“In Ogni Guerra Sono Le Persone Comuni A Diventare Vittime”. Intervista Esclusiva Con L’autore Michael Phillips.

“In ogni guerra sono le persone comuni a diventare vittime”. Intervista esclusiva con l’autore Michael Phillips.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Michael Phillips è nato a Belfast nel 1975 e vive a Bologna. Ha conseguito la qualifica di ingegnere aeronautico in British Airways nel 1996. Nel settembre dello stesso anno viene arrestato dalle forze speciali britanniche con l’accusa di terrorismo prima di essere rinchiuso per quindici mesi in un penitenziario di massima sicurezza. Al processo sarà assolto. Dopo essersi laureato in Tedesco e Spagnolo, dal 2005 vive a Bologna producendo pubblicazioni in lingua inglese. Ha lavorato ad alcune campagne elettorali locali come consulente e presta il proprio tempo come volontario in alcuni centri sociali bolognesi. È presidente dell’associazione culturale One World, che si batte per migliori condizioni di vita e pari opportunità per gli stranieri, contrastando anche i pregiudizi razziali. Pubblica nel 2020 per Homeless Book il romanzo autobiografico “A Belfast Boy”.

Tiziano Thomas DossenaCiao Michael. Mi fa piacere che tu abbia deciso di farti intervistare in italiano. La tua vita ha avuto dei grossi traumi e cambiamenti, e a questo punto della tua vita ti trovi in Italia, a Bologna. Hai studiato Tedesco e Spagnolo, ma hai deciso di restare in  una nazione in cui si parla italiano. Come mai e che cosa ti ha portato proprio a Bologna?
Michael Phillips: Effettivamente, fin da quando ero bambino, sono sempre stato affascinato dall’Italia. Abbiamo anche molti legami con l’Italia a Belfast – un vecchio quartiere italiano che però adesso penso non esista più, tanti esempi di artigianato italiano nei bar, negli edifici e ovviamente nel Titanic. Le mie due sorelle maggiori quando erano studentesse hanno fatto le ragazze alla pari qui e parlano un ottimo italiano (forse persino meglio del mio!), perciò non c’è molto da meravigliarsi che io sia finito qui. Un altro dei motivi per cui sono venuto sono le donne italiane, che hanno qualcosa di speciale. Se sono rimasto a Bologna, senza sentire il bisogno di trasferirmi da un’altra parte, è stato principalmente per cercare di trovare una mia tranquillità e uno spazio per cominciare un nuovo capitolo della mia vita. All’epoca ne sentivo davvero la necessità, ed ora che mi sento effettivamente meglio con me stesso e con la direzione che ha preso la mia vita, non credo proprio che me ne andrei – ovviamente, mai dire mai. La vita è strana, e bisognerebbe sempre tenere aperta la mente alle opportunità che si possono presentare.

Tiziano Thomas DossenaChiaramente il tuo libro “A Belfast Boy” non è solo una autobiografia ma anche un po’ un atto di accusa riguardo al governo britannico che ti mise, innocente, in prigione. Quali furono le accuse a tuo carico? Su che cosa si basavano?
Michael Phillips: Vorrei chiarire alcune questioni riguardanti il mio arresto e il successivo rilascio durante il processo. Ufficialmente io risultavo essere un POW (prisoner of war, cioè un prigioniero di guerra), e questo significava che avevo accettato il mio stato di Repubblicano irlandese che lottava per un’Irlanda unita, e che in questo senso sostenevo la guerra dell’IRA contro gli inglesi.
Al processo sono stato assolto per il rotto della cuffia, perché due dei giurati avevano dei dubbi sulle prove contro di me, mentre i miei compagni sono stati giudicati colpevoli dalla maggioranza piena dei giurati.
Non mi è possibile dire altro per ora, perché non sono sicuro della mia posizione legale. Gli inglesi e gli americani, nonostante l’accordo di pace, mi hanno perseguitato per anni e ai loro occhi io resto una ‘persona non grata’, il che significa che non posso mai essere certo che quello che dico non verrà usato per accusarmi. Gli inglesi stanno ancora incriminando i Repubblicani vent’anni dopo gli accordi di pace, e si tratta chiaramente di un’azione di vendetta.
Sono stato arrestato con l’accusa di istigazione ad atti di terrorismo e possesso di esplosivi con l’intento di provocare esplosioni – o qualcosa del genere.
In pratica, la polizia aveva trovato materiale per la fabbricazione di bombe, pistole, altri ordigni esplosivi, e avendoci seguiti per un paio di mesi, ha ritenuto che fossimo sul punto di dare il via ad una campagna terroristica nel Regno Unito; ma, come ho anche sottolineato nel libro, durante il processo l’accusa ha mentito in diverse occasioni e ha cercato di dedurre prove dove non ce n’erano.

Tiziano Thomas DossenaA che cosa si riferisce l’espressione Troubles?
Michael Phillips: Con l’espressione Troubles ci si riferisce al caos e alle violenze in Irlanda del Nord iniziati nel 1969 fino alla firma dell’Accordo del Venerdì Santo (Good Friday Peace Agreement) nel 1989. Essi sono stati, si spera, gli ultimi tentativi di raggiungere l’indipendenza irlandese per vie militari.

Tiziano Thomas DossenaDunque sei cresciuto in una Irlanda del Nord sotto assedio. Secondo te, quanto danno psichico ha fatto a te e a tutta la tua generazione crescere in tale situazione?

Michael Phillips: A me, non ne ho proprio idea; immagino che bisognerebbe chiederlo ad uno psichiatra. Ma se chiedessi ai miei amici, direbbero che sono molti, ahah! In effetti, mi ci sono voluti parecchi anni per comprendere alcuni di questi danni, quindi riconosco che essi ci sono stati o ci sono forse ancora adesso, tanto che di qualcuno me ne sono reso conto da solo. A nessuno fa piacere ammettere di avere dei problemi concernenti la salute mentale, perché non sono qualcosa che sia facile da vedere, anzi spesso si tratta di problemi che si manifestano nella sfera privata o quando si è soli. Ma ritengo comunque di essere molto fortunato, perché il mio ambiente familiare mi ha sempre sostenuto e aiutato, e mia madre in particolare è sempre stata una persona pratica, e se vede che qualcuno ha un problema il suo consiglio è anch’esso di natura pratica. In altre parole, ci ha sempre detto che esistono persone con problemi ben più grandi dei nostri, e che noi – in quanto parte di una famiglia – troviamo sempre qualcuno che ci ama e che è disposto a tutto per aiutarci, ma che le persone meno fortunate spesso non hanno nessuno vicino e quindi non riescono nemmeno a trovare delle soluzioni semplici ai loro problemi. Ancora peggio era quando ci piangevamo addosso. “Smettetela di piangervi addosso, ma alzatevi e fate qualcosa.” Nei momenti di crisi, non c’è molto tempo per fermarsi a pensare specialmente se ci sono persone (bambini) che fanno affidamento su di te, perciò il consiglio di mia madre era sempre di pensare a chi ha bisogno di noi, invece che a quello di cui noi abbiamo bisogno.

Sono andato a scuola con persone che provenivano da situazioni familiari terribili, in cui entrambi i genitori erano alcolizzati, storie di abusi fisici, di droga, di estrema povertà e cose simili. Due dei miei compagni di scuola si sono suicidati, uno è morto in un furto d’auto all’età di quindici anni. Altri hanno avuto esaurimenti nervosi e sono scappati di casa – e questo da bambini! La lista è infinita. In Irlanda del Nord, abbiamo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Europa. Ogni volta che torno a casa, scopro che un vicino o un amico è morto così; tutto questo è profondamente triste e deprimente. Continuo a pensare che sia tutto un sogno. Queste sono le conseguenze del vivere in una situazione simile a quella di una guerra, perché gli effetti veri e propri si manifestano solo dopo molti anni; durante una guerra, si pensa solo alla sopravvivenza, e poi, quando arriva la pace, le persone vengono lasciate a cavarsela da sole. La nostra società (occidentale) lascia tutti abbandonati a loro stessi. È molto simile a quello che sta succedendo adesso con l’emergenza del Covid – i nostri amici e i nostri vicini hanno estremamente bisogno di aiuto eppure la maggior parte di noi fa finta di niente o non sa neppure ciò che stanno passando. Stiamo affrontando una crisi epocale al di là della nostra comprensione perché siamo una società intrinsecamente egoista e per questo molte più persone moriranno non per la malattia in sé, ma per problemi causati dall’emergenza Covid. È triste da dire, ma dovunque, in ogni paese, ci si preoccupa sempre meno di chi ci sta vicino e questo nel lungo periodo si traduce in una mancanza di attenzione verso l’individuo, e allora quale sarebbe lo scopo del vivere?

Tiziano Thomas DossenaQuanto ha influito sulla tua vita il periodo passato in carcere?
Michael Phillips: Ad essere onesti, nella società in cui vivevo il carcere era una delle opzioni possibili, e tutti conoscevamo qualcuno che era in prigione. Finire in carcere era qualcosa di cui andare fieri; ad esempio, molta gente della mia comunità ha un sacco di rispetto per me per via del mio passato, una cosa purtroppo molto normale da dove vengo. Comunque, dopo essere stati in prigione le possibilità di trovare lavoro o di viaggiare sono molto limitate, sempre che non si resti a casa. Io, per esempio, ancora oggi non posso viaggiare in molti paesi e sono ancora nella lista nera di molte nazioni. Accetto questa situazione, anche se non sono d’accordo. La cosa peggiore però non è stata scoprire quello che non potevo fare o dove non potevo andare, ma quello che le persone pensavano di me dopo aver saputo del mio passato. Ci sono voluti vent’anni prima che cominciassi ad aprirmi con gli altri su ciò che mi era successo perché, in generale, le persone sono molto ignoranti verso le altre culture. Quindi, fino ad ora ho taciuto sul mio passato; ma adesso ho finalmente raggiunto un punto della mia vita in cui so chi è mio amico a prescindere dal mio passato. È molto liberatorio. Molte persone non sono di mentalità aperta. A me personalmente non interessa da dove viene una persona, cosa abbia fatto nella sua vita, fintanto che ha rispetto per me ed è disposta ad ascoltare la mia storia prima di cominciare a giudicarmi. Tutti abbiamo un passato; ci vuole molto coraggio a rispettare qualcuno che ritieni essere moralmente cattivo o che, ad esempio, abbia credenze religiose contrarie alle tue. Perciò, di certo ho una mentalità molto più aperta ma sono anche più consapevole del fatto che gli ex carcerati possano essere davvero delle brave persone – bisogna solo ascoltare la loro storia.

Tiziano Thomas DossenaIl tuo arresto avvenne proprio dopo che avevi ottenuto la qualifica di ingegnere aeronautico presso la British Airways. Hai mai pensato di continuare in quel campo?
Michael Phillips: Amo gli aerei, l’ingegneria e tutto ciò che riguarda il volo. Mi piacerebbe molto pilotare elicotteri in futuro, perciò chissà che non ritorni davvero in quel settore. Ma mi piace essere libero di poter fare quello che voglio, quindi, almeno per ora, una carriera da ingegnere non farebbe per me. La libertà di andare dove voglio e di fare ciò che voglio è la cosa a cui tengo di più al mondo, e sarei disposto anche a tornare in carcere pur di difenderla.

Tiziano Thomas DossenaHai atteso molti anni prima di scrivere questa tua autobiografia. Perché?
Michael Phillips: Psicologicamente è stato un peso incredibile per me rivivere l’intera esperienza. Ci ho messo quasi vent’anni prima di rileggere il diario che ho scritto in prigione perché non ce la facevo proprio, specialmente da solo. Quindi quando ho cominciato a ‘scrivere’ il libro nella mia mente, dovevo anche confrontarmi con il pensiero di quello che avrebbe detto la mia famiglia. Anche per loro significava riportare a galla dei ricordi terribili, e ci sono voluti più o meno due anni per creare il libro vero e proprio.

Tiziano Thomas DossenaCome mai non l’hai pubblicata anche in inglese ma ti sei limitato ad una versione in italiano?
Michael Phillips: È successo semplicemente che un mio caro amico mi ha suggerito di pubblicarlo; non conoscendo nessun editore inglese, è stata quasi una scelta ovvia quella di pubblicarlo in italiano. Inoltre, avevo bisogno di vedere come le persone lo avrebbero accolto prima di pensare ad un’edizione in inglese perché, come ho già detto, vorrebbe dire che tutta la mia famiglia sarebbe in grado di leggerlo, e sono ancora piuttosto nervoso al pensiero che loro lo leggano. Non abbiamo mai nemmeno parlato del mio periodo in prigione o del perché fossi stato arrestato, e credo di capirne il motivo: si sentono responsabili, credono di aver fatto qualcosa di sbagliato. Per loro resto ancora uno dei bambini della famiglia, e quindi sentono di non aver fatto abbastanza per proteggermi, anche se niente di ciò che è successo è colpa loro.

Tiziano Thomas DossenaPerché tu pensi che questa guerra sporca che ha fatto tanti danni fisici e psichici sulla popolazione dell’Irlanda del Nord non è finita ma è in attesa di esplodere un’altra volta?
Michael Phillips: In ogni guerra sono le persone comuni a diventare vittime: i ricchi, i benestanti e la classe politica raramente subiscono gli effetti della guerra. In Irlanda del Nord abbiamo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Europa, eppure siamo solo un milione e mezzo di abitanti. Ogni settimana un giovane muore a Belfast (che ha una popolazione di poco superiore a quella di Bologna), e questa è la normalità. La causa di ciò non può che essere identificata con gli effetti a lungo termine della guerra, dato che molti di questi giovani hanno visto le loro madri e i loro padri assassinati, o messi in prigione, o perseguitati per via della guerra. Poi è arrivata la pace, ma comunque non c’è stato alcun supporto o sostegno che ci spiegasse tutto ciò che era accaduto prima.
La pace non è assicurata, quindi non c’è motivo per cui la guerra non possa ricominciare di nuovo. L’Irlanda del Nord sta lottando da 800 anni contro gli inglesi per raggiungere la totale indipendenza; non sarebbe quindi una grande sorpresa se un’altra generazione volesse portare avanti questa lotta. Dobbiamo fare tutto il possibile, tuttavia, perché essi non continuino questa guerra.

