America, allora responsabile delle corse negli USA. Il suo fu dunque un atto di coraggio che permise di porre le basi per inserire anche gli USA nel circuito internazionale di Formula Uno. Non fu certamente un progetto semplice né ebbe pochi intoppi. Mentre all’inizio la SCCA lo appoggiò completamente, l’insistenza di Argetsinger nel cercare di modificare la corsa di Watkins Glen, prima del suo tipo negli USA, aprendo le porte ai piloti professionisti e rendendola una autentica corsa di “Grand Prix” incontrò la resistenza dei vecchi soci del SCCA. Essi infatti volevano mantenere la corsa su strada uno sport d’élite, accessibile solo a pochi, ricchi dilettanti. Inoltre, un incidente nella corsa del 1952, che fece molti feriti e costò la vita ad un bambino italoamericano portò temporaneamente lo scompiglio nel campo delle corse e quasi designò la fine di questo tipo di attività. Nel 1953 le autorità locali negarono agli organizzatori il permesso di utilizzare le strade di proprietà dello stato. Con questa decisione si voleva mettere i promotori di tale corse, con l’esclusione di Sebring, nata nel 1950 su un campo d’aviazione della Florida, nell’impossibilità di continuare. Quello che avvenne invece fu il classico miracolo, che oltretutto permise al sogno di Argetsinger di avverarsi: le varie cittadine nelle quali questa tradizione europea era stata accettata e resa parte integrante ed essenziale della loro vita si rimboccarono le maniche, autotassandosi e costruendo in breve tempo piste con la stessa funzione e difficoltà dei circuiti su strada. Si erano create di conseguenza tutte le premesse per rendere queste corse dei Gran Premi accettabili dall’associazione internazionale (Federazione Internazionale Automobilistica) ed inserirle ufficialmente nell’elenco dei loro circuiti. Queste corse su strada, delle quali Watkins Glen fu la prima, avevano inizialmente usurpato il titolo di Grand Prix, che era stato usato la prima volta nel 1906 dai francesi ed implicava , come si può desumere dal nome stesso, un munifico premio in denaro. Quando la F.I.A. si rese conto che la situazione non era controllabile ed ogni nuova corsa su strada, pur non avendo né i requisiti né le autorizzazioni necessarie, veniva denominata Grand Prix, corse al riparo. La F.I.A. definì queste corse di “Formula Uno”, depositandone, nel 1950 all’ufficio internazionale dei marchi, il nome e ritenendone conseguentemente il diritto d’uso. Solo nel 1961 Watkins Glen, che nel frattempo aveva ottenuto successo e riconoscimento da parte del pubblico e dei piloti professionisti internazionali, a totale discapito del rapporto con lo S.C.C.A., riuscì ad ottenere il titolo ufficiale di circuito di Formula Uno, diventando il terzo Gran Premio Automobilistico statunitense ufficiale per la F.I.A. Una storia esaltante, quindi, che grazie al limpido stile giornalistico di Defechereux prende vita in questo mirabile volume, che è inoltre d’una singolarità incredibile grazie alle sue 220 illustrazioni, 150 delle quali mai pubblicate finora, molte delle quali a colori. Se si tiene presente che in quegli anni i fotografi professionisti usavano il bianco e nero, queste fotografie, frutto di una ricerca che ha preso una svolta fortuita, sono una primizia da non perdere. Più di tutto ci ha impressionato la sostanziale influenza italiana su questi eventi. Non solo le grandi e piccole marche automobilistiche con i loro bolidi, ma anche i piloti ai quali i primi partecipanti di Watkins Glen facevano riferimento e dei quali avevano immensa stima, i nostri Nuvolari, Ascari, Villoresi, Chinetti, Bracco, Bonetto, Taruffi, Marzotto e tanti altri. Ma non erano esclusivamente i nostri campioni l’oggetto di considerazione dei neofiti nuovayorchesi. Nel cuore di questi novelli assi del volante c’era anche e soprattutto l’aspirazione di creare una corsa che potesse avere il prestigio di quelle italiane, come le conosciutissime Mille Miglia, Targa Florio, Coppa D’Oro delle Dolomiti, Giro di Sicilia o Circuito di Senigallia. Non si deve dimenticare inoltre quanto i nostri carrozzieri e disegnatori abbiano ispirato ed a volte dominato il campo delle auto da corsa in quegli anni. Nemmeno l’autore se ne dimentica e vi sono molti riferimenti ai nostri Figoni e Fallaschi, Vignale, Touring nonché l’italoamericano Farago che rendono questo libro ancor più interessante per un lettore italiano. Del resto le corse automobilistiche sono oggi lo sport più seguito da noi italiani, dopo il calcio, ed un volume che riesce a proporre un completo e stimolante scenario della nascita della Formula Uno negli USA ed allo stesso tempo ci offre una lunga serie di informazioni sulla provenienza delle varie marche italiane, sulle caratteristiche dei nostri piloti e sulla qualità dei nostri “designers” non può che ricevere il nostro entusiastico consenso.