Tag Archives: Tiziano Thomas Dossena

Viola Manuela Ceccarini (ViVi), “l’italiana”. [Christopher Magazine, aprile 2019]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

{Come apparsa su Christopher , Febbraio 2019]

Milanese di nascita, Viola Manuela Ceccarini sta ottenendo un successo invidiabile nel mondo televisivo latino negli USA, dopo aver contribuito per vari canali televisivi internazionali in italiano. Giornalista riconosciuta (è corrispondente per ben sei riviste, oltre a vari canali televisivi e radiofonici) Viola, anzi ViVi, come la identificano gli amici, copre tutti i premi internazionali (Grammys, Emmy, Oscar, eccetera) e presenta al pubblico una visuale tutta personale degli eventi. Parla un ottimo spagnolo con un leggero accento straniero che le ha meritato il nomignolo de “l’italiana” da parte del largo pubblico televisivo latino. ViVi è la vincitrice del premio “Young Female Entrepeneur of the Year” nella competizione internazionale Stevie® Awards for Women in Business. Ci siamo incontrati nel centro di Manhattan ed abbiamo fatto una bella chiacchierata.Viola Manuela Ceccarini

Vi Vi, potresti raccontare  ai nostri lettori come e perchè sei arrivata negli Stati Uniti?
Crescere in una delle capitali più influenti della moda a livello mondiale: Milano, mi ha ispirata a intraprendere una carriera nel settore della moda e dello spettacolo.
All’età di 17 anni, dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore, i miei genitori mi fecero un regalo “di post diploma” mandandomi tre settimane a studiare l’inglese a New York.
Ricordo ancora il momento in cui arrivai a Times Square… rimasi incantata alla vista dei grattaceli, le strade affollate e le luci sfavillanti… per la prima volta provai un sentimento di libertà infinita… e dentro di me sapevo che in questa città tutti i miei sogni si sarebbero potuti realizzare, così ho fatto una promessa a me stessa, che sarei ritornata a vivere a New York…. un giorno…
Tre anni dopo: Dopo essermi laureata all’Università di Milano in “Comunicazione Visiva e Multimediale” ho cominciato a lavorare per una rivista di moda Italiana locale chiamata “Zaffiro Magazine”, ero incaricata di scrivere articoli e intervistare personalità della moda ad eventi Milanesi della vita mondana.
Purtroppo peró le opportunità nel settore erano limitate, motivo che mi ha spinta a riconsiderare l’idea di vivere a New York permanentemente.
Così nel 2013, ho lasciato Milano e mi sono trasferita a New York da sola e contro la volontà dei miei genitori, spinta dalla passione e voglia di crescere professionalmente.
Vivere a NY è sempre stato il mio sogno ed una sfida personale! New York ha un’energia unica; è la capitale del mondo dove tutti sono uguali e rispettati, che tu stia cogliendo margherite (che vedi solo tu) su un marciapiede o che tu sia Leonardo DiCaprio, la gente ti guarda nello stesso modo. Perché chi è qui ha ambizioni, un progetto! Tutti i migliori li trovi a New York; è una città che, o ti stimola ad essere umile e migliorarti, o ti schiaccia; per questo la amo!!”

Tu pensi che l’America, e in particolare New York, offra ancor oggi grandi opportunità per chi ha del talento?
Assolutamente si!!! Per poter trovare e beneficiare delle opportunità a New York devi venire qui con un certo tipo di mentalità che comporta: ambizione e perseveranza, preceduto da un piano d’azione e una gran voglia di lavorare e realizzare un progetto senza mai perdere di mira l’obbiettivo finale.
Anche se credo fermamente che New York non sia una città per tutti, per lo stile di vita frenetico e talvolta stressante, devi amare lavorare e devi avere dei sogni grandi da realizzare…

Per vari anni hai scritto e parlato di moda e di Alta Società sia su varie riviste sia in programmi televisivi. Come sei arrivata a questa specializzazione giormalistica?
Ho sempre saputo che volevo lavorare nei media e nel mondo dello spettacolo. Fin da piccola io e mia sorella giocavamo con la telecamera di papà; lei mi filmava e io presentavo, cantavo e ballavo.
Nel 2011 mi sono laureata in “Comunicazione Visiva e Multimediale” presso l’Accademia Multimediale Europea ACME, specializzata in arti visive e produzione multimediale, dove ho imparato a fare post produzione con programmi di montaggio video come Final Cut Pro/ Adobe Premiere.
Dopo essermi laureata, ho mosso i miei primi passi come intervistatrice-editorialista per una rivista italiana di lusso stampata e online chiamata “Zaffiro Magazine”, presentando eventi nella vita notturna milanese.
La rivista era gestita da un azienda di comunicazione chiamata DBCommunication per la quale eseguivo lavori nel campo delle pubbliche relazioni, occupando un ruolo fondamentale per l’azienda, coprendo progetti importanti per i loro clienti, inclusi artisti e celebrità italiane. Inoltre sono stata incaricata della progettazione del logo aziendale. Questo logo è stato poi stampato su t-shirt e indossato da VIP italiani, cantanti, reality star e celebrità.
La mia passione per i media é iniziata in Italia ed é poi cresciuta in America; scrivere e presentare mi danno  una voce e soprattutto l’opportunitá di esprimermi .
Attualmente sto scrivendo in tre lingue (Italiano, Spagnolo e Inglese) per varie riviste e periodici che parlano di moda e lifestyle. Copro eventi di moda, spettacolo e intrattenimento come ad esempio: New York Fashion Week, Film Festivals, Grammys, Oscars…etc etc

Ora però stai avendo un enorme successo con il gossip nientemeno che in un programma televisivo in spagnolo. Puoi parlarci un poco di questa tua nuova esperienza?
Si!! La comunità Ispana mi ha sempre accolta a braccia aperte. Quando mi sono trasferita a New York sono venuta a vivere direttamente a Washington Heights, un quartiere latino situato nella parte alta di Manhattan (Uptown). La mia prima stanza in affitto era in casa di una famiglia di Dominicani, dove ho vissuto per 2 anni e dove ho imparato a parlare lo Spagnolo (e lo street slang), ad amare la cultura, la cucina e la musica.
Fatalità del caso, attualmente sto lavorando per un canale Ispano chiamato Super Canal, dove conduco un segmento di notizie di intrattenimento, gossip e moda. Il nome del programma é “Option New York” ed è trasmesso in vivo dal lunedì al venerdì (2-3 pm) ovunque negli Stati Uniti via Cavo su Spectrum Canale 870, Verizon Canale 1507, Comcast Canale 620 e Optimum Canale 1023. Inoltre il programma é trasmesso a livello internazionale in diretta dalle 3-4 pm nella Repubblica Domenicana sul Canale 33 (uno dei loro canali principali), a Puerto Rico, nelle Caribbean Islands e in Spagna.