Tiziano Thomas DossenaIl governo britannico ha sempre usato la mano forte nella repressione dell’indipendentismo irlandese. Qual è la ragione di tale scelta, secondo te? Quali sarebbero state le alternative plausibili che avrebbero potuto risolvere il problema?
Michael Phillips: Gli inglesi erano a capo di un impero che, come l’America di oggi, voleva dimostrare di poter controllare tutto il mondo. Non è complicato: al fine di  mantenere questo ‘impero’ avrebbero fatto qualsiasi cosa per sopprimere le insurrezioni, anche se questo voleva dire uccidere persone innocenti, distruggere intere culture o eliminare una lingua.
Non è possibile risolvere questi problemi se dall’altra parte c’è un governo che crede di avere il diritto di controllarti. Loro vogliono mantenere lo status quo. La popolazione locale ha solo due scelte: mantenere l’ordine e seguire le regole, ‘aiutando’ in questo modo l’impero, o combatterci contro, se vogliono che le loro tradizioni, la loro cultura e la loro lingua continuino ad esistere. Non c’è una via di mezzo.

Tiziano Thomas DossenaPensi di avere alfine lasciato questo periodo della tua vita alle spalle?
Michael Phillips: Sì. Citando Bobby Sands, ‘ho fatto la mia parte nella nostra battaglia’. Non sento più la necessità di combattere. Inoltre, la situazione è completamente cambiata, ed ora ci sono molti altri modi di lottare per un’Irlanda indipendente.

Tiziano Thomas DossenaSei il presidente dell’associazione culturale One World. A cosa mira questa associazione? È in qualche modo legata al fatto che tu presti il proprio tempo come volontario in alcuni centri sociali bolognesi?
Michael Phillips: Siamo un’associazione culturale che vuole aiutare i residenti stranieri di Bologna a fare sentire la propria voce, facendo da intermediari con altre associazioni, organizzando riunioni ed eventi. Ci occupiamo molto di creare relazioni, promuovendo incontri e collaborazioni con i funzionari pubblici. Per esempio, il nostro ultimo progetto è quello di incoraggiare le persone a registrarsi (se ancora non hanno la cittadinanza italiana) per votare nelle elezioni amministrative di Bologna a maggio 2021. Ci sono più di 60.000 residenti stranieri a Bologna, e pochissimi di questi vanno effettivamente a votare, perciò siamo di fronte ad un grande potenziale di voti, e potremmo perfino fare eleggere qualcuno di noi. Tutti abbiamo qualcosa di utile da dare a questa città, tra cui diverse capacità, diverse lingue, talenti, esperienze; e, proprio nel periodo più difficile a livello globale per il commercio ed il turismo, noi rappresentiamo la combinazione ideale per portare nuove idee e nuova energia alla città che siamo orgogliosi di chiamare casa.
No, non proprio. Voglio dire, ci sono dei collegamenti ma il mio lavoro nei centri sociali è una cosa a parte. Stiamo tentando di rendere i centri sociali dei luoghi più inclusivi per le giovani generazioni oltre che per i pensionati. Il futuro di questi centri non sembra roseo; per questo, se riusciamo a coinvolgere più persone e ad aumentare le attività come sport, musica e cultura, allora forse potremmo aiutare queste comunità di territorio a rimanere attive e rilevanti. Se iniziamo a perdere i centri sociali temo che perderemo anche una parte importante della nostra comunità.

Tiziano Thomas DossenaHai altri progetti in lavorazione?
Michael Phillips: Purtroppo, il Covid ha cancellato i miei piani perché non posso pubblicare e distribuire la mia rivista Bolife in giro per la città. Fino a quando i miei clienti – bar, ristoranti e pub – non saranno in grado di riprendere completamente la propria attività, nemmeno io posso continuare la mia. Devo solo aspettare e vedere.
Perciò, come molte altre persone, anch’io spero che il 2021 porterà notizie migliori per quanto riguarda il lavoro.

Tiziano Thomas DossenaSe tu potessi incontrare qualsiasi personaggio del presente o del passato e poter porre una domanda, chi sarebbe questo personaggio e che cosa chiederesti?
Michael Phillips: Il Dalai Lama. Gli chiederei solo di poter passare una giornata insieme! Visto che è una persona così ispiratrice, mi piacerebbe vedere il modo in cui si relaziona con gli altri. Non lo farei per l’aspetto religioso, quanto piuttosto per capire come fa ad affrontare i problemi e le situazioni difficili mantenendo un atteggiamento positivo riguardo alla vita.

Tiziano Thomas DossenaHai qualche sogno nel cassetto?
Michael Phillips: Vorrei fare di più per Bologna, per contribuire allo sviluppo della città, poiché ritengo che abbia tutte le potenzialità per diventare una città del futuro. Non ha importanza se per farlo dovrò impegnarmi in un ruolo sociale, commerciale o politico.

Tiziano Thomas DossenaUn messaggio per i nostri lettori?
Michael Phillips: Non lasciate che le critiche o i fallimenti vi impediscano di vivere nel modo in cui volete. E rischiate di più, perché non si possono vivere i propri sogni se si ha paura di essere ambiziosi.

Vivere il Jazz. Intervista Esclusiva Con il Pianista e Compositore Arrigo Cappelletti.

Vivere il Jazz. Intervista esclusiva con il pianista e compositore Arrigo Cappelletti.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Nasce a Brunate (Como) il 12.2.49. Dopo una laurea in Filosofia e aver insegnato alcuni anni nei Licei, si è dedicato al jazz realizzando finora vetisei dischi a suo nome di cui almeno quattro (Samadhi, Reflections, Pianure e Terras do risco) hanno avuto importanza nella definizione di una via italiana al jazz fatta di lirismo, introspezione e collegamenti con altri universi musicali. Ha collaborato con molti artisti del jazz e del fado,  con la cantante Mia Martini e con l’orchestra nazionale di jazz di Giorgio Gaslini. Nel 1988 la rivista americana Cadence ha inserito il suo disco “Reflections” tra i dieci migliori dischi dell’anno.

Molto attivo anche come scrittore e saggista, ha pubblicato i volumi  “Il profumo del jazz” (1996),  “Paul Bley, la logica del caso” (2004),  “Paul Bley. The Logic of Chance (2010), “La filosofia di Thelonius Monk” (2014) e “Le avventure di un jazzista filosofo” (2016).

Tiziano Thomas DossenaIl tuo omonimo nonno fu un compositore conosciuto e rispettato. Tu hai curato la stesura di un libro a titolo “Arrigo Cappelletti musicista comasco 1877-1946”, che raccoglie gli atti della giornata di studio tenutasi a Como il 16 gennaio 2010. Che sensazione ti ha fatto quando hai iniziato nel campo della musica di avere un parente con il tuo stesso nome e con una fama rispettabile? In che modo può avere influenzato le tue decisioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Mio nonno, che non ho mai conosciuto, è una figura fondamentale della mia infanzia perché mio padre architetto me ne parlava sempre e quando ho cominciato a suonare il piano mi induceva a suonare le sue composizioni o mi portava all’opera e ai concerti sperando  che io pure diventassi musicista . Ho quindi vissuto buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza in un ambiente dominato dalla figura del nonno, prendendo (poche) lezioni di pianoforte e rovistando nei numerosissimi suoi spartiti rimasti in casa, ma non sono mai stato disposto ad accettare la fatica e i severi studi necessari a seguire la sua strada. Per me che volevo cambiare il mondo e avevo un temperamento ribelle, fare il pianista di professione o studiare composizione classica risultava ripetitivo e noioso, e comunque non abbastanza radicale. Alla fine del liceo ho così preferito iscrivermi alla facoltà di filosofia e intraprendere la carriera di insegnante nei licei. Non potevo prevedere che da lì a poco sarebbe esplosa la passione per il jazz, musica che nessuno  mi aveva fatto ascoltare ma che subito mi è apparsa come la più vicina alla mia indole libera e anarchica. All’inizio mio padre, che voleva fare di me un musicista classico e in più non amava la filosofia, non c’è rimasto bene. Il jazz non gli sembrava rispettare abbastanza i codici della musica colta. Solo verso la fine della vita si è convinto. Per quanto riguarda il nonno, una volta conseguita una certa consapevolezza e sicurezza in me stesso, mi sono liberato dei complessi e ho incominciato a guardare con crescente curiosità e interesse alla sua figura, soprattutto come compositore. Mi sembrava un bel modo per indagare nelle mie radici profonde. Da lì ha preso le mosse l’idea di dedicarmi a una rivalutazione della sua opera, organizzando pubblicazioni, esecuzioni e convegni di studio, spesso mettendomi in gioco in prima persona come esecutore, come è avvenuto per il trio  per pianoforte, violino e violoncello o per l’elegia per mandolino e pianoforte. E l’amore per mio padre ha di certo giocato il suo ruolo.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 1986 uscì il tuo CD a titolo Samadhi. Parlacene un po’, di quello che rappresenta per te e per il jazz italiano e di che cosa volevi ottenere.
Arrigo Cappelletti: Samadhi non è stato il mio primo disco (ne avevo già realizzati due in trio) ma, essendo il frutto della mia prima collaborazione importante, quella col sassofonista pugliese Roberto Ottaviano, è stato probabilmente il primo a darmi la consapevolezza di poter svolgere un ruolo di rilievo nell’ambito del jazz italiano. Con Roberto ci ispiravamo al quartetto di Miroslav Vitous (quello con John Surman, Kenny Kirkland e Jon Christensen) avendo in mente atmosfere liriche, struggenti, rarefatte di vaga impronta nordica.
È con quel disco che ho preso coscienza per la prima volta dell’importanza per il mio jazz della componente melodica e del piacere che mi dava scrivere temi piuttosto elaborati e complessi armonicamente.

Tiziano Thomas Dossena: Seguisti nel 1987 con Reflections, altro importante passo sia per te sia per il Jazz italiano. Difatti, nel 1988 la rivista americana Cadence lo ha ha inserito tra i dieci migliori dischi dell’anno
Arrigo Cappelletti: Reflections è stato il primo disco in cui ho potuto esprimere per intero il mio amore per Paul Bley, pianista da me scoperto all’inizio degli anni ’80. Il modo in cui Paul Bley si avvicinava agli standards, lirico e sghembo, mi affascinava almeno quanto le sue improvvisazioni  libere, profonde, imprevedibili. Mi piaceva l’idea, instillatami da Paul Bley, di un pianismo libero e innovativo con i piedi ben piantati nella tradizione. E questa idea di ‘gettare ponti’, di realizzare il collegamento fra tradizioni e generi musicali lontani o addirittura opposti è sempre stata una costante della mia musica.

Tiziano Thomas Dossena: Altro CD punto di riferimento è Pianure del 1990. Che cosa lo distingue dai precedenti?
Arrigo Cappelletti: Come i dischi precedenti sono stati il risultato di una ‘cotta’, per Paul Bley e parzialmente per Keith Jarrett, anche questo è stato il frutto di una ‘cotta’: questa volta per Astor Piazzolla. Il tango argentino l’avevo già scoperto da qualche anno, al punto da intitolare “Tango” uno dei brani di Samadhi. Ma era un tango in 7/4 e aveva ben poco a che fare con Piazzolla. Con Pianure invece ho cercato di trasferire in ambito jazzistico le atmosfere del quintetto “Nuevo Tango” di Piazzolla, scrivendo brani pensati apposta per il suo bandoneon. Sfortunatamente non esistevano allora bandoneonisti in Italia e il mio tentativo di affidare la mia musica allo stesso Astor Piazzolla fallì a causa dell’ictus che l’avrebbe portato poi alla morte, nonostante egli  avesse ascoltato le mie composizioni  e dichiarato la sua disponibilità. Successivamente ho incontrato a Parigi un altro bandoneonista, Olivier Manoury, con il quale ho portato avanti diversi progetti sempre ispirati al tango jazz. All’epoca di Pianure invece mi sono affidato al fisarmonicista Gianni Coscia, che si è adattato benissimo alla mia musica ma ha finito col darle una coloritura più sottilmente malinconica che drammatica. Con lui e la cantante Gioconda Cilio ho realizzato una lunga collaborazione che è sfociata in ben due cd  di songs  da me scritte su testi di poeti del ‘900 e nel mio primo concerto in Portogallo durante l’Expo ’98 a Lisbona.

