Presentato “I Promessi Sposi” Di Raffaele Pisani Nel Corso Della Festa Dei Campani Nel Mondo 2018 Nel New Jersey.

Articolo di Tiziano Thomas Dossena.

(Foto di Lucio Trombetta)

La Federazione delle Associazioni della Campania USA ha tenuto l’11 marzo scorso l’annuale “dinner dance” nel sontuoso salone del ristorante La Reggia, in Secaucus, New Jersey.

Questa “Festa dei Campani nel Mondo 2018” è stata diretta dal presentatore Tony Pasquale, noto conduttore radiofonico e organizzata dal presidente del gala, Ciro Sarra.

Il presentatore Tony Pasquale

Ospiti speciali della serata l’avvocato Claudio D’Alessio, il magistrato Dott. Angelo Scarpati, il giudice statale del New Jersey, Hon. Rosatia Cuntari, ed il Console Aggiunto Silvia Limoncini, che ha portato i saluti del Console Generale Francesco Genuardi. (Cliccate sulla foto in basso per sentire l’apertura della serata; video di Raffaele Marzullo).

Ad aprire la serata di gala è stata la piccola Romina Perri, che ha cantato l’inno di Mameli (cliccate sulla foto in basso per sentire la piccola Romina cantare l’inno italiano; video di Raffaele Marzullo) e quello nazionale americano, ottenendo applausi più che meritati.

Subito dopo sono state onorate cinque personalità della comunità campana: la Professoressa Maria Abate, Donna dell’Anno 2018 per lo Stato del New Jersey; la Signora Tina Mariani, Donna dell’Anno 2018 per lo Stato del Connecticut; il Signor Carmine Percontino, Uomo dell’Anno 2018 per lo Stato del New Jersey; il Signor Pasquale D’Abbraccio, Uomo dell’Anno 2018 per lo Stato di New York; il Professor Rocco Colombo, Direttore di “ Onda News “ del Vallo del Diano in Italia come Giornalista dell’Anno 2018 ed il Signor Leonardo Marzullo con il Premio dell’Amicizia 2018.

I premiati della serata

 

Ciro Sarra ed il Cav. Nicola Trombetta offrono un mazzo di fiori al Console Aggiunto Silvia Limoncini

Ha quindi preso la parola il Presidente uscente della Federazione, Cav. Nicola Trombetta, che ha menzionato i vari progetti portati a termine nel corso della sua aministrazione e ha augurato ancor più successo al Presidente eletto Rocco Manzolillo. Ultimo atto della Presidenza Trombetta è stata la sponsorizzazione dl libro “I Promessi Sposi” in poesia napoletana, dell’autore Raffaele Pisani. Il Direttore editoriale della casa editrice Idea Press, Tiziano Thomas Dossena, ha voluto presentare personalmente il volume in primis mondiale proprio nel corso di questa magnifica riunione e celebrazione delle società campane negli USA. Luigi Trombetta ha quindi letto varie strofe dalla prima poesia del libro, nella quale si descrive l’incontro di Don Abbondio con i bravi, ottenendo applausi a non finire e confermando che la scelta di questo volume è ottimale.(La presentazione può essere vista cliccando sulla prossima fotografia).

La presentazione del libro fatta da Tiziano Thomas Dossena. Alla sua sinistra il Presidente della Federazione, Cav. Nicola Trombetta

Il supporto di una attività culturale come questa prova la validità dell’amministrazione Trombetta e si spera che anche la prossima amministrazione della Federazione continui con questo tipo di decisioni che aiutano a portare la cultura italiana, e in questo caso partenopea, nelle case dei nostri compatrioti campani che vivono negli USA.

Dopo vari balli, con la bella musica di “Pane e Cioccolato”, che è stata ravvivata anche dalla voce della piccola Romina, ed un ottimo pranzo tipico napoletano, è stata insediata la nuova amministrazione eletta della Federazione.

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Enrico Giuseppe Mazzon: Maestro Orafo Ed Artista A NYC

 

Enrico Giuseppe Mazzon: Maestro Orafo ed Artista a NYC

Intervista di Tiziano Thomas Dossena (da L’Idea Magazine, 1 febbraio 2018)

Enrico Mazzon, Maestro orafo ed artista, filosofo di vita e simpaticissimo personaggio della elite culturale newyorchese, ci ha incontrato nella Upper West Side per un’intervista esclusiva. La sua energia creativa la si sente a solo sentirlo parlare e la si puo` vedere nel suo sguardo che riflette il suo amore per la vita. Con un recente passato carico di successi sia come artista sia come orafo, con collaborazioni internazionali che lo hanno distinto per la sua profesionalita` ed originalita` (Premio Scanno, Premio di Golf femminile Daikin Orchid, ecc.), questa personalita` italiana sta apportando il suo grosso contributo culturale a questa intricata metropoli che abbisogna sempre di nuove voci. Ecco quello che ci ha detto.

Simbolo per il Premio Scanno creato da Enrico Giuseppe Mazzon

L’IDEA: Qual è la persona che tu ritieni abbia avuto più influenza sulla tua attività artistica e come è avvenuto?
Enrico Giuseppe Mazzon: Sicuramente il Maestro Valerio Passerini, ma a ora devo dire che tutte le persone che ho incontrato sono state ispiratrici per me, chi a livello artistico e chi a livello umano, due cose che ho scritto separatamente ma che non lo sono. Comunque, ho incontrato il Maestro Valerio Passerini, nel Giugno del 1997, dopo un anno che vivevo a Firenze, dove avevo fatto un corso di Incisione e Sbalzo Cesello; andai a conoscerlo personalmente  nel suo studio di fronte al Santuario di S.Caterina a Siena. Con il  Maestro devo dire che ci fu da subito un certo feeling che mi ha portato a trasferirmi a Siena nel suo studio come incisore. Lui non mi pagava ma mi ha dato la possibilità ti iniziare la mia vita artistica nel campo della Gioielleria creativa; infatti, vedendolo fare degli orecchini Etruschi, gli chiesi di insegnarmi l’arte orafa, che mi venne da subito facile da interpretare e realizzare.

Nel suo studio ci sono stato per un anno, alla fine mi sono spostato nello studio che avevo a casa e da li ho continuato a lavorare per una clientela esclusivamente privata, che mi sono creato nell’anno trascorso con il Maestro nel suo studio. Un grazie sincero al Maestro Valerio Passerini.

L’IDEA: Hai un ideale artistico come maestro orafo al quale punti? Chi è l’orafo/artista che più ammiri e perché?
Enrico Giuseppe Mazzon: Non ho un ideale artistico o un Maestro al quale mi ispiri, e lo dico con molta umiltà, infatti guardando i miei lavori si può passare dal moderno al classico, all’etnico al contemporaneo alla scultura, voglio dire che la mia è una costante ricerca giorno dopo giorno attraverso la vita quotidiana che poi trasformo figuratamente e materialmente in gioielli o sculture, quindi penso che la vita stessa
sia la più grande Maestra.

Bracciale appartenente alla Collezione Etrusca

Fortunatamente ho potuto viaggiare molto e nelle diversità culturali, linguistiche e se vuoi di cibo, ho potuto imparare molto, ma soprattutto mi ha dato la possibilità di vedere le cose da diverse angolazioni e prospettive e capire che c’è un giusto e sbagliato per ognuno di noi e che  tutti i preconcetti ci legano e non ci liberano a quello che siamo in natura, cioè noi siamo pura creazione e da questo dobbiamo solo lasciare andare e sentirci parte dell’ universo e diventare come gli attrezzi che uso quando devo creare un gioiello o una scultura. Quindi di Maestri ce ne sono fortunatamente tanti, e se penso a un futuro questo mi eccita e mi ispira ancor di più.

L’IDEA: Perché usi l’argento, il bronzo ed il filo di seta nelle tue opere scultoree?
Enrico Giuseppe Mazzon: Ho cominciato ad usare il bronzo, l’argento il filo di seta ed altri materiali, da quando ho sentito l’esigenza di uscire dai soliti canoni e regole della gioielleria; avevo la necessità di sperimentare, di conoscermi e conoscere meglio la mia creatività. Ho sentito l’esigenza di costruire un oggetto non contenuto nello spazio ma di usare lo stesso spazio e riempirlo armoniosamente e con equilibrio, ma  ritenendolo creativo.
Quindi il primo oggetto fu in argento 925 puro e filo di seta blu, un anello che ho chiamato Trono. Da lì, piano piano, sono passato a fare oggetti più grandi e scultorei, comunque sempre mantenendo il mio background di Orafo. Per questo uso materiali che mi riportano al colore dell’oro giallo e bianco, il filo invece nasce dall’ esigenza di dare forma senza invadere troppo lo spazio che circonda lo stesso oggetto; è come se ci fossero tanto pezzi, uno indipendente dall’ altro ma messi e visti insieme danno forma. Questo si ricollega alla domanda di prima, tutte le persone e le coincidenze della vita sono come un puzzle che alla fine prende sempre più forma e senso.

L’IDEA: Tu lavori spesso in coppia con artisti (pittori e scultori), creando gioelli che richiamano la loro arte. Come funziona questo abbinamento? Quali difficoltà hai incontrato in questi progetti?
Enrico Giuseppe Mazzon: La collaborazione con artisti è nata con la galleria d’arte INNER ROOM OF CONTEMPORARY ART di Siena, il cui presidente e fondatore è l’artista Federico Fusi. La galleria invitava mensilmente vari artisti e commissionava a me un oggetto di gioielleria che riprendesse il motivo stesso della mostra, la collaborazione consisteva nel parlare con lo stesso artista e capire cosa volesse, anche se devo dire che i più mi hanno lasciato interpretare la loro arte in estrema libertà e fiducia nel mio lavoro, quindi è sempre facile lavorare con i grandi perché sono anche sempre i più umili; devo dire che questa collaborazione mi ha dato l’opportunità di spaziare nella gioielleria concettuale, il che mi ha portato a collaborare con artisti come, Lucio Pozzi, Gilberto Zorio, Alfredo Pirri, Jan Fabre. In questo momento sto collaborando con l’Artista Dove Bradshaw, con lei realizzo le sue idee, consigliando il tipo di materiale e la metodologia di lavoro per la replicazione delle sue idee; anche in questo caso la sua piena disponibilità, umiltà e fiducia nel mio lavoro, rende la collaborazione costantemente creativa e di scambio reciproco, quindi costruttiva.
Le difficoltà nel lavoro, alcune volte, stanno nel trovare il giusto equilibrio tra fantasia e possibilità realizzative; devo dire però che, avendo una forte base artigianale old  school, sono sempre riuscito a soddisfare l’esigenza creativa sia dell’artista con cui collaboro sia la mia.

Gioiello basato sulla scultura di Jan Fabre

L’IDEA: Quanta influenza hanno avuto, sia nella tua creatività sia nella produzione in sé, le località in cui hai vissuto? New York, per esempio, quanto ha influenzato il tuo lavoro?
Enrico Giuseppe Mazzon:  La Toscana mi ha dato il Classico, il Rinascimento, il senso dell’equilibrio della bellezza eterna.

Design originale e gioiello della Collezione Etrusca

Il Giappone mi ha dato la Modernità, la Contemporaneità legata a un passato pieno di senso dell’onore. La mia prima linea di gioielleria moderna o contemporanea come si voglia chiamare, è nata proprio da un viaggio in Giappone nel 2005. Andai a Nagoya per l’Expo; entrando nella stazione ferroviaria di Nagoya, vidi un lampadario a muro con dei vetri tagliati perpendicolarmente e con la luce che mi ha riportato alle florescenze del diamante sotto il sole; da lì dopo un anno e mezzo ho creato il primo anello ispirato a quella lampada a muro, e così nacque la collezione Nagoya.

Qui a NYC mi sto dedicando ad affinare la tipologia e processo di lavorazione completamente diverso, anche di materiale e di attrezzatura, da quello creativo e di design che svolgevo in Italia; quì è molto più tecnico è basato sulla velocità; direi in questo momento sono in una fase più di apprendimento che creativa, cosa che comunque necessito per aver ancor più conoscenza e background. Penso comunque che una città come NYC, così dinamica e in continuo cambiamento, possa solo che aggiungere al mio bagaglio culturale informazioni importanti che, mischiate con il tutto, può solo dare buoni esiti.

Orecchini della collezione Nagoya

Orecchini della collezione Nagoya

L’IDEA: Potresti spiegare ai nostri lettori come funziona, in linea generale, la produzione di un gioiello ideato e prodotto da te e quali strumenti usi?
Enrico Giuseppe Mazzon: La realizzazione di un oggetto parte dal cliente che mi ordina un monile da realizzare; in primis, cerco di identificare la persona che ho di fronte e capire quale gioiello sia più adatto alla sua personalità, dopo di che faccio delle bozze di progetto fino a quando trovo il soggetto che mi ispira e che mi soddisfa più di tutti, perché, come dico sempre, la realizzazione di un gioiello  parte dal proprio ego e nell’esigenza di soddisfarlo, e dico questo in senso positivo.

Usando l’ispirazione delle foglie da un dipinto di Matisse, l’orafo cre`o un anello ed un ciondolo con turchese, oro bianco e diamanti per la signora Franca Maffei

Trovato il giusto design parto con la fase lavorativa, che è ancora molto artigianale. Fondo l’oro puro e lo portò con lega di rame ed argento da puro a 18ct, poi, secondo il monile che devo realizzare, lo lamino e lo lavoro. Il mio lavoro viene eseguito sempre e direttamente con il metallo in modo artigianale, non uso cera né preparo modelli prima della realizzazione dell’oggetto stesso, quindi per me è come scolpire direttamente dalla materia per poi arrivare al risultato finale; questo implica veramente piccolissimi margini di errore, ma nello stesso tempo ti porta a confrontarti con te stesso. Mi piace considerare il fare un gioiello come metafora della vita, nel senso che ogni volta che faccio un nuovo lavoro è come fare un viaggio introspettivo con tutte le sue difficoltà, vittorie e segreti che mi ritrovo quando sono nella fase creativa e lavorativa.

Design originale e gioiello della collezione Buccellati

Gli attrezzi che uso sono da varie pinze alla torcia, e  lavoro con il microscopio. Per certi lavori devo usare un attrezzo specifico per quel lavoro, tipo seghetto etc etc.

L’IDEA: A quali progetti stai lavorando al momento?
Enrico Giuseppe Mazzon:  Ora sto lavorando su un paio di commissioni dall’Italia, un pendente con opali, tormaline e diamanti, e una serie di anelli con diamanti; qui in NYC, come già accennato, sono in costante collaborazione con l’artista Dove Bradshow, collaborazione nata nel 2014 dopo una mia visita a New York, ed ora, dopo aver fatto la riproduzione d’oro di un uovo rotto di oca, le sto riproducendo, da una pirite, un paio di orecchini in argento puro; sto inoltre producendo la copia di un orecchino, in argento, dell’artista Berridge, e ultimando la riproduzione delle pallottole sparate dalla polizia di NYC, in argento puro, più altri progetti dei quali stiamo ancora discutendo i dettagli in questo periodo.

 Galleria Braccialetti

Galleria Anelli

Galleria Orecchini

Galleria Ciondoli e Collane

Grande Successo Della Mostra FAIRY TALES FROM VERCELLI Di Lella Beretta.

di Tiziano Thomas Dossena

Il 17 dicembre prossimo chiude la mostra Fairy Tales from Vercellli, dell’artista/fotografa Lella Beretta, che dal 10 novembre scorso ha attirato l’attenzione del pubblico vercellese e della stampa in modo eccezionale. Questa mostra è per l’artista un “sogno realizzato”, essendo Vercelli la sua amata città “nella quale è nata, vissuta e ha lavorato per quasi quarant’anni”.

Lella e` un EFIAP Gold Eccellenza della Federazione Internazionale dell’Arte Fotografica, prima donna in Italia ad aver ottenuto questo livello. FairyTales è un vero e proprio mondo alternativo , un inno alla Bellezza, alla Leggerezza e al Colore. La Natura con le sue magiche stagioni, l’Arte architettonica del passato con le sue atmosfere rarefatte creano il fondale perfetto per le FairyTales di Lella Beretta. Le Fairies sono Donne sospese tra la Realtà e la Fantasia, Fate contemporanee, leggiadre vestite di soffici e vaporosi tulle colorati.. Sono figure armoniose e positive.. La “speranza” di un futuro migliore…

In una nostra precedente intervista, l’artista ha dichiarato:

“I soggetti che preferisco fotografare sono quelli che mi provocano una grande carica emotiva, la “Figura Umana”, però, è  al centro della mia  “Fotografia”. Adoro fotografare bambini, donne, vecchi, mai rubati in maniera reportistica,, ma raccontati accuratamente e intimamente attraverso il loro  volto, i loro occhi e soprattutto l’ambiente spesso bucolico e contadino in cui vivono. Oppure amo riprodurre la mia immaginazione fantasiosa.. In tal caso le Donne, bellissime e un po’ rinascimentali sono protagoniste di un “mondo” che sembra non esistere più, armonioso, magnifico, ma che invece esiste e ci circonda, e noi lo guardiamo  senza però “vederlo”. La Fairy Tales Collection è proprio questa mia ricerca artistica di una “Bellezza senza Tempo”.

 

Le immagini della mostra spiegano da sè lo scopo del messaggio artistico, ma i due video filmati da VercelliWebTV danno oltremodo una completa presentazione di quello che la mostra offre e di quello che l’artista voleva presentare al pubblico.

Cliccate l’immagine per accedere al primo video:

 L’artista/fotografa Lella Beretta ci ha rivelato:

…E questo è l ‘EPILOGO più bello che potesse capitare alla Mostra FairyTales from Vercelli.
Dei trenta quadri considerati vere “Opere d Arte”, venti saranno venduti in un Asta Benefica dai Lions per un bellissimo progetto,
L’acquisto di un cane guida che possa accompagnare Veronica nelle sue camminate non avendo avuto la fortuna di poter vedere coi suoi occhi tutto ciò che intorno a noi ci stupisce quotidianamente per la gran “Bellezza”…
Sono felice che tutte le “Meraviglie”che io ho raccontato in queste immagini attraverso i miei occhi..possano aiutare chi questa fortuna non l’ha avuta…!
Le altre dieci resteranno in Comune ad abbellire ed emanare un po’ di Magia all interno delle sue varie sale ..
A domenica, quindi, per rendere ques’Asta benefica un vero “miracolo” di Generosità…

 

VercelliWebTV ha rilasciato un secondo video sulla mostra, con un’altra interessante intervista a Lella Beretta: “Una vera “eccellenza” Vercellese, ai vertici della fotografia mondiale, finalmente in una mostra personale a Vercelli. Nel video la prima parte è dedicata alla mostra, mentre la seconda è un percorso accompagnato dalla Maestra alla sua opera, alla sua arte, alla sua tecnica e alla sua filosofia”.
Imperdibili, sia la mostra che questo video:

Seguono altre immagini dalla mostra…

 

Intervista Esclusiva All’Artista Bruno Pegoretti

Chevy 1100

di Tiziano Thomas Dossena

Tiziano Thomas Dossena e Bruno Pegoretti

Bruno Pegoretti stava sulla soglia della propria galleria nel centro di San José del Cabo, nello stato di Baja California Sur, in Messico. Aveva appena intavolato una conversazione con l’amico artista Piero Milani, che esponeva nella galleria a fianco, quando lo interruppi parlando in italiano, fatto che lo sorprese alquanto. Da quel momento mi trovai ammaliato dalle sue spiegazioni sull’arte in generale e sulle sue opere in particolare. Sarei potuto stare tutta la sera ad ascoltarlo. Ammirai i suoi quadri che sprizzavano di spontaneità e di colore, ma anche di qualcos’altro, quasi intangibile ma certamente captabile immediatamente anche dall’occhio non esperto: le sue opere ti passavano una certa sensazione di entusiasmo, di voglia di vivere, di positività che normalmente provi quando ti trovi davanti ad un tramonto di quelli giusti oppure ad un giorno nel quale l’azzurro del cielo è così intenso da poterti assorbire l’anima… Insomma, i suoi quadri avevano il potere di influenzare l’umore dell’osservatore, e questo è certamente una prova della validità e sensibilità artistica di Pegoretti. Dopo aver chiacchierato a lungo, l’artista mi ha concesso di intervistarlo ufficialmente per la nostra rivista…

Chevy Cameo

L’IDEA: Nell’esaminare i tuoi dipinti è evidente che ci sono due pittori, quello verista o figurativo e quello concettuale. A proposito di queste tue due versioni espressive, avrei delle domande.
Nei tuoi quadri veristi di ultima produzione, che certamente lo sono pur ritenendo una tua individualità espressiva sempre riconoscibile, ho notato che in un certo qual modo la tua presenza a Cabo San Lucas ha influenzato il prodotto finale, nel senso che i quadri non solo si adattano all’ambiente messicano, ma sembrano essere il prodotto di un artista che ha sempre vissuto in quella terra calda ed assolata.  Secondo te, quanto ha influenzato la tua produzione artistica vivere in Messico, in questa stupenda cornice ambientale?
Bruno Pegoretti: Sono sempre stato amante del colore, e del colore puro, al punto che non uso la tavolozza: la tavolozza è il quadro dove stendo e accosto colori puri. Il Messico è colore ed io ogni giorno ne sono pervaso. Questa magnifica confusione cromatica può non avermi influenzato?

L’IDEA: È evidente, sia al primo contatto visivo sia dopo aver letto la tua biografia d altri articoli su di te che le tue opere di personaggi diomorfici sono parziamente condizionate dalla tua ammirazione per l’artista rinascimentale Giuseppe Arcimboldo. Che cosa rappresentano per te questi dipinti? Sono solo delle ‘eccezioni’ nella tua produzione artistica oppure solo state delle necessità espressive?  Che cosa volevi raccontare con “Alfred” , “Francis” e “Nora”, per esempio?
Bruno Pegoretti: Lo ammetto, mi sono fatto piacevolmente ispirare dalle teste composte di Giuseppe Arcimboldo, che ho avuto il privilegio di ammirare a Vienna, Praga e in altri musei mitteleuropei. Se posso azzardare una differenza tra le sue cose e le mie, essa sta nel fatto che Arcimboldo, per esempio nell’allegoria della Primavera, univa tutta una serie di elementi  primaverili (foglie, fiori in boccio, petali…) per creare una sorta di iperprimavera.
Nelle mie figure, riconoscendo e ringraziando il vecchio Giuseppe, cerco di unire elementi meccanici e organici per arrivare alla definizione di un uomo, un uomo nuovo, di là da venire, oltre le guerre e le paci, una sorta di creatura bionica, futura ma non troppo. Chiunque di noi s’è operato di cataratta, ad esempio, vede il mondo
attraverso due palline di silicone, e così per un’artroprotesi, per una valvola cardiaca, per la realtà aumentata o per una semplice carie otturata. Siamo dei cyborg.

Francis

Io li spingo un po’ e saltano fuori quelle cose strane che hai visto, ma siamo già noi, solo più estremizzati. Saremo, comunque, almeno nella mia testa, delle brave persone, anzi, delle persone migliori.

Cactus on blue background

L’IDEA: Abbiamo notato che esponi in tutto il mondo e che sei molto conosciuto sia qui in Messico sia negli USA.Che cosa ci si può aspettare dall’artista Bruno Pegoretti nei prossimi anni? Hai progetti importanti e/o artisticamente innovativi in cantiere?
Bruno Pegoretti: Non aspettatavi nulla, se non il procedere quotidiano di una pratica che, grazie agli dei, non impigrisce mai, anzi scopre nuove, magari minime cose, ogni giorno. La scoperta è uno dei tanti privilegi che la pittura ti concede.

Tecate

Pelican

L’IDEA: Tua moglie Jill, californiana, ti ha aiutato a fare il salto dalle tue attività precedentia quelle di artista a tempo pieno; una musa, quindi, per la tua arte. È un’artista anche lei? Ti aiuta anche nell’amministrazione della galleria?
Bruno Pegoretti: Si dice che dietro un grande uomo si nasconda una grande donna. Io sono un piccolo uomo, ma Jill è grande. Se ho un dubbio sul come fare qualcosa: “Che colore vedresti come sfondo? Secondo te qual è il prossimo quadro che devo fare? Qua ci metteresti più azzurro?”, Jill ha sempre la risposta e, credimi, è quella giusta.

Prawns

L’IDEA: Tu passi una buona parte della tua vita all’estero (negli USA ed in Messico). Che cosa ti manca di più dell’Italia quando ne sei lontano? Stai anche tu soffrendo la “sindrome dell’emigrato” per cui quando sei fuori dalla tua nazione la Madre Patria ti appare ancora più bella (e bella lo è, indiscutibilmente) ed ospitale?
Bruno Pegoretti: Amo l’Italia e talvolta ne ho nostalgia, ma questo sole che brilla e non si stanca mai, mi cattura: come non potrebbe? E l’Oceano, le palme, i cactus, tutto mi conduce verso una diversità intrigante, tanto diversa dalla nostra quanto affascinante nella sua scoperta.

 

Informazioni sull’artista si possono trovare sul sito brunopegoretti.com

Ford F-100

Three red snappers

Ambassador

Big pig

Anchovies

Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, La Scuola Russa Tra Romanticismo E Innovazione.

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Una monografia che diventerà sicuramente un prezioso libro di riferimento e consultazione per gli studenti di musica, e di piacevole lettura per gli appassionati, Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione è in realtà molto di più, offrendo al lettore che ama scoprire i lati nascosti dei grandi personaggi storici o culturali ‘chicche’ piacevolmente sorprendenti su questo pianista-compositore che molto spesso è conosciuto, erroneamente, per la sua ombrosità. Salvatore Margarone riesce difatti a presentare un ritratto poliedrico di questo genio musicale che non può non affascinare il lettore. Lo fa senza perdere il riferimento storico musicale, necessario strumento d’informazione per i lettori del settore, e riesce a presentare interi capitoli che parlano delle creazioni musicali di Rachmninov con un linguaggio di compromesso, cioè mirato ad istruire senza però mai diventare troppo didattico o tecnico da emarginare il lettore comune, che di preparazione musicale e di conoscenza delle varie tecniche compositive ne sa poco o niente. È questo un pregio che ben pochi dimostrano in questo settore di pubblicazione, dove molto spesso il linguaggio accademico riesce a confondere anche i lettori esperti e diventa un mattone difficile da digerire.

Rachmaninov

L’opera di Margarone comprende vari capitoli sulla vita e le disavventure di Rachmaninov, dalla nascita agli esordi a soli sedici anni nel 1888 fino ai grandi successi e alla morte nel 1943. In questi, l’autore intercala un ottimo capitolo sul sinfonismo in Russia tra il 1850 e il 1914 che permette di capire l’inserimento di questo compositore nella società musicale russa di quei tempi. È proprio in questi capitoli sulla sua vita che Margarone eccelle nel presentarci il “vero” Rachmaninov, genio a volte incompreso, disciplinato, romantico, preoccupato delle critiche alle sue opere al punto di non voler più comporre, assorbito alla fine dalle sue attività di pianista che faranno ridurre, per necessità, quelle di compositore; un uomo, quindi, molto più complesso e simpatico di quello che la stampa ha dipinto nel passato.

I capitoli sulle sue composizioni sono vari, ben distribuiti, istruttivi, e chiaramente esaustivi, anche se relativamente brevi. C’è anche un capitolo a titolo Rachmaninov e Skrjabin: due talenti a confronto, un’interessante storia delle loro somiglianze e differenze sia di personalità sia delle loro composizioni musicali, che di diritto apparterrebbe nella sezione sulla vita, con un piacevole aneddoto finale che mostra il perchè molto spesso Rachmaninov era considerato ombroso, e un capitolo sul nazionalismo in musica che parla delle varie scuole nazionali musicali in Russia, Norvegia, Finlandia, Cecoslovacchia, Spagna, Ungheria, Inghilterra e Italia, complementare a quello sul sinfonismo, che permette di comprendere in quale substrato musicale il genio di Rachmaninov germogliò. L’elenco delle sue opere completa l’opera.

Una monografia, quindi, ben strutturata e ricercata che otterrà indubbiamente il successo che si merita.

The French Connection: Oldies But Goodies Movie In Yonkers With Real Stars

Article by Tiziano Thomas Dossena

On November 14, Alamo Theaters in Yonkers presented, on the 45th anniversary of its release, the Oscar winning film The French Connection, which played to a large audience of enthusiasts, a rather unusual occurrence for a Monday night. The reason for the large crowd was also the presence of Randy Jurgensen, an actor and Police consultant for the movie.

french_randy-512x252The spectators were not disappointed. After the experience of viewing this wonderfully directed film, which offers a realistic and endless car chase among the many thrills, Mr. Jurgensen, a retired police detective, spoke about the little known unusual features of this movie. Some of these will surprise the reader as much they surprised me.french_connection-512x718

In a scene in which drug dealers are making a purchase, for example, the money in the briefcase is actually real money, or at least the visible bills are… The drug that is being tested by the dealer is real and there are no computer effects in the car chase; what you see is all real. The collisions, obviously, were staged, all but one, but when you see the car driving at 60 mph under the el and missing other cars by an inch or two, well, those were real stunts performed by Randy himself, except when Gene Hackman was visible in the car by the camera; in that case, Mr. Hackman was performing the stunt himself. Once, the famous actor hit a telephone pole and crashed the car; he was brought to the hospital for that incident… A subway train wreck was achieved by placing the two cars next to each other, backing one of them away from the other at high speed, film it and then reverse the film; simple, no?french1

In another scene, the detectives enter a bar full of apparent low lives; well, in reality most of them were real undercover cops and not actors. Would you have guessed it? The night club in which the duo goes to have a drink is the Copacabana and the performers are really the Three Degrees, and not some unknown act….

The music in the movie was purposely dissonant to raise the tension of the narrative, but there was no music whatsoever during the car chase and all you could hear was the sound of the car engines, the screeching of the tires, the bangs of the smash-ups, all 100% real sounds; no sounds were prepared in the editing booth.french2

Another interesting fact was that when acting in his scene, staged in a garage where towed cars were brought, Randy was told to just act as a cop who wanted to waste time, allowing the reassembly (or replacement) of a car which had been taken apart; be natural, that’s all! He did just that, and what came out was the only humorous scene of the movie! It was another great choice by the Director, William Friedkin.

Mr. Jurgensen also explained that he had strongly objected to the scene in which Eddie Egan (A.K.A. Jimmy ‘Popeye’ Doyle) shot the unarmed French killer in the back, because that would have been a murder, but the Director told him not to worry and reminded him that he was just a consultant and not the Director. At the opening of the movie, the audience stood up and cheered after that shooting scene, and at that time Mr. Friedkin told him playfully, “I told you so…”

img_0084Mr. Randy Jurgensen (third from left) and a group of retired detectives from the Bronx at the event.
Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

There were many other interesting facts that Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni (son of the producer and a producer himself for other movies with Mr. Jurgensen) offered to the excited public, but I will leave the reader with just one more: the movie was turned down by Movie Studios three times and it was finally when Twentieth Century Fox Film Corporation was practically bankrupt that they offered $2 Millions to start the production of the film, a mere small change left over after their enormous and disastrous financial loss with the historical movie Cleopatra; the movie at the end cost $32 Millions.

Watching the movie, with its hair raising scenes and frenetic rhythm, rediscovering visually in it the old ’70s New York, and also listening to the commentary by Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni was a tremendous, unmatchable experience, and I wish more of these anniversary film projections were undertaken with similar results. Certainly, knowing that in the real French Connection sting, $489.000 and plenty of drugs were recovered by Eddie Egan and Sonny Grosso, the two detectives in charge of the case, and meeting some of the heroes of that story made it even more rewarding.

A moment of the presentation

A moment of the presentation

“Il Giardino Delle Infinite Possibilità” di Alex Acquarone.

giardino4 Recensione di

Tiziano Thomas Dossena

Reminiscenze varie di altri libri vengono alla mente leggendo “Il Giardino delle Infinite Possibilità” di Alex Acquarone; “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry e “Il Profeta” di Kahil Gibran sono due di queste. Non che l’autore imiti lo stile o il contenuto di questi libri, anzi, tuttavia vi è sempre nello svolgersi della storia quella sensazione di voler passare al lettore un messaggio importante usando il meccanismo delle emozioni e della logica. Il tutto offerto in una magica e poetica narrazione. Come nel delizioso libro di Saint-Exupéry, le illustrazioni, anche se qui più limitate in numero, donano al libro una certa originalità e lo rendono più appetibile per i bimbi che lo volessero leggere.

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Un’apparizione, che si fa chiamare Blu, dà al protagonista lezioni di vita che sembrano come una serie di livelli emotivi dettati dall’esperienza, una lezione al giorno, e il bimbo applica queste lezioni nelle proprie attività, eventualmente scoprendo la loro veridicità. Il libro si conclude con un finale a sorpresa molto ingegnoso e simpatico, degno di lode.

Un libro pieno di tenerezza ma che a volte usa forse un linguaggio un tantino troppo da adulto, pur se consideriamo che il bimbo in causa è un tantino precoce e quindi è possibile che usi tale linguaggio, togliendo un poco quella naturalezza che l’autore ottiene in buona parte del libro, grazie ad uno stile scorrevole e naturale. È qui che forse Acquarone usa un approccio simile a quello di Gibran, forse più adatto o adattabile ad un adulto, pur ritenendo, proprio come ne “Il Profeta” un linguaggio poetico eccezionale. Sono convinto, inoltre, che molti adulti trarrebbero beneficio nel leggere questo libro se non altro per mettere a fuoco le proprie incertezze e rendersi conto delle molteplici possibilità che la vita ci offre.

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giardino_EnglishL’adulto che scelga questo libro per un bimbo, tenga presente che vi sono degli insegnamenti che toccano argomenti un poco delicati, nel senso che possono essere non accettabili o addirittura discutibili per chi non ha una mente aperta alla teologia orientale, e alla reincarnazione in particolare. A difesa dell’autore, “Blu” ripete molte volte che le risposte che lui offre sono solo delle possibilità e il bimbo può anche non accettare questi insegnamenti e crearsi idee diverse al proposito.

Un ottimo libro, quindi, ma con delle limitazioni legate alla filosofia di base, che ha chiari legami con il Buddismo e che può risultare un tantino differente da quella del giovane lettore medio italiano, e quindi creare un poco di confusione e la necessità di chiarificazioni da parte dell’adulto.

Nota: Esiste già una versione in inglese del libro per chi fosse interessato…