“Un Anno E Un Giorno”; Un’insegnante Italiana Ci Presenta La Sua Esperienza Nella Scuola Pubblica Americana In Un Romanzo. Intervista Esclusiva Con La Scrittrice Ornella Dallavalle. (L’Idea Magazine)

“Un Anno e un Giorno”; un’insegnante italiana ci presenta la sua esperienza nella scuola pubblica americana in un romanzo. Intervista esclusiva con la scrittrice Ornella Dallavalle.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ornella Dallavalle nasce a Milano. Conseguita la laurea in Economia e Commercio si trasferisce in California per un anno. Al rientro in Italia si iscrive alla facoltà di Filosofia. Studia e lavora contemporaneamente in parte a Milano, in parte in Francia e in Spagna. Collabora con Radio Gribouille ad Angers e scrive per il Tribuna de Salamanca. Dall’agosto del 2001 a luglio del 2006 vive a New York, dove lavora come insegnante nelle scuole ‘difficili’ nei sobborghi della Grande Mela. Parlano di lei ‘Io Donna’ (Corriere della Sera), ‘America Oggi’ (La Repubblica), Presenza (mensile dell’Università Cattolica di Milano). Viene intervistata da Radio 105, Radio Lombardia, Rai International e da Enrico Mentana durante la convention di RasBank a Nizza. Giovanni Allevi la cita nel suo romanzo ‘La Musica in testa’ e Stefano Spadoni nel libro ‘New York terrorismo e antrace – cronache da una città che vuole tornare a vivere’ entrambi pubblicati da Rizzoli. Nel 2009 diventa cittadina americana. Nel 2010 scrive la sceneggiatura del cortometraggio ‘La Ragazza di Rodin’, proiettato nel Short Corner del Festival di Cannes. Attualmente è docente di  Financial Mathematics presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente di ruolo al corso serale dell’istituto Kandinski (nel Gratosoglio – per non sentire troppo la nostalgia degli studenti di New York). Scrive recensioni artistiche e cinematografiche per KritiKaOnline e Amicinema. 
Il libro Un Anno e un Giorno è il suo primo romanzo.

Tiziano Thomas Dossena: Il tuo libro, Un Anno e un Giorno, è elencato come romanzo nonostante sia una storia vera, anzi la storia vera di una tua ‘avventura americana’ avvenuta quasi vent’anni fa. Qual è la ragione di tale scelta editoriale?
Ornella Dallavalle: Il libro è basato su eventi realmente accaduti ed è scritto sotto forma di diario, ma il racconto è spesso in terza persona, ci sono molti dialoghi. La mia voce narrante viene sovente sostituita da quella dei veri protagonisti di questa storia: Ceandra, Quosheen, Alex, Josè e Racine. Sono questi cinque adolescenti che ci raccontano la scuola pubblica americana; per questo non considero quest’opera un’autobiografia ma piuttosto un romanzo. L’autenticità e la memoria emotiva ovviamente lo caratterizzano.

Tiziano Thomas Dossena: Dalla sinossi del libro si viene a sapere che tu accettasti una proposta di insegnare matematica in una High School di Bushwick, un quartiere di Brooklyn. Cosa ti convinse a lasciare la tua nazione per venire qui negli USA ad insegnare, e poi in una zona non proprio per la quale?
Ornella Dallavalle: Tutto è iniziato in seguito ad un incidente stradale che mi ha portato a Ischia, a fare delle cure termali. Lì Luciana, una mia amica, ha visto un’inserzione sul Corriere della Sera. Il provveditorato americano cercava insegnanti. Ho risposto all’annuncio solo per far contenta lei (che insisteva dicendo che ero la candidata perfetta per quel lavoro) e me ne sono completamente dimenticata. Il tutto è tornato alla mia mente quando, a giugno del 2001, ho ricevuto una email con la data per il colloquio. Ci sono andata con poca convinzione e nel giro di un paio d’ore mi sono trovata tra le mani una lettera d’incarico per due anni. Dall’inserzione e dal colloquio non era emerso quasi nulla delle difficoltà reali nascoste dietro quell’incarico: nell’inserzione si vedeva la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn e durante il colloquio mi è stato detto che la scuola sarebbe stata probabilmente a Brooklyn o nel Bronx, ma l’assegnazione definitiva sarebbe avvenuta una volta arrivata a New York. Ciò che mi ha trascinato in questa avventura è stata la magia di New York City, il fatto che il provveditorato americano avrebbe pagato il corso di master che volevo fare e in parte anche l’inconsapevolezza. Mentre riflettevo se partire o no è successa una cosa incredibile, quasi soprannaturale, che mi ha portato al sì definitivo… ma la scoprirai leggendo il libro.

Tiziano Thomas Dossena: Per quanto tempo hai insegnato?
Ornella Dallavalle: Per cinque anni. Un anno a Bushwick e gli altri quattro a Washington Heights.

Tiziano Thomas Dossena: Quali furono gli ostacoli più difficili da superare?
Ornella Dallavalle: Il maggiore è stato sicuramente il dover combattere contro un’amministrazione scolastica e un sistema che volevano che facessi la babysitter (con tutto il rispetto per le babysitter) mentre io volevo fare l’insegnante. È stata una vera guerra a suon di lettere…

Tiziano Thomas Dossena: Quale fu la sorpresa più eclatante di questa tua esperienza americana?
Ornella Dallavalle: Scoprire che lavorare in una scuola newyorchese è un po’ come lavorare alle Nazioni Unite: ci sono insegnanti che provengono da tutto il mondo. Il confronto con loro ha contribuito molto alla mia crescita personale e professionale.

Tiziano Thomas Dossena: Da una tua intervista con Radio Lombardia mi è parso di capire che tu sei quasi convinta che il sistema scolastico americano sia strutturato apposta per tenere una parte della società in una posizione di svantaggio al fine di continuare ad avere una classe sociale che continui a fare certi lavori. Mi pare un’accusa pesante. Sei veramente convinta che sia così?
Ornella Dallavalle: Non la considero un’accusa ma la constatazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. A volte è la presa di consapevolezza che manca. Basta chiedersi qual è la percentuale di studenti provenienti da scuole pubbliche che si iscrive a una buona università (o anche solo all’università) e qual è la perpercentuale di studenti provenienti da specifiche etnie che deve iscriversi all’università. Ti dico solo che ho insegnato per cinque anni matematica nelle scuole pubbliche di New York e ho scoperto, alla fine del quinto anno, grazie al figlio di un amico, l’esistenza del SAT. Il ragazzo (che frequentava una scuola privata) non riusciva a capacitarsi del fatto che io fossi un’insegnante di matematica e non sapessi dell’esistenza di questo esame, fondamentale per essere ammessi nelle principali università americane. Lui mi ha confidato che nella sua scuola si preparavano a partire dalla terza, soprattutto in matematica. Quando ho chiesto alla mia assistant principal spiegazioni mi è stato risposto che gli studenti delle scuole pubbliche non sarebbero stati in grado di passarlo. In realtà, nelle scuole pubbliche, ci sono ragazzi molto intelligenti, che passerebbero tranquillamente il SAT se qualcuno li informasse sull’esistenza di questo esame e li aiutasse a prepararlo. Se poi leggerai il libro, saranno Ceandra, Racine, Alex, Josè e Quosheen a farti capire le altre evidenze…

Tiziano Thomas Dossena: Quali sarebbero le tue proposte per migliorare la situazione nelle scuole simili a quelle in cui insegnasti?
Ornella Dallavalle: Un sistema scolastico basato sulle competenze è un sistema perdente; bisogna puntare alla conoscenza. Gli adolescenti sono estremamente recettivi  e capaci se ben motivati. Bisogna smetterla di sottovalutarli. La scuola non è una società che deve produrre dei risultati economici, gli insegnanti non devono essere costretti a dare dei voti positivi (inutili quando non meritati) per mettere in bella luce il preside o l’istituzione per cui lavorano ma devono fare il loro lavoro: portare i ragazzi alla conoscenza e prepararli per affrontare il futuro come uomini capaci di scelte autonome e intelligenti. Il percorso è complesso ma si parte sempre dalla relazione personale (che deve essere sincera e non ‘manovrata’), gli strumenti didattici sono molteplici.