Tiziano Thomas DossenaChe cosa ti ha spinto a vivere in Portogallo?
Arrigo Cappelletti: Il fattore scatenante è stato l’invito a partecipare ad Expo ’98 a Lisbona in rappresentanza dell’Italia ma già da qualche mese avevo incominciato a prendere confidenza con la lingua e la cultura portoghese tramite una amica italo-portoghese residente a Milano.
È allora, mentre provavo a trasferirmi da Milano nella vecchia casa di famiglia a Bormio in Valtellina, che ho scritto le mie prime canzoni su testi di poeti portoghesi e in particolare di Fernando Pessoa. Quando mi fu comunicato l’invito a suonare a Lisbona mi sembrò davvero un segno del destino e decisi di andare in Portogallo un mese prima del concerto per trovare una cantante adatta a interpretare le mie canzoni accanto a me e al fido Gianni Coscia alla fisarmonica. Da allora sono tornato molte volte in Portogallo, approfittando dell’ospitalità di una cara amica, ma non ci ho mai vissuto per lunghi periodi.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa ti ha portato alla registrazione di Terras Do Risco? Perchè tu lo ritieni uno dei punti cardinali della tua produzione musicale?
Arrigo Cappelletti: Ad Expo ’98 con me e Coscia si esibì una giovane cantante portoghese, Barbara Lagido. Ma per il progetto discografico che subito dopo incominciai a coltivare mi occorrevano musicisti più esperti e che provenissero dal mondo del fado, dato che l’idea era di fondere il jazz con i colori e le atmosfere del fado. Il cantante e chitarrista Jorge Fernando, che la mia amica portoghese gentilmente mi fece conoscere,  me li offrì su un piatto d’argento presentandomi due autentiche ‘star’ del fado, la cantante Alexandra e il chitarrista Custodio Castelo, grande specialista di chitarra portoghese (quella che in Portogallo si chiama “guitarra”). Il gruppo si completò con un giovane italiano, Daniele Di Bonaventura al bandoneon, quasi a trasferire la mia vecchia passione per questo strumento dal tango argentino all’ambito portoghese. Così registrammo a Lisbona Terras do risco, un titolo ispirato al romanzo di una scrittrice portoghese, Agustina Bessa Luis, inteso a sottolineare il carattere di rischio e di avventura rappresentato da questa inedita fusione fra jazz e fado mai tentata fino ad allora e portata avanti per di più in trasferta, con tutti i problemi e le difficoltà che questo comportava. Un’avventura musicale senz’altro riuscita ma che poteva avere ben altro successo sul piano commerciale se l’etichetta che stampò il disco in edizione lussuosa, come audio-book, l’italiana Amiata records, ne avesse curato maggiormente la promozione e la distribuzione. Uno dei tanti rimpianti della mia vita musicale.

Tiziano Thomas DossenaE per quale ragione sei stato in Russia?
Arrigo Cappelletti: Come per il Portogallo il mio interesse per la Russia è stato all’inizio artistico-culturale. In famiglia era quasi un obbligo leggere i romanzi russi e si ascoltava un sacco di musica russa, soprattutto Mussorgsky, Scriabin, Shostakovitch. Poi, in un momento particolarmente effervescente e dinamico della mia vita, ho deciso di passare una breve vacanza a Pietroburgo e in quell’occasione ho conosciuto la mia futura seconda moglie Anna. Da quel momento ho iniziato una serie di brevi visite a Pietroburgo, nel corso delle quali sono entrato in contatto con l’ambiente musicale della città e ho suonato spesso come solista e come accompagnatore della cantante e performer Polina Runovskaya. Prima di iniziare a insegnare nei conservatori, ho addirittura pensato di trasferirmi là ma le difficoltà della vita musicale in Russia e la passione di Anna per l’Italia mi hanno convinto a rinunciare. In seguito a questa esperienza ho scritto canzoni direttamente su testi di poeti russi del 900, affidandole prima a Polina Runovskaya e poi a una cantante italiana che conosce il russo, Nicoletta Petrus, e credo di essere uno dei pochissimi compositori italiani ad averlo fatto se non l’unico. Queste canzoni sono uscite quest’anno, insieme ad altre portoghesi cantate da Maria Anadon, nell’album “Different Shades of Melancholy” per l’etichetta italo-giapponese di Edmondo Filippini Da Vinci Classics.

Tiziano Thomas Dossena Il tuo percorso musicale è lungo e ben variato, pur essendoti attenuto alla musica jazz. Quando fu che tu decidesti di fonderci il tango nelle tue composizioni?
Arrigo Cappelletti: Nonostante mi affascinasse, non ho mai praticato davvero il tango tradizionale e quando ho tentato di farlo sono stato accusato di non suonare in modo conforme al codice. Il fatto stesso che per me il tango si sia sempre identificato con Astor Piazzolla conferma questa mia relativa estraneità. Piazzolla non è mai stato visto in Argentina come un vero rappresentante del tango e la sua musica è ancora oggi considerata nel suo paese un ibrido di tango e avanguardia  che non incarna l’intima essenza del tango. Più ancora che per Piazzolla per me il tango non è mai stato  una ‘maniera’ ma piuttosto un’mood’, un’atmosfera il cui simbolo è il bandoneon, uno strumento che mi ha affascinato fin dall’inizio per la sua sottile, perentoria drammaticità. Quando con gli anni la passione per il tango  si è attenuata, questo è rimasto  come una sorta di retro-gusto, di fondo segreto della mia musica. Ancora oggi mi stupisco di come una certa iper-espressività drammatica, alcuni passaggi melodici, la tendenza a pensare ‘in battere’, caratteristici della mia musica, debbano più ad Astor Piazzolla  che al codice be-bop.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa ti ha spinto a comporre veri e propri fado? Secondo te, che cosa hanno apportato le tue composizioni di fado a quelle tradizionali.
Arrigo Cappelletti: Per il fado vale lo stesso discorso fatto per il tango. Il fado è musica basata su giri armonici estremamente semplici, a volte niente più che una marcetta in 2/4. Ma i melismi arabeggianti della voce e le sonorità evocative della chitarra portoghese, uniti alla drammaticità di contenuti quasi sempre legati al tema dell’emigrazione, ne fanno la musica più adatta a esprimere il sentimento tipicamente portoghese della ‘saudade’. Il mio progetto era di conservare questo carattere di ‘musica della saudade’ grazie alla presenza della chitarra portoghese e a voci autenticamente fadistiche ma all’interno di composizioni melodicamente e armonicamente complesse e a testi importanti come quelli di Pessoa. La componente jazzistica era assicurata dagli spazi improvvisativi lasciati a ciascuno strumento e dal dialogo costante fra di loro.

Tiziano Thomas Dossena: Questo tuo stile di mischiare sonorità tradizionali (tango, fado) con il jazz è una cosa nuova o esistevano già dei precedenti? Che cosa ti stinola di più in queste esperimentazioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Il jazz ha dimostrato nel corso della sua storia di essere musica onnivora, in grado di metabolizzare i più diversi generi e le più imprevedibili tradizioni musicali. Non posso escludere che tentativi analoghi ai miei siano stati compiuti, ma per quanto riguarda il tango gli unici gruppi ai quali nel ’90 facevo riferimento erano il trio del bandoneonista Juan José Mosalini (basato su musica quasi interamente scritta) e il quintetto di Enrico Rava con Dino Saluzzi al bandoneon nel disco “Volver”, che però riecheggia uno schema tipicamente jazzistico. Per quanto riguarda la commistione fra jazz e fado avevo in mente un cd di Maria Joao e Mario Laginha con ospiti come Dino Saluzzi, Raph Towner e Trilok Gurtu intitolato “Fàbula” dove però i riferimenti sono più la musica brasiliana, indiana e il folklore argentino che il tradizionale fado portoghese. Gli ultimi 20 anni hanno assistito a una vera e propria mondializzazione del jazz, con un sacco di esperimenti di commistione fra jazz e musiche del mondo. Alcuni di questi esperimenti sono stati spuri e scarsamente sinceri, altri frutto di passione autentica. Ho la pretesa di ritenere che i miei rientrino in questa seconda categoria.

Tiziano Thomas Dossena:  Suppongo che “Spiritual and Christmas Songs” si stacchi dalla tua produzione jazzistica…
Arrigo Cappelletti: È un progetto che mi è stato commissionato da Eurarte per il Natale 2001. In quell’occasione Ennio Cominetti mi fece conoscere una serie di canti popolari natalizi appartenenti alla tradizione anglosassone. A questi, per completare il progetto, ho aggiunto alcuni famosi Spirituals. È un cd di inni a carattere religioso in cui è facile riscontrare la mia vecchia passione per il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim con le sue solenni ed estatiche meditazioni per piano solo.

Trio Arrigo Cappelletti: il pianista con John Hebert e Jeff Hirschfield

Tiziano Thomas Dossena: Una delle tue visite negli USA ha portato alla registrazione di “Arrigo Cappelletti Trio in New York”. Come fu deciso questo rapporto tra te, John Hebert e Jeff Hirschfield?
Arrigo Cappelletti: Fino al 2005 non ero mai stato a New York. Sognavo da anni di andarci e di registrarvi un disco. È incredibile quello che rappresenta per un jazzista NY e desideravo scoprire quali stimoli ed emozioni mi avrebbe dato registrare un disco nella autentica capitale del jazz. L’occasione mi è stata offerta da Alessio Brocca della Music Center che, dopo anni di amicizia e collaborazione (Alessio noleggia pianoforti per concerti), decise di finanziarmi viaggio e registrazione. I collaboratori li avevo già scelti: John Hebert al contrabbasso e Jeff Hirshfield alla batteria, due grandi dell’avanguardia newyorchese che avevo già avuto modo di ascoltare in Italia con il trio di Frank Kimbrough. E per lo studio seguii il consiglio di un critico jazz italiano residente a NY, Luigi Santosuosso, che mi suggerì lo studio di John Kilgore sulla 9th Avenue.

La registrazione ha dato luogo a ben 2 cd, “Trio Arrigo Cappelletti in NY”, pubblicato subito nel 2005 per la Music Center, e “In a Lyrical Mood”, con gli “scarti” della prima registrazione, pubblicato 5 anni dopo nel 2010 dalla Philology di Paolo Piangiarelli, due cd molto diversi, più sperimentale e con brani prevalentemente di mia composizione il primo, più classicamente jazzistico il secondo. A distanza di anni sono molto soddisfatto del risultato e noto che il fatto di registrare a NY ha reso il mio jazz meno ‘europeo’ e più il linea con il contesto nord-americano.

Tiziano Thomas Dossena: Tu ammiri molto Paul Bley, al punto di aver scritto un libro su di lui. Che cosa ti ha colpito di più in lui?
Arrigo Cappelletti: Paul Bley è per me un Maestro e un secondo padre. Senza di lui probabilmente non avrei fatto il musicista di jazz. Difficile dire in poche parole cosa mi ha più colpito in lui. Ma forse è la unità di opposti rappresentata dalla sua musica, capace di unire tonalità e atonalità, lirismo e sprezzatura, forma e libera esplorazione. Su di lui ho scritto un libro che è stato l’appassionata occasione per fare i conti con la mia propria poetica e che, tradotto e pubblicato in inglese dalla casa editrice canadese Vehicule Press, è forse il primo libro di un italiano sul jazz tradotto in inglese.

Tiziano Thomas Dossena: Potresti spiegare ai nostri lettori che non sono esperti di Jazz come mai hai scelto le composizioni di Thelonius Monk per un tuo CD, lo hai registrato da pianista solista ed addirittura hai composto alcuni brani ispirati a lui?
Arrigo Cappelletti: Anche il progetto su Monk è nato da un invito, quello della Open Reel dell’amico Marco Taio, chitarrista e ingegnere del suono specializzato in registrazioni analogiche, a registrare su nastro analogico musiche di Thelonious Monk o a lui ispirate. Questo perché Marco aveva già a disposizione una registrazione su nastro di Monk dal vivo effettuata al Teatro Lirico di Milano. Monk è, insieme a Lennie Tristano, Andrew Hill, Abdullah Ibrahim e naturalmente Paul Bley, uno di quei pianisti austeri, sghembi, anti-convenzionali cui ho sempre guardato con interesse nel corso della mia vita. Dedicare un disco doppio a lui mi ha fatto dunque un immenso piacere. Casualmente l’anno dopo sono stato invitato a scrivere, insieme con un mio studente del conservatorio che aveva scritto una tesi su Monk, Giacomo Franzoso, un libro su Monk per la collana di Musica contemporanea dell’editore Mimesis, “La filosofia di Monk”, e questo, insieme con la registrazione appena realizzata, mi ha reso un vero specialista della musica di Monk.

Tiziano Thomas Dossena: Potresti parlare un poco del tuo libro Il Profumo del Jazz?
Arrigo Cappelletti: “Il profumo del jazz” è il primo libro da me scritto. Fui invitato a scriverlo da mio cugino Massimo Bonfantini, filosofo e direttore di una collana di manualetti e pamphlets irriverenti e polemici sui problemi della comunicazione per l’editrice ESI di Napoli. È un libretto a metà fra il didattico e l’autobiografico, che vorrebbe rappresentare una sorta di invito al jazz per chi non conosce questa musica o ne ignora il “profumo”, l’intima essenza. Oggi, dopo 25 anni e diversi libri scritti sull’argomento, mi appare pieno di vitalità ed entusiasmo, ma ingenuo e decisamente ‘datato’. Quando Luca Cerchiari, direttore della collana di Musica contemporanea, mi ha perciò proposto di riscriverlo, dandone una versione ampliata e aggiornata, ho accettato con entusiasmo. Il libro, in questa nuova versione e con lo stesso titolo, uscirà nei prossimi mesi per Mimesis.

Tiziano Thomas Dossena: Quando suoni dei classici in versione Jazz (Vivaldi, Mozart), qual è lo scopo di queste interpretazioni?
Arrigo Cappelletti: Bisognerebbe forse cercare una spiegazione psicoanalitica per questa mia tendenza a confrontarmi con compositori classici: un omaggio a mio padre, che sicuramente ne sarebbe stato contento, e indirettamente al mio nonno omonimo.

Tiziano Thomas DossenaEsiste una differenza tangibile tra Arrigo Cappelletti parte di un trio o di un quartetto e l’altro Arrigo Cappelletti, quello che compone musiche per video, fonde il tango con il Jazz e compone canzoni fado?
Arrigo Cappelletti: Quando suono in una formazione tipicamente jazzistica come il trio e dove l’improvvisazione e l’interplay  hanno un ruolo predominante, mi sento, per così dire, “ a casa”. Con i piedi ben piantati nella tradizione. So a quali modelli guardare e questo mi rassicura. Dato che si tratta di musica quasi completamente improvvisata questo può sembrare paradossale. Ma in fondo l’improvvisazione jazz è sempre improvvisazione secondo un codice, sia pure un codice aperto. Quando invece scrivo composizioni ispirate ad altre musiche, a immagini, a testi poetici quel senso di sicurezza paradossalmente scompare. Sento di non avere terreno solido sotto i piedi e ho la sensazione di muovermi in terre incognite. Questo dà una certa eccitazione, quella che deve provare un esploratore che muove i suoi passi in terre sconosciute, ma rischia di essere destabilizzante.

