We The Italians: Il Successo Del Ponte Culturale Italia-USA. Un’intervista Esclusiva Con Umberto Mucci [L’IDEA MAGAZINE 2021]

We The Italians: il successo del ponte culturale Italia-USA. Un’intervista esclusiva con Umberto Mucci

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Umberto Mucci ha una laurea in Scienze Politiche con indirizzo Internazionale ed un Master in Marketing e Comunicazione. Fondatore e CEO di We the Italians, la piattaforma online con il più alto numero di contenuti tra Italia e Stati Uniti, Mucci è stato co-direttore di “èItalia for USA”, sezione dedicata all’Italia negli Stati Uniti all’interno della rivista èItalia.
È stato responsabile delle relazioni internazionali di Innovarte per la mostra “Loghi d’Italia – Testimonianze dell’arte di eccellere”, e a capo della sezione diplomatica della rivista “Romacapitale”. Ha tenuto lezioni presso il Centro Internazionale di Studi Accent sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti per studenti provenienti da Michigan State University, University of Minnesota e Santa Barbara City College. E’ stato relatore in numerosi eventi pubblici sia in Italia che negli Stati Uniti, e ha pubblicato libri sia in italiano che in inglese sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti.

Tiziano Thomas DossenaUmberto, quando e perché iniziò la tua avventura con “We the Italians”?
Umberto Mucci: Ho iniziato ad occuparmi di italiani all’estero grazie alla mia collaborazione con un giornale che si chiamava è Italia. Fu lì che conobbi il mondo degli italiani in America: mi occupavo della sezione di è Italia dedicata a loro, che si chiamava èItalia for USA. Ma il motivo per cui ho nel cuore gli italoamericani risale a molto prima: mio padre fu salvato dalla Quinta Armata americana durante la seconda guerra mondiale, e rimase molto amico con tre italoamericani che facevano parte di quelle truppe, e che parlavano italiano. Quei tre italoamericani erano i miei eroi, senza di loro mio padre sarebbe stato fucilato dai fascisti e io non sarei mai nato. Si chiamavano Eddie Gastaldo, Anthony Tiso e Sal Di Marco.

Tiziano Thomas DossenaPotresti parlarmi un po’ del sito di We the Italians?
Umberto Mucci: Il sito è il portale col maggior numero di contenuti tra Italia e Stati Uniti, quasi 60.000. È diviso in diverse sezioni.

Ci sono le news: ogni giorno aggreghiamo e promuoviamo 25 news che riguardano Italia e Stati Uniti, o cose positive riguardanti l’Italia. Sono quasi tutte in inglese, e divise per area territoriale e sottocategoria tematica.

Ci sono le mie interviste, ormai quasi 250, a personaggi che ogni volta mi raccontano storie e punti di vista relativi a un diverso argomento del rapporto tra Italia e Stati Uniti: le interviste poi vengono pubblicate in almanacchi annuali, nelle due lingue. I libri pubblicati sono già sette.

Ci sono gli articoli del magazine, gratuito e mensile, anche in versione pdf sfogliabile e acquistabile in copia cartacea: sono circa 15 rubriche in inglese sulle eccellenze italiane, ovvero cultura, storia, design, arte, paesaggi, giardini, vino, artigianato, cucina, innovazione, buone notizie, sport, spettacolo, lingua, sapori, tematiche giovanili e piccoli borghi.

C’è l’archivio più completo e geolocalizzato con più di 1.400 siti che rappresentano qualcosa di italiano negli Stati Uniti: associazioni, festival, fondazioni, dipartimenti che insegnano la nostra lingua, musei dell’emigrazione italiana, istituzioni italiane, filiali delle istituzioni italoamericane nazionali.

C’è la possibilità di iscriversi gratuitamente a una o anche tutte le nostre 9 newsletter mensili che vanno a più di 100.000 iscritti, una per ogni area nelle quali abbiamo diviso gli Stati Uniti: New York, East, New England, South East, Great Lakes, Midwest, South, West, California.

C’è lo spazio dedicato alla difesa di Cristoforo Colombo.

C’è lo spazio dedicato al fundraising che abbiamo organizzato quando è iniziata l’emergenza covid, a favore dell’Ospedale Spallanzani di Roma.