La moda, però, Devi avercela nel sangue perchè ho potuto ammirare varie tue foto nelle quali posi come modella. Pensi di continuare anche nelle sfilate nonostante i tuoi molti impegni professionali?
Ahah grazie! Si, tengo le porte aperte per qualsiasi opportunità mi si presenti $$$$!! In passato ho lavorato come fotomodella ma per ora l’unica sfilata alla quale abbia mai partecipato é stata quella della mia amica stilista Pamela Quinzi. Solitamente collaboro con stilisti quando vado a coprire eventi importanti, di solito lavoro e do l’opportunità a stilisti Italiani di presentare le loro collezioni, perché ci sono moltissimi stilisti talentosi in Italia che hanno bisogno di uscire allo scoperto.

Su quali altri progetti stai lavorando?
Ho tanti progetti in ballo che purtroppo non posso svelare ancora; sicuramente posso dirti che presto uscirà un video musicale di Messiah, Kapuchino e Tali al quale ho preso parte di recente. Loro sono artisti urbani conosciuti, Messiah é colui che ha fatto il featuring con Cardi B nella versione di Bodak Yellow in Spagnolo.
Non vedo l’ora di condividerlo con voi!

Advertisements

Alta Cucina Internazionale: dalle orecchiette alla Rasta pasta. Intervista con lo Chef Patrizio La Gioia [Christopher]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

Lo avevo incontrato un paio di volte nei corridoi del Madison Square Garden ed avevo notato il nome sulla sua uniforme di gran Chef. Avevo sentito che era un Chef di gran nome e ciò mi intimidì un poco. Mi azzardai a parlargli il giorno che ero entrato nella sua cucina per ragioni tecniche. Scoprimmo la comunanza della lingua e stringemmo subito un patto di amicizia spontaneo e naturale fra emigranti italiani all’estero.  Qualche giorno dopo mi avvisò della sua intenzione di trasferirsi al Baccarat Hotel, prestigioso ristorante anch’esso nel centro di Manhattan. Gli spiegai che esisteva una rivista (Christopher) che parlava degli italiani all’estero che avevano avuto successo e lui prontamente acconsentì a questa intervista.

 
 Tiziano Thomas Dossena: Patrizio, hai iniziato la tua avventura culinaria nel lontano 2000 presso varie trattorie e ristorantini, in Puglia. Come ti venne la passione per la cucina?
Patrizio La Gioia: Penso che la mia ispirazione sia stata mia mamma. Ricordo ancora quando giocavo sul pavimento e vedevo il tavolo muoversi come fosse una nave sulle onde; (Patrizio ride) avevo molta fantasia da bambino, in realtà era mia mamma che lavorava l’impasto della pasta. La domenica era un rituale della mamma fare la pasta fresca e si iniziava con le famose orecchiette. Mi ricordo che volevo imparare a farle ma per me era veramente molto difficile, ero affascinato da come mia mamma lo faceva sembrare così semplice.

Tiziano Thomas Dossena: Da lì sei poi partito all’inizio del 2007 per l’estero e sei diventato Chef de Partie a Monte Carlo presso il prestigioso ristorante La Salier. Come avvenne questo cambiamento? Quanto difficoltoso fu il cambiamento da una infrastruttura italiana ad una internazionale? Che cosa hai imparato in tale sede?
Patrizio La Gioia: Fortunatamente il cambiamento non è stato così poi tanto difficile, essendo un ristorante italiano con personale italiano, e poi francamente a Monte Carlo si parla anche italiano. Lavorativamente parlando è stato abbastanza difficile perché sono passato da trattorie a un ristorante cinque stelle. Ho imparato le cinque salse madri, pasta fresca e tanto altro.

Tiziano Thomas Dossena: La prossima fermata è l’America, e addirittura Miami, in Florida, alla fine dello stesso anno. Come ci arrivasti? In tale città tu avesti due esperienze come Chef de Partie ad alto livello; la prima presso l’Hotel Cardozzo e la seconda presso in rinomato The Forge Restaurant. Che differenza ebbero le due esperienze? 
Patrizio La Gioia: Tramite La Salier sono riuscito a farmi trasferire al hotel Cardozzo in Miami essendo parte della compagnia. Ricordo come fosse ieri la difficoltà con la lingua, le unità di misura, la cultura. Mi sentivo completamente in un l’altro mondo. Dopo un’anno passato al Cardozzo il mio obbiettivo era lavorare in uno dei migliori ristoranti di Miami. Iniziai quindi a lavorare al The Forge, una leggenda a Miami sotto la quidanza del grande chef  Dewey LoSasso. Mi ricordo che quell’anno vinse come miglior chef della Florida sul Miami Times

Tiziano Thomas Dossena: A Miami ci fu un’altra evoluzione e lavorasti come Sous Chef in due famosi ristoranti, uno con cucina francese, La Gluttoneire, ed uno con cucina italiana, Tiramesu. Che differenti esperienze avesti in queste due sedi? 
Patrizio La Gioia: Dopo l’esperienza al The Forge, ho iniziato la mia prima esperienza come sous chef (secondo chef) al Tiramesu, grande ristorante italiano, dove imparai come gestire la cucina dal punto di vista burocratico. Imparai il food cost, labor cost e come  fare gli acquisti. Sempre molto appassionato ad imparare altre cuisine, lasciai il Tiramesu per intraprendere questa nuova esperienza francese alla Gluttonerie (2012 best French restaurant in Miami)

Tiziano Thomas Dossena: Tu studiasti anche sotto l’Executive Chef Thomas Buckley nel ristorante Nobu, sempre a Miami. Come definiresti questa episodio della tua vita?
Patrizio La Gioia: Eh si, come dicevo prima ho sempre avuto la passione per imparare cucine differenti, ebbene sì cucina giapponese al grande Nobu Miami. Mi ricordo quando Chef Thomas Buckley (corporate Chef Nobu America) mi fece la proposta di lavorare con lui; ero un po’ spaventato dalla differenza tra cucina italiana e quella giapponese, lui scherzando mi rispose “è la stessa cosa!!! Voi avete il carpaccio e noi abbiamo il sashimi, voi avete la pasta noi abbiamo i noodles”. Praticamente mi fece capire che la cucina è cucina, indipendentemente dalle culture.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2013 ti sei trasferito ad Aspen, nel Colorado, ed hai lavorato presso il Chefs Club di FOOD & WINE. Come funziona tale Club? Che funzioni avevi e che cosa traesti da tale pratica?
Patrizio La Gioia: Questa è stata una delle più belle esperienze della mia carriera. Food and Wine Magazine è una rivista Newyorchese di alta cucina, che ogni anno premia I migliori nuovi chef d’America. Il concetto del Chef Club è di invitare a rotazione ogni stagione 4 best new chef of Food & Wine, e creare il menu con i loro piatti migliori, E noi, come resident chefs,  dovevamo  replicarli; un esperienza indimenticabile..

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2014 ti troviamo a New York, con il Patina Restaurant Group, In quesa corporation hai avuto varie funzioni. Quali furono?
Patrizio La Gioia: Il mio primo ruolo con Patina Restaurant Group fù come Sous Chef nel ristorante Brasserie 8.5, ristorante francese sotto il comando di Franck Deletrain un grande chef, persona e amico. Dopo 6 mesi passati con lui la compagnia decise di promuovermi come Chef De Cuisine al ristorante Naples45, un ristorante napoletano autentico.