Tiziano Thomas DossenaTu hai insegnato sia filosofia al liceo sia Jazz al conservatorio. Quali sono le differenze sostanziali tra le due materie nel rapporto con gli studenti?
Arrigo Cappelletti: Non potendo vivere di solo jazz, nella mia vita ho sempre insegnato, prima filosofia, poi jazz in scuole private e in conservatori statali, da ultimo per 13 anni in quello di Venezia. So che molti colleghi jazzisti vivono l’insegnamento come una seconda scelta. Per me non è così. L’insegnamento mi ha dato moltissimo non solo sul piano umano per il rapporto che sono riuscito a creare con molti studenti ma perché mi ha aiutato ad acquisire consapevolezza di me stesso e della mia musica. Certo insegnare filosofia e insegnare jazz (che poi significa molte cose: non solo Tecnica strumentale ma Armonia, Composizione, Tecniche dell’improvvisazione, Musica d’insieme etc…) è molto differente. Nel primo caso si tratta di un insegnamento prevalentemente teorico, nel secondo la parte teorica non può essere isolata dalla prassi strumentale. Nessuna nozione teorica ha validità in sé, salvo per alcune regole generali di strategia, ma è valida se funziona, se aiuta a suonare meglio. A volte la prassi strumentale arriva al punto di contraddire e mettere in crisi regole precedentemente indicate dall’insegnante come valide. Questa disponibilità a rivedere le proprie certezze, i propri dogmi caratterizza l’insegnamento del jazz e potrebbe essere utile anche per altre discipline (filosofia compresa). Personalmente non ho mai considerato l’insegnamento del jazz e della filosofia come due momenti separati, offrendomi le lezioni di jazz una moltitudine di spunti per riflessioni filosofiche generali su temi come il rapporto tra scrittura e improvvisazione, il tempo circolare, la relazione tra disordine e forma etc…

Tiziano Thomas Dossena: Hai progetti in lavorazione al momento?
Arrigo Cappelletti: Purtroppo il Covid ha fermato un po’ tutto, non solo concerti ma prove, registrazioni discografiche etc…Però la progettualità non si ferma mai completamente e al momento sto lavorando a due progetti: un cd di piano solo di musica completamente improvvisata (ma per farlo ho bisogno di un pianoforte davvero adatto allo scopo) e uno spettacolo di letture accompagnate di Dante per il 700esimo della morte in duo con l’attore lecchese Luca Radaelli. Abbiamo già alcuni concerti fissati per il 2021 e speriamo di trovarne altri, magari anche per l’Istituto italiano di cultura a New York…. È incredibile ma l’accostamento fra Dante e il jazz funziona benissimo.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa fai quando non scrivi o  suoni il piano, adesso che non insegni più?
Arrigo Cappelletti: Sono un instancabile e onnivoro lettore. In più amo molto le passeggiate in montagna e quando, come è capitato ultimamente, ci sono restrizioni agli spostamenti mi accontento delle gite nei boschi sopra Varenna, il paese del lago di Como dove vivo. Sono appassionato anche di sci da fondo….

Tiziano Thomas Dossena: Sogni nel cassetto?
Arrigo Cappelletti: Non ho mai suonato in Giappone e mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe anche suonare con Sting, un artista che ammiro molto e che ama molto il jazz, oppure suonare ancora una volta insieme con il bassista Steve Swallow, con il quale ho avuto l’onore di registrare un disco e fare una breve tournée. Non ho mai avuto la sensazione di essere compreso fino in fondo da qualcuno come quando ho suonato con lui.

Tiziano Thomas Dossena: Se tu potessi incontrare un personaggio qualsiasi e di qualunche epoca, chi sarebbe e di che cosa vorresti parlare con lui o lei?
Arrigo Cappelletti: Come ho detto prima, mi piacerebbe incontrare Sting e collaborare con lui. Ma siccome sono un lettore accanito il mio vero sogno sarebbe di incontrare due scrittrici viventi che ammiro: la canadese Alice Munro e l’americana Jennifer DuBois il cui romanzo “Storia parziale delle cause perse” ho ammirato moltissimo. Con Alice Munro non vorrei discutere di letteratura, mi basterebbe starle accanto, magari mangiando una pizza o parlando di cose di nessun conto, per assorbire almeno in parte il suo equilibrio, la sua saggezza. Con Jennifer DuBois parlare di quanto sia autobiografico il suo romanzo (la sua esperienza della Russia assomiglia molto alla mia) e degli scacchi come metafora della vita.

Tiziano Thomas Dossena: Un messaggio per i nostri lettori?
Arrigo Cappelletti: Quando ascoltate jazz imparate a distinguere chi usa un linguaggio pre-confezionato da chi si mette in gioco ogni volta come fosse la prima.

Cerco Di Creare Un Mondo…Dove L’amore È Il Centro Di Ogni Cosa… Intervista Esclusiva Con Lo Scrittore Diego Galdino [L’Idea Magazine, Novembre 2020]

Cerco di creare un mondo…dove l’amore è il centro di ogni cosa… Intervista esclusiva con lo scrittore Diego Galdino

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Dopo gli studi superiori ha iniziato a lavorare nel bar di famiglia, il Lino Bar a Roma, attività a cui nel corso degli anni ha affiancato quella di scrittore.
Il suo primo romanzo, “Il primo caffè del mattino” (2013), è stato definito un caso letterario.
Nel 2014 pubblica “Mi arrivi come da un sogno”, a cui segue, l’anno successivo, “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi”, e nel 2017  “Ti vedo per la prima volta”. Nel 2018 esce “L’ultimo caffè della sera”, sequel de “Il primo caffè del mattino”. Dopo aver autopubblicato “Bosco bianco” nel 2019, quest’anno ha pubblicato  il suo romanzo “Una storia straordinaria”.
Diego Galdino è pubblicato anche in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna e Sudamerica.

L’IdeaIl tuo primo romanzo¸ “Il primo caffè del mattino”, è del 2013 ed ha un titolo che lega con la tua attività di barista. È questa una coincidenza o qualcosa di voluto? Puoi parlare un poco del libro e dei suoi personaggi?
Diego Galdino: Il titolo richiama il brano finale del romanzo…”Io voglio soltanto bere con te il primo caffè del mattino mi basta questo, ma dev’essere ogni mattina per il resto della nostra vita. Ti va?” Questo romanzo nasce per la voglia di rendere omaggio al Bar dove sono nato, nel vero senso della parola, perché a mia madre le si ruppero le acque proprio dietro al bancone del Bar dove io ancora oggi preparo i caffè ai personaggi della storia che sono tutti realmente esistenti. Il primo caffè del mattino è un romanzo che parla d’amore, di Roma e del caffè, in pratica della mia vita.

L’IdeaIn Sudamerica il tuo romanzo “Il primo caffè del mattino” è diventata una bibbia per gli amanti di caffè e molte aziende utilizzano le frasi per promuovere i loro prodotti. Oltre a ciò, stato tra i protagonisti di un documentario svizzero sul caffè, “La pulpa und die bohne”. Penso che sarai orgoglioso di quanto importante siano diventati il tuo libro e la tua lunga esperienza con il caffé…
Diego Galdino: Faccio ancora fatica a considerarmi uno scrittore di fama internazionale… Quindi ancora oggi sono il primo a restare stupito del mio successo planetario. Essere invitato a Zurigo come ospite d’onore alla prima di un documentario internazionale riguardante il caffè è stata un’esperienza indimenticabile. Addirittura concludere il documentario leggendo un brano del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino è stato un sogno a occhi aperti.

Diego Galdino. Il suo romanzo (Il primo caffè del mattino ) è diventato un caso letterario, l’autore lo ha scritto all’alba prima di servire i caffè al bancone del bar…
(Corriere della Sera, 30 dicembre 2013)

È un documentario che racconta la storia del caffè dalle piantagioni più famose al bancone del Bar su cui viene servito alla fine di un percorso lunghissimo e tra tanti banconi su cui poggiare quella tazzina finale; aver scelto proprio il mio è stato come vincere un premio Oscar. Considero il Bar dove lavoro la mia casa, ho imparato a camminare  davanti al bancone, dormivo in una culla accanto al bancone, mi sono innamorato per la prima volta dietro al bancone. Tutta la mia vita ruota da sempre intorno a questo bancone. Il caffè mi scorre nelle vene e mi emoziona tantissimo quando le persone mi scrivono presentandosi con il nome e il tipo di caffè che sono soliti prendere, come fanno i personaggi del mio libro.

L’IdeaDiego, come e quando incominciasti a sentirti scrittore e non più solo barista?
Diego Galdino: Ho iniziato a scrivere per una ragazza a cui ero molto legato. Un bel giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa di Rosamunde Pilcher, e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Come promesso feci decine di foto al mare, al cielo, alle scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita.

Diego Galdino – Scrittore Barista – fotografo: Benvegnù – Guaitoli

Rientrato a Roma feci sviluppare le foto e creai un album con accanto a ogni immagine la fotocopia di una pagina del libro di Rosamunde Pilcher. Purtroppo, qualche giorno dopo, a causa dei suoi problemi di salute, la ragazza fu costretta a trasferirsi con tutta la famiglia in un’altra città. Così decisi di scrivere una storia d’amore che a differenza della mia finisse bene e non ho più smesso,  fino ad arrivare a Il primo caffè del mattino

L’Idea:  “Il viaggio delle fontanelle” è un altro titolo del tuo primo romanzo o un altro romanzo?

Diego Galdino:  Il viaggio delle fontanelle in realtà è una specie di guida turistica in ebook scaricabile gratuitamente da Amazon. Fu estrapolata dal libro Il primo caffè del mattino dalla casa editrice Sperling & Kupfer per promuovere l’uscita del libro. Una passeggiata che fanno i due protagonisti della storia attraverso la città di Roma alla ricerca di fontanelle molto particolari dislocate nei posti più caratteristici della città eterna.

L’IdeaQuanta influenza ha Roma sulla tua vita in generale e sulla tua attività creativa di scrittore?
Diego Galdino: Mi sento molto fortunato ad essere un autore nato e cresciuto in quella che da più parti viene considerata come la più bella città al mondo. Inserirla come una dei protagonisti delle mie storie è partire con un grande vantaggio. Come dico sempre Roma è una città che non finisce mai. Puoi viverci una vita intera e l’ultimo giorno della tua esistenza  trovare un angolo meraviglioso che ancora non avevi mai visto.

L’Idea: “Mi arrivi come da un sogno”, il tuo romanzo del 2014, tratta l’argomento dell’amnesia? Puoi parlarcene un poco?
Diego GaldinoMi arrivi come da un sogno è un libro molto particolare perché parla di un uomo che deve far innamorare due volte la stessa donna ricominciando da un ciao. Perché la donna in questione dopo aver vissuto con lui a Roma un’intensa storia d’amore perde la memoria cancellando completamente dalla sua vita l’uomo che tanto aveva amato. Per tornare insieme a lei l’uomo partirà alla volta di Siculiana, un paesino della Sicilia affacciato sul mare, dove le tartarughe  marine vanno a nidificare.

L’IdeaUna classica storia d’amore tra persone apparentemente opposte come carattere,  il tuo romanzo “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi” è del 2015. Hai continuato con la vena romantica anche in questo. Dobbiamo credere che tu abbia scelto di scrivere solo storie d’amore? Come si differenzia questo romanzo dai precedenti?
Diego Galdino: La cosa principale che differenzia Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi dai miei romanzi d’amore precedenti è che questo romanzo non ha Roma tra i suoi protagonisti. Il proscenio se lo prende uno dei più bei paesini della campagna senese. In questo paese della Toscana un pittore australiano con un difficile passato sentimentale alle spalle e una maestra della scuola elementare della cittadina a cui la vita ancora non ha fatto incontrare il vero amore si trovano come se si stessero aspettando da sempre. Io scrivo romanzi d’amore perché sono innamorato dell’amore da sempre. Non potevo che scrivere questo genere di storie perché nel mio cuore ho un’immensa voglia di raccontare il sentimento più importante di tutti.

L’Idea“Ti vedo per la prima volta”, romanzo del 2017,  ritorna a Roma e presenta due innamoramenti, quello con un simpatico cicerone e quello con la città. Oltre a ciò, però, affronta il tema della narcolessia, un tema serio che ti avrà guadagnato molte simpatie…
Diego Galdino: Ho deciso di scrivere una storia con un protagonista affetto dalla Narcolessia la terribile malattia del sonno dopo aver letto su un quotidiano un’intervista di un ragazzo narcolettico. Rimasi molto colpito dalla sua frase…”I narcolettici non possono pronunciare le parole ‘Ti amo’ perché quando essi provano una grande emozione rischiano di addormentarsi. Per uno scrittore di romanzi d’amore questa era una cosa tremenda, così ho deciso di scrivere Ti vedo per la prima volta per parlare degli effetti drammatici di questa malattia sulla vita di una persona, ma con la giusta dose di forza e speranza che l’amore può donare. Un libro che mi ha fatto diventare amico di tanti narcolettici che hanno apprezzato la mia storia fino a considerarmi uno di famiglia, forse una delle mie soddisfazioni più belle.

L’IdeaDove trovi l’ispirazione per i tuoi libri?
Diego Galdino: Quasi sempre da immagini di posti o di persone. Li guardo e con la fantasia cerco di creare un mondo intorno a loro…Un mondo dove l’amore è il centro di ogni cosa.

L’Idea: Hai scritto esclkusivamente romanzi rosa o romantici. Tu credi che a questo tipo di trama siano interessate solo le giovani donne o hai la conferma che interessi anche il pubblico in generale, uomini inclusi?
Diego Galdino: È ovvio che il genere romantico sia letto prevalentemente da donne, di sicuro quasi sempre più sensibili della gran parte degli uomini. Ma io scrivo le mie storie affinché possano essere lette e apprezzate da tutti. Infatti sono molto lusingato di avere tra i miei lettori anche tanti uomini sparsi in tutto il mondo a dimostrazione che l’amore è una lingua universale alla portata di qualsiasi essere umano.

L’Idea“L’ultimo caffè della sera”, del 2018, è l’ultimo tuo romanzo pubblicato con la casa editrice Sperling & Kupfer, del Gruppo Mondadori.Cosa ti ha portato a questo cambiamento? Di che cosa tratta il libro?
Diego GaldinoL’ultimo caffè della sera è il sequel del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino, ma l’ho scritto in modo che non fosse obbligatoriamente necessario aver letto Il primo caffè del mattino per apprezzarne la storia. È stato per me come chiudere un cerchio, tracciare una linea sulla mia vita di scrittore barista e ripartire da lì, consapevole che c’era ancora tanto da imparare, tanto da raccontare e tanto da scrivere e ho preferito farlo con una casa editrice diversa pur restando legato e molto grato alla Sperling & Kupfer del Gruppo Mondadori.

L’IdeaHai autopubblicato “Bosco Bianco” nel 2019. Di che cosa parla? Come mai questa tua scelta di autopubblicarti?
Diego GaldinoBosco Bianco nasce tanti anni fa in un periodo molto difficile della mia vita. Avevo appena divorziato e per uno scrittore di romanzi d’amore era una grande sconfitta. La paura di non poter più vivere quotidianamente le mie figlie, il senso di colpa per aver tolto loro una famiglia normale, o la possibilità di addormentarsi con la consapevolezza che in caso di un brutto sogno ci sarebbero stati entrambi i genitori a rassicurarle ha fatto sì che io proiettassi queste cose sul protagonista della mia storia. Un uomo bisognoso di tornare a credere nell’amore e che lotta per recuperare la serenità e per dimostrare alle proprie figlie di essere un buon padre.  Ho amato la possibilità di tornare a respirare la speranza proiettando sui personaggi della storia la mia voglia di poter essere nuovamente libero di credere che tutto sarebbe finito bene grazie all’amore. A distanza di tempo ho deciso di autopubblicare questa storia proprio perché la sentivo mia in modo molto introspettivo, intimista e non volevo ingerenze da parte di un editore. Volevo decidere tutto io, dal titolo alla copertina.

Lo hanno definito il Nicholas Sparks italiano. Diego Galdino, scrittore-barista romano autore di bestseller come Il primo caffè del mattino (che presto diventerà un film)
(La Repubblica, 26 aprile 2017)

L’IdeaSei ritornato ad un editore  (LeggereEditore, Gruppo Fanucci) con il tuo ultimo romanzo, “Una storia straordinaria”. Vorresti parlarne un poco per i nostri lettori?
Diego Galdino: Sono tornato a pubblicare con un editore importante perché l’autopubblicazione purtroppo non ti garantisce la possibilità di essere sugli scaffali di tutte le librerie, cosa fondamentale per un libro e per un autore. Una storia straordinaria è un romanzo che meritava il massimo che io potessi dargli. Un romanzo che parla di resilienza, di coraggio, di speranza, di destino, anime gemelle, una storia vissuta attraverso i cinque sensi e lo sfondo di una Roma mai vista, una Roma da sentire con il cuore…

L’Idea:  Hai altri progetti ai quali stai lavorando?
Diego Galdino:  In questo momento sto scrivendo una storia d’amore un pò Fantasy. Non so se e quando sarà pubblicata, diciamo che sto sperimentando qualcosa di nuovo forse principalmente per me stesso. Nel frattempo mi godo i passi di avvicinamento ad un sogno che piano, piano si sta realizzando. Vedere tramutate in immagini le mie parole scritte grazie ad uno dei più importanti produttori cinematografici e televisivi europei che ha deciso di fare un film tratto dal mio primo romanzo Il primo caffè del mattino.

L’IdeaI tuoi romanzi sono stati tradotti in molte lingue ed hanno molto successo in varie nazioni…
Diego Galdino: Sì è una cosa bellissima vedere tante persone che vivono all’estero approfittare di una vacanza a Roma per venire da me al Bar a farsi autografare un libro, farsi una foto insieme a me dietro al bancone del bar e farsi preparare un caffè speciale come capita ai personaggi delle storie che hanno tanto amato.

L’IdeaUn sogno nel cassetto?
Diego Galdino: Salire sul palco per ritirare il premio Oscar vinto come miglior sceneggiatura originale per un film tratto da un mio romanzo.

I sogni migliori sono quelli fatti ad occhi aperti perché sei tu a decidere quando farli finire e non il Corona Virus…
(Diego Galdino)

L’IdeaSe tu avessi l’opportunità di incontrare un personaggio di tua scelta, del passato o del presente, chi sarebbe?
Diego Galdino: Sicuramente Jane Austen, è lei la mia stella polare; nel mio piccolo cerco di emularla cercando con le mie storie di rendere leggendario l’ordinario. Il mio libro della vita, la prima cosa che porterei in salvo, dopo le persone care, da una casa in fiamme è il suo Persuasione, di cui custodisco gelosamente una rara copia del 1890.

L’IdeaUn messaggio per i nostri lettori?
Diego Galdino: Non smettete mai di leggere perché, dopo fare l’amore, è la cosa più bella che possa fare un essere umano.

“La Funzione Del Mondo. Una Storia Di Vito Volterra”. Eccezionale Libro A Fumetti Sul Fondatore Del Cnr.

“La funzione del mondo. Una storia di Vito Volterra”. Eccezionale libro a fumetti sul fondatore del Cnr.

A ottant’anni dalla scomparsa, il matematico e fisico Vito Volterra – fondatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e uno dei dodici docenti universitari italiani che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, una delle figure più importanti e coraggiose della cultura italiana – rivive in una storia a fumetti: “La funzione del mondo. Una storia di Vito Volterra” (pagine 112, Euro 16,00).

Scritta da Alessandro Bilotta e disegnata da Dario Grillotti, la graphic novel arriverà in libreria oggi, giovedì 26 novembre, con la prefazione del Presidente del Cnr, Prof. Massimo Inguscio. Il libro nasce dalla collaborazione tra Feltrinelli Comics e Cnr Edizioni, casa editrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Il volume sarà presentato a “Futuro Remoto” venerdì 27 novembre alle 11:15 a cura dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo M. Picone (CNR-IAC) e dell’Unità Comunicazione e Relazioni con il Pubblico del Cnr. Intervengono Andrea Plazzi, traduttore, saggista ed editor; Roberto Natalini, direttore del CNR-IAC, matematico, divulgatore; Alessandro Bilotta; Dario Grillotti, che disegnerà dal vivo in diretta; modera Alessandra Drioli, Fondazione Idis-Città della Scienza.


Volterra e il libro saranno ancora ricordati il 2 dicembre dalle ore 15 nella trasmissione web #lamiavitadopoilcovid del CNR sui canali social dell’Unità comunicazione Cnr: con il presidente Inguscio, lo storico Giovanni Paoloni, il direttore di Feltrinelli Comics Tito Faraci e un’intervista a Virginia Volterra a cura di CnrWebTv, conducono Silvia Mattoni e Max Mizzau Perczel, regia di Roberto Natalini.

“La funzione del mondo. Una storia di Vito Volterra” offre l’opportunità di conoscere un uomo tutto di un pezzo, un matematico che si oppose al fascismo e ne dovette pagare le conseguenze, tanto più acuite dopo le leggi razziali, essendo ebreo. Una storia a fumetti che è stata ben impostata da Alessandro  Bilotta ed ottimamente illustrata da Dari Grillotti, mantenendo tanto l’enfasi sulle sue conoscenze matematiche quanto sulla sua vita personale e sui suoi rapporti. Una immagine, quindi, ben bilanciata che ci permette di capire le decisioni di questo straordinario italiano anche non essendo dei matematici o degli scienziati. Il libro apre una finestra su questo personaggio e certamente è una incitazione ad approfondirne la conoscenza.”
Tiziano Thomas Dossena

Da “La Religione Segreta Dei Templari” A “Io Sono Ciò Che Mangio”. Intervista Esclusiva Allo Scrittore Michele Allegri. [L’Idea Magazine]

Da “La religione segreta dei Templari” a “Io sono ciò che mangio”. Intervista esclusiva allo scrittore Michele Allegri.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ecco un’intervista con un autore poliedrico che ha avuto molto successo con i suoi libri sia quando trattano argomenti complessi e leggendari come i Templari sia che parlino dell’alimentazione. 

L’Idea Magazine: Il suo saggio “La religione segreta dei Templari” tratta un tema finora velato di mistero. Ce ne parli un po’.
Michele Allegri:  Questo saggio, questo e-book scaricabile dalla piattaforma Amazon, chiude un mio lungo percorso di studio e ricerca sull’Ordine dei Templari e i tanti misteri che avvolgono la sua nascita, il suo sviluppo e la sua fine.
Ho voluto analizzare il retroterra antropologico e religioso di alcune famiglie nobili europee i cui esponenti fondarono l’Ordine nel 1118, rendendolo potente ed immettendo in esso una vera e propria religione segreta, conosciuta solo ai livelli più alti dell’organizzazione, dagli alti dignitari e dal Gran Maestro. Questa religione aveva miti e riti propri, esoterici, negromantici ed antitetici rispetto alla religione cattolica e alla Regola data loro nel 1128. Per questo motivo, una volta scoperchiato il vaso di pandora, grazie ad alcune rivelazioni fatte da cavalieri delatori, i Templari furono oggetto di arresti in massa in Francia. Interrogati, alcuni sotto tortura altri no, confessarono tutti le medesime “colpe”.
All’atto dell’iniziazione i cavalieri sputavano sul crocifisso, rinnegando la figura del Cristo, credevano al Padre Celeste ma contemporaneamente ad un idolo barbuto in grado di salvarli e di fare ricco l’Ordine chiamato Bafometto, si autoassolvevano dai peccati, cingevano i loro corpi nudi con una cordicella magica, si scambiavano baci rituali dalla bocca al coccige.
I capi dell’Ordine chiesero scusa per quelle pratiche ai cardinali inviati dal papa ma poi ritrattarono le loro confessioni. Papa Clemente V, quindi, con tanto di Bolla, soppresse in perpetuo l’Ordine, scomunicando quanti avessero portato ancora l’abito e il nome.
Il re cristianissimo francese Filippo IV il Bello, con l’ausilio della Santa Inquisizione, li mandò al rogo nel 1313. I loro beni immobiliari passarono all’Ordine di Malta (l’attuale SMOM), il tesoro invece non fu mai ritrovato.
La parte più nascosta ed esoterica dell’Ordine, rappresentata da alcune nobili famiglie europee, sopravvisse, entrando nelle corporazioni muratorie e costituendo la Massoneria Scozzese ma anche la Fratellanza Rosacrociana e altre organizzazioni anche in seno alla Chiesa cattolica, come la Compagnia del Santo Sacramento o Priorato di Sion.
In un’epoca in cui la legittimità era data dal sangue, le famiglie nobili al vertice dell’Ordine del Tempio e delle successive filiazioni, si vantavano di discendere direttamente da un antenato divino e mostruoso, dotato di poteri magici e taumaturgici trasmessi di generazione in generazione attraverso il sangue blu della nobiltà (Santo Graal, sang real).
In questo quadro, assumeva una grande importanza il luogo della sepoltura dell’antenato che, per la peculiare mitologia di queste famiglie, dorme in attesa di risvegliarsi e tornare a regnare. Il desiderio di identificare il luogo di queste sepolture ha dato origine, nei secoli, ad una vera e propria caccia al tesoro cui si sono dedicati con fervore sia organizzazioni religiose, esoteriche e politiche sia studiosi di tutto il mondo.
Le mie ricerche storico-antropolgiche mi hanno poi portato a identificare a Falicon, un borgo del sud della Francia, un luogo sacro in cui ancora oggi si possono ammirare i resti di una piccola piramide che, nel Medioevo, fu custodita dai Templari e che nasconde una grotta in cui si compivano strani riti esoterici almeno fino ai primi del Novecento. Il terreno su cui sorge la piramide è sempre stato di proprietà di famiglie nobili e anche oggi è una proprietà privata.

L’Idea Magazine: Lei è un esperto sui Templari, avendo ricercato molto sull’argomento e scritto altri due libri su di loro: “Dossier: I Nuovi Templari” e “Elvis e il priorato di Sion”. È un argomento che desta molto interesse. Potrebbe parlare di questi suoi libri e di che cosa trattano in particolare?{Ne parli quanto a lungo le pare necessario}
Michele Allegri: “Dossier: i nuovi Templari”, scritto in collaborazione con mia moglie Irene Sarpato, è stato il primo libro in assoluto a censire in modo esaustivo le moderne organizzazioni templari mondiali le quali, è bene dirlo, non hanno alcun collegamento storico-fattuale con l’antico Ordine sorto in Francia e sviluppatosi poi in Palestina e in tutta Europa.
È un fenomeno in continua crescita. La maggior parte degli ordini neotemplari sono club ricreativi e conviviali, altri sono solo venditori di mantelli e titoli cavallereschi fasulli. In entrambi i casi, è bene dire che non sono riconosciuti da alcuna autorità nazionale o internazionale né tantomeno dal Vaticano. Ci sono stati poi alcuni casi di vera emergenza nazionale, come quello dell’Ordine Solare del Tempio di Luc Jouret che, in Svizzera e Canada, è stata una vera setta e ha causato centinaia di suicidi.
Prima di arrivare a descrivere questo fenomeno moderno, ho dovuto però spiegare al pubblico quale fosse stata l’importanza storica dei Templari, che a mio avviso rappresentano la prima forma di multinazionale che la Storia conosca perché avevano filiali in Europa e Medio Oriente che rispondevano alla “casa madre” a Parigi. I templari, infatti, al di là della forma di ordine monastico e militare che avevano assunto nel Medioevo, avevano anche una struttura verticistica e ben organizzata, prestavano denaro applicando alti tassi d’interesse, furono infatti i primi banchieri ed inventarono la lettera di credito.
Progettavano di costruire un Regno Latino in Palestina con l’appoggio di alcune case regnanti come i Buglione e i Lusignano, dove poter condurre indisturbati lucrosi affari, anche con il mondo mussulmano, al di fuori delle logiche politiche e delle lotte per il potere in corso in Europa: papa contro impero e principi contro principi.
Per questo e altri approfondimenti storico-scientifici e cronachistici, questo saggio è conservato presso la Biblioteca del Congresso USA e quella dell’Università di Harvard.

Il libro su Elvis Presley mette a fuoco tanti nuovi aspetti della vita e della personalità del Re del Rock e del periodo in cui visse: la sua probabile affiliazione alla TCB, cioè la Templar Christian Brotherhood, ramo americano del Priorato di Sion, la sua inclinazione personale per la numerologia, la predestinazione e l’esoterismo, il ruolo del colonnello e manager Tom Parker nell’ascesa del cantante e quello dei mass media e dell’industria cinematografica/discografica nella Guerra Fredda tra Est ed Ovest nella quale la musica rock ha svolto un preciso compito.
E ancora le posizioni politiche di Elvis, acceso anticomunista, il suo stretto rapporto con alcuni presidenti USA come Carter e Nixon, il suo ingaggio come agente della squadra narcotici e le tante stranezze che avvolgono la dipartita della star americana.
Ho inteso quindi esporre i fattori interni ed esterni che hanno determinato la sua carriera. Non solo quindi la grande genialità della persona e le sue inclinazioni esoteriche ma anche il grande gioco di potere e lo scontro geopolitico internazionale tra Est e Ovest che è iniziato proprio a partire dall’anno 1956.
Devo dire che questa mia opera ha suscitato grande interesse presso i media nazionali italiani a partire dalla trasmissione Voyager della RAI per arrivare a Mistero di Mediaset, passando per Rebus di Odeontv.

L’Idea Magazine: Ha continuato a parlare dei Templari in un articolo apparso sul quotidiano italiano a Londra, Libero Reporter, in quattro parti dal titolo “La nobile Mission di un’Europa di Pace, nel nome di Saturno”. Potrebbe gentilmente riassumerlo per i nostri lettori?
Michele Allegri:  L’articolo è molto esteso e dettagliato, l’idea centrale si può riassumere così: esiste un’antica nobiltà della Linguadoca che, per secoli, ha perseguito una Missione politico-esoterica ispirata al mito arcadico dell’Età dell’Oro, il regno di Saturno. La missione consisteva nel creare un’Oasi di Pace in Europa, superando l’odiata diarchia di trono e altare. Le prove di questa missione si ritrovano disseminate lungo tutta la storia d’Europa a partire dalla fondazione della monarchia merovingia passando a quella dei Templari fino al Secondo Dopoguerra, e si riscontrano in tutti i principali accadimenti socio-politici e religiosi che questo articolo ha toccato. Un certo pragmatismo illuminista vuole che la storia si legga solo attraverso la domanda latina Cui prodest? (A chi giova?), domanda che presuppone che alla base degli avvenimenti storici ci siano sempre e solo fattori concreti, come interessi economici e l’estensione del potere politico di una persona, di un gruppo o di una nazione.Troppo spesso gli storici rifiutano di dare il giusto peso a un terzo fattore, che pure si è dimostrato un potente motivatore dell’agire umano anche politico: l’esoterismo. Nella fattispecie, questo articolo espone come alcune antiche famiglie nobili abbiano ostinatamente portato avanti nei secoli una missione politica fondata su credenze magico-esoteriche, profondendo in essa ingenti risorse, esponendosi a rischi personali enormi e subendo pesanti sconfitte politiche e militari che non hanno tuttavia mai posto fine all’intento originario di ripristinare un ordine di pace e giustizia in cui gli uomini tornassero a vivere, come descrive Esiodo in Le opere e i giorni, “senza dolori, senza fatiche, senza pene”, sotto la guida di un re buono. Protagonista di questa missione è una parte della nobiltà più antica d’Europa, cui appartenevano alcune famiglie della Linguadoca (Francia meridionale, in prossimità dei monti Pirenei), dedite a pratiche occultiste, che si distinguevano per una specifica caratteristica: la discendenza da un antenato mitologico semidivino o mostruoso.

L’Idea Magazine: Il suo romanzo “Enigma Esoterico” che è stato paragonato ai libri di Dan Brown, tratta sempre questo tema?
Michele Allegri: È un thriller poliziesco che si sviluppa su due livelli, uno storico-esoterico e uno psicologico. C’è un ispettore in pensione che vuole risolvere un vecchio caso insoluto, l’omicidio rituale di un parroco e la scomparsa di un dipinto.
La trama si dipana tra viaggi in zone dell’Europa cariche di significato magico e incontri con personaggi loschi inviati da organizzazioni esoteriche e politiche che non vogliono che l’ispettore scopra la verità.
Il finale è inaspettato, non posso dirvi altro se non che i lettori sono finora rimasti a bocca aperta! E anche che è un e-book scaricabile da Amazon che si può leggere in pochi giorni.

L’Idea Magazine: Ha intenzione di proseguire a parlare dei Templari con altri libri o pensa che sia stato detto abbastanza su di loro?
Michele Allegri:  La ricerca non ha mai limiti ed è sempre un work in progress. Credo però di aver dato un contributo significativo a scoprire o far riemergere alcune conoscenze dimenticate su quel pezzo di Storia che, negli ultimi tempi, complice un diffuso e grossolano depistaggio di alcuni storici, aveva imboccato la pericolosa strada del revisionismo.
Non bisogna mai dimenticare che la ricerca e la divulgazione devono essere libere da vincoli e da pregiudizi. Devono servire a far luce sui fatti, fare un servizio alla verità e al pubblico, che è poi il destinatario ultimo delle informazioni che vengono esposte in un libro o in un articolo di giornale.
Molto spesso, per ragioni di carriera, per opportunismo politico o religioso o semplicemente per ottusità, molti storici o giornalisti italiani scelgono la via più facile, quella della non ricerca e della non scientificità.
In America, invece, questo non avviene, perché la mentalità è molto più aperta al confronto e allo scambio di idee e di informazioni.
Dopo la prima pubblicazione, per parlare direttamente con il pubblico ho aperto blog tematici, inoltre, lascio sempre alla fine dei libri una e-mail dove i lettori possono esprimere la loro opinione o farmi domande.
La lascio anche per il pubblico del vostro giornale: Opere.asu@gmail.com

L’Idea Magazine: Dalle società avvolte nel mistero all’alimentazione, i Suoi libri ritengono una chiara validità tematica e mi congratulo con Lei per essere riuscito a scrivere a livello professionale in due campi così diversi. Potrebbe parlare un poco del suo libro “Io sono ciò che mangio”?
Michele Allegri: “Io sono ciò che mangio” è un manuale di autodifesa del consumatore. In esso ho voluto toccare alcuni temi significativi. La riscoperta della sana cucina tradizionale mediterranea ed italiana prima di tutto, lontana dalle sofisticazioni dell’industria alimentare.
Ho analizzato il tipo di alimentazione che l’uomo aveva fin dalle sue origini, basata su verdure e frutta, poche proteine animali e assenza totale di zuccheri raffinati e loro derivati.
Proprio l’introduzione massiccia di zuccheri nella nostra moderna alimentazione ha portato gravi squilibri e malattie, come il diabete ma non solo. Penso all’aumento esponenziale dell’obesità nel mondo.
Ho quindi esposto al pubblico un metodo che ho sperimentato su me stesso e che io chiamo Kronoalimentazione (tempo/Alimentazione).
Si devono mangiare alcuni cibi in determinati orari. Infatti, una certa pietanza assunta di sera fa ingrassare e la stessa, al mattino, fa dimagrire. I veri responsabili di questa variazione sono gli ormoni e conoscerne la produzione durante la giornata ci aiuta a mangiare in modo corretto. Non si tratta di una dieta medicale ma di acquisire le conoscenze elementari che servono ad ognuno di noi per mangiare sano e mantenersi in forma.

L’Idea Magazine: Il seguente libro sull’alimentazione scritto da Lei, “Mangiare senza ingrassare”, tratta la questione dell’indice glicemico nei cibi. Vorrebbe approfondire un poco sul contenuto del libro?
Michele Allegri:  “Mangiare senza ingrassare” è il mio secondo libro sull’alimentazione sana. È un e-book scaricabile da Amazon. Approfondendo la pratica della Kronoalimentazione, che continuo a seguire ogni giorno, noto che questo modo di alimentarmi non mi fa ingrassare nonostante le quantità di cibo assunte siano notevoli. Infatti, supero il concetto di caloria e abbraccio quello di Indice Glicemico, già scoperto da noti medici e poco divulgato.

In base a tabelle predefinite da questi medici, gli alimenti sono classificati in base a un indice glicemico alto, medio o basso, possono quindi far ingrassare o dimagrire, a seconda della risposta dei due ormoni antagonisti, l’insulina e il glucagone.
Si possono quindi comporre pietanze particolari bilanciate, anche abbondanti, rispettando alcune regole fondamentali. Il sale e lo zucchero fanno ingrassare, i carboidrati vanno assunti alla mattina, le proteine vegetali o animali a pranzo o a cena. Occorre sempre fare passeggiate serali e non andare a letto troppo tardi di sera.
Poi c’è un poker di alimenti che, se aggiunti ai cibi, possono diminuire il carico glicemico di un pasto. Per esempio la frutta secca abbatte colesterolo cattivo e trigliceridi nel sangue, anche se non deve essere consumata quotidianamente.
Poi c’è l’immancabile olio extra-vergine di oliva, che io consiglio sempre di usare in abbondanza e a crudo.

L’Idea Magazine: Quali sono i Suoi altri interessi?
Michele Allegri: Sono appassionato di cinema e di arti marziali. Seguo il dibattito politico nazionale ed internazionale. Mi piacerebbe impegnarmi in prima persona per migliorare la società nella quale vivo. Il tempo libero amo trascorrerlo con mia moglie, visitando musei e mostre di pittura o semplicemente passando qualche giornata sui bellissimi laghi lombardi.

L’Idea Magazine: Pensa di venire a New York a parlare dei suoi libri quando questo tremendo virus ci lascerà?
Michele Allegri: Sono venuto due volte nella Grande Mela e in altre bellissime città americane più di trent’anni fa. Conservo ancora bellissimi ricordi e sono curioso di vedere cosa mi riserva il futuro.

L’Idea Magazine: Se Lei potesse parlare con un qualsiasi personaggio storico, di qualsiasi epoca, chi sarebbe e che cosa gli chiederebbe?
Michele Allegri: Il mago Houdini. Gli chiederei di svelarmi alcuni dei suoi prestigi che mi paiono ancora reali e non mere illusioni.

Harry Houdini

L’Idea Magazine: Qual è il Suo desiderio più forte al momento?
Michele Allegri: Che l’Umanità intera si lasci al più presto alle spalle quest’emergenza sanitaria che ha provocato morti e ha cambiato i nostri stili di vita.

L’Idea Magazine: Ha altri progetti in cantiere dei quali ci vuole informare?
Michele Allegri: Sto avviando in questi giorni una collaborazione con una piccola casa cinematografica italiana. Pochi mezzi, poche risorse finanziarie ma molte idee e molto cuore.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Michele Allegri: Un caloroso saluto alla comunità italo-americana che ha reso ancora più grande gli USA. Ci divide l’Oceano ma ci unisce l’Amore per la nostra Italia e per le sue tradizioni. Nonostante le sue cadute e le sue contraddizioni, credo che l’Italia avrà ancora un ruolo in avvenire, soprattutto per ciò che ci contraddistingue nel mondo: l’amore per la cultura e l’eleganza, la creatività, l’operosità e, perché no? il buon cibo. Un saluto a tutti voi. A presto!

Per maggiori informazioni sull’autore e le sue opere, puoi visitare i suoi blog:

http://inuovitemplari.blogspot.com

http://templari.blogspot.com/

http://kronoalimentazione.blogspot.com/

http://elviseilpriorato.blogspot.com/

Four books from the Rediscovered Operas Series published!

I am proud to announce that I just published (with Leonardo Campanile as co-editor) four volumes of the Rediscovered Operas Series at the same time! A lot of work was involved in this production and we are very proud of these books because they give music students an extra opportunity to not only being able to read correctly the libretto, but to learn about the composer, the lyricist, the theater in which it was performed and other interesting facts…

“Rediscovered Operas Series” was created by our publishing house to propose the rediscovery of some operas of the eighteenth and nineteenth centuries. They were operas written and set to music that, for incomprehensible reasons, have not had the response they deserved in the musical and opera world or had success but have been forgotten through the years. Our goal is to present the original librettos with the proper editing that does not change either the writing style or the language of the original text but corrects any typos and omissions caused by the damage that the original librettos may have undergone.

To this we added a proper but brief biography of the lyricist and of the composer, a story of the theater in which the opera was first performed and, whenever available, prefaces, articles, and introductions of the times that offer a better understanding of the content of the librettos, both as poetic compositions and as tales. We hope that this undertaking of ours will help a rekindling of the interest by musicologists and by the large public in these worthy and marvelous operas.

La collana editoriale “Rediscovered Opera Series” è stata creata dalla nostra casa editrice per proporre la riscoperta di alcune opere dei secoli XVIII e XIX. Erano opere scritte e messe in musica che, per ragioni incomprensibili, non hanno avuto la risposta che meritavano nel mondo della musica e dell’opera o hanno avuto successo, ma sono state dimenticate nel corso degli anni. Il nostro obiettivo è presentare i libretti originali con un editing che non cambia né lo stile di scrittura né la lingua del testo originale, ma corregge eventuali errori di battitura e omissioni causate dal danno che i libretti originali potrebbero aver subito.

A ciò abbiamo aggiunto una breve ma appropriata biografia del librettista e del compositore, una storia del teatro in cui l’opera è stata eseguita per la prima volta e, quando disponibile, prefazioni, articoli e introduzioni dei tempi che offrono una migliore comprensione del contenuto dei libretti, sia come composizioni poetiche sia come racconti. Speriamo che questa nostra impresa contribuisca a riaccendere l’interesse dei musicologi e del grande pubblico in queste meritevoli e meravigliose opere.

Viola Manuela Ceccarini (ViVi), “l’italiana”. [Christopher Magazine, aprile 2019]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

{Come apparsa su Christopher , Febbraio 2019]

Milanese di nascita, Viola Manuela Ceccarini sta ottenendo un successo invidiabile nel mondo televisivo latino negli USA, dopo aver contribuito per vari canali televisivi internazionali in italiano. Giornalista riconosciuta (è corrispondente per ben sei riviste, oltre a vari canali televisivi e radiofonici) Viola, anzi ViVi, come la identificano gli amici, copre tutti i premi internazionali (Grammys, Emmy, Oscar, eccetera) e presenta al pubblico una visuale tutta personale degli eventi. Parla un ottimo spagnolo con un leggero accento straniero che le ha meritato il nomignolo de “l’italiana” da parte del largo pubblico televisivo latino. ViVi è la vincitrice del premio “Young Female Entrepeneur of the Year” nella competizione internazionale Stevie® Awards for Women in Business. Ci siamo incontrati nel centro di Manhattan ed abbiamo fatto una bella chiacchierata.Viola Manuela Ceccarini

Vi Vi, potresti raccontare  ai nostri lettori come e perchè sei arrivata negli Stati Uniti?
Crescere in una delle capitali più influenti della moda a livello mondiale: Milano, mi ha ispirata a intraprendere una carriera nel settore della moda e dello spettacolo.
All’età di 17 anni, dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore, i miei genitori mi fecero un regalo “di post diploma” mandandomi tre settimane a studiare l’inglese a New York.
Ricordo ancora il momento in cui arrivai a Times Square… rimasi incantata alla vista dei grattaceli, le strade affollate e le luci sfavillanti… per la prima volta provai un sentimento di libertà infinita… e dentro di me sapevo che in questa città tutti i miei sogni si sarebbero potuti realizzare, così ho fatto una promessa a me stessa, che sarei ritornata a vivere a New York…. un giorno…
Tre anni dopo: Dopo essermi laureata all’Università di Milano in “Comunicazione Visiva e Multimediale” ho cominciato a lavorare per una rivista di moda Italiana locale chiamata “Zaffiro Magazine”, ero incaricata di scrivere articoli e intervistare personalità della moda ad eventi Milanesi della vita mondana.
Purtroppo peró le opportunità nel settore erano limitate, motivo che mi ha spinta a riconsiderare l’idea di vivere a New York permanentemente.
Così nel 2013, ho lasciato Milano e mi sono trasferita a New York da sola e contro la volontà dei miei genitori, spinta dalla passione e voglia di crescere professionalmente.
Vivere a NY è sempre stato il mio sogno ed una sfida personale! New York ha un’energia unica; è la capitale del mondo dove tutti sono uguali e rispettati, che tu stia cogliendo margherite (che vedi solo tu) su un marciapiede o che tu sia Leonardo DiCaprio, la gente ti guarda nello stesso modo. Perché chi è qui ha ambizioni, un progetto! Tutti i migliori li trovi a New York; è una città che, o ti stimola ad essere umile e migliorarti, o ti schiaccia; per questo la amo!!”

Tu pensi che l’America, e in particolare New York, offra ancor oggi grandi opportunità per chi ha del talento?
Assolutamente si!!! Per poter trovare e beneficiare delle opportunità a New York devi venire qui con un certo tipo di mentalità che comporta: ambizione e perseveranza, preceduto da un piano d’azione e una gran voglia di lavorare e realizzare un progetto senza mai perdere di mira l’obbiettivo finale.
Anche se credo fermamente che New York non sia una città per tutti, per lo stile di vita frenetico e talvolta stressante, devi amare lavorare e devi avere dei sogni grandi da realizzare…

Per vari anni hai scritto e parlato di moda e di Alta Società sia su varie riviste sia in programmi televisivi. Come sei arrivata a questa specializzazione giormalistica?
Ho sempre saputo che volevo lavorare nei media e nel mondo dello spettacolo. Fin da piccola io e mia sorella giocavamo con la telecamera di papà; lei mi filmava e io presentavo, cantavo e ballavo.
Nel 2011 mi sono laureata in “Comunicazione Visiva e Multimediale” presso l’Accademia Multimediale Europea ACME, specializzata in arti visive e produzione multimediale, dove ho imparato a fare post produzione con programmi di montaggio video come Final Cut Pro/ Adobe Premiere.
Dopo essermi laureata, ho mosso i miei primi passi come intervistatrice-editorialista per una rivista italiana di lusso stampata e online chiamata “Zaffiro Magazine”, presentando eventi nella vita notturna milanese.
La rivista era gestita da un azienda di comunicazione chiamata DBCommunication per la quale eseguivo lavori nel campo delle pubbliche relazioni, occupando un ruolo fondamentale per l’azienda, coprendo progetti importanti per i loro clienti, inclusi artisti e celebrità italiane. Inoltre sono stata incaricata della progettazione del logo aziendale. Questo logo è stato poi stampato su t-shirt e indossato da VIP italiani, cantanti, reality star e celebrità.
La mia passione per i media é iniziata in Italia ed é poi cresciuta in America; scrivere e presentare mi danno  una voce e soprattutto l’opportunitá di esprimermi .
Attualmente sto scrivendo in tre lingue (Italiano, Spagnolo e Inglese) per varie riviste e periodici che parlano di moda e lifestyle. Copro eventi di moda, spettacolo e intrattenimento come ad esempio: New York Fashion Week, Film Festivals, Grammys, Oscars…etc etc

Ora però stai avendo un enorme successo con il gossip nientemeno che in un programma televisivo in spagnolo. Puoi parlarci un poco di questa tua nuova esperienza?
Si!! La comunità Ispana mi ha sempre accolta a braccia aperte. Quando mi sono trasferita a New York sono venuta a vivere direttamente a Washington Heights, un quartiere latino situato nella parte alta di Manhattan (Uptown). La mia prima stanza in affitto era in casa di una famiglia di Dominicani, dove ho vissuto per 2 anni e dove ho imparato a parlare lo Spagnolo (e lo street slang), ad amare la cultura, la cucina e la musica.
Fatalità del caso, attualmente sto lavorando per un canale Ispano chiamato Super Canal, dove conduco un segmento di notizie di intrattenimento, gossip e moda. Il nome del programma é “Option New York” ed è trasmesso in vivo dal lunedì al venerdì (2-3 pm) ovunque negli Stati Uniti via Cavo su Spectrum Canale 870, Verizon Canale 1507, Comcast Canale 620 e Optimum Canale 1023. Inoltre il programma é trasmesso a livello internazionale in diretta dalle 3-4 pm nella Repubblica Domenicana sul Canale 33 (uno dei loro canali principali), a Puerto Rico, nelle Caribbean Islands e in Spagna.

La moda, però, Devi avercela nel sangue perchè ho potuto ammirare varie tue foto nelle quali posi come modella. Pensi di continuare anche nelle sfilate nonostante i tuoi molti impegni professionali?
Ahah grazie! Si, tengo le porte aperte per qualsiasi opportunità mi si presenti $$$$!! In passato ho lavorato come fotomodella ma per ora l’unica sfilata alla quale abbia mai partecipato é stata quella della mia amica stilista Pamela Quinzi. Solitamente collaboro con stilisti quando vado a coprire eventi importanti, di solito lavoro e do l’opportunità a stilisti Italiani di presentare le loro collezioni, perché ci sono moltissimi stilisti talentosi in Italia che hanno bisogno di uscire allo scoperto.

Su quali altri progetti stai lavorando?
Ho tanti progetti in ballo che purtroppo non posso svelare ancora; sicuramente posso dirti che presto uscirà un video musicale di Messiah, Kapuchino e Tali al quale ho preso parte di recente. Loro sono artisti urbani conosciuti, Messiah é colui che ha fatto il featuring con Cardi B nella versione di Bodak Yellow in Spagnolo.
Non vedo l’ora di condividerlo con voi!

Alta Cucina Internazionale: dalle orecchiette alla Rasta pasta. Intervista con lo Chef Patrizio La Gioia [Christopher]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

Lo avevo incontrato un paio di volte nei corridoi del Madison Square Garden ed avevo notato il nome sulla sua uniforme di gran Chef. Avevo sentito che era un Chef di gran nome e ciò mi intimidì un poco. Mi azzardai a parlargli il giorno che ero entrato nella sua cucina per ragioni tecniche. Scoprimmo la comunanza della lingua e stringemmo subito un patto di amicizia spontaneo e naturale fra emigranti italiani all’estero.  Qualche giorno dopo mi avvisò della sua intenzione di trasferirsi al Baccarat Hotel, prestigioso ristorante anch’esso nel centro di Manhattan. Gli spiegai che esisteva una rivista (Christopher) che parlava degli italiani all’estero che avevano avuto successo e lui prontamente acconsentì a questa intervista.

 
 Tiziano Thomas Dossena: Patrizio, hai iniziato la tua avventura culinaria nel lontano 2000 presso varie trattorie e ristorantini, in Puglia. Come ti venne la passione per la cucina?
Patrizio La Gioia: Penso che la mia ispirazione sia stata mia mamma. Ricordo ancora quando giocavo sul pavimento e vedevo il tavolo muoversi come fosse una nave sulle onde; (Patrizio ride) avevo molta fantasia da bambino, in realtà era mia mamma che lavorava l’impasto della pasta. La domenica era un rituale della mamma fare la pasta fresca e si iniziava con le famose orecchiette. Mi ricordo che volevo imparare a farle ma per me era veramente molto difficile, ero affascinato da come mia mamma lo faceva sembrare così semplice.

Tiziano Thomas Dossena: Da lì sei poi partito all’inizio del 2007 per l’estero e sei diventato Chef de Partie a Monte Carlo presso il prestigioso ristorante La Salier. Come avvenne questo cambiamento? Quanto difficoltoso fu il cambiamento da una infrastruttura italiana ad una internazionale? Che cosa hai imparato in tale sede?
Patrizio La Gioia: Fortunatamente il cambiamento non è stato così poi tanto difficile, essendo un ristorante italiano con personale italiano, e poi francamente a Monte Carlo si parla anche italiano. Lavorativamente parlando è stato abbastanza difficile perché sono passato da trattorie a un ristorante cinque stelle. Ho imparato le cinque salse madri, pasta fresca e tanto altro.

Tiziano Thomas Dossena: La prossima fermata è l’America, e addirittura Miami, in Florida, alla fine dello stesso anno. Come ci arrivasti? In tale città tu avesti due esperienze come Chef de Partie ad alto livello; la prima presso l’Hotel Cardozzo e la seconda presso in rinomato The Forge Restaurant. Che differenza ebbero le due esperienze? 
Patrizio La Gioia: Tramite La Salier sono riuscito a farmi trasferire al hotel Cardozzo in Miami essendo parte della compagnia. Ricordo come fosse ieri la difficoltà con la lingua, le unità di misura, la cultura. Mi sentivo completamente in un l’altro mondo. Dopo un’anno passato al Cardozzo il mio obbiettivo era lavorare in uno dei migliori ristoranti di Miami. Iniziai quindi a lavorare al The Forge, una leggenda a Miami sotto la quidanza del grande chef  Dewey LoSasso. Mi ricordo che quell’anno vinse come miglior chef della Florida sul Miami Times

Tiziano Thomas Dossena: A Miami ci fu un’altra evoluzione e lavorasti come Sous Chef in due famosi ristoranti, uno con cucina francese, La Gluttoneire, ed uno con cucina italiana, Tiramesu. Che differenti esperienze avesti in queste due sedi? 
Patrizio La Gioia: Dopo l’esperienza al The Forge, ho iniziato la mia prima esperienza come sous chef (secondo chef) al Tiramesu, grande ristorante italiano, dove imparai come gestire la cucina dal punto di vista burocratico. Imparai il food cost, labor cost e come  fare gli acquisti. Sempre molto appassionato ad imparare altre cuisine, lasciai il Tiramesu per intraprendere questa nuova esperienza francese alla Gluttonerie (2012 best French restaurant in Miami)

Tiziano Thomas Dossena: Tu studiasti anche sotto l’Executive Chef Thomas Buckley nel ristorante Nobu, sempre a Miami. Come definiresti questa episodio della tua vita?
Patrizio La Gioia: Eh si, come dicevo prima ho sempre avuto la passione per imparare cucine differenti, ebbene sì cucina giapponese al grande Nobu Miami. Mi ricordo quando Chef Thomas Buckley (corporate Chef Nobu America) mi fece la proposta di lavorare con lui; ero un po’ spaventato dalla differenza tra cucina italiana e quella giapponese, lui scherzando mi rispose “è la stessa cosa!!! Voi avete il carpaccio e noi abbiamo il sashimi, voi avete la pasta noi abbiamo i noodles”. Praticamente mi fece capire che la cucina è cucina, indipendentemente dalle culture.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2013 ti sei trasferito ad Aspen, nel Colorado, ed hai lavorato presso il Chefs Club di FOOD & WINE. Come funziona tale Club? Che funzioni avevi e che cosa traesti da tale pratica?
Patrizio La Gioia: Questa è stata una delle più belle esperienze della mia carriera. Food and Wine Magazine è una rivista Newyorchese di alta cucina, che ogni anno premia I migliori nuovi chef d’America. Il concetto del Chef Club è di invitare a rotazione ogni stagione 4 best new chef of Food & Wine, e creare il menu con i loro piatti migliori, E noi, come resident chefs,  dovevamo  replicarli; un esperienza indimenticabile..

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2014 ti troviamo a New York, con il Patina Restaurant Group, In quesa corporation hai avuto varie funzioni. Quali furono?
Patrizio La Gioia: Il mio primo ruolo con Patina Restaurant Group fù come Sous Chef nel ristorante Brasserie 8.5, ristorante francese sotto il comando di Franck Deletrain un grande chef, persona e amico. Dopo 6 mesi passati con lui la compagnia decise di promuovermi come Chef De Cuisine al ristorante Naples45, un ristorante napoletano autentico.

Tiziano Thomas Dossena: Essere stato l’Executive Sous Chef ad un ristorante favoloso e celebre come The Four Seasons Restaurant è il sogno di molti Chef, e tu lo otterresti nel 2015, tenendo la posizione fino alla chiusura del ristorante, triste episodio che fortunatamente è stato recentemente corretto con la sua riapertura. Quale erano le tue competenze in quella funzione?

Patrizio La Gioia: Dopo un po’ di tempo passato a Naples45 mi sentivo insoddisfatto perché ero nella grande mela con i migliori ristoranti del mondo e io ero qui a fare le pizze. Quindi decisi ti tornare a a fare cucina garstonomica, e iniziai l’avventura al leggendario Four Seasons Restaurant, sapendo già che doveva chiudere dopo 2 anni. Però a me la cosa non spaventava perché sapevo già che mi avrebbe aperto nuove porte qui a Manhattan. Il Four Season Restaurant era molto famoso per il “Power Lunch” ovvero la gente più potente di Manhattan veniva a pranzo, e spesso sceglievono sempre lo speciale del giorno. Una delle mie mansioni era creare ogni giorno tre piatti speciali differenti.

Tiziano Thomas Dossena: Dopo The Four Seasons avesti un’altra opportunità straordinaria, lavorando con l‘illustre Chef Thomas Keller. Che cosa apprendesti da lui?
Patrizio La Gioia: Come dicevo prima, il Four Seasons Restaurant mi aprì le porte ai migliori ristoranti del mondo, quindi iniziai al 3 stelle Michelin  “Per Se”,  uno dei migliori ristoranti d’America, se non il migliore. Per me è stato un onore conoscere il grande Chef e Mentor Thomas Keller. Con lui imparai la disciplina, la precisione e l’eccellenza.

Tiziano Thomas Dossena: Penultima tappa della tua avventura americana  il Delta Club del Madison Square Garden, il club più esclusivo in tale sede, dove ti ho incontrato. Quali erano le tue funzioni al Delta Club?
Patrizio La Gioia: Al Madison Square Garden è stata un esperienza unica! Eventi spettacolari, da partite di basket, hockey, incontri di boxe, e ovviamente concerti. Mi ricordo la volta che Andrea Boccelli venne a cantare, io ero in cucina ed a un certo punto riconobbi la canzone Nessun Dorme, una delle mie canzoni preferite. Uscii fuori dalla cucina con la pelle d’oca. Al MSG ero lo Chef del Delta Club, che serve le 20 Suite più importanti, praticamente cucinavo per i VIP, compreso il proprietario Jim Dolan.

Patrizio La Gioia con Massimo Bottura e la moglie

Tiziano Thomas Dossena: Ora che sei diventato uno degli Chef presso il prestigioso 5 stelle “Baccarat Hotel” quali altri traguardi ti prefiggi?
Patrizio La Gioia: Sinceramente non so dove mi porterà in futuro. Di sicuro una cosa la so, ogni scelta che farò la farò sempre con il cuore, come ho sempre fatto. Ovviamente, come tutti gli chef il mio sogno è di un giorno gestire il mio proprio ristorante.

Tiziano Thomas Dossena: In tanti anni di Chef in sedi prestigiose avrai cucinato per attori, cantanti e alte personalità. Qualche aneddoto in particolare?
Patrizio La Gioia: Purtroppo per la privacy non posso dire più di tanto, però l’unica cosa che posso dire è che nella mia carriera ho cucinato per attori, cantanti, atleti, politici, principi e principesse, ma per me ogni ospite è VIP, indipendentemente se è un personaggio famoso o meno. Però non potrò mai scordare la volta che ero in cucina è un cameriere venne in cucina è mi disse: Chef, c’è un certo Massimo Bottura che  dice di essere uno chef italiano e vuole parlare con te. Ed io, con un tono irritato gridai al cameriere: “ UN CERTO MASSIMO BOTTURA!!!?????? È il miglior chef al mondo!!! Ignorante!!”

Tiziano Thomas Dossena: Nel corso della tua carriera hai creato varie specialità. Potresti rivelarne una o due per i nostri lettori?
Patrizio La Gioia: Come ben saprai, in Giamaica uno dei piatti tipici è l’Oxtail, ovvero la coda di bue, quasi come la coda alla vaccinara, piatto tipico romano, però preparato con spezie differenti. Mia moglie è Giamaicana, quindi un giorno mi ispirai e creai questo piatto “Pappardelle al rosmarino con ragù di coda, cavolo nero e pecorino Toscano”. Un mio collega soprannominò il piatto “Rasta Pasta”. Da allora nacque la mia famosa Rasta Pasta.

La Lira Silente, Primi Sonetti di Edna St.Vincent Millay. [L’Idea Magazine 2019]

 Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Nel leggere i sonetti della raccolta di Edna St. Vincent Millay a titolo La Lira Silente is capta la personalità della poetessa, che non ha certamente peli sulla lingua riguardo l’espressione dei propri desideri sessuali, delle proprie debolezze, ma anche del proprio astio, della rabbia repressa ch’ella sente per chi l’ha abbandonata o le ha fatto qualch spregio. I sonetti hanno una carica che è straordinaria quando poniamo Millay nel contesto del tempo in cui visse. E la possibilità di captare ed apprezzare questa carica, questa emotività espressa senza freni o rimorsi della poetessa la possiamo avere grazie all’ottima traduzione di Laura Klinkon, che è riuscita a ritenere il linguaggio fin troppo onesto di questi sonetti evitando di legarsi alla struttura poetica, che in realtà non è riproducibile in traduzione senza alterare il vero significato dei versi.

La versione italiana ritiene il ritmo dei versi ma non li forza, anzi li scioglie in un linguaggio che è tanto simile a quello originale in inglese che ci si pone la domanda su come abbia fatto la traduttrice a ricreare così validamente questi sonetti quando ha incontrato le molte espressioni idiomatiche usate dalla Millay. Ottimo lavoro, quindi, che ci permette alfine di leggere questi sonetti in una versione italiana non solo accettabile e comprensibile, ma direi anzi superlativa.
Complimenti quindi alla traduttrice che è riuscita a produrre questo magnifico libro.

Trascrivo dal libro (Pag. 67) una delle poesie che può dare un’idea di come possa essere stata ardua la traduzione:

Oh, mio amato, hai mai pensato a questo:
Come negli anni a venire il tempo senza scrupoli,
Più crudele della Morte, ti strapperà dal mio bacio,
E farà te vecchio, e lascerà me nel fiore degli anni?
Ocome noi, che scaliamo insieme ancora
Per un po’ la dolce, immortale altezza
Che nessun pellegrino può ricordare né dimenticare,
Indubbio come gira il mondo, in una granitica notte
Ci sdraieremo svegli e scopriremo la fiamma graziosa
Adesso spenta per sempre sulla nostra pietra comune;
E ricorderemo che quel giorno che venisti
Io ero bambina, e tu un eroe cresciuto?
E passerà la notte, e proromperà lo strano mattino
Sulla nostra angoscia l’una per l’altro!

 

La Lira Silente; Primi Sonetti di Edna St. Vincent Millay
Traduzione di Laura Klinkon
Stesichorus Publications, Rochester, NY, 2017

Portare La Musica Italiana Nel Mondo: Dal Barocco Al Pop, Dalla Classica a Quella D’emigrazione. Intervista Esclusiva Con Elena Buttiero e Ferdinando Molteni. [L’Idea Magazine aprile 2019]

 

Portare la musica italiana nel mondo: dal barocco al pop, dalla classica a quella d’emigrazione. Intervista esclusiva con Elena Buttiero e Ferdinando Molteni.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Il 17 aprile prossimo, presso la Casa Italiana della New York University, Elena Buttero e Ferdinando Molteni presenterano lo spettacolo “Verso Nuova York, Stories and Music of Italian Migration” e ci hanno gentilmente concesso un’intervista.

L’Idea: Questo imminente spettacolo negli USA, nella prestigiosa sede della Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University non è di certo la vostra prima esperienza americana o all’estero. Come avete trovato il pubblico statunitense in passato? Avete notato delle differenze nel modo che il pubblico si manifesta nelle varie nazioni?
Elena Buttiero: La nostra prima trasferta negli Usa è avvenuta nel 2009 ed annualmente ritorniamo per qualche data. Il pubblico americano è particolarmente interessato alle nostre proposte che sempre riguardano la musica italiana.
Ferdinando Molteni: Siamo stati molte volte negli Stati Uniti a suonare. Non solo a New York, ma anche in tante altre città. Abbiamo sempre trovato un pubblico attento e rispettoso. Certo, New York da questo punto di vista è speciale. L’amore che manifesta per la cultura italiana è unico. In Europa, ancora una volta, abbiamo incontrato persone interessate e curiose. E persino in Africa, dove abbiamo suonato qualche anno fa. L’Italia è amata e apprezzata ovunque.

L’Idea: Da dove è saltata fuori l’idea per questo vostro spettacolo sulla migrazione italiana negli USA? Come si sviluppa questo vostro spettacolo bilingue? Porterete questo spettacolo anche in altri teatri?
Ferdinando Molteni: Questo progetto è nato qualche anno fa. Le nostre regioni di origine – il Piemonte e la Liguria – hanno avuto una lunga stagione di emigrazione verso le Americhe. Personalmente ho avuto un avo che ha lavorato alla ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906. E la famiglia di mia madre è imparentata con il Generale Belgrano, eroe dell’Argentina. Elena ha avuto antenati che da Genova si sono imbarcati per il Sud America.  Ma in tante famiglie delle nostre parti si possono trovare storie simili. Dunque il nostro rapporto con le Americhe è profondo.

L’Idea: Voi avete lavorato assieme anche in altri progetti musicali, in passato. Potete parlarcene? 
Elena Buttiero: Nel campo della musica antica abbiamo due progetti che uniscono musica e storia: uno con la formazione Arethusa Consortium dedicato alla musica barocca italiana ed al rapporto tra la musica del nostro paese e le sue influenze sulla la musica di Scozia ed Irlanda.

Recentemente abbiamo dato vita ad un progetto legato ad un fatto storico avvenuto nel 1795 nel Mar Mediterraneo di fronte alla nostra città nel quale si sono fronteggiate in una storica battaglia navale le navi inglesi, francesi e del Regno di Napoli.

Ferdinando, che di formazione universitaria è uno storico, si occupa dell’inquadramento storico dell’evento ed io con altri musicisti mi occupo delle musiche dell’epoca. Abbiamo girato pochi giorni fa un filmato per il National Geographic sull’evento.

Ferdinando Molteni: Ci siamo dedicati in questi ultimi anni in particolare alla canzone d’autore italiana. Abbiamo lavorato sulla musica di Luigi Tenco soprattutto. Ma Elena ha suonato anche tanta musica classica.

L’Idea: Signora Buttiero, lei è musicista e insegnante.  Suppongo che abbia delle grandi soddisfazioni in ambedue le attività, ma come riesce a trovare il tempo per i concerti e le altre performances? 
Elena Buttiero: L’insegnamento assorbe molto temo ed energie, ma non a scapito delle esibizioni, dello studio e della ideazione di progetti musicali nuovi. Ogni anno per poter volare negli States utilizzo dei permessi che la scuola italiana consente ai docenti di materie artistiche per svolgere attività musicale dal vivo.

L’Idea: Quale è stato il progetto più difficile, dal punto di vista musicale, al quale ha partecipato?
Elena Buttiero: Negli ultimi anni ho suonato come musicista di scena in spettacoli teatrali. Per affrontare questo ruolo ho dovuto abbandonare le abitudini di palco da musicista classica. Anche se l’impegno personale all’interno della spettacolo è ridotto rispetto all’impegno in un rècital, mi sono accorta che ho affrontato la nuova esperienza con una certa apprensione.

L’Idea: Signor Molteni, lei scrive, compone musica, canta. Un vero e proprio rappresentante del concetto rinascimentale, un artista a 360 gradi. Complimenti. Vedo che ha scritto molto su Luigi Tenco. L’affascina questo personaggio della musica italiana? Ci parli un poco di questi testi.
Ferdinando Molteni: Ho dedicato a Tenco un po’ del mio lavoro. È un artista che amo e che rispetto. Forse la cosa più importante che ho fatto è un libro, intitolato “L’ultimo giorno di Luigi Tenco”, uscito qualche anno fa per l’editore Giunti.

L’Idea: Chi è l’artista con cui ha lavorato che le ha fatto più impressione?
Ferdinando Molteni: Da giovanissimo, ho avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Albertazzi. Se devo pensare a qualcuno, penso a lui.

L’Idea: Avete un messaggio da inviare ai nostri lettori in America?
Elena Buttiero e Ferdinando Molteni: Non dimenticate l’Italia. Come l’Italia non dimentica voi.