Grande Successo Della Mostra FAIRY TALES FROM VERCELLI Di Lella Beretta.

di Tiziano Thomas Dossena

Il 17 dicembre prossimo chiude la mostra Fairy Tales from Vercellli, dell’artista/fotografa Lella Beretta, che dal 10 novembre scorso ha attirato l’attenzione del pubblico vercellese e della stampa in modo eccezionale. Questa mostra è per l’artista un “sogno realizzato”, essendo Vercelli la sua amata città “nella quale è nata, vissuta e ha lavorato per quasi quarant’anni”.

Lella e` un EFIAP Gold Eccellenza della Federazione Internazionale dell’Arte Fotografica, prima donna in Italia ad aver ottenuto questo livello. FairyTales è un vero e proprio mondo alternativo , un inno alla Bellezza, alla Leggerezza e al Colore. La Natura con le sue magiche stagioni, l’Arte architettonica del passato con le sue atmosfere rarefatte creano il fondale perfetto per le FairyTales di Lella Beretta. Le Fairies sono Donne sospese tra la Realtà e la Fantasia, Fate contemporanee, leggiadre vestite di soffici e vaporosi tulle colorati.. Sono figure armoniose e positive.. La “speranza” di un futuro migliore…

In una nostra precedente intervista, l’artista ha dichiarato:

“I soggetti che preferisco fotografare sono quelli che mi provocano una grande carica emotiva, la “Figura Umana”, però, è  al centro della mia  “Fotografia”. Adoro fotografare bambini, donne, vecchi, mai rubati in maniera reportistica,, ma raccontati accuratamente e intimamente attraverso il loro  volto, i loro occhi e soprattutto l’ambiente spesso bucolico e contadino in cui vivono. Oppure amo riprodurre la mia immaginazione fantasiosa.. In tal caso le Donne, bellissime e un po’ rinascimentali sono protagoniste di un “mondo” che sembra non esistere più, armonioso, magnifico, ma che invece esiste e ci circonda, e noi lo guardiamo  senza però “vederlo”. La Fairy Tales Collection è proprio questa mia ricerca artistica di una “Bellezza senza Tempo”.

 

Le immagini della mostra spiegano da sè lo scopo del messaggio artistico, ma i due video filmati da VercelliWebTV danno oltremodo una completa presentazione di quello che la mostra offre e di quello che l’artista voleva presentare al pubblico.

Cliccate l’immagine per accedere al primo video:

 L’artista/fotografa Lella Beretta ci ha rivelato:

…E questo è l ‘EPILOGO più bello che potesse capitare alla Mostra FairyTales from Vercelli.
Dei trenta quadri considerati vere “Opere d Arte”, venti saranno venduti in un Asta Benefica dai Lions per un bellissimo progetto,
L’acquisto di un cane guida che possa accompagnare Veronica nelle sue camminate non avendo avuto la fortuna di poter vedere coi suoi occhi tutto ciò che intorno a noi ci stupisce quotidianamente per la gran “Bellezza”…
Sono felice che tutte le “Meraviglie”che io ho raccontato in queste immagini attraverso i miei occhi..possano aiutare chi questa fortuna non l’ha avuta…!
Le altre dieci resteranno in Comune ad abbellire ed emanare un po’ di Magia all interno delle sue varie sale ..
A domenica, quindi, per rendere ques’Asta benefica un vero “miracolo” di Generosità…

 

VercelliWebTV ha rilasciato un secondo video sulla mostra, con un’altra interessante intervista a Lella Beretta: “Una vera “eccellenza” Vercellese, ai vertici della fotografia mondiale, finalmente in una mostra personale a Vercelli. Nel video la prima parte è dedicata alla mostra, mentre la seconda è un percorso accompagnato dalla Maestra alla sua opera, alla sua arte, alla sua tecnica e alla sua filosofia”.
Imperdibili, sia la mostra che questo video:

Seguono altre immagini dalla mostra…

 

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Intervista Esclusiva All’Artista Bruno Pegoretti

Chevy 1100

di Tiziano Thomas Dossena

Tiziano Thomas Dossena e Bruno Pegoretti

Bruno Pegoretti stava sulla soglia della propria galleria nel centro di San José del Cabo, nello stato di Baja California Sur, in Messico. Aveva appena intavolato una conversazione con l’amico artista Piero Milani, che esponeva nella galleria a fianco, quando lo interruppi parlando in italiano, fatto che lo sorprese alquanto. Da quel momento mi trovai ammaliato dalle sue spiegazioni sull’arte in generale e sulle sue opere in particolare. Sarei potuto stare tutta la sera ad ascoltarlo. Ammirai i suoi quadri che sprizzavano di spontaneità e di colore, ma anche di qualcos’altro, quasi intangibile ma certamente captabile immediatamente anche dall’occhio non esperto: le sue opere ti passavano una certa sensazione di entusiasmo, di voglia di vivere, di positività che normalmente provi quando ti trovi davanti ad un tramonto di quelli giusti oppure ad un giorno nel quale l’azzurro del cielo è così intenso da poterti assorbire l’anima… Insomma, i suoi quadri avevano il potere di influenzare l’umore dell’osservatore, e questo è certamente una prova della validità e sensibilità artistica di Pegoretti. Dopo aver chiacchierato a lungo, l’artista mi ha concesso di intervistarlo ufficialmente per la nostra rivista…

Chevy Cameo

L’IDEA: Nell’esaminare i tuoi dipinti è evidente che ci sono due pittori, quello verista o figurativo e quello concettuale. A proposito di queste tue due versioni espressive, avrei delle domande.
Nei tuoi quadri veristi di ultima produzione, che certamente lo sono pur ritenendo una tua individualità espressiva sempre riconoscibile, ho notato che in un certo qual modo la tua presenza a Cabo San Lucas ha influenzato il prodotto finale, nel senso che i quadri non solo si adattano all’ambiente messicano, ma sembrano essere il prodotto di un artista che ha sempre vissuto in quella terra calda ed assolata.  Secondo te, quanto ha influenzato la tua produzione artistica vivere in Messico, in questa stupenda cornice ambientale?
Bruno Pegoretti: Sono sempre stato amante del colore, e del colore puro, al punto che non uso la tavolozza: la tavolozza è il quadro dove stendo e accosto colori puri. Il Messico è colore ed io ogni giorno ne sono pervaso. Questa magnifica confusione cromatica può non avermi influenzato?

L’IDEA: È evidente, sia al primo contatto visivo sia dopo aver letto la tua biografia d altri articoli su di te che le tue opere di personaggi diomorfici sono parziamente condizionate dalla tua ammirazione per l’artista rinascimentale Giuseppe Arcimboldo. Che cosa rappresentano per te questi dipinti? Sono solo delle ‘eccezioni’ nella tua produzione artistica oppure solo state delle necessità espressive?  Che cosa volevi raccontare con “Alfred” , “Francis” e “Nora”, per esempio?
Bruno Pegoretti: Lo ammetto, mi sono fatto piacevolmente ispirare dalle teste composte di Giuseppe Arcimboldo, che ho avuto il privilegio di ammirare a Vienna, Praga e in altri musei mitteleuropei. Se posso azzardare una differenza tra le sue cose e le mie, essa sta nel fatto che Arcimboldo, per esempio nell’allegoria della Primavera, univa tutta una serie di elementi  primaverili (foglie, fiori in boccio, petali…) per creare una sorta di iperprimavera.
Nelle mie figure, riconoscendo e ringraziando il vecchio Giuseppe, cerco di unire elementi meccanici e organici per arrivare alla definizione di un uomo, un uomo nuovo, di là da venire, oltre le guerre e le paci, una sorta di creatura bionica, futura ma non troppo. Chiunque di noi s’è operato di cataratta, ad esempio, vede il mondo
attraverso due palline di silicone, e così per un’artroprotesi, per una valvola cardiaca, per la realtà aumentata o per una semplice carie otturata. Siamo dei cyborg.

Francis

Io li spingo un po’ e saltano fuori quelle cose strane che hai visto, ma siamo già noi, solo più estremizzati. Saremo, comunque, almeno nella mia testa, delle brave persone, anzi, delle persone migliori.

Cactus on blue background

L’IDEA: Abbiamo notato che esponi in tutto il mondo e che sei molto conosciuto sia qui in Messico sia negli USA.Che cosa ci si può aspettare dall’artista Bruno Pegoretti nei prossimi anni? Hai progetti importanti e/o artisticamente innovativi in cantiere?
Bruno Pegoretti: Non aspettatavi nulla, se non il procedere quotidiano di una pratica che, grazie agli dei, non impigrisce mai, anzi scopre nuove, magari minime cose, ogni giorno. La scoperta è uno dei tanti privilegi che la pittura ti concede.

Tecate

Pelican

L’IDEA: Tua moglie Jill, californiana, ti ha aiutato a fare il salto dalle tue attività precedentia quelle di artista a tempo pieno; una musa, quindi, per la tua arte. È un’artista anche lei? Ti aiuta anche nell’amministrazione della galleria?
Bruno Pegoretti: Si dice che dietro un grande uomo si nasconda una grande donna. Io sono un piccolo uomo, ma Jill è grande. Se ho un dubbio sul come fare qualcosa: “Che colore vedresti come sfondo? Secondo te qual è il prossimo quadro che devo fare? Qua ci metteresti più azzurro?”, Jill ha sempre la risposta e, credimi, è quella giusta.

Prawns

L’IDEA: Tu passi una buona parte della tua vita all’estero (negli USA ed in Messico). Che cosa ti manca di più dell’Italia quando ne sei lontano? Stai anche tu soffrendo la “sindrome dell’emigrato” per cui quando sei fuori dalla tua nazione la Madre Patria ti appare ancora più bella (e bella lo è, indiscutibilmente) ed ospitale?
Bruno Pegoretti: Amo l’Italia e talvolta ne ho nostalgia, ma questo sole che brilla e non si stanca mai, mi cattura: come non potrebbe? E l’Oceano, le palme, i cactus, tutto mi conduce verso una diversità intrigante, tanto diversa dalla nostra quanto affascinante nella sua scoperta.

 

Informazioni sull’artista si possono trovare sul sito brunopegoretti.com

Ford F-100

Three red snappers

Ambassador

Big pig

Anchovies

Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, La Scuola Russa Tra Romanticismo E Innovazione.

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Una monografia che diventerà sicuramente un prezioso libro di riferimento e consultazione per gli studenti di musica, e di piacevole lettura per gli appassionati, Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione è in realtà molto di più, offrendo al lettore che ama scoprire i lati nascosti dei grandi personaggi storici o culturali ‘chicche’ piacevolmente sorprendenti su questo pianista-compositore che molto spesso è conosciuto, erroneamente, per la sua ombrosità. Salvatore Margarone riesce difatti a presentare un ritratto poliedrico di questo genio musicale che non può non affascinare il lettore. Lo fa senza perdere il riferimento storico musicale, necessario strumento d’informazione per i lettori del settore, e riesce a presentare interi capitoli che parlano delle creazioni musicali di Rachmninov con un linguaggio di compromesso, cioè mirato ad istruire senza però mai diventare troppo didattico o tecnico da emarginare il lettore comune, che di preparazione musicale e di conoscenza delle varie tecniche compositive ne sa poco o niente. È questo un pregio che ben pochi dimostrano in questo settore di pubblicazione, dove molto spesso il linguaggio accademico riesce a confondere anche i lettori esperti e diventa un mattone difficile da digerire.

Rachmaninov

L’opera di Margarone comprende vari capitoli sulla vita e le disavventure di Rachmaninov, dalla nascita agli esordi a soli sedici anni nel 1888 fino ai grandi successi e alla morte nel 1943. In questi, l’autore intercala un ottimo capitolo sul sinfonismo in Russia tra il 1850 e il 1914 che permette di capire l’inserimento di questo compositore nella società musicale russa di quei tempi. È proprio in questi capitoli sulla sua vita che Margarone eccelle nel presentarci il “vero” Rachmaninov, genio a volte incompreso, disciplinato, romantico, preoccupato delle critiche alle sue opere al punto di non voler più comporre, assorbito alla fine dalle sue attività di pianista che faranno ridurre, per necessità, quelle di compositore; un uomo, quindi, molto più complesso e simpatico di quello che la stampa ha dipinto nel passato.

I capitoli sulle sue composizioni sono vari, ben distribuiti, istruttivi, e chiaramente esaustivi, anche se relativamente brevi. C’è anche un capitolo a titolo Rachmaninov e Skrjabin: due talenti a confronto, un’interessante storia delle loro somiglianze e differenze sia di personalità sia delle loro composizioni musicali, che di diritto apparterrebbe nella sezione sulla vita, con un piacevole aneddoto finale che mostra il perchè molto spesso Rachmaninov era considerato ombroso, e un capitolo sul nazionalismo in musica che parla delle varie scuole nazionali musicali in Russia, Norvegia, Finlandia, Cecoslovacchia, Spagna, Ungheria, Inghilterra e Italia, complementare a quello sul sinfonismo, che permette di comprendere in quale substrato musicale il genio di Rachmaninov germogliò. L’elenco delle sue opere completa l’opera.

Una monografia, quindi, ben strutturata e ricercata che otterrà indubbiamente il successo che si merita.

The French Connection: Oldies But Goodies Movie In Yonkers With Real Stars

Article by Tiziano Thomas Dossena

On November 14, Alamo Theaters in Yonkers presented, on the 45th anniversary of its release, the Oscar winning film The French Connection, which played to a large audience of enthusiasts, a rather unusual occurrence for a Monday night. The reason for the large crowd was also the presence of Randy Jurgensen, an actor and Police consultant for the movie.

french_randy-512x252The spectators were not disappointed. After the experience of viewing this wonderfully directed film, which offers a realistic and endless car chase among the many thrills, Mr. Jurgensen, a retired police detective, spoke about the little known unusual features of this movie. Some of these will surprise the reader as much they surprised me.french_connection-512x718

In a scene in which drug dealers are making a purchase, for example, the money in the briefcase is actually real money, or at least the visible bills are… The drug that is being tested by the dealer is real and there are no computer effects in the car chase; what you see is all real. The collisions, obviously, were staged, all but one, but when you see the car driving at 60 mph under the el and missing other cars by an inch or two, well, those were real stunts performed by Randy himself, except when Gene Hackman was visible in the car by the camera; in that case, Mr. Hackman was performing the stunt himself. Once, the famous actor hit a telephone pole and crashed the car; he was brought to the hospital for that incident… A subway train wreck was achieved by placing the two cars next to each other, backing one of them away from the other at high speed, film it and then reverse the film; simple, no?french1

In another scene, the detectives enter a bar full of apparent low lives; well, in reality most of them were real undercover cops and not actors. Would you have guessed it? The night club in which the duo goes to have a drink is the Copacabana and the performers are really the Three Degrees, and not some unknown act….

The music in the movie was purposely dissonant to raise the tension of the narrative, but there was no music whatsoever during the car chase and all you could hear was the sound of the car engines, the screeching of the tires, the bangs of the smash-ups, all 100% real sounds; no sounds were prepared in the editing booth.french2

Another interesting fact was that when acting in his scene, staged in a garage where towed cars were brought, Randy was told to just act as a cop who wanted to waste time, allowing the reassembly (or replacement) of a car which had been taken apart; be natural, that’s all! He did just that, and what came out was the only humorous scene of the movie! It was another great choice by the Director, William Friedkin.

Mr. Jurgensen also explained that he had strongly objected to the scene in which Eddie Egan (A.K.A. Jimmy ‘Popeye’ Doyle) shot the unarmed French killer in the back, because that would have been a murder, but the Director told him not to worry and reminded him that he was just a consultant and not the Director. At the opening of the movie, the audience stood up and cheered after that shooting scene, and at that time Mr. Friedkin told him playfully, “I told you so…”

img_0084Mr. Randy Jurgensen (third from left) and a group of retired detectives from the Bronx at the event.
Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

There were many other interesting facts that Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni (son of the producer and a producer himself for other movies with Mr. Jurgensen) offered to the excited public, but I will leave the reader with just one more: the movie was turned down by Movie Studios three times and it was finally when Twentieth Century Fox Film Corporation was practically bankrupt that they offered $2 Millions to start the production of the film, a mere small change left over after their enormous and disastrous financial loss with the historical movie Cleopatra; the movie at the end cost $32 Millions.

Watching the movie, with its hair raising scenes and frenetic rhythm, rediscovering visually in it the old ’70s New York, and also listening to the commentary by Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni was a tremendous, unmatchable experience, and I wish more of these anniversary film projections were undertaken with similar results. Certainly, knowing that in the real French Connection sting, $489.000 and plenty of drugs were recovered by Eddie Egan and Sonny Grosso, the two detectives in charge of the case, and meeting some of the heroes of that story made it even more rewarding.

A moment of the presentation

A moment of the presentation

“Il Giardino Delle Infinite Possibilità” di Alex Acquarone.

giardino4 Recensione di

Tiziano Thomas Dossena

Reminiscenze varie di altri libri vengono alla mente leggendo “Il Giardino delle Infinite Possibilità” di Alex Acquarone; “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry e “Il Profeta” di Kahil Gibran sono due di queste. Non che l’autore imiti lo stile o il contenuto di questi libri, anzi, tuttavia vi è sempre nello svolgersi della storia quella sensazione di voler passare al lettore un messaggio importante usando il meccanismo delle emozioni e della logica. Il tutto offerto in una magica e poetica narrazione. Come nel delizioso libro di Saint-Exupéry, le illustrazioni, anche se qui più limitate in numero, donano al libro una certa originalità e lo rendono più appetibile per i bimbi che lo volessero leggere.

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Un’apparizione, che si fa chiamare Blu, dà al protagonista lezioni di vita che sembrano come una serie di livelli emotivi dettati dall’esperienza, una lezione al giorno, e il bimbo applica queste lezioni nelle proprie attività, eventualmente scoprendo la loro veridicità. Il libro si conclude con un finale a sorpresa molto ingegnoso e simpatico, degno di lode.

Un libro pieno di tenerezza ma che a volte usa forse un linguaggio un tantino troppo da adulto, pur se consideriamo che il bimbo in causa è un tantino precoce e quindi è possibile che usi tale linguaggio, togliendo un poco quella naturalezza che l’autore ottiene in buona parte del libro, grazie ad uno stile scorrevole e naturale. È qui che forse Acquarone usa un approccio simile a quello di Gibran, forse più adatto o adattabile ad un adulto, pur ritenendo, proprio come ne “Il Profeta” un linguaggio poetico eccezionale. Sono convinto, inoltre, che molti adulti trarrebbero beneficio nel leggere questo libro se non altro per mettere a fuoco le proprie incertezze e rendersi conto delle molteplici possibilità che la vita ci offre.

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giardino_EnglishL’adulto che scelga questo libro per un bimbo, tenga presente che vi sono degli insegnamenti che toccano argomenti un poco delicati, nel senso che possono essere non accettabili o addirittura discutibili per chi non ha una mente aperta alla teologia orientale, e alla reincarnazione in particolare. A difesa dell’autore, “Blu” ripete molte volte che le risposte che lui offre sono solo delle possibilità e il bimbo può anche non accettare questi insegnamenti e crearsi idee diverse al proposito.

Un ottimo libro, quindi, ma con delle limitazioni legate alla filosofia di base, che ha chiari legami con il Buddismo e che può risultare un tantino differente da quella del giovane lettore medio italiano, e quindi creare un poco di confusione e la necessità di chiarificazioni da parte dell’adulto.

Nota: Esiste già una versione in inglese del libro per chi fosse interessato…

Il Numero 100 De “La Vallisa”: Una Fantastica Avventura.

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Arrivare al numero 100 per una rivista di cultura è certamente oggidì una rarità. Che questa rivista abbia poi ritenuto i fondatori in corpo alla propria redazione è un’altra singolarità che mi ha incuriosito. Leggendo le varie poesie e i brevi saggi dei vari redattori sono rimasto colpito dalla varietà dei temi, della stilistica, dell’espressione di questi artisti della penna, e ho compreso la vera ragione della longevità di questa rivista. I poeti de La Vallisa sono più che una associazione, sono una famiglia, quasi una corporazione medievale che trova nel gusto del prodotto (in questo caso letterario) in sé la raison d’etre della loro esistenza, sono dei letterati che amano scrivere più di tutto e amano anche condividere con altri letterati i loro dubbi, i loro lavori e le gioie legate alla loro produzione letteraria. Sono dei poeti in profondità perché le loro poesie rispecchiano veramente i loro sentimenti e le loro devozioni, i loro desideri e le loro delusioni, ma anche perché amano la poesia in sé, anche quando non è la loro; sono, cioè, dei veri poeti. L’unico mio dispiacere è stato non comprendere appieno le poesie in pugliese (non potei capire di che città fosse il dialetto) nonostante la traduzione a piè pagina. In genere, le traduzioni dal dialetto, sfortunatamente, non contengono mai il vero ‘sapore’ della poesia originale e di conseguenza non possono avere sul lettore l’impatto che ha l’idiomatica dialettale. Per questa ragione condivido in parte le opinioni espresse da Domenico Amato nel suo saggio “Il dialetto, la lingua del cuore”, dove l’autore dichiara che “il dialetto ha una capacità di assonanza e di sintesi che la lingua ufficiale non possiede. Ha una lirica, una musicalità e una destrezza che l’idioma nazionale si sogna di notte…”. Anche l’idioma nazionale può avere quella musicalità e destrezza che il dialetto possiede, solo che il prodotto finale sarà sempre diverso, non migliore o peggiore, ma diverso, così come pezzi musicali di vari periodi hanno un fascino differente.  Il dialetto ci riporta alle nostre origini, alle nostre radici e ci permette di comunicare con più semplicità ed immediatezza i nostri pensieri, ritenendo una sua freschezza unica che perderebbe molto in traduzione. Il dialetto è, insomma, uno strumento diverso dalla lingua italiana e come tale deve essere trattato e rispettato.

Interessante il gemellaggio con i poeti serbi, dei quali parla Gianni Antonio Palumbo in un piacevole saggio (“LA VALLISA” E LE VOCI DELLA LETTERATURA SERBA) all’inizio di questo particolare numero, un saggio consistente che ripercorre sia il rapporto tra La Vallisa e i poeti serbi sia la produzione letteraria di questi poeti.

LA VALLISA (1)

Ogni altro componente del comitato di redazione ha voluto scrivere una specie di capitolo di un “Manifesto de La Vallisa”, offrendo in un breve saggio una visione personale e intima della relazione tra loro, la poesia e La Vallisa. Da ciò nasce un vero e proprio manifesto, nel quale possiamo trovare i legami della poesia con vari aspetti del mondo esterno e con varie emozioni e vedute su ciò che stimola il poeta a scrivere, e con questo gesto condividere i propri sentimenti, atto che porta ad un rapporto intimo tra il lettore ed il poeta. Nonostante tutti questi scritti siano validi e piacevoli, quanto vari nella loro impostazione, alcuni di questi mirano di più ad essere commemorativi che non altro, mentre altri spiegano la poesia come messaggio. Ed è qui che troviamo, per esempio, la “Poesia come ricerca del Sacro” di Giulia Poli Disanto, che esalta la spiritualità della poesia, asserendo: “La ricerca della verità al di là delle cose, inserita all’interno di una intensa ispirazione religiosa, dà alla realtà una carica misteriosa che induce il poeta ad osare. E la poesia, in quanto manifestazione dello spirito, canta la vita nel bene e nel male e traccia quel confine che separa la realtà quotidiana dall’oltre sognato”. Altro saggio che esamina un aspetto della poesia e contemporaneamente della loro associazione è “La scrittura come sentimento che unisce” di Angela De Leo, che afferma: “Ci conosciamo in quello che scriviamo anche al di là di divergenze di vedute, di discordanti interpretazioni, di valutazioni su meriti o limiti letterari e umani di ciascuno. Perché ogni successo dell’altro diventa nostro. Ogni sofferenza è dolore di noi tutti. Perché ci anima e sorride il “sogno”: scrivere per amore e con amore sulla “nostra “rivista”.

Interessante pure “…ed io leggo, anche ad alta voce” di Zaccaria Gallo, nel quale l’autore afferma che è “facile assistere, allora, ad una sorta di analfabetismo poetico” e che “offrire poesia è un atto d’amore e, nello stesso tempo, è imparare, tutte le volte, a stupirsi della grandissima forza emotiva che hanno le parole: conoscere, e riconoscere, poeti noti e dimenticati o sconosciuti, prendere coscienza che questo viaggio, esteriore e interiore, porta chi legge e chi ascolta verso le terre della meraviglia, della bellezza, del mistero. Che grande energia si sviluppa dalla parola poetica detta ad alta voce!”

Le molte poesie che seguono offrono una reale panoramica della eterogeneità di questo gruppo di letterati; si passa dalle poesie ermetiche di quattro righe ai poemi di lungo respiro, dalle tematiche d’amore a quelle esistenziali, dal linguaggio semplice e diretto a quello complesso e volutamente “intellettuale”; insomma, una vera antologia rappresentativa di questa associazione, ottima per la scelta delle poesie, delle quali ne pubblichiamo una del poeta Gianni Antonio Palumbo per i nostri lettori per la sua immediatezza descrittiva.

DISTONIA

Per te, che sognavi cavalli e regine,

il mondo era un lontano

specchio stonato.

Come una campana

che abbia suonato tardi il giorno.

E si ostina

a rintoccare

nel silenzio.

Concludendo, questa rivista ha superato un traguardo invidiabile e merita di essere letta e conosciuta dal grande pubblico. Da parte mia e della nostra rivista ci congratuliamo con tutti i membri di tale associazione e porgiamo un cordiale augurio di buona continuazione.

NUVOLE PER COLAZIONE, Un Libro Che Stimola La Fantasia Dei Bimbi…

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NUVOLE PER COLAZIONE, scritto da Laura Eisen ed illustrato da Kent Cissna.

nuvole1Con un linguaggio simpatico e mirato ai più giovani, Laura Eisen presnta una storia semplice e allo stesso tempo accattivante, che certamente sarà apprezzata sia dai bimbi sia dai loro genitori. Il concetto iniziale è di avere l’opportunità di mangiare nuvole a colazione. In realtà, avere nuvole a colazione rispecchia la fantasia umana al più essenziale. Chi di noi, difatti, non ha osservato le nuvole e immaginato di riconoscere personaggi delle favole oppure oggetti di tutti i giorni? Chi di noi non si è perso mai in queste fantasticherie? Elaborando su questa nozione, l’autrice ci presenta una vista poetica ed invitante di una giornata nella vita di un bimbo.

nuvole2Leggendo la storia ad un bambino, lui (o lei) si immedesimeranno immediatamente con la storia, come se fosse stata scritta esclusivamente per loro. I magnifici disegni, delicati e immaginativi, di Kent Cissna non solo aiutano, ma rinforzano l’idea della scrittrice, rendendo questo libro sia piacevole sia uile a chi voglia usarlo per stimolare la fantasia dei propri figli.

Altra opportunità importante è di avere il libro in lingua inglese (Clouds for Breakfast) e di permettere ai bimbi di leggere il libro nella lingua straniera dopo averlo letto nella lingua madre.

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