Tiziano Thomas Dossena: Essere stato l’Executive Sous Chef ad un ristorante favoloso e celebre come The Four Seasons Restaurant è il sogno di molti Chef, e tu lo otterresti nel 2015, tenendo la posizione fino alla chiusura del ristorante, triste episodio che fortunatamente è stato recentemente corretto con la sua riapertura. Quale erano le tue competenze in quella funzione?

Patrizio La Gioia: Dopo un po’ di tempo passato a Naples45 mi sentivo insoddisfatto perché ero nella grande mela con i migliori ristoranti del mondo e io ero qui a fare le pizze. Quindi decisi ti tornare a a fare cucina garstonomica, e iniziai l’avventura al leggendario Four Seasons Restaurant, sapendo già che doveva chiudere dopo 2 anni. Però a me la cosa non spaventava perché sapevo già che mi avrebbe aperto nuove porte qui a Manhattan. Il Four Season Restaurant era molto famoso per il “Power Lunch” ovvero la gente più potente di Manhattan veniva a pranzo, e spesso sceglievono sempre lo speciale del giorno. Una delle mie mansioni era creare ogni giorno tre piatti speciali differenti.

Tiziano Thomas Dossena: Dopo The Four Seasons avesti un’altra opportunità straordinaria, lavorando con l‘illustre Chef Thomas Keller. Che cosa apprendesti da lui?
Patrizio La Gioia: Come dicevo prima, il Four Seasons Restaurant mi aprì le porte ai migliori ristoranti del mondo, quindi iniziai al 3 stelle Michelin  “Per Se”,  uno dei migliori ristoranti d’America, se non il migliore. Per me è stato un onore conoscere il grande Chef e Mentor Thomas Keller. Con lui imparai la disciplina, la precisione e l’eccellenza.

Tiziano Thomas Dossena: Penultima tappa della tua avventura americana  il Delta Club del Madison Square Garden, il club più esclusivo in tale sede, dove ti ho incontrato. Quali erano le tue funzioni al Delta Club?
Patrizio La Gioia: Al Madison Square Garden è stata un esperienza unica! Eventi spettacolari, da partite di basket, hockey, incontri di boxe, e ovviamente concerti. Mi ricordo la volta che Andrea Boccelli venne a cantare, io ero in cucina ed a un certo punto riconobbi la canzone Nessun Dorme, una delle mie canzoni preferite. Uscii fuori dalla cucina con la pelle d’oca. Al MSG ero lo Chef del Delta Club, che serve le 20 Suite più importanti, praticamente cucinavo per i VIP, compreso il proprietario Jim Dolan.

Patrizio La Gioia con Massimo Bottura e la moglie

Tiziano Thomas Dossena: Ora che sei diventato uno degli Chef presso il prestigioso 5 stelle “Baccarat Hotel” quali altri traguardi ti prefiggi?
Patrizio La Gioia: Sinceramente non so dove mi porterà in futuro. Di sicuro una cosa la so, ogni scelta che farò la farò sempre con il cuore, come ho sempre fatto. Ovviamente, come tutti gli chef il mio sogno è di un giorno gestire il mio proprio ristorante.

Tiziano Thomas Dossena: In tanti anni di Chef in sedi prestigiose avrai cucinato per attori, cantanti e alte personalità. Qualche aneddoto in particolare?
Patrizio La Gioia: Purtroppo per la privacy non posso dire più di tanto, però l’unica cosa che posso dire è che nella mia carriera ho cucinato per attori, cantanti, atleti, politici, principi e principesse, ma per me ogni ospite è VIP, indipendentemente se è un personaggio famoso o meno. Però non potrò mai scordare la volta che ero in cucina è un cameriere venne in cucina è mi disse: Chef, c’è un certo Massimo Bottura che  dice di essere uno chef italiano e vuole parlare con te. Ed io, con un tono irritato gridai al cameriere: “ UN CERTO MASSIMO BOTTURA!!!?????? È il miglior chef al mondo!!! Ignorante!!”

Tiziano Thomas Dossena: Nel corso della tua carriera hai creato varie specialità. Potresti rivelarne una o due per i nostri lettori?
Patrizio La Gioia: Come ben saprai, in Giamaica uno dei piatti tipici è l’Oxtail, ovvero la coda di bue, quasi come la coda alla vaccinara, piatto tipico romano, però preparato con spezie differenti. Mia moglie è Giamaicana, quindi un giorno mi ispirai e creai questo piatto “Pappardelle al rosmarino con ragù di coda, cavolo nero e pecorino Toscano”. Un mio collega soprannominò il piatto “Rasta Pasta”. Da allora nacque la mia famosa Rasta Pasta.

La Lira Silente, Primi Sonetti di Edna St.Vincent Millay. [L’Idea Magazine 2019]

 Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Nel leggere i sonetti della raccolta di Edna St. Vincent Millay a titolo La Lira Silente is capta la personalità della poetessa, che non ha certamente peli sulla lingua riguardo l’espressione dei propri desideri sessuali, delle proprie debolezze, ma anche del proprio astio, della rabbia repressa ch’ella sente per chi l’ha abbandonata o le ha fatto qualch spregio. I sonetti hanno una carica che è straordinaria quando poniamo Millay nel contesto del tempo in cui visse. E la possibilità di captare ed apprezzare questa carica, questa emotività espressa senza freni o rimorsi della poetessa la possiamo avere grazie all’ottima traduzione di Laura Klinkon, che è riuscita a ritenere il linguaggio fin troppo onesto di questi sonetti evitando di legarsi alla struttura poetica, che in realtà non è riproducibile in traduzione senza alterare il vero significato dei versi.

La versione italiana ritiene il ritmo dei versi ma non li forza, anzi li scioglie in un linguaggio che è tanto simile a quello originale in inglese che ci si pone la domanda su come abbia fatto la traduttrice a ricreare così validamente questi sonetti quando ha incontrato le molte espressioni idiomatiche usate dalla Millay. Ottimo lavoro, quindi, che ci permette alfine di leggere questi sonetti in una versione italiana non solo accettabile e comprensibile, ma direi anzi superlativa.
Complimenti quindi alla traduttrice che è riuscita a produrre questo magnifico libro.

Trascrivo dal libro (Pag. 67) una delle poesie che può dare un’idea di come possa essere stata ardua la traduzione:

Oh, mio amato, hai mai pensato a questo:
Come negli anni a venire il tempo senza scrupoli,
Più crudele della Morte, ti strapperà dal mio bacio,
E farà te vecchio, e lascerà me nel fiore degli anni?
Ocome noi, che scaliamo insieme ancora
Per un po’ la dolce, immortale altezza
Che nessun pellegrino può ricordare né dimenticare,
Indubbio come gira il mondo, in una granitica notte
Ci sdraieremo svegli e scopriremo la fiamma graziosa
Adesso spenta per sempre sulla nostra pietra comune;
E ricorderemo che quel giorno che venisti
Io ero bambina, e tu un eroe cresciuto?
E passerà la notte, e proromperà lo strano mattino
Sulla nostra angoscia l’una per l’altro!