Tiziano Thomas Dossena: Hai mai pensato di ritornare a Bushwick e fare una ricerca per scoprire cosa sia successo ai tuoi studenti di allora?
Ornella Dallavalle: Molte volte ma non credo abitino più lì, il quartiere negli ultimi anni è cambiato, è stato colonizzato da architetti e designer. Purtroppo non ricordo i loro cognomi (quelli che ho usato sono di fantasia) per cui non saprei come cercarli ma chissà, magari un giorno saranno loro a ritrovare me.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa hai tratto di più importante per la tua persona da questa tua esperienza?
Ornella Dallavalle: Ho imparato ad ascoltare e a guardare oltre la rabbia. Ogni ragazzo ha una storia da raccontare e sono tutte bellissime. Ho imparato che i ragazzi di Bushwick, con il coltello in tasca e il pollice in bocca,  hanno bisogno di sentirsi dire: “Ce la puoi fare”, hanno bisogno di sapere che sono importanti per qualcuno. E forse questo vale per tanti esseri umani. Ho imparato che ognuno di noi può contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo (non è facile ma vale la pena almeno provarci).

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Adolph Caso, Una Voce Importante Per Gli Italo Americani; Un’intervista Esclusiva. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco.

Ho incontrato Adolph Caso per la prima volta all’International Book Show di New York, e mi ha colpito perché dava l’impressione di amare i libri più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ho scoperto solo in seguito che non si interessava soltanto di pubblicazione, ma anche di scrittura, traduzione, insegnamento e sostegno per la comunità italo americana. In questo periodo di confusione, nel quale alcune persone tentano di riscrivere la storia per compiacere qualcuno, senza alcun riguardo per l’accuratezza della revisione, avere uno studioso del calibro di Adolph Caso, schierato dalla parte giusta della causa, è davvero l’ideale, e sento che i nostri lettori sarebbero contenti di conoscerlo meglio. Segue quindi una breve intervista per presentare Mr. Caso. Potete inoltre seguire i link per scoprire di più sulle sue molteplici attività.

L’IDEA: Lei è uno stimato editore, ma anche uno scrittore prolifico e un docente indipendente. Con quale di queste professioni si identifica maggiormente?
Adolph Caso: Sono un poeta, di conseguenza ho una mente libera. Nella mia poesia, rivelo e condivido le cose e le idee che nascono dentro di me. (clicca qui per leggere la sua poesia Filtering Energy)

L’IDEA: Ha scritto più di un articolo sulla questione relativa alla “Statua di Colombo”. Conferma la sua opinione secondo cui questo tentativo di riscrivere la storia è in realtà un atto mal celato di discriminazione nei confronti degli italo americani in generale? Cosa pensa dovremmo fare noi, in quanto comunità, per contrastare questo oltraggio a Colombo?
Adolph Caso: Colombo non era uno spagnolo, né un portoghese e non era ebreo. Era di Genova. Pressoché al pari di Gesù Colombo ha fatto per l’umanità più di qualsiasi altro, scoprendo una via che conduceva alle Americhe. Milioni e milioni di persone hanno tratto beneficio da Colombo, e non da altri, tantomeno dai suoi critici ignoranti e senza cervello.

L’IDEA: In merito a Colombo, ha pubblicato TO AMERICA AND AROUND THE WORLD–The Logs of Colum­bus and Magellan. Crede che le persone che lanciano accuse infondate nei confronti di Colombo dovrebbero senza dubbio leggere questo libro, e perché?
Adolph Caso: La ragione fondamentale di questa pubblicazione era di mettere davanti ai lettori le testuali parole di Colombo stesso, e non le opinioni pregiudizievoli di critici prevenuti. Ad esempio, come dimostrano i suoi scritti, Colombo non ha mai catturato né avuto a che fare con la cattura delle persone per trasformarle in schiavi.

L’IDEA: Il suo libro autobiografico “Boy destined to America”, appena pubblicato, è stato in realtà scritto nel 1966. Può raccontarci quale storia si cela dietro a questo libro? 
Adolph Caso: Il mio professore di scrittura ci chiese di scrivere un libro che parlasse di noi stessi piuttosto che di altri, perché noi sappiamo chi siamo. Quindi, durante l’estate del 1966, scrissi la mia autobiografia e sistemai il manoscritto sulla mensola. Poi, qualche anno fa, per caso lo ritrovai, e il resto è storia.

L’IDEA: Ha scrtto anche THE KàSO ENGLISH TO ITALIAN DICTIONARY. Di cosa parla questo libro?
Adolph Caso: Sì, il titolo è “The KàSO English to Italian Phonemic Dictionary”. Il mio obiettivo era di mostrare che la lingua italiana si basa su un sistema di fonemi, poichè utilizza un principio univoco tra simboli e suoni, e questo rende l’italiano il sistema dalla fonologia più scientifica, e si adatta perfettamente alla nostra era informatica.

L’IDEA: La Dante University offre numerosi corsi gratuiti online tenuti da lei e da altri professori. Che corsi sono e come si può usufruirne?
Adolph Caso: Gli irlandesi hanno il loro Boston College, ecc. Gli italo americani non hanno istituzioni simili. Il mio sogno rimane irrealizzato. La mia speranza è che questo desiderio venga esaudito da qualcun altro. (Link ai corsi)

L’IDEA: Lei era il fondatore del Dante University Press? (Ci dica gentilmente quando nacque e altre informazioni, ad esempio il suo collegamento con Branden, ecc.) Quale obiettivo ha tentato di realizzare?
Adolph Caso: La speranza era quella di realizzare un giornale che desse agli individui migliori opportunità di pubblicare i propri lavori sull’esperienza italo americana. Salvo alcune pubblicazioni, non si ricavò altro. La comunità non lo supportò mai.

L’IDEA: Ha pubblicato anche THE KASO VERB CONJUGATION SYSTEM, BILINGUAL TWO LANGUAGE ASSESSMENT BATTERY OF TESTS e The Kaso English to Italian Dictionary, mostrando un forte interesse per l’istruzione bilingue. Era un insegnante o questo interesse è legato soltanto alla sua profonda conoscenza della lingua italiana?
Adolph Caso: Il mio obiettivo era di quello di mostrare la grandezza della fonologia linguistica, e ho investito tempo e denaro nello scrivere e nel pubblicare un libro che nessuno ha comprato.

L’IDEA: Ha qualche progetto imminente al quale sta lavorando? 
Adolph Caso: Solitamente, non smetto mai di lavorare, la mia opera più recente è “Amalfi-Re-Visited”, ma non ha avuto particolare successo.

Mary Rorro, La “Dottoressa Violino”, Un’intervista Esclusiva [L’Idea Magazine]

Un’intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco

In un libro di Lisa Wong intitolato “Scales to Scalpels, Doctors Who Practice the Healing Arts of Music and Medicine”, era soprannominata “Dottoressa Violino”. Stimata psichiatra e talentuosa suonatrice di viola professionista, che fa uso della musica per guarire i veterani, la Dottoressa Mary Rorro è anche molto altro, e siamo orgogliosi di presentare un’intervista esclusiva a questa luminosa stella della medicina, alla costante ricerca di nuovi metodi per aiutare i suoi pazienti.

L’IDEA: Lei è una psichiatra che lavora insiemi ai veterani che soffrono di disordine da stress post-traumatico, e che fonde musica e poesia nell’esercizio della professione.
Dottoressa Mary Rorro: All’età di sei anni e mezzo, mia madre mi mostrò il piccolo violino che suonava quando era bambina. Adoravo quel violino, lo trascinavo con me ovunque nella sua minuscola custodia. Io, mia madre, e il mio talentuoso fratello Michel, suonavamo insieme per la Suzuki records, e ascoltavamo arie italiane e canzoni napoletane con i nonni. Sono stata testimone del potere della musica per la prima volta mentre mio nonno stava morendo nel suo letto d’ospedale. Ho suonato per lui la serenata di Toselli, una delle canzoni che preferiva e di cui spesso faceva richiesta. Le sue ultime parole furono “Ancora musica”. Durante il liceo facevo la volontaria in ospedale, e mia madre mi incoraggiava ad intrattenere i pazienti malati di cui mi occupavo. Ha assistito mentre suonavo per un paziente malato di cancro, affetto da depressione, che non aveva parlato per mesi, e che all’improvviso aveva cominciato a intonare i Canti di Natale accompagnato dal mio violino, facendo piangere le infermiere. Quel momento di profonda ispirazione mi ha influenzata a tal punto da combinare il mio desiderio di diventare medico con la passione per la musica, che sarebbe poi diventata parte integrante della mia professione. Quel giorno riconoscemmo il potere guaritore della musica per coloro che soffrivano. Mia madre era così orgogliosa. Volevo renderla felice condividendo la musica con gli altri, con coloro che ne avevano un bisogno estremo.
Mi sono laureata in musica e ho studiato biologia come materia secondaria al Bryn Mawr College, ed ho ricevuto il primo Performing Arts Prize, mai conferito prima dal college. Il Bryn Mawr incoraggiava le opportunità di leadership per le donne e l’assistenza al prossimo. Ho organizzato due concerti di beneficienza per l’ospedale St. Christopher per i bambini malati di AIDS, in qualità di presidente e prima violinista della Bryn Mawr-Haverford College Symphony. Ho sviluppato un programma per la facoltà di medicina e psichiatria chiamato “Musical Rounds: The Next Best Thing to Grand Rounds” e “From Soup to Notes,” da suonare alle mense per i poveri.