C’è lo spazio dedicato al nostro store virtuale, con più di 20 gadgets col nostro logo, molto apprezzati e acquistati soprattutto in America.
A breve apriremo tre nuovi spazi. Il primo sarà dedicato al nostro team, che cresce di mese in mese e al momento è formato da 30 persone tra cui gli autori degli articoli del magazine e i nostri rappresentanti in 16 diversi Stati americani e in 3 regioni italiane. Il secondo sarà dedicato alle partnership che stiamo siglando con fornitori di servizi che saranno dedicati ai nostri lettori italoamericani: i temi sui quali stiamo lavorando al momento, ma siamo aperti a qualsiasi argomento, sono study abroad, promozione culturale italiana in America, promozione commerciale di prodotti italiani, real estate, assistenza per richieste di cittadinanza italiana, turismo americano in Italia, servizi legali di vario tipo, brand reputation, investimenti americani in Italia. Il terzo nuovo spazio sarà dedicato a We the ItaliaNews, il video e audio podcast in lingua inglese sull’Italia che ormai è diventato un vero e proprio mini telegiornale

Tiziano Thomas DossenaTu hai fatto più di 200 interviste a vari personaggi, e le prime cento interviste sono state raccolte in un libro a titolo “We the Italians. Two flags, One heart. One hundred interviews about Italy and the US”. Quali sono i criteri di scelta dei personaggi?
Umberto Mucci: ti ringrazio per questa domanda, perché dietro la scelta delle persone da intervistare c’è una ricerca molto scrupolosa che mi rendo conto sia difficile da realizzare da fuori. Sin dall’inizio, e le prime interviste risalgono al 2012, quindi questo è il decimo anno, ho cercato di spaziare il più possibile mantenendo fermo come fil rouge il rapporto tra Italia e Stati Uniti. Cerco di alternare quanto più possibile uomini e donne, persone che vivono in Italia e altri che sono negli Stati Uniti, e tra di questi ultimi cerco di spaziare tra tutte le zone americane. Cerco di trovare argomenti del passato e del presente, tematici e territoriali, culturali e di altro tipo. Cerco di variare il più possibile, e di non fare mai un’intervista simile a qualsiasi altra mai fatta da me. Il lavoro dietro le quinte non è piccolo: parte dall’analisi degli argomenti e delle persone, poi c’è il contatto, lo studio per le domande, l’intervista, la trascrizione, l’invio del draft a chi è intervistato, perché pubblico solo il testo col suo ok; poi la traduzione nell’altra lingua, a seconda che io abbia fatto l’intervista in italiano o in inglese; e poi la pubblicazione e la promozione. Insomma, non è un’attività banale, ma sono molto fortunato, perché le interviste mi hanno permesso di conoscere persone e storie straordinarie, e di raccontarle sia in Italia che in America.

Tiziano Thomas Dossena: Ho visto che hai continuato a pubblicare in vari libri annuali le tue interviste… 
Umberto Mucci: Si, come dicevo ogni anno dal 2016 esce lo Yearbook, ovvero l’almanacco con le interviste in due lingue pubblicate l’anno precedente. Sono anche in versione e-book. I primi due libri invece contengono le 100 più importanti interviste pubblicate in inglese prima del 2016, il primo; e una selezione delle migliori 50 pubblicate nello stesso periodo, ma in italiano, il secondo.
Ho presentato questi libri in una dozzina di eventi in Italia, e 25 negli Stati Uniti. Ed è stato sempre molto bello raccontare aneddoti e vicende, storie ed eccellenze che riguardano alcuni ambiti del rapporto tra Italia e Stati Uniti. Ricordo una volta ad Albuquerque, in New Mexico, quando al momento di firmare i libri che il pubblico aveva acquistato mi si avvicina una signora di una certa età, in lacrime. Io chiedo che succede, se ha bisogno di aiuto. E in un italiano un po’ incerto ma comprensibilissimo, mi dice di essere americana ma di origini italiane, radici di cui va molto orgogliosa. Piange di gioia perché l’Italia non dedica molto tempo e spazio alla comunità italiana laggiù, a parte avere una bravissima console onoraria che era lì con noi. E si è commossa perché è arrivato uno da Roma ad omaggiare loro e a raccontare a loro, italoamericani, cose sugli italoamericani che loro non conoscevano. Le dico che il merito era dei miei intervistati, e la abbraccio. Mi sta ringraziando, ma le dico che sono io a ringraziare lei. È un momento difficile da dimenticare.
È importante che questi libri siano anche in italiano. Qui in Italia c’è una grande ignoranza circa la comunità italoamericana, le sue storie, i suoi sacrifici, i suoi successi, e il suo enorme orgoglio delle radici italiane. Essere un po’ l’ambasciatore di questi temi mi rende molto felice. L’Italia avrebbe diverse cose da imparare dagli italoamericani.