 

La Lira Silente; Primi Sonetti di Edna St. Vincent Millay
Traduzione di Laura Klinkon
Stesichorus Publications, Rochester, NY, 2017

Portare La Musica Italiana Nel Mondo: Dal Barocco Al Pop, Dalla Classica a Quella D’emigrazione. Intervista Esclusiva Con Elena Buttiero e Ferdinando Molteni. [L’Idea Magazine aprile 2019]

 

Portare la musica italiana nel mondo: dal barocco al pop, dalla classica a quella d’emigrazione. Intervista esclusiva con Elena Buttiero e Ferdinando Molteni.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Il 17 aprile prossimo, presso la Casa Italiana della New York University, Elena Buttero e Ferdinando Molteni presenterano lo spettacolo “Verso Nuova York, Stories and Music of Italian Migration” e ci hanno gentilmente concesso un’intervista.

L’Idea: Questo imminente spettacolo negli USA, nella prestigiosa sede della Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University non è di certo la vostra prima esperienza americana o all’estero. Come avete trovato il pubblico statunitense in passato? Avete notato delle differenze nel modo che il pubblico si manifesta nelle varie nazioni?
Elena Buttiero: La nostra prima trasferta negli Usa è avvenuta nel 2009 ed annualmente ritorniamo per qualche data. Il pubblico americano è particolarmente interessato alle nostre proposte che sempre riguardano la musica italiana.
Ferdinando Molteni: Siamo stati molte volte negli Stati Uniti a suonare. Non solo a New York, ma anche in tante altre città. Abbiamo sempre trovato un pubblico attento e rispettoso. Certo, New York da questo punto di vista è speciale. L’amore che manifesta per la cultura italiana è unico. In Europa, ancora una volta, abbiamo incontrato persone interessate e curiose. E persino in Africa, dove abbiamo suonato qualche anno fa. L’Italia è amata e apprezzata ovunque.

L’Idea: Da dove è saltata fuori l’idea per questo vostro spettacolo sulla migrazione italiana negli USA? Come si sviluppa questo vostro spettacolo bilingue? Porterete questo spettacolo anche in altri teatri?
Ferdinando Molteni: Questo progetto è nato qualche anno fa. Le nostre regioni di origine – il Piemonte e la Liguria – hanno avuto una lunga stagione di emigrazione verso le Americhe. Personalmente ho avuto un avo che ha lavorato alla ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906. E la famiglia di mia madre è imparentata con il Generale Belgrano, eroe dell’Argentina. Elena ha avuto antenati che da Genova si sono imbarcati per il Sud America.  Ma in tante famiglie delle nostre parti si possono trovare storie simili. Dunque il nostro rapporto con le Americhe è profondo.

L’Idea: Voi avete lavorato assieme anche in altri progetti musicali, in passato. Potete parlarcene? 
Elena Buttiero: Nel campo della musica antica abbiamo due progetti che uniscono musica e storia: uno con la formazione Arethusa Consortium dedicato alla musica barocca italiana ed al rapporto tra la musica del nostro paese e le sue influenze sulla la musica di Scozia ed Irlanda.

Recentemente abbiamo dato vita ad un progetto legato ad un fatto storico avvenuto nel 1795 nel Mar Mediterraneo di fronte alla nostra città nel quale si sono fronteggiate in una storica battaglia navale le navi inglesi, francesi e del Regno di Napoli.

Ferdinando, che di formazione universitaria è uno storico, si occupa dell’inquadramento storico dell’evento ed io con altri musicisti mi occupo delle musiche dell’epoca. Abbiamo girato pochi giorni fa un filmato per il National Geographic sull’evento.

Ferdinando Molteni: Ci siamo dedicati in questi ultimi anni in particolare alla canzone d’autore italiana. Abbiamo lavorato sulla musica di Luigi Tenco soprattutto. Ma Elena ha suonato anche tanta musica classica.

L’Idea: Signora Buttiero, lei è musicista e insegnante.  Suppongo che abbia delle grandi soddisfazioni in ambedue le attività, ma come riesce a trovare il tempo per i concerti e le altre performances? 
Elena Buttiero: L’insegnamento assorbe molto temo ed energie, ma non a scapito delle esibizioni, dello studio e della ideazione di progetti musicali nuovi. Ogni anno per poter volare negli States utilizzo dei permessi che la scuola italiana consente ai docenti di materie artistiche per svolgere attività musicale dal vivo.

L’Idea: Quale è stato il progetto più difficile, dal punto di vista musicale, al quale ha partecipato?
Elena Buttiero: Negli ultimi anni ho suonato come musicista di scena in spettacoli teatrali. Per affrontare questo ruolo ho dovuto abbandonare le abitudini di palco da musicista classica. Anche se l’impegno personale all’interno della spettacolo è ridotto rispetto all’impegno in un rècital, mi sono accorta che ho affrontato la nuova esperienza con una certa apprensione.

L’Idea: Signor Molteni, lei scrive, compone musica, canta. Un vero e proprio rappresentante del concetto rinascimentale, un artista a 360 gradi. Complimenti. Vedo che ha scritto molto su Luigi Tenco. L’affascina questo personaggio della musica italiana? Ci parli un poco di questi testi.
Ferdinando Molteni: Ho dedicato a Tenco un po’ del mio lavoro. È un artista che amo e che rispetto. Forse la cosa più importante che ho fatto è un libro, intitolato “L’ultimo giorno di Luigi Tenco”, uscito qualche anno fa per l’editore Giunti.

L’Idea: Chi è l’artista con cui ha lavorato che le ha fatto più impressione?
Ferdinando Molteni: Da giovanissimo, ho avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Albertazzi. Se devo pensare a qualcuno, penso a lui.

L’Idea: Avete un messaggio da inviare ai nostri lettori in America?
Elena Buttiero e Ferdinando Molteni: Non dimenticate l’Italia. Come l’Italia non dimentica voi.

“Un Anno E Un Giorno”; Un’insegnante Italiana Ci Presenta La Sua Esperienza Nella Scuola Pubblica Americana In Un Romanzo. Intervista Esclusiva Con La Scrittrice Ornella Dallavalle. (L’Idea Magazine)

“Un Anno e un Giorno”; un’insegnante italiana ci presenta la sua esperienza nella scuola pubblica americana in un romanzo. Intervista esclusiva con la scrittrice Ornella Dallavalle.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ornella Dallavalle nasce a Milano. Conseguita la laurea in Economia e Commercio si trasferisce in California per un anno. Al rientro in Italia si iscrive alla facoltà di Filosofia. Studia e lavora contemporaneamente in parte a Milano, in parte in Francia e in Spagna. Collabora con Radio Gribouille ad Angers e scrive per il Tribuna de Salamanca. Dall’agosto del 2001 a luglio del 2006 vive a New York, dove lavora come insegnante nelle scuole ‘difficili’ nei sobborghi della Grande Mela. Parlano di lei ‘Io Donna’ (Corriere della Sera), ‘America Oggi’ (La Repubblica), Presenza (mensile dell’Università Cattolica di Milano). Viene intervistata da Radio 105, Radio Lombardia, Rai International e da Enrico Mentana durante la convention di RasBank a Nizza. Giovanni Allevi la cita nel suo romanzo ‘La Musica in testa’ e Stefano Spadoni nel libro ‘New York terrorismo e antrace – cronache da una città che vuole tornare a vivere’ entrambi pubblicati da Rizzoli. Nel 2009 diventa cittadina americana. Nel 2010 scrive la sceneggiatura del cortometraggio ‘La Ragazza di Rodin’, proiettato nel Short Corner del Festival di Cannes. Attualmente è docente di  Financial Mathematics presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente di ruolo al corso serale dell’istituto Kandinski (nel Gratosoglio – per non sentire troppo la nostalgia degli studenti di New York). Scrive recensioni artistiche e cinematografiche per KritiKaOnline e Amicinema. 
Il libro Un Anno e un Giorno è il suo primo romanzo.

Tiziano Thomas Dossena: Il tuo libro, Un Anno e un Giorno, è elencato come romanzo nonostante sia una storia vera, anzi la storia vera di una tua ‘avventura americana’ avvenuta quasi vent’anni fa. Qual è la ragione di tale scelta editoriale?
Ornella Dallavalle: Il libro è basato su eventi realmente accaduti ed è scritto sotto forma di diario, ma il racconto è spesso in terza persona, ci sono molti dialoghi. La mia voce narrante viene sovente sostituita da quella dei veri protagonisti di questa storia: Ceandra, Quosheen, Alex, Josè e Racine. Sono questi cinque adolescenti che ci raccontano la scuola pubblica americana; per questo non considero quest’opera un’autobiografia ma piuttosto un romanzo. L’autenticità e la memoria emotiva ovviamente lo caratterizzano.

Tiziano Thomas Dossena: Dalla sinossi del libro si viene a sapere che tu accettasti una proposta di insegnare matematica in una High School di Bushwick, un quartiere di Brooklyn. Cosa ti convinse a lasciare la tua nazione per venire qui negli USA ad insegnare, e poi in una zona non proprio per la quale?
Ornella Dallavalle: Tutto è iniziato in seguito ad un incidente stradale che mi ha portato a Ischia, a fare delle cure termali. Lì Luciana, una mia amica, ha visto un’inserzione sul Corriere della Sera. Il provveditorato americano cercava insegnanti. Ho risposto all’annuncio solo per far contenta lei (che insisteva dicendo che ero la candidata perfetta per quel lavoro) e me ne sono completamente dimenticata. Il tutto è tornato alla mia mente quando, a giugno del 2001, ho ricevuto una email con la data per il colloquio. Ci sono andata con poca convinzione e nel giro di un paio d’ore mi sono trovata tra le mani una lettera d’incarico per due anni. Dall’inserzione e dal colloquio non era emerso quasi nulla delle difficoltà reali nascoste dietro quell’incarico: nell’inserzione si vedeva la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn e durante il colloquio mi è stato detto che la scuola sarebbe stata probabilmente a Brooklyn o nel Bronx, ma l’assegnazione definitiva sarebbe avvenuta una volta arrivata a New York. Ciò che mi ha trascinato in questa avventura è stata la magia di New York City, il fatto che il provveditorato americano avrebbe pagato il corso di master che volevo fare e in parte anche l’inconsapevolezza. Mentre riflettevo se partire o no è successa una cosa incredibile, quasi soprannaturale, che mi ha portato al sì definitivo… ma la scoprirai leggendo il libro.

Tiziano Thomas Dossena: Per quanto tempo hai insegnato?
Ornella Dallavalle: Per cinque anni. Un anno a Bushwick e gli altri quattro a Washington Heights.

Tiziano Thomas Dossena: Quali furono gli ostacoli più difficili da superare?
Ornella Dallavalle: Il maggiore è stato sicuramente il dover combattere contro un’amministrazione scolastica e un sistema che volevano che facessi la babysitter (con tutto il rispetto per le babysitter) mentre io volevo fare l’insegnante. È stata una vera guerra a suon di lettere…

Tiziano Thomas Dossena: Quale fu la sorpresa più eclatante di questa tua esperienza americana?
Ornella Dallavalle: Scoprire che lavorare in una scuola newyorchese è un po’ come lavorare alle Nazioni Unite: ci sono insegnanti che provengono da tutto il mondo. Il confronto con loro ha contribuito molto alla mia crescita personale e professionale.

Tiziano Thomas Dossena: Da una tua intervista con Radio Lombardia mi è parso di capire che tu sei quasi convinta che il sistema scolastico americano sia strutturato apposta per tenere una parte della società in una posizione di svantaggio al fine di continuare ad avere una classe sociale che continui a fare certi lavori. Mi pare un’accusa pesante. Sei veramente convinta che sia così?
Ornella Dallavalle: Non la considero un’accusa ma la constatazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. A volte è la presa di consapevolezza che manca. Basta chiedersi qual è la percentuale di studenti provenienti da scuole pubbliche che si iscrive a una buona università (o anche solo all’università) e qual è la perpercentuale di studenti provenienti da specifiche etnie che deve iscriversi all’università. Ti dico solo che ho insegnato per cinque anni matematica nelle scuole pubbliche di New York e ho scoperto, alla fine del quinto anno, grazie al figlio di un amico, l’esistenza del SAT. Il ragazzo (che frequentava una scuola privata) non riusciva a capacitarsi del fatto che io fossi un’insegnante di matematica e non sapessi dell’esistenza di questo esame, fondamentale per essere ammessi nelle principali università americane. Lui mi ha confidato che nella sua scuola si preparavano a partire dalla terza, soprattutto in matematica. Quando ho chiesto alla mia assistant principal spiegazioni mi è stato risposto che gli studenti delle scuole pubbliche non sarebbero stati in grado di passarlo. In realtà, nelle scuole pubbliche, ci sono ragazzi molto intelligenti, che passerebbero tranquillamente il SAT se qualcuno li informasse sull’esistenza di questo esame e li aiutasse a prepararlo. Se poi leggerai il libro, saranno Ceandra, Racine, Alex, Josè e Quosheen a farti capire le altre evidenze…

Tiziano Thomas Dossena: Quali sarebbero le tue proposte per migliorare la situazione nelle scuole simili a quelle in cui insegnasti?
Ornella Dallavalle: Un sistema scolastico basato sulle competenze è un sistema perdente; bisogna puntare alla conoscenza. Gli adolescenti sono estremamente recettivi  e capaci se ben motivati. Bisogna smetterla di sottovalutarli. La scuola non è una società che deve produrre dei risultati economici, gli insegnanti non devono essere costretti a dare dei voti positivi (inutili quando non meritati) per mettere in bella luce il preside o l’istituzione per cui lavorano ma devono fare il loro lavoro: portare i ragazzi alla conoscenza e prepararli per affrontare il futuro come uomini capaci di scelte autonome e intelligenti. Il percorso è complesso ma si parte sempre dalla relazione personale (che deve essere sincera e non ‘manovrata’), gli strumenti didattici sono molteplici.