“Mani che danno ricevono.”

L’IDEA: Oltre alla sua professione, ha anche creato un programma di volontari con un obiettivo simile, “A Few Good Notes.” Può parlarcene?
Dottoressa Mary Rorro: Considerando il riscontro così entusiastico per le mie esperienze musicali precedenti, volevo introdurre la musica nelle vite dei veterani della mia clinica e del Sistema Sanitario per Veterani del New Jersey. Ho avviato un programma chiamato “A Few Good Notes”, nel quale suono la viola per i pazienti durante le sessioni di terapia di gruppo e individualmente nel mio ufficio. Alcuni dei miei pazienti in passato suonavano, ascoltarmi li ha incoraggiati a riprendere in mano i loro strumenti musicali e ad unirsi al programma. Uno dei miei pazienti ha coinvolto il suo complesso di Dixieland per intrattenere insieme a me i pazienti della casa di riposo per veterani di Lyons. La stanza, fino a quel momento silenziosa, è stata trasformata all’istante dal suono dei pazienti che cantavano seguendo il ritmo. Un altro paziente, dopo avermi sentita suonare “Amazing Grace” in ufficio, si è sentito stimolato a riprendere la sua chitarra, e dopo aver contemplato le parole della canzone, ha anche iniziato a leggere la Bibbia.
Ho intrapreso un programma al Centro per Veterani che ha lo scopo di fornire lezioni di chitarra gratuite per veterani, permettendo loro di provare in prima persona la gioia della musica. Abbiamo degli insegnanti di chitarra volontari che mettono generosamente a disposizione il loro tempo, e questo consente di creare un coinvolgimento con altri veterani nel Guitar Instruction Group (GIG). La clinica ora è pervasa dal suono dei veterani che strimpellano i loro strumenti, e la lista d’attesa per le lezioni è decisamente lunga.
Ogni anno cantiamo negli ospedali di Lyons e dell’East Orange, e reclutiamo altro personale disposto a condividere il proprio tempo ed il proprio talento con i veterani. Il programma è stato esteso nazionalmente all’interno del VA (Veteran Affairs). Alcuni pazienti e volontari che fanno parte del nostro comitato Healing Arts, portano le loro chitarre o altri strumenti e suonano accompagnando la mia viola.
La musica porta alla luce le storie dei pazienti, ad esempio un veterano del Vietnam ha raccontato di come il suo plotone abbia cantato Silent Night su una collina in Vietnam, e di come questo abbia determinato un cessate il fuoco per la Vigilia di Natale. La musica rievoca forti emozioni e consente a me e agli altri terapisti di processarle insieme ai pazienti durante la terapia gruppo.
Il programma è stato presentato da WQXR (l’ex stazione musicale del New York Times), da radio WNYC, sul sito internet del Dr. Oz, dalla Società per lo Studio dello Stress Traumatico e da AOL nella sua “homepage for Heroes”. Sono stata chiamata “Dottoressa Violino” nel libro “Scales to Scalpels, Doctors Who Practice the Healing Arts of Music and Medicine” di Lisa Wong, dottoressa in medicina.

Princeton Memorial ceremony at Monument Hall

L’IDEA: È evidente che lei abbia una vocazione per la musica, e per questo è diventata una violista professionista. Quando ha scoperto invece la sua vocazione per la medicina, e in particolare per la psichiatria?
Dottoressa Mary Rorro: Quando avevo quattro anni, ero in macchina con mia madre, e lei mi chiese cosa volevo diventare da grande. Risposi velocemente: “Un dottore, perché voglio aiutare la gente.” I miei genitori mi hanno sempre incoraggiata nel perseguimento del mio sogno, del quale non ho mai dubitato. Sono stata influenzata da molti membri della mia famiglia, che consideravo modelli da seguire. Ho passato diverso tempo nell’affollato ambulatorio di assistenza primaria di mio padre, e osservavo i pazienti uscire da suo ufficio pieni di gratitudine. Al mattino presto faceva le visite a domicilio per persone che sapeva non avrebbero potuto pagare, ma lui le aiutava con devozione. Mia zia, Mary A. Rorro, dottoressa in medicina, fu una delle donne medico pioniere nel suo campo. Suo zio, soprannominato “Zio Doc”, si laureò alla Hahnemann Medical School, e la incoraggiò a frequentarla sin da piccola. Samuel Alito Senior, padre di Samuel Alito, Giudice della Corte Suprema, fu il suo insegnante al liceo e la premiò con la medaglia della scienza. Sapeva che voleva diventare un medico, e le disse: “Non lasciarti mai scoraggiare dal tuo sogno.” Conserva ancora la busta della sua pagella, sulla quale scrisse queste ed altre parole di incoraggiamento per il suo futuro, che considerava estremamente preziose. Si laureò alla Hahnemann nel 1958, e sposò mio zio Al. Mia zia Celeste ha conseguito il dottorato in Formazione e fu Direttrice del “Teacher Certification and Academic Credentials” del New Jersey.
Mi interessai alla psichiatria dopo una rotazione all’ospedale pubblico del New Jersey, presso la scuola di medicina UMDNJ-SOM. La facoltà di psichiatria mi sembrava il modo perfetto per unire la narrativa, la creatività e l’arte all’interno della professione medica. Entrai nel programma di formazione psichiatrica della Facoltà di Medicina di Harvard, e cominciai a lavorare con i veterani all’interno del VA System, e in altri istituti di salute mentale a Boston, inclusi gli ospedali McLean e Cambridge. Dopo la specializzazione ho conseguito una borsa di studio in Medicina delle Dipendenze presso il Massachusetts General Hospital. Gli anni di sperimentazione e formazione, i lunghi turni di notte, le lenzuola ruvide su cui dormivo, sono completamente ripagati quando qualcuno dice: “Mi hai cambiato la vita.” Lo considero come un complimento ai miei genitori, perché senza il loro costante amore e supporto, non potrei aiutare i miei pazienti e ascoltare queste parole.

L’IDEA: La sua poesia è molto toccante e ispiratrice, evoca immagini di guerra e anime straziate. Scrive solo delle esperienze dei veterani?
Dottoressa Mary Rorro: Le storie traumatiche dei veterani, di dolore e perdita, mi hanno portata a scrivere delle poesie destinate ad aiutarli e onorarli. Alcune poesie riflettono il tema del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), nonché le memorie intrusive, gli incubi e i flashback. Altre riguardano eventi traumatici più specifici, e argomenti quali ferite morali e sindrome del sopravvissuto. I racconti dei pazienti, spesso toccanti, a volte spaventosi, erano coinvolgenti. La poesia era diventata il luogo in cui potevo prima processare e in seguito esprimere le emozioni travolgenti che provavano. Ho iniziato a condividere la mia poesia, con la speranza di aiutarli a sviluppare una connessione e progredire con la terapia. Le poesie hanno aperto un nuovo dialogo su alcuni aspetti delle loro storie che probabilmente non avrebbero toccato durante una visita standard sulla gestione dei farmaci.
Scrivo anche poesie e haiku di altro genere, basate su temi spirituali e naturali; compongo canzoni e testi di canzoni.

L’IDEA: Ha ricevuto innumerevoli premi sia per la sua attività filantropica sia per il suo lavoro professionale. Per quanto siano tutti importati e più che meritati, ce n’è uno in particolare che per lei ha significato di più? Perchè?
Dottoressa Mary Rorro: Ce ne sono alcuni particolarmente significativi. Un premio che ha avuto un significato particolare è quello ricevuto dall’American Foundation of Savoy Orders, un ordine dinastico in Italia. La Medaglia di Bronzo dei Santi Maurizio e Lazzaro per opere caritatevoli è stata conferita all’interno della St. Patrick Cathedral di New York. È stato estremamente emozionante salire gli scalini dell’altare principale per ricevere la bellissima medaglia di bronzo e la proclamazione di Vittorio Emanuele. Un’altra esperienza indimenticabile è stata l’esibizione durante la Celebrazione Centennale della messa nella chiesa Holy Rosary a Washinton D.C., alla quale erano presenti il Giudice della Corte Suprema Samuel A. Alito Junior, Antonin Scalia e Nancy Pelosi. È stato un onore essere introdotta nella Italian American National Hall of Fame lo stesso anno del Giudice della Corte Suprema Samuel A. Alito Junior.
Il premio della Planetree organization’s Patient-Centered Excellence and Innovation (assegnato a livello internazionale ad 1 su 10 individui o programmi) per il mio programma “A few Good Notes” di Chicago, è stato molto significativo, poiché è stata riconosciuta l’importanza di aiutare i veterani attraverso l’arte.

L’IDEA: Suo padre era un dottore e sua madre è un’icona per la comunità italo – americana del New Jersey. In che modo questo ha influenzato la sua vita personale e le sue scelte professionali?
Dottoressa Mary Rorro: Mio padre, ormai scomparso, Dottor Louis Rorro, era un medico che aiutava con devozione i pazienti all’interno della comunità. Mia madre, Dottoressa Gilda Rorro, era educatrice e amministratrice del Dipartimento di Formazione, e lavorava per i diritti civili. Si è recata ad Haiti in numerose occasioni per istituire programmi di scambio fra gli studenti di Haiti e del New Jersey. Negli ultimi vent’anni ha lavorato instancabilmente per servire gli italo – americani della comunità in qualità di Viceconsole Onorario e di Presidente dell’Italian Heritage Commission del New Jersey. Ha ricevuto un’onorificenza dal Presidente italiano per aver sviluppato il suo programma di insegnamento, inserendo lo studio del patrimonio culturale italiano all’interno di tutte le scuole del New Jersey. I miei genitori mi hanno trasmesso l’apprezzamento per la lingua e la cultura italiana, e ci riteniamo fortunati ad avere dei preziosi amici e familiari in Italia. Anche Joseph, il mio meraviglioso marito, condivide la mia passione per la cultura e la musica italiana, ci siamo conosciuti in un circolo italiano durante la mia specializzazione in psichiatria a Boston. L’efficienza e la dedizione dei miei genitori per le loro carriere mi hanno motivata a perseguire la mia professione, ed ero profondamente fiera di ciò che avevano raggiunto. Sono stata cresciuta senza alcuna limitazione su ciò che una ragazza o una donna può ottenere. Per quanto i miei genitori fossero occupati, si sono sempre impegnati attivamente per il mio sviluppo, portandomi a lezioni di musica, concerti, e viaggi in Europa per ampliare la mia istruzione. Sono stati dei mentori eccezionali che hanno influenzato la mia vita, e da loro ho ereditato il valore di essere a servizio degli altri, e mi adopero per portarlo avanti. Il loro regalo per il diploma fu la mia viola, ed è qualcosa che continua davvero a donare. Sarò per sempre in debito con i miei genitori per avermi guidato nel perseguimento del mio obiettivo di diventare dottoressa, e grata per avermi aiutato a trasformare il mio sogno in realtà. Si sono consacrati con un impegno autentico a me e alla comunità. L’amore e la devozione dei miei genitori mi hanno consentito di essere un medico e una musicista appagata, e aspiro ad aiutare molte altre persone, vivendo secondo il loro esempio.

Dr. Mary Rorro suona the viola per la madre Gilda nell’occasione della presentazione al pubblico del libro di memorie “Gilda, Promise Me”

L’IDEA: Ci sono nuovi progetti all’orizzonte?
Dottoressa Mary Rorro: L’essere al servizio dei veterani è per me una missione patriottica. Mi hanno insegnato moltissimo sul sacrificio e sulla resilienza. La fusione della musica e della poesia all’interno della mia professione è un privilegio, e costituisce un mezzo gratificante e creativo per intensificare il legame medico-paziente. Sono stata testimone dei potenti effetti che l’arte può avere sui pazienti, e spero di poter condividere la mia raccolta di vignette e poesie con più veterani. Ho intenzione di continuare ad espandere il programma “A Few Good Notes” in modo che più pazienti possano farsi coinvolgere dalla musica e dall’arte, strumenti preziosissimi da utilizzare nel loro viaggio verso la guarigione.

Veterani all’ascolto della musica del  Dr. Mary Rorro. (Clicca per vedere un video su YouTube)

A Los Angeles Con Tanti Sogni Che Si Stanno Realizzando. Intervista Esclusiva Con Isabella Mastrodicasa. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena
Nata a Viterbo e cresciuta sui Monti Cimini, a 9 anni Isabella ha avuto la fortuna di fare un viaggio coast to coast di un mese negli USA con la sua famiglia. Quella che era iniziata come un’esperienza triste lontana dai nonni e dai suoi animali, si è presto tramutata in un’avventura magica tra i grattacieli di Manhattan, le cascate del Niagara, i Grand Canyon, le luci di Las Vegas, le colline di Hollywood e gli Universal Studios.
Da allora il sogno è sempre stato chiaro: dare voce a talenti nascosti ed emozionare gli spettatori del grande schermo attraverso quelle stesse storie che avevano commosso e segnato la sua sensibilità quando da piccola guardava col suo papà sul divano la sera i film di Sordi e Monicelli, Spielberg e Allen.
A 18 anni, tentando di trovare quello che i suoi genitori definivano “un lavoro serio”, Isabella ha abbandonato la sua vita di provincia per trasferirsi nell’eccitante e cosmopolita Milano, e conseguire una laurea in legge alla prestigiosa Università Bocconi, studiando legge anche all’Universita di Strasburgo e ad Harvard. Pur provando a seguire le orme della sorella maggiore, avvocato penalista Romano, il sogno americano tornava sempre a farsi sentire finché, sentendo di dover finalmente dare voce alla sua passione e al suo sesto senso, ha lasciato famiglia, fidanzato, e amici, ed è partita, dopo 17 anni, alla volta di Los Angeles con nient’altro che una valigia colorata e tanta voglia di mettersi in gioco.
Dopo aver concluso un programma in Business and Management of Entertainment alla UCLA, Isabella ha iniziato la sua carriera come assistente a Verve – Talent & Literary Agency per poi lavorare per The Kennedy Marshall Company dopo un incontro fortuito col produttore Frank Marshall.
Da circa due anni lavora ad Heroes and Villains Entertainment, società in cui ha iniziato come assistente dei soci fondatori e in cui è da poco diventata Film & TV Coordinator, occupandosi di produzione di film e tv e di management di talenti americani ed Europei, con focus su formats e sceneggiatori e registi Italiani. Tra i clienti vi sono, tra gli altri, Ransom Riggs, autore di Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, Mike Markowitz, sceneggiatore fun Horrible Bosses, Jordan Mechner, creatore di Prince of Persia, e gli Italiani Nicola Guaglianone e Menotti.
Nel tempo libero non perde occasione di buttarsi in nuove avventure, conoscere nuove lingue, culture, e tipi di musica, e adora mangiare gelato al pistacchio e preparare gnocchi alla Sorrentina.


L’Idea: Tu hai fatto la classica emigrazione nella quale si lascia tutto alle spalle e si rischia grosso onde arrivare ad un traguardo particolare. Potresti spiegare ai nostri lettori che cosa ti ha spinto a fare questo grosso passo? 
Isabella Mastrodicasa: Mi sono sempre sentita intrappolata nel pensiero della società che mi circondava e da cosa la mia famiglia reputava fosse giusto o sbagliato. Per questo pur avendo da sempre una vena artistica molto forte, ho cercato ti sopprimerla lanciandomi in una carriera nell’avvocatura e laureandomi in legge all’Università Bocconi di Milano. Tuttavia più passava il tempo, più mi sentivo soffocare da una vita apparentemente perfetta ma che non sentivo mia, e mi sono sentita in dovere di darmi una possibilità di essere felice. Ho lasciato tutto e ho fatto un salto nel buio inseguendo il sogno che avevo da tutta una vita, cioè lavorare con le storie, poter emozionare tramite esse milioni di persone in giro per il mondo, creare la magia che da piccola mi teneva incollata allo schermo e mi lanciava in avventure fantastiche nella mia immaginazione.

L’Idea: Come sei arrivata nel campo dello spettacolo? 
Isabella Mastrodicasa: Ci sono arrivata per vie secondarie, tramite l’incontro con persone che mi hanno dato la giusta ispirazione per poter credere nella folle idea che da tutta una vita avevo in testa. Molti anni fa in Bocconi incontrai un produttore che lavorava per una nota società Italiana il quale aveva avuto un simile percorso: laureato in legge per via dell’influenza famigliare, si era poi reso conto di dover seguire il proprio istinto e lasciò tutto per inseguire una carriera nello spettacolo a Londra diventando poi un affermato produttore cinematografico. Ho iniziato a pensare che se avessi avuto il suo stesso coraggio e la sua stessa ambizione, forse avrei potuto farcela anche io. Da lì sono iniziati I primi stage in Italia con la Fondazione Cinema per Roma e con la Roma-Lazio film commission, ed il mio primo lavoro nella distribuzione televisiva, esperienze cui devo molto. Tuttavia c’era molto nepotismo, e spesso mi venivano chiuse porte per via del mio background in legge piuttosto che nel campo dei media, altre volte non venivo presa sul serio perchè donna o perchè troppo giovane, o semplicemente perchè non conoscevo nessuno. Questo ha accresciuto la rabbia e la frustrazione, dandomi forza e grinta per fare il salto da Roma a Los Angeles.

L’Idea: Hai lavorato presso Verve, Talent and Literary Agency, e poi per The Kennedy Marshall Company. In che capacità? Hai contribuito a qualche produzione importante? 
Isabella Mastrodicasa: Quando ero con The Kennedy/Marshall Company ho lavorato alla produzione del pluripremiato FINDING OSCAR, un documentario molto toccante sulla Guerra civile in Guatemala per cui Steven Spielberg ha fatto da executive producer. Mentre ero a Verve invece, mi occupavo di rappresentazione di registi e sceneggiatori, quindi fornivamo talenti e progetti a studios e networks. Tra i nostri clienti c’erano talenti come Colin Trevorrow (Jurassic World, Star Wars), Meg LaFeuve (Inside Out), Michael Arndt (Toy Story, Star Wars, Little Miss Sunshine)

L’Idea: Ora sei arrivata ad occuparti di produzione di film e programmi televisivi. Puoi approfondire in merito?
Isabella Mastrodicasa: Il mio lavoro attuale è un ibrido dei due precedenti. Mi occupo infatti di rappresentare e guidare le carriere di sceneggiatori e registi focalizzandomi sui talenti Italiani e Europei che hanno una carriera affermata lì ma vorrebbero espanderla oltre oceano. Dall’altra parte sono sempre in cerca di progetti da produrre, di libri i cui diritti siano disponibili da poter portare ai buyers americani. È un po’ come giocare a Tetris e fare in modo che tutti itasselli di varie misure combacino perfettamente per poter chiudere deals e creare nuove opportunità. Come parte del mio lavoro sono anche in giuria per una serie di festival in giro per il mondo come il Big Apple Film Festival, il Venice Short Film Festival, l’Hollywood Screenings Film Festival, il Miami Independent Film Festival, il NFFTY / National Film Festival for Talented Youth, e per delle competizioni in screenwriting alla UCLA e ad Harvard.

L’Idea: Dove ti immagini di essere tra dieci anni?
Isabella Mastrodicasa: A capo di una società che rappresenti i miei stessi valori, dando voce a talenti inespressi e raccontando storie che il mondo ha bisogno di conoscere, possibilmente con un Academy Award sul mio desk (Isabella sorride).

L’Idea: Secondo te, l’America è ancora il posto nel quale i sogni si realizzano, come nel tuo caso? Che cosa manca in Italia che invece hai trovato qui negli USA?
Isabella Mastrodicasa: Penso che lo sia, anche se c’è un elevato livello di saturazione per cui c’è molta più competizione e serve molto più tempo e fatica per affermarsi. Quello che ancora vedo fortemente qui è che viene molto rispettato il ‘drive’ e la passione dei giovani, e che se lavori duramente e hai un po’ di fortuna, con tempo e intelligenza le cose iniziano ad accadere e puoi davvero porti obiettivi molto alti senza risultare folle. Per quanto riguarda l’Italia, prima di tutto penso che in linea di massima ci siano presunzione e snobbismo ai piani alti e molta poca voglia di fare da mentore e tendere una mano a chi sta più in basso, in più c’è quasi il timore di agevolare chi è più giovane o magari più meritevole. Anche il sistema delle raccomandazioni in America esiste ad esempio, ma tutto avviene alla luce del sole e coerentemente con la meritocrazia. Se si fa application per un lavoro, è normale che il tuo precedente capo o una persona con cui hai lavorato e che conosce la tua ‘work ethic’ ti ‘raccomandi’. Ma sta a te poi ottenere il posto, farti valere, lavorare duro, e non ci sta alcun favoritismo. In Italia invece le raccomandazioni vengono date di nascosto per piazzare il figlio di qualcuno senza nemmeno guardare il curriculum, generando pigrizia e inefficienza e demotivando chi ha più fame e più talento, quantomeno nella maggioranza dei casi.

L’Idea: Hai qualche suggerimento per i giovani lettori che sognano di sfondare nel campo dello spettacolo?
Isabella Mastrodicasa: Di avere l’umiltà di ricominciare dal basso, di assorbire ogni consiglio e ogni informazione con molta curiosità e con molto rispetto del tempo altrui. Di avere un piano, e poi di lanciarsi e di crederci fino in fondo. Di avere molta adattabilità, forza interiore, e capacità di discernere amici da colleghi, situazioni realistiche da perdite di tempo, sfera private da dalla sfera pubblica. Di armarsi di infinita pazienza, coraggio, e passione e andare avanti come un treno rialzandosi ad ogni caduta e rafforzandosi da ogni sconfitta. Anni fa avevo queste righe stampate accanto alla mia scrivania che mi accompagnavano quando mi sentivo come in un labirinto e non riuscivo a trovare la mia strada. Vorrei che motivassero e ispirassero altri Italiani che stanno leggendo questo articolo:
 “Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.” (Steve Jobs)

L’Idea: Se tu potessi incontrare un qualsiasi personaggio del passato o del presente, chi sarebbe? Che cosa gli o le diresti?
Isabella Mastrodicasa: Mi piacerebbe prendere un caffè con Fellini allo Chateau Marmont, storico hotel di Los Angeles, e ascoltarlo raccontarmi le storie più folli della sua carriera.

L’ironia Come Strumento Di Critica Costruttiva. Intervista Esclusiva Con L’autore Cosimo Scarpello. [L’IDEA Magazine]

L’ironia come strumento di critica costruttiva. Intervista esclusiva con l’autore Cosimo Scarpello.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ci incontrammo nello stand dell’Italian Trade commission al Book Expo di New York, ben quattro anni fa. Dopo una piacevole conversazione, ci lasciammo con la promessa di risentirci e di continuare i nostri discorsi con tutta calma. Avvocato, consigliere comunale, vicesindaco ma soprattutto autore di successo, Cosimo Scarpello ha portato un’aria di fresca ironia nell’ambito dell’editoria italiana con i suoi simpatici libri di saggistica, e recentemente ha pubblicato anche un ottimo romanzo, “La figlia mai avuta”. Cogliamo, quindi, l’occasione di riprendere la nostra conversazione interrotta a New York e di potere aggiornarci sulle sue attività.

L’IDEA: Sei passato dai libri di diritto e di legge a quelli di saggistica e poi al romanzo. Che cosa ti ha stimolato a fare questo passo?
Cosimo Scarpello: Durante la mia attività professionale come avvocato e la mia esperienza politico-amministrativa sono venuto a contatto con persone di ogni età e di ogni estrazione sociale. I problemi, le sofferenze, le aspirazioni e le ossessioni della gente, legate agli stili di vita del nostro tempo, sono state oggetto di mie continue e profonde riflessioni che a un certo punto ho deciso di condividere pubblicamente attraverso dei saggi divulgativi. Per quanto riguarda il romanzo, a ispirare la mia vena narrativa è stato l’animo umano con i suoi angoli più nascosti e i desideri più inconfessabili.

L’IDEA: “Impasseport” è una critica umoristica, a volte anche autoironica, del sistema visto dall’interno, dato che tu sei stato consigliere comunale e vicesindaco. Come l’hanno ricevuta i tuoi colleghi di allora? Questo libro ha influenzato in qualche modo la nuova amministrazione?
Cosimo Scarpello: È un libro nato quasi per gioco, con l’intento di descrivere, con lo strumento dell’ironia e del sano umorismo, alcuni momenti della vita politica di una piccola comunità. Una raccolta di strafalcioni linguistici, pronunciati dagli amministratori locali, con cui ho cercato di offrire al lettore un aspetto più gradevole di un mondo che viene continuamente denigrato e dal quale la gente prende sempre più le distanze. La maggior parte dei consiglieri comunali, allora miei colleghi, ha capito lo spirito goliardico della mia iniziativa e ha riso dei propri errori. Qualcun altro, più permaloso, si è sentito offeso e non mi ha rivolto la parola per molto tempo. L’opera ha avuto qualche effetto anche sulla successiva amministrazione, poiché c’è stato chi, durante i propri interventi nelle sedute dei consigli comunali, ha fatto più attenzione a ciò che diceva e soprattutto a come si esprimeva.

L’IDEA: “Stressbook” è un’intelligente analisi dell’influenza negativa dei ‘social networks’. Il libro ha avuto un discreto successo sia di pubblico sia di critica. Vorresti spiegare in breve qual è la tua posizione in merito a questo argomento e a che cosa miravi con la pubblicazione di “Stressbook”?
Cosimo Scarpello: Stressbook contiene delle riflessioni sul mondo di Internet e dei social network. La trattazione, che ha un taglio ironico in alcuni punti e più serio in altri, ha l’intento di evidenziare, attraverso una rassegna di banalità, idiozie e contraddizioni che imperversano sui social, l’influenza negativa della comunicazione virtuale sulle relazioni interpersonali. La mia opinione su questo argomento, pertanto, è drastica. In alcuni capitoli del libro invito i lettori a tenere alta la guardia contro le possibili degenerazioni di un cattivo uso della rete, come la pubblicazione di foto e video violenti, l’incitazione all’odio e le notizie false. Alcuni anni fa, quando in un’intervista a un quotidiano locale ho sostenuto che la rete sociale, essendo uno strumento privo di filtri, può generare violenza, le mie affermazioni sono state definite persino oscurantiste. Ma quello che accade oggi è sotto gli occhi di tutti: basta scorrere una qualsiasi pagina di Facebook per trovare violenze, turpiloqui, offese e minacce. Senza considerare, poi, che di recente le fake news hanno influenzato il voto in alcune tra le più importanti democrazie occidentali, tra cui l’Italia. I fatti, dunque, sembrano darmi ragione, anche se – credimi – rivelarsi dei buoni profeti, in circostanze come queste, ha un sapore più amaro dell’essere smentiti.

L’IDEA: Potresti parlarci un poco di “Perduti”, il tuo libro finalista al Premio Quasimodo? Ha delle similarità a “Stressbook”? Pensi che il tuo messaggio sia anche quello di molti di noi della vecchia generazione ai quali manca il contatto umano?
Cosimo Scarpello: “Perduti” trasmette un messaggio più ampio e più forte di quello di Stressbook, perché la critica qui non investe soltanto il mondo di Internet e dei social network, ma si estende a una serie di paradossi e di contraddizioni che caratterizzano l’epoca attuale. Il libro contiene un susseguirsi di riflessioni e di squarci di vita quotidiana che, attraverso un costante confronto con un passato non molto remoto,  hanno l’obiettivo di guidare il lettore verso l’amara presa di coscienza di un presente angosciante e di un futuro incerto. C’è tutto il disagio di una generazione, quella degli over 40, che improvvisamente si è ritrovata catapultata in un mondo surreale, governato dalle leggi del mercato, dalla finanza, dallo spread, da Internet e dai social network, in cui l’umanità sembra aver smarrito il senso dell’orientamento. Un mondo vittima di una crisi antropologica, prim’ancora che economica, dominato da valori alienanti che costringono uomini e donne del nostro tempo a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste. Un mondo nel quale ci sentiamo sempre più soli. Una società sintetica, virtuale, dimentica degli autentici valori umani, nella quale non riusciamo più a riconoscerci e in cui ci sentiamo tutti un po’ perduti.

L’IDEA: Il tuo romanzo “La figlia mai avuta”, vincitore del premio della giuria al Premio Letterario Milano International 2017, è la tua ultima opera pubblicata. Di che cosa parla? 
Cosimo Scarpello: È un thriller che ha come protagonista un imprenditore senza scrupoli, avido, egoista e prepotente, che subisce la vendetta di un nemico che agisce dietro le quinte e la cui identità viene svelata solo nel finale. Lo scenario è un piccolo paese del Sud Italia, in cui la facciata è più importante della sostanza, dove le maldicenze, le rivalità e la superficialità regnano sovrane e persino la mediocrità è vista come un pregio.  Non aggiungo altro per non svelare il contenuto della trama e sottrarre al pubblico il piacere di scoprirlo attraverso la lettura.

L’IDEA: Se avessi l’opportunità di incontrare un personaggio importante del passato, chi sarebbe? Perché? Che cosa gli o le diresti? Che cosa ti aspetteresti che direbbe del mondo di oggi, della globalizzazione, dei social network, della mancanza di contatto umano in generale?
Cosimo Scarpello: John Kennedy e Michail Gorbaciov, che in un recente passato si sono spesi per abbattere le barriere nel mondo. La globalizzazione incontrollata ha scatenato reazioni opposte, generando ovunque sentimenti nazionalistici e spinte conservatrici.  L’uso distorto dei social network, inoltre, ha contribuito a consolidare queste tendenze, alimentando le propagande sovraniste mediante l’incitamento all’odio, alla violenza e al razzismo, facendo sentire importanti gli idioti e gli incoscienti. Quegli idioti e incoscienti, che in questi anni hanno eletto altri idioti e incoscienti alla guida dei loro Paesi: individui scellerati e irresponsabili che chiudono frontiere, costruiscono muri o negano soccorsi ai profughi in balìa del mare, vanificando in poco tempo il faticoso percorso di distensione, di unificazione e di progresso seguito all’abbattimento del muro di Berlino, per la cui caduta Kennedy prima e Gorbaciov poi si erano tanto prodigati. Spesso mi capita di chiudere gli occhi e di immaginare lunghe conversazioni con loro, dissertazioni politiche, analisi sociologiche e disquisizioni antropologiche su quanto accade nel mondo in loro assenza. Oggi più che mai avremmo bisogno di questi due grandi personaggi.

L’IDEA: Hai in serbo altri romanzi nel prossimo futuro oppure tornerai alla saggistica?
Cosimo Scarpello: Sto lavorando a un romanzo di formazione, che spero di completare per l’anno venturo. Quanto a un mio possibile ritorno alla saggistica, esso non è da escludere: dipenderà tutto dall’ispirazione del momento.

L’IDEA: Qual è il libro che hai scritto con il quale ti identifichi di più e perché?
Cosimo ScarpelloPerduti, perché come ho già detto esprime il disagio di una generazione alla quale appartengo e di cui nel libro mi faccio interprete. Una generazione che assiste ai profondi e repentini cambiamenti che avvengono intorno a lei, ne investiga le ragioni ma rimane impotente di fronte al disgregarsi di una civiltà alla quale sente ancora di appartenere e che cerca di difendere a oltranza, pur sapendo che non potrà più tornare indietro. Una generazione che porta con sé il rammarico di non aver capito per tempo, quando si viveva bene, quando tutto luccicava e tutti ci dicevano che saremmo stati dei numeri uno e destinati al successo, il pericolo verso cui stava andando incontro.  Eravamo troppo assopiti nel benessere, nell’illusione di un futuro roseo e di false speranze, per accorgerci che proprio allora, intorno a noi, si stava formando il cancro che ci avrebbe distrutto: quella categoria di burocrati e di banchieri ai quali si è asservita la politica e che ci ha costretto a ubbidire alle sue logiche, schiacciandoci e rubandoci i sogni. Quindi anche noi siamo colpevoli e la consapevolezza di non aver reagito quando avremmo potuto o dovuto farlo rende ancor più amaro e rabbioso il nostro disagio.

L’IDEA: Chi è lo scrittore che ti ha più influenzato? In che modo? E quello che tu ammiri di più?
Cosimo Scarpello: Non posso dire di scrittori che mi hanno influenzato, perché ognuno di noi ha un suo stile narrativo e storie originali da raccontare. Di certo, oltre ai grandi classici del passato che hanno plasmato la mia cultura umanistica, vi sono autori contemporanei che prediligo più di altri. Tra questi Massimo Gramellini, che oltre a essere uno scrittore è anche giornalista e conduttore televisivo. I suoi scritti mi affascinano molto, sia per la profondità dei contenuti, sia per come egli riesca, con un linguaggio semplice, accessibile a tutti e intriso di frasi a effetto e di figure retoriche, a renderli nello stesso tempo gradevoli, facili da leggere e di alto spessore formativo, siano essi romanzi, saggi o semplici articoli di giornale. Ho sempre ritenuto, infatti, che un autore non debba limitarsi a curare l’aspetto contenutistico e la correttezza sintattica e grammaticale di un testo, ma deve cercare di spingersi oltre per piegare la lingua a quei canoni estetici che consentano al lettore non soltanto di appagare i propri bisogni di conoscenza, ma anche e soprattutto di lasciarsi trasportare dalla lettura e di ritemprarsi nello spirito.

L’Idea: Hai un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Cosimo Scarpello: Più che un messaggio, un saluto e un caloroso abbraccio ideale, sperando che la lettura dei miei libri risulti di loro gradimento. Un caro saluto anche a te, Tiziano, e a tutta la redazione di questa prestigiosa rivista. Vi ringrazio per avermi onorato di una vostra intervista.

Il Turismo Culturale In Italia E Italian Family Hospitality. Intervista Esclusiva Con Martino Gulino [L’IDEA Magazine]

Il turismo culturale in Italia e Italian Family Hospitality. Intervista esclusiva con Martino Gulino

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Italian Family Hospitality vuole essere una comunità di persone amanti della cultura e dello stile di vita italiani in tutti i suoi aspetti (lingua, arte, musica, gastronomia, moda, natura, economia), favorendo l’incontro tra le persone interessate all’apprendimento della lingua italiana, provenienti dall’estero e una rete di accoglienza turistica familiare (famiglie, agriturismi, B&B). Abbiamo avuto l’opportunita` di intervistare il dottor Martino Gulino responsabile del progetto Italian Family Hospitality.

L’Idea: Da cosa è nato il progetto “Italian Family Hospitality” e in che cosa consiste?
Martino Gulino: L’idea è nata circa quattro anni fa da un gruppo di genitori con figli che hanno fatto esperienza di corsi di lingua all’estero.  Visitando internet abbiamo scoperto che anche la lingua italiana è molto apprezzata all’estero e che esistono scuole, associazioni, fondazioni dove si tengono corsi di italiano a tutti i livelli e che spesso gli allievi vengono in Italia per trascorrere un periodo di soggiorno per migliorare la conoscenza della lingua e contemporaneamente apprezzare ciò che di bello offre il nostro paese (arte, musica, buona cucina, moda, bellezze naturalistiche).
È iniziata quindi una ricerca per elaborare un progetto specifico e verificarne la validità tenendo conto di altre eventuali iniziative simili, facendo sondaggi in diversi paesi, interloquendo con diversi testimoni privilegiati che ci hanno fornito consigli e utili indicazioni.
Ne è nata una rete di “amici di Italian family hospitality” a cui inviamo periodicamente notizie e aggiornamenti.
Di questa rete fanno parte anche strutture di accoglienza turistica di tipo familiare (famiglie, agriturismi, B&B) nella convinzione che l’ospitalità familiare, a differenza di altre modalità di soggiorno, mette in primo piano i rapporti umani come fonte di conoscenza e di amicizie sincere.

L’Idea: In“Italian Family Hospitality”si parla di imparare l’italiano ma c’`e anche un riferimento al “turismo culturale”. Potrebbe spiegarci a che cosa si riferisce?
Martino Gulino: Secondo la definizione dell’OMT (“Organizzazione Mondiale del Turismo”), agenzia delle Nazioni Unite, “il turismo culturale rappresenta tutti quei movimenti di persone motivati da scopi culturali come le vacanze studio, la partecipazione a spettacoli dal vivo, festival, eventi culturali, le visite a siti archeologici e monumenti, i pellegrinaggi. Il turismo culturale riguarda anche il piacere di immergersi nello stile di vita locale e in tutto ciò che ne costituisce l’identità e il carattere”.
L’Italia offre uno straordinario patrimonio di bellezze nelle grandi città come nei piccoli borghi, nelle campagne come nelle località marine e montane.
Basti pensare alle bellezze del paesaggio, dovunque cosparso di tracce che testimoniano e raccontano due millenni della nostra storia ricca di identità plurali, date da origini, popolazioni, linguaggi diversi, in ogni piccolo o grande villaggio da Nord a Sud.
Le tracce di questa bellezza si trovano al di là dei tanti e ricchi musei presenti sul territorio nazionale, si trovano sparsi nel territorio nazionale in un contesto di “museo diffuso”. Alla bellezza dei luoghi si somma la lingua, la cucina, il modo di vivere. Quando creatività e bellezza si incrociano con tradizione e innovazione si producono situazioni di eccellenza.
L’Italia è il paese che detiene il record di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel mondocon 53 beni nella lista nel 2017, a cui vanno aggiunte 8 realtà della cultura tradizionale e del folclore riconosciute Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO e 20 Parchi Letterari.
L’Italia dispone, inoltre, di un’ampia rete di Aree Protette (nell’elenco ufficiale sono registrate 871 aree protette), a salvaguardia del paesaggio, della biodiversità, della fauna e della flora, delle coltivazioni e produzioni locali, costituita da ben 25 Parchi Nazionali, a cui vanno aggiunti parchi naturali regionali, interregionali, comunali e locali (associazioni ambientalistiche, naturalistiche e del territorio), Riserve naturali, Zone umide di interesse internazionale, con una superficie protetta di oltre il 10% del territorio nazionale. Il quadro del patrimonio naturalistico si completa con 27 AMP (Aree Marine Protette), 2 parchi sommersi ed un Santuario Internazionale per la Tutela dei Cetacei.
L’Italia è il paese con il maggior numero di riconoscimenti dell’Unione Europea per le specialità agroalimentari: i prodotti alimentari italiani a denominazione di origine e a indicazione geografica sono 291, di cui 166 DOP (Denominazione di Origine Protetta), e 125 IGP (Indicazione Geografica Protetta), a cui si aggiungono 2 STG (Specialità Tradizionale Garantita). Nell’Atlante dei prodotti tipici pubblicato nel 2000 venivano registrati ben 475 prodotti tipici e tradizionali. Il 12% del suolo agricolo è coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

L’Idea: Perché è importante, secondo lei, per uno straniero imparare l’italiano?
Martino Gulino: L’italiano è il quarto idioma più studiato nel mondo (al primo posto l’inglese, al secondo il francese e al terzo lo spagnolo). Perché oggi tante persone studiano italiano? Malgrado l’importanza politica ed economica di altre lingue, il numero di persone che studia l’italiano cresce continuamente sia nei paesi che hanno conosciuto l’immigrazione italiana (si stima che siano circa 80 milioni gli oriundi di origine italiana, cioè nati in altri paesi e discendenti da precedenti emigrazioni), sia in altri paesi.
La motivazione più comune è l’arricchimento culturale, seguita da esigenze di studio, di lavoro, per turismo o per ragioni affettive. L’italiano è una lingua di cultura, è la lingua di Dante, del bel canto, della lirica. È la lingua di grandi artisti, pittori, poeti, scrittori, filosofi. È inoltre la lingua del Papa, essendo la lingua ufficiale, insieme al latino, della Città del Vaticano.
La lingua italiana è una lingua musicale, aperta, varia e ridondante, per cui comprendere in italiano è più facile che in altre lingue ed è anche più piacevole.
Ma l’italiano è anche la lingua che accompagna il Made-in-Italy: è la lingua della moda, della cucina e delle automobili. Tutto questo è sinonimo di qualità, di stile e saper vivere. L’italiano è anche Dolce vita. L’italiano è una parte importante di quell’Italia piena di tesori d’arte, di paesaggi, di magia. E gli italiani sono un popolo creativo, simpatico, caloroso.
Parlare italiano è una risorsa per crescere dal punto di vista umano, culturale e professionale. L’industria italiana rimane una delle più importanti al mondo.

L’Idea:  Avete riscontrato che esiste un particolare interesse per la lingua italiana negli USA?
Martino Gulino: L’amicizia tra gli italiani e il popolo americano ha delle radici profonde. Negli USA ci sono circa 20 milioni di italo-americani che hanno dato nel tempo un notevole contributo alla crescita economica e politica degli USA.
Tra i paesi anglofoni, gli Stati Uniti d’America è tra quelli con un numero maggiore di studenti di italiano, con un’elevatissima presenza soprattutto nelle scuole locali. Negli Stati Uniti d’America, l’italiano è oggi la quarta lingua straniera più studiata ed il numero di studenti è in costante crescita. L’insegnamento della lingua italiana all’interno del sistema universitario è molto diffuso: gli Stati Uniti rappresentano il paese con una maggiore presenza di cattedre di italiano e dipartimenti di italianistica nel mondo.
Negli Usa risultano attivi circa 50 dipartimenti di italianistica e oltre 400 corsi di italiano a livello universitario presso cattedre di diversa tipologia. Inoltre, circa 31.166 studenti universitari americani hanno studiato sul territorio italiano nell’anno scolastico 2013/2014, con una crescita del 4,4% rispetto all’anno accademico precedente. L’Italia è il secondo Paese non anglofono meta di destinazione dagli studenti universitari americani che scelgono di frequentare dei periodi di studio presso sedi di università americane o corsi di specializzazione presso istituzioni italiane.
In circa 800 scuole di ogni ordine e grado l’italiano costituisce parte dell’offerta curricolare; il 60% circa è concentrato nella costa est, in particolare nella fascia Boston-New York-Filadelfia-Washington. La maggiore presenza di corsi di italiano nelle scuole di segmento k-12 (dalle elementari alle superiori) riflette la demografia degli italo-discendenti, degli italiani residenti all’estero e della presenza della nuova immigrazione ad alto capitale intellettuale.
Innumerevoli sono le associazioni culturali, le fondazioni, enti no profit, club, canali televisivi e radiofonici, testate giornalistiche, associazioni di insegnanti, blog, meetup ecc. che concorrono a promuovere la conoscenza e la diffusione della lingua italiana.
Un recente articolo (aprile 2018) sull’argomento è stato pubblicato sul sito http://www.iitaly.org/magazine/focus-in-italiano/arte-e-cultura/article/evviva-la-lingua-italiana-nelle-scuole-americane

L’Idea: Quali sono i principi di ospitalità sui quali si basa l’Italian Family Hospitality?
Martino Gulino: In linea con il Codice Mondiale di Etica del Turismo (Organizzazione Mondiale del Turismo – OMT), e con le carte etiche di riferimento dell’Associazione Italiana per un Turismo Responsabile (AITR), i principi a cui ci ispiriamo sono:

  • promuovere un turismo che contribuisca alla difesa e alla valorizzazione del patrimonio culturale, storico, linguistico ed ambientale del proprio territorio;
  • promuovere il turismo quale strumento di reciproco rispetto tra i popoli, rispettando e riconoscendo il valore delle diverse tradizioni e pratiche sociali e culturali;
  • promuovere il turismo quale fattore di sviluppo durevole, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali (che soddisfi cioè in modo equo le necessità e le aspirazioni delle generazioni presenti e future);
  • favorire, nel limite del possibile, l’utilizzo dei prodotti locali (alimentari, artigianali o industriali), nell’applicazione dei principi della filiera corta, instaurando un rapporto di cooperazione tra i vari soggetti;
  • adottare un’etica commerciale tutelando e rispettando il cliente e praticando una politica dei prezzi equa;
  • adottare un’etica dell’accoglienza di ogni tipo di pubblico (con particolare attenzione a gruppi, famiglie con bambini, anziani e visitatori diversamente abili), favorendo l’accesso ai luoghi di interesse turistico ed alle sue strutture ricettive.

L’Idea: Ci sono ditte o associazioni che sponsorizzano il progetto? 
Martino Gulino: Il progetto, dopo una lunga fase di incubazione, è diventato operativo dall’inizio dell’anno 2018 in seguito alla collaborazione instaurata con Easy Holidays (www.easyholidays.it). Easy Holidays srl è una startup operante da diversi anni in campo turistico; l’assonanza di modalità operative e di vedute sul futuro del turismo era tanto forte da inserire all’interno del sito una sezione riguardante i soggiorni linguistici,  http://easyholidays.it/soggiorni-linguistici-in-italia/. La pagina progetto permette all’utente di trovare tutte le informazioni relative al progetto, i nominativi degli “amici di Italian family hospitality”, le diverse possibilità di soggiorno linguistico e culturale, le modalità di adesione e di prenotazione, ma soprattutto inserire la propria richiesta di soggiorno e ottenere delle risposte in tempi brevi.
Non ci sono sponsorizzazioni, ma ci sono collaborazioni con enti, scuole, associazioni che condividono lo spirito del progetto e che contribuiscono a promuoverne l’attività.

L’Idea: Che cosa deve fare la persona interessata per ottenere più informazioni?
Martino Gulino: Chi è interessato può accedere al sito web http://easyholidays.it/soggiorni-linguistici-in-italia/, alla pagina facebook Italianfamilyhospitality inserire la sua richiesta di soggiorno linguistico ed inviarla. La sua richiesta verrà inviata alle strutture aderenti che sottoporranno le loro offerte direttamente all’utente.
Per info: italianfamilyhospitality@gmail.com

I Promessi Sposi In Poesia Napoletana Di Raffaele Pisani [L’IDEA Magazine]

di Tiziano Thomas Dossena (dalla presentazione avvenuta l’11 marzo 2018)

Raffaele Pisani

Nel lontano 1840 fu pubblicato un romanzo che è diventato un riferimento fondamentale della letteratura italiana: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Ben 140 anni dopo, un poeta napoletano decise di rivistare questo romanzo e e di creare un nuovo prodotto letterario che fosse un omaggio a Manzoni e ai Promessi Sposi ma anche un libro di poesie napoletane.

Come è possibile? direte voi. I Promessi Sposi in poesia napoletana?  Raffaele Pisani, autore di più di venti libri ed innumerevoli articoli, decise di estrarre da ogni capitolo del romanzo una particolare scena, una situazione che poi lui ha ricostruito descrivendola in una poesia in lingua partenopea.

Una piccola parentesi: La chiamo lingua perchè l’Unesco l’ha scelta come patrimonio per l’intera umanità e l’ha definita così, lingua napoletana.
Il napoletano è secondo, in Italia, soltanto alla lingua ufficiale, l’italiano, per diffusione sull’intero territorio nazionale.

Ritorniamo a noi e a questo interessantissimo libro… Pisani, ottimo poeta ha costruito una serie di poesie che descrivono situazioni e personaggi dei Promessi Sposi.

Ciò che succede è che, nonostante il poeta non cerchi di ambientare a Napoli questa storia, l’effetto dell’uso del napoletano è quello di farci sentire più vicini a quella stupenda città, ma principalmente modifica i personaggi rendendoli più partenopei, ancor più drammatici, se questo è possibile, dei personaggi originali, ma certamente più vicini a noi, più comprensibili nelle loro pecche, nei loro dubbi, nelle loro azioni, perche il napoletano ha in sè un altro sapore dell’italiano, un sapore piu immediato, più genuino.

Questo ottimo libro nacque quindi circa trent’anni fa. Tutte le copie furono vendute. Questo si ripetè nel 2013.

Per citare le parole di una canzone napoletana: Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato… e il libro non lo poteva più leggere nessuno, specialmente noi italiani che viviamo in America.

Ecco allora che Idea Press decise di contattare l’autore e di ristampare questo libro, dandogli una distribuzione internazionale che permette agli italiani di tutto il mondo di acquistarlo e leggerlo. Abbiamo inoltre arricchito ogni capitolo con i disegni originali di Francesco Gonin, illustrazioni che appartengono all’edizione originale del libro del 1840.

La rinascita in veste internazionale ed illustrata di questo libro è stata possibile anche grazie al supporto della Federazione delle Associazioni Campane negli Stati Uniti…