Tiziano Thomas DossenaQuali furono le interviste nelle quali il personaggio ti sorprese di più con le sue risposte?
Umberto Mucci: Direi che quasi sempre rimango stupito di qualcosa. Ne cito brevemente 5.
Thomas Gambino, italiano alle Hawaii, mi ha raccontato di Henry Ginaca, siciliano (come Thomas) che si ritrovò a inizio dello scorso secolo proprio alle Hawaii, e gli portarono una fetta di ananas. Henry non l’aveva mai visto o assaggiato: incuriosito, chiese di vedere il frutto intero, e quando gli portarono un ananas intero inventò uno strumento artigianale per tagliarne le fette in automatico senza sprecarne la polpa. Le Hawaii divennero l’unico esportatore di ananas al mondo e il suo PIL schizzò in alto.
La fantastica storia di Anna Tornello, sergente di polizia in Connecticut, master in psicologia industriale, addestrata con l’FBI per diventare negoziatore di ostaggi e… cantante d’opera.
Giovanni Zoppè, direttore dell’unico circo italiano d’America, da generazioni e centinaia di anni gestito dalla sua famiglia, che mi ha raccontato quanto la cultura italiana della commedia abbia a che fare con l’arte circense e come il suo ruolo di clown sia più importante di quanto si potrebbe pensare.
Gerald Gems, scrittore di sport che mi ha svelato la storia di Margaret Gisolo, italoamericana talmente talentuosa da aver vinto un campionato di stato di Baseball con la squadra maschile, provocando una protesta che – nel 1928! – divenne di portata nazionale, riguardante la possibilità per le ragazze di giocare nei campionati maschili.
Renato Cantore mi ha parlato di Rocco Petrone, eccezionale italoamericano di origini umilissime, laureato a West Point, campione di Football americano e poi scienziato, ma non uno scienziato qualunque: il Direttore delle operazioni di lancio dell’Apollo 11, l’uomo a cui si affidò la NASA per fare quelle “cose difficili” che purtroppo JFK non poté mai vedere realizzate.

Tiziano Thomas DossenaQuale fu l’intervista che ti emozionò di più e perché?
Umberto Mucci: È difficile rispondere a questa domanda. Forse quella a Samuel Alito, Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. Siamo l’unica testata italiana con sede qui in Italia ad averlo intervistato. Ma ogni intervista che pubblico è un dono per me, il tempo che queste persone mi dedicano non è scontato e io sono grato a ognuno di loro.

Tiziano Thomas DossenaQual è la ragione dell’esistenza di un Magazine online, di un sito Web e anche di una Newsletter? Che differenza c’è fra i tre prodotti?
Umberto Mucci: Il magazine ha contenuti descrittivi e quasi mai legati all’attualità quotidiana, essendo un mensile; parla solo di Italia (tranne le interviste e una sola rubrica che si chiama IT and US) e racconta l’eccellenza italiana.
Il sito è un collettore di contenuti diversi tra di loro, anche se con il fil rouge dei rapporti tra Italia e Stati Uniti: è la nostra vetrina, e a breve diventerà anche una sorta di centro commerciale virtuale nel quale proporre ai nostri lettori opportunità di servizi e prodotti per loro interessanti.
La newsletter è il modo per raggiungere i nostri lettori tramite email e farci vivi in modalità “push”, e contiene la copertina del magazine e 9 news come preview di tutte quelle inserite nel mese di riferimento.