Tiziano Thomas Dossena: Hai mai pensato di ritornare a Bushwick e fare una ricerca per scoprire cosa sia successo ai tuoi studenti di allora?
Ornella Dallavalle: Molte volte ma non credo abitino più lì, il quartiere negli ultimi anni è cambiato, è stato colonizzato da architetti e designer. Purtroppo non ricordo i loro cognomi (quelli che ho usato sono di fantasia) per cui non saprei come cercarli ma chissà, magari un giorno saranno loro a ritrovare me.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa hai tratto di più importante per la tua persona da questa tua esperienza?
Ornella Dallavalle: Ho imparato ad ascoltare e a guardare oltre la rabbia. Ogni ragazzo ha una storia da raccontare e sono tutte bellissime. Ho imparato che i ragazzi di Bushwick, con il coltello in tasca e il pollice in bocca,  hanno bisogno di sentirsi dire: “Ce la puoi fare”, hanno bisogno di sapere che sono importanti per qualcuno. E forse questo vale per tanti esseri umani. Ho imparato che ognuno di noi può contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo (non è facile ma vale la pena almeno provarci).

Adolph Caso, Una Voce Importante Per Gli Italo Americani; Un’intervista Esclusiva. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco.

Ho incontrato Adolph Caso per la prima volta all’International Book Show di New York, e mi ha colpito perché dava l’impressione di amare i libri più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ho scoperto solo in seguito che non si interessava soltanto di pubblicazione, ma anche di scrittura, traduzione, insegnamento e sostegno per la comunità italo americana. In questo periodo di confusione, nel quale alcune persone tentano di riscrivere la storia per compiacere qualcuno, senza alcun riguardo per l’accuratezza della revisione, avere uno studioso del calibro di Adolph Caso, schierato dalla parte giusta della causa, è davvero l’ideale, e sento che i nostri lettori sarebbero contenti di conoscerlo meglio. Segue quindi una breve intervista per presentare Mr. Caso. Potete inoltre seguire i link per scoprire di più sulle sue molteplici attività.

L’IDEA: Lei è uno stimato editore, ma anche uno scrittore prolifico e un docente indipendente. Con quale di queste professioni si identifica maggiormente?
Adolph Caso: Sono un poeta, di conseguenza ho una mente libera. Nella mia poesia, rivelo e condivido le cose e le idee che nascono dentro di me. (clicca qui per leggere la sua poesia Filtering Energy)

L’IDEA: Ha scritto più di un articolo sulla questione relativa alla “Statua di Colombo”. Conferma la sua opinione secondo cui questo tentativo di riscrivere la storia è in realtà un atto mal celato di discriminazione nei confronti degli italo americani in generale? Cosa pensa dovremmo fare noi, in quanto comunità, per contrastare questo oltraggio a Colombo?
Adolph Caso: Colombo non era uno spagnolo, né un portoghese e non era ebreo. Era di Genova. Pressoché al pari di Gesù Colombo ha fatto per l’umanità più di qualsiasi altro, scoprendo una via che conduceva alle Americhe. Milioni e milioni di persone hanno tratto beneficio da Colombo, e non da altri, tantomeno dai suoi critici ignoranti e senza cervello.

L’IDEA: In merito a Colombo, ha pubblicato TO AMERICA AND AROUND THE WORLD–The Logs of Colum­bus and Magellan. Crede che le persone che lanciano accuse infondate nei confronti di Colombo dovrebbero senza dubbio leggere questo libro, e perché?
Adolph Caso: La ragione fondamentale di questa pubblicazione era di mettere davanti ai lettori le testuali parole di Colombo stesso, e non le opinioni pregiudizievoli di critici prevenuti. Ad esempio, come dimostrano i suoi scritti, Colombo non ha mai catturato né avuto a che fare con la cattura delle persone per trasformarle in schiavi.

L’IDEA: Il suo libro autobiografico “Boy destined to America”, appena pubblicato, è stato in realtà scritto nel 1966. Può raccontarci quale storia si cela dietro a questo libro? 
Adolph Caso: Il mio professore di scrittura ci chiese di scrivere un libro che parlasse di noi stessi piuttosto che di altri, perché noi sappiamo chi siamo. Quindi, durante l’estate del 1966, scrissi la mia autobiografia e sistemai il manoscritto sulla mensola. Poi, qualche anno fa, per caso lo ritrovai, e il resto è storia.

L’IDEA: Ha scrtto anche THE KàSO ENGLISH TO ITALIAN DICTIONARY. Di cosa parla questo libro?
Adolph Caso: Sì, il titolo è “The KàSO English to Italian Phonemic Dictionary”. Il mio obiettivo era di mostrare che la lingua italiana si basa su un sistema di fonemi, poichè utilizza un principio univoco tra simboli e suoni, e questo rende l’italiano il sistema dalla fonologia più scientifica, e si adatta perfettamente alla nostra era informatica.

L’IDEA: La Dante University offre numerosi corsi gratuiti online tenuti da lei e da altri professori. Che corsi sono e come si può usufruirne?
Adolph Caso: Gli irlandesi hanno il loro Boston College, ecc. Gli italo americani non hanno istituzioni simili. Il mio sogno rimane irrealizzato. La mia speranza è che questo desiderio venga esaudito da qualcun altro. (Link ai corsi)

L’IDEA: Lei era il fondatore del Dante University Press? (Ci dica gentilmente quando nacque e altre informazioni, ad esempio il suo collegamento con Branden, ecc.) Quale obiettivo ha tentato di realizzare?
Adolph Caso: La speranza era quella di realizzare un giornale che desse agli individui migliori opportunità di pubblicare i propri lavori sull’esperienza italo americana. Salvo alcune pubblicazioni, non si ricavò altro. La comunità non lo supportò mai.

L’IDEA: Ha pubblicato anche THE KASO VERB CONJUGATION SYSTEM, BILINGUAL TWO LANGUAGE ASSESSMENT BATTERY OF TESTS e The Kaso English to Italian Dictionary, mostrando un forte interesse per l’istruzione bilingue. Era un insegnante o questo interesse è legato soltanto alla sua profonda conoscenza della lingua italiana?
Adolph Caso: Il mio obiettivo era di quello di mostrare la grandezza della fonologia linguistica, e ho investito tempo e denaro nello scrivere e nel pubblicare un libro che nessuno ha comprato.

L’IDEA: Ha qualche progetto imminente al quale sta lavorando? 
Adolph Caso: Solitamente, non smetto mai di lavorare, la mia opera più recente è “Amalfi-Re-Visited”, ma non ha avuto particolare successo.

Mary Rorro, La “Dottoressa Violino”, Un’intervista Esclusiva [L’Idea Magazine]

Un’intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco

In un libro di Lisa Wong intitolato “Scales to Scalpels, Doctors Who Practice the Healing Arts of Music and Medicine”, era soprannominata “Dottoressa Violino”. Stimata psichiatra e talentuosa suonatrice di viola professionista, che fa uso della musica per guarire i veterani, la Dottoressa Mary Rorro è anche molto altro, e siamo orgogliosi di presentare un’intervista esclusiva a questa luminosa stella della medicina, alla costante ricerca di nuovi metodi per aiutare i suoi pazienti.

L’IDEA: Lei è una psichiatra che lavora insiemi ai veterani che soffrono di disordine da stress post-traumatico, e che fonde musica e poesia nell’esercizio della professione.
Dottoressa Mary Rorro: All’età di sei anni e mezzo, mia madre mi mostrò il piccolo violino che suonava quando era bambina. Adoravo quel violino, lo trascinavo con me ovunque nella sua minuscola custodia. Io, mia madre, e il mio talentuoso fratello Michel, suonavamo insieme per la Suzuki records, e ascoltavamo arie italiane e canzoni napoletane con i nonni. Sono stata testimone del potere della musica per la prima volta mentre mio nonno stava morendo nel suo letto d’ospedale. Ho suonato per lui la serenata di Toselli, una delle canzoni che preferiva e di cui spesso faceva richiesta. Le sue ultime parole furono “Ancora musica”. Durante il liceo facevo la volontaria in ospedale, e mia madre mi incoraggiava ad intrattenere i pazienti malati di cui mi occupavo. Ha assistito mentre suonavo per un paziente malato di cancro, affetto da depressione, che non aveva parlato per mesi, e che all’improvviso aveva cominciato a intonare i Canti di Natale accompagnato dal mio violino, facendo piangere le infermiere. Quel momento di profonda ispirazione mi ha influenzata a tal punto da combinare il mio desiderio di diventare medico con la passione per la musica, che sarebbe poi diventata parte integrante della mia professione. Quel giorno riconoscemmo il potere guaritore della musica per coloro che soffrivano. Mia madre era così orgogliosa. Volevo renderla felice condividendo la musica con gli altri, con coloro che ne avevano un bisogno estremo.
Mi sono laureata in musica e ho studiato biologia come materia secondaria al Bryn Mawr College, ed ho ricevuto il primo Performing Arts Prize, mai conferito prima dal college. Il Bryn Mawr incoraggiava le opportunità di leadership per le donne e l’assistenza al prossimo. Ho organizzato due concerti di beneficienza per l’ospedale St. Christopher per i bambini malati di AIDS, in qualità di presidente e prima violinista della Bryn Mawr-Haverford College Symphony. Ho sviluppato un programma per la facoltà di medicina e psichiatria chiamato “Musical Rounds: The Next Best Thing to Grand Rounds” e “From Soup to Notes,” da suonare alle mense per i poveri.

“Mani che danno ricevono.”

L’IDEA: Oltre alla sua professione, ha anche creato un programma di volontari con un obiettivo simile, “A Few Good Notes.” Può parlarcene?
Dottoressa Mary Rorro: Considerando il riscontro così entusiastico per le mie esperienze musicali precedenti, volevo introdurre la musica nelle vite dei veterani della mia clinica e del Sistema Sanitario per Veterani del New Jersey. Ho avviato un programma chiamato “A Few Good Notes”, nel quale suono la viola per i pazienti durante le sessioni di terapia di gruppo e individualmente nel mio ufficio. Alcuni dei miei pazienti in passato suonavano, ascoltarmi li ha incoraggiati a riprendere in mano i loro strumenti musicali e ad unirsi al programma. Uno dei miei pazienti ha coinvolto il suo complesso di Dixieland per intrattenere insieme a me i pazienti della casa di riposo per veterani di Lyons. La stanza, fino a quel momento silenziosa, è stata trasformata all’istante dal suono dei pazienti che cantavano seguendo il ritmo. Un altro paziente, dopo avermi sentita suonare “Amazing Grace” in ufficio, si è sentito stimolato a riprendere la sua chitarra, e dopo aver contemplato le parole della canzone, ha anche iniziato a leggere la Bibbia.
Ho intrapreso un programma al Centro per Veterani che ha lo scopo di fornire lezioni di chitarra gratuite per veterani, permettendo loro di provare in prima persona la gioia della musica. Abbiamo degli insegnanti di chitarra volontari che mettono generosamente a disposizione il loro tempo, e questo consente di creare un coinvolgimento con altri veterani nel Guitar Instruction Group (GIG). La clinica ora è pervasa dal suono dei veterani che strimpellano i loro strumenti, e la lista d’attesa per le lezioni è decisamente lunga.
Ogni anno cantiamo negli ospedali di Lyons e dell’East Orange, e reclutiamo altro personale disposto a condividere il proprio tempo ed il proprio talento con i veterani. Il programma è stato esteso nazionalmente all’interno del VA (Veteran Affairs). Alcuni pazienti e volontari che fanno parte del nostro comitato Healing Arts, portano le loro chitarre o altri strumenti e suonano accompagnando la mia viola.
La musica porta alla luce le storie dei pazienti, ad esempio un veterano del Vietnam ha raccontato di come il suo plotone abbia cantato Silent Night su una collina in Vietnam, e di come questo abbia determinato un cessate il fuoco per la Vigilia di Natale. La musica rievoca forti emozioni e consente a me e agli altri terapisti di processarle insieme ai pazienti durante la terapia gruppo.
Il programma è stato presentato da WQXR (l’ex stazione musicale del New York Times), da radio WNYC, sul sito internet del Dr. Oz, dalla Società per lo Studio dello Stress Traumatico e da AOL nella sua “homepage for Heroes”. Sono stata chiamata “Dottoressa Violino” nel libro “Scales to Scalpels, Doctors Who Practice the Healing Arts of Music and Medicine” di Lisa Wong, dottoressa in medicina.

Princeton Memorial ceremony at Monument Hall

L’IDEA: È evidente che lei abbia una vocazione per la musica, e per questo è diventata una violista professionista. Quando ha scoperto invece la sua vocazione per la medicina, e in particolare per la psichiatria?
Dottoressa Mary Rorro: Quando avevo quattro anni, ero in macchina con mia madre, e lei mi chiese cosa volevo diventare da grande. Risposi velocemente: “Un dottore, perché voglio aiutare la gente.” I miei genitori mi hanno sempre incoraggiata nel perseguimento del mio sogno, del quale non ho mai dubitato. Sono stata influenzata da molti membri della mia famiglia, che consideravo modelli da seguire. Ho passato diverso tempo nell’affollato ambulatorio di assistenza primaria di mio padre, e osservavo i pazienti uscire da suo ufficio pieni di gratitudine. Al mattino presto faceva le visite a domicilio per persone che sapeva non avrebbero potuto pagare, ma lui le aiutava con devozione. Mia zia, Mary A. Rorro, dottoressa in medicina, fu una delle donne medico pioniere nel suo campo. Suo zio, soprannominato “Zio Doc”, si laureò alla Hahnemann Medical School, e la incoraggiò a frequentarla sin da piccola. Samuel Alito Senior, padre di Samuel Alito, Giudice della Corte Suprema, fu il suo insegnante al liceo e la premiò con la medaglia della scienza. Sapeva che voleva diventare un medico, e le disse: “Non lasciarti mai scoraggiare dal tuo sogno.” Conserva ancora la busta della sua pagella, sulla quale scrisse queste ed altre parole di incoraggiamento per il suo futuro, che considerava estremamente preziose. Si laureò alla Hahnemann nel 1958, e sposò mio zio Al. Mia zia Celeste ha conseguito il dottorato in Formazione e fu Direttrice del “Teacher Certification and Academic Credentials” del New Jersey.
Mi interessai alla psichiatria dopo una rotazione all’ospedale pubblico del New Jersey, presso la scuola di medicina UMDNJ-SOM. La facoltà di psichiatria mi sembrava il modo perfetto per unire la narrativa, la creatività e l’arte all’interno della professione medica. Entrai nel programma di formazione psichiatrica della Facoltà di Medicina di Harvard, e cominciai a lavorare con i veterani all’interno del VA System, e in altri istituti di salute mentale a Boston, inclusi gli ospedali McLean e Cambridge. Dopo la specializzazione ho conseguito una borsa di studio in Medicina delle Dipendenze presso il Massachusetts General Hospital. Gli anni di sperimentazione e formazione, i lunghi turni di notte, le lenzuola ruvide su cui dormivo, sono completamente ripagati quando qualcuno dice: “Mi hai cambiato la vita.” Lo considero come un complimento ai miei genitori, perché senza il loro costante amore e supporto, non potrei aiutare i miei pazienti e ascoltare queste parole.

L’IDEA: La sua poesia è molto toccante e ispiratrice, evoca immagini di guerra e anime straziate. Scrive solo delle esperienze dei veterani?
Dottoressa Mary Rorro: Le storie traumatiche dei veterani, di dolore e perdita, mi hanno portata a scrivere delle poesie destinate ad aiutarli e onorarli. Alcune poesie riflettono il tema del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), nonché le memorie intrusive, gli incubi e i flashback. Altre riguardano eventi traumatici più specifici, e argomenti quali ferite morali e sindrome del sopravvissuto. I racconti dei pazienti, spesso toccanti, a volte spaventosi, erano coinvolgenti. La poesia era diventata il luogo in cui potevo prima processare e in seguito esprimere le emozioni travolgenti che provavano. Ho iniziato a condividere la mia poesia, con la speranza di aiutarli a sviluppare una connessione e progredire con la terapia. Le poesie hanno aperto un nuovo dialogo su alcuni aspetti delle loro storie che probabilmente non avrebbero toccato durante una visita standard sulla gestione dei farmaci.
Scrivo anche poesie e haiku di altro genere, basate su temi spirituali e naturali; compongo canzoni e testi di canzoni.

L’IDEA: Ha ricevuto innumerevoli premi sia per la sua attività filantropica sia per il suo lavoro professionale. Per quanto siano tutti importati e più che meritati, ce n’è uno in particolare che per lei ha significato di più? Perchè?
Dottoressa Mary Rorro: Ce ne sono alcuni particolarmente significativi. Un premio che ha avuto un significato particolare è quello ricevuto dall’American Foundation of Savoy Orders, un ordine dinastico in Italia. La Medaglia di Bronzo dei Santi Maurizio e Lazzaro per opere caritatevoli è stata conferita all’interno della St. Patrick Cathedral di New York. È stato estremamente emozionante salire gli scalini dell’altare principale per ricevere la bellissima medaglia di bronzo e la proclamazione di Vittorio Emanuele. Un’altra esperienza indimenticabile è stata l’esibizione durante la Celebrazione Centennale della messa nella chiesa Holy Rosary a Washinton D.C., alla quale erano presenti il Giudice della Corte Suprema Samuel A. Alito Junior, Antonin Scalia e Nancy Pelosi. È stato un onore essere introdotta nella Italian American National Hall of Fame lo stesso anno del Giudice della Corte Suprema Samuel A. Alito Junior.
Il premio della Planetree organization’s Patient-Centered Excellence and Innovation (assegnato a livello internazionale ad 1 su 10 individui o programmi) per il mio programma “A few Good Notes” di Chicago, è stato molto significativo, poiché è stata riconosciuta l’importanza di aiutare i veterani attraverso l’arte.

L’IDEA: Suo padre era un dottore e sua madre è un’icona per la comunità italo – americana del New Jersey. In che modo questo ha influenzato la sua vita personale e le sue scelte professionali?
Dottoressa Mary Rorro: Mio padre, ormai scomparso, Dottor Louis Rorro, era un medico che aiutava con devozione i pazienti all’interno della comunità. Mia madre, Dottoressa Gilda Rorro, era educatrice e amministratrice del Dipartimento di Formazione, e lavorava per i diritti civili. Si è recata ad Haiti in numerose occasioni per istituire programmi di scambio fra gli studenti di Haiti e del New Jersey. Negli ultimi vent’anni ha lavorato instancabilmente per servire gli italo – americani della comunità in qualità di Viceconsole Onorario e di Presidente dell’Italian Heritage Commission del New Jersey. Ha ricevuto un’onorificenza dal Presidente italiano per aver sviluppato il suo programma di insegnamento, inserendo lo studio del patrimonio culturale italiano all’interno di tutte le scuole del New Jersey. I miei genitori mi hanno trasmesso l’apprezzamento per la lingua e la cultura italiana, e ci riteniamo fortunati ad avere dei preziosi amici e familiari in Italia. Anche Joseph, il mio meraviglioso marito, condivide la mia passione per la cultura e la musica italiana, ci siamo conosciuti in un circolo italiano durante la mia specializzazione in psichiatria a Boston. L’efficienza e la dedizione dei miei genitori per le loro carriere mi hanno motivata a perseguire la mia professione, ed ero profondamente fiera di ciò che avevano raggiunto. Sono stata cresciuta senza alcuna limitazione su ciò che una ragazza o una donna può ottenere. Per quanto i miei genitori fossero occupati, si sono sempre impegnati attivamente per il mio sviluppo, portandomi a lezioni di musica, concerti, e viaggi in Europa per ampliare la mia istruzione. Sono stati dei mentori eccezionali che hanno influenzato la mia vita, e da loro ho ereditato il valore di essere a servizio degli altri, e mi adopero per portarlo avanti. Il loro regalo per il diploma fu la mia viola, ed è qualcosa che continua davvero a donare. Sarò per sempre in debito con i miei genitori per avermi guidato nel perseguimento del mio obiettivo di diventare dottoressa, e grata per avermi aiutato a trasformare il mio sogno in realtà. Si sono consacrati con un impegno autentico a me e alla comunità. L’amore e la devozione dei miei genitori mi hanno consentito di essere un medico e una musicista appagata, e aspiro ad aiutare molte altre persone, vivendo secondo il loro esempio.

Dr. Mary Rorro suona the viola per la madre Gilda nell’occasione della presentazione al pubblico del libro di memorie “Gilda, Promise Me”

L’IDEA: Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?
Dottoressa Mary Rorro: L’essere al servizio dei veterani è per me una missione patriottica. Mi hanno insegnato moltissimo sul sacrificio e sulla resilienza. La fusione della musica e della poesia all’interno della mia professione è un privilegio, e costituisce un mezzo gratificante e creativo per intensificare il legame medico-paziente. Sono stata testimone dei potenti effetti che l’arte può avere sui pazienti, e spero di poter condividere la mia raccolta di vignette e poesie con più veterani. Ho intenzione di continuare ad espandere il programma “A Few Good Notes” in modo che più pazienti possano farsi coinvolgere dalla musica e dall’arte, strumenti preziosissimi da utilizzare nel loro viaggio verso la guarigione.

Veterani all’ascolto della musica del  Dr. Mary Rorro. (Clicca per vedere un video su YouTube)