Tiziano Thomas DossenaDall’inizio del lockdown hai anche creato su YouTube un podcast a titolo “WetheItaliaNews”. Che cosa ti ha spinto a farlo e qual è lo scopo del podcast?
Umberto Mucci: Era il secondo giorno di lockdown qui in Italia. Avevo appena partecipato ad una trasmissione con una radio della Louisiana, e mi ero reso conto che in America non capivano cosa stesse succedendo in Italia. Era esattamente quello che capitava a noi qualche settimana prima, quando guardavamo le immagini della Cina. Per cui sapevo che gli italoamericani volevano sapere del loro Paese di origine, ma anche che non erano preparati al fatto che, inevitabilmente, il virus sarebbe arrivato anche da loro. Ero chiuso in casa, la cosa migliore che potessi fare era vincere la mia naturale ritrosia a mettermi davanti a una telecamera, e raccontare cosa stava accadendo. Mi sono buttato, forzando la mia natura. Fu molto apprezzato.
Iniziai facendo un video al giorno, e cominciarono ad essere visti sulle diverse piattaforme da un migliaio di persone ogni puntata. Iniziarono ad arrivare domande e timori: io non volevo essere apocalittico, né portatore di sventura, ma sapevo che sarebbe arrivato anche a loro e raccontare cosa vivevamo noi era il modo migliore per prepararli. E così fu.
Alla fine del lockdown italiano, a maggio, decisi di cambiare la frequenza e fare un video ogni due giorni, il lunedì, mercoledì e venerdì. E iniziai a caricare anche l’audio su un podcast audio, che è uno strumento che ha molto successo. Abbiamo già prodotto più di 180 video.
Oggi il podcast è parte fondamentale di quello che fa We the Italians. È una fatica enorme, perché è di fatto un telegiornale di circa 8/10 minuti in cui faccio tutto io. Forse troverò il modo di avere qualcun altro che mi affianca o mi sostituisce stando davanti alla telecamera. Certamente la produzione dei contenuti rimarrà mia responsabilità. Parlo di Italia sotto diversi profili, cerco di alternare notizie non belle ad altre positive, e cerco di non parlare di politica: con la crisi di governo è stato impossibile evitare di accennare a cosa succede, ma mi sono posto come regola che le mie idee non influenzino i video, e credo – e spero – di esserci riuscito. Mi costa tanto dover dare brutte notizie, quando ci sono: amo l’Italia e vorrei dare solo notizie positive. Ma non sarei fedele allo spirito con cui ho iniziato a fare i video.

Tiziano Thomas DossenaUsi anche molto il social media. In che programmi sei presente? Quali sono i riscontri in questo caso?
Umberto Mucci: Quello dei social media è un mondo in grande evoluzione. Abbiamo iniziato con Facebook, dove abbiamo quasi 50.000 like sulla nostra pagina. Siamo anche su Twitter e Instagram, dove abbiamo da poco implementato una nuova strategia che inizia a dare i suoi frutti. Siamo anche su LinkedIn, dove abbiamo un gruppo con 1.200 persone, quasi tutte italoamericane. E c’è il canale YouTube, dove ci sono i video di We the ItaliaNews più altri riguardanti alcuni nostri eventi e altri relativi al fundraising. E poi abbiamo aperto un account su Tik Tok, ma è ancora vuoto perché stiamo cercando qualcuno che se ne occupi: all’inizio lo avevo sottovalutato, ma penso che invece abbia molte potenzialità.
Io modero tutti i contenuti, e a volte non è facile. Su tutti i nostri social diamo il benvenuto a contributi e idee di tutti, con un’unica regola, valida per tutti e inderogabile: non c’è spazio per insulti, parolacce e volgarità. Chi si comporta così è fuori, i nostri social sono uno spazio sicuro dove ci può essere una discussione ma mai insulti. A volte si fa una grandissima fatica, c’è tanta gente davvero molto arrabbiata, volgare e ignorante lì fuori, e noi non li vogliamo nei nostri spazi, comunque la pensino.

Tiziano Thomas DossenaDurante il lockdown, hai anche attivato una raccolta fondi per aiutare l’Italia…
Umberto Mucci: Sì, andiamo molto fieri di questo fundraising a favore dell’Ospedale Spallanzani, il centro italiano più importante dedicato alla lotta contro le malattie infettive: un grande successo, perché per la prima volta sono stati raccolti fondi in una situazione di emergenza in cui l’emergenza riguardava non solo noi italiani, ma anche i donatori italoamericani, che ci hanno permesso di raccogliere più di 53.000 €, tutti donati allo Spallanzani. È lì che hanno isolato il virus per la prima volta in Europa, è lì che un anno fa furono ricoverati e curati i due turisti cinesi in Italia che furono i primi due a cui fu diagnosticata la positività in Italia, è lì che stanno lavorando al vaccino tutto italiano che avremo in estate.

Tiziano Thomas DossenaHai anche una sezione nel sito dedicata alla difesa di Cristoforo Colombo. Puoi parlarcene un po’?
Umberto Mucci: Lo spazio dedicato alla difesa di Cristoforo Colombo ha diverse importanti sezioni. C’è l’archivio di tutte le news promosse su questo argomento, più di 1.600. C’è la pubblicazione della gazzetta ufficiale che sancisce che dal 2004 ogni 12 Ottobre in Italia è la «Giornata nazionale di Cristoforo Colombo», e la sua traduzione in inglese. C’è il manifesto a difesa di Colombo che invito tutti i vostri lettori a firmare. C’è il video del primo Columbus Day Online che abbiamo fatto lo scorso Ottobre con la partecipazione di 50 leader italoamericani da 20 dei 50 Stati americani, un evento mai fatto prima, che ha contenuto anche il bellissimo documentario “Cristoforo Colombo – L’Uomo, il viaggio, il mito” realizzato da Lorenzo Zeppa con la partecipazione di Antonio Musarra e Giacomo Montanari.
La difesa di Colombo è l’unico tema sul quale We the Italians è ufficialmente e convintamente schierata. Siamo gli italiani che vivono in Italia e difendono un grande italiano da attacchi sciocchi, oltraggiosi, antistorici e ignoranti, che colpiscono lui e insieme gli italoamericani, e di riflesso l’Italia. Purtroppo, e questo è grave e sbagliato, l’Italia non fa nulla per difenderlo, e sia lui che gli italoamericani meriterebbero molto meglio. Non ci arrenderemo mai all’idea che qualcuno condanni un pioniere del XV secolo, l’autore della più grande impresa della storia dell’uomo, giudicandolo scioccamente con i parametri del XXI secolo. Non ci arrenderemo mai all’idea che qualcuno voglia obbligare gli italoamericani, per di più con l’alibi di portare rispetto ad un altro gruppo etnico, a rinunciare al simbolo che si sono scelti. Non ci arrenderemo mai all’idea che la violenza contro la verità e contro le statue che sono molto di più di un pezzo di marmo passi sotto silenzio per omaggio al politicamente corretto. Non ci arrenderemo mai all’idea che il bersaglio del Ku Klux Klan di 100 anni fa, attaccato dai razzisti perché rappresentava la libertà religiosa e il positivo contributo degli immigrati, oggi sia fatto passare incredibilmente per un simbolo di razzismo.

Tiziano Thomas DossenaTu sei tra i fondatori e sei stato anche Segretario Generale della Fondazione Roma Europea per ben sette anni. Qual è lo scopo di tale Fondazione e quali sono stati i tuoi compiti in tale posizione?
Umberto Mucci: Roma Europea è stata un bellissimo sogno di fare quello che forse sta succedendo oggi in Italia: migliorare la nostra comunità aumentandone il suo profilo europeo. Le ho dedicato tanti anni, ho imparato molto, poi sono passato a fare altro. Ma il sogno europeo rimane vivo e oggi riguarda non solo Roma ma tutta l’Italia.

Tiziano Thomas DossenaHai pubblicato molti libri, tutti però mi pare che abbiano come tematica le tue interviste. Hai intenzione di allargare le tue mire come autore e di pubblicare anche qualche altro tipo di libro, vedi saggistica o magari anche un romanzo?
Umberto Mucci: Romanzi no, e gli almanacchi con le interviste continueranno. Ma c’è l’idea di farne uno diverso, insieme ad altri, nella versione italiana e in quella inglese. Stiamo parlando, speriamo vada in porto, ci terrei molto. Per ora non posso dire di più.

Tiziano Thomas DossenaChiaramente sei molto occupato con tutte queste attività, ma invece di chiederti dove trovi il tempo per arrivare a tutto, che sarebbe forse più logico, mi permetto di chiederti se hai altri progetti in lavorazione, dato che generalmente chi è molto occupato trova sempre qualche cosa d’altro da fare…
Umberto Mucci: Bè, c’è il progetto di far diventare We the Italians molto più di quello che è ora. Avevamo dedicato molto tempo alla stesura di un business plan e a febbraio 2020 eravamo pronti a incontrare alcuni investitori: ma un business plan pre covid non ha senso oggi, e quindi solo parte di quello che c’era scritto è attuale. Abbiamo ripreso a lavorarci, ma oggi scrivere un business plan richiede capacità di previsione che le incertezze rendono quasi impossibili.

Tiziano Thomas DossenaSogni nel cassetto?
Umberto Mucci: Dormo poco e sogno ancora meno, ma ti rispondo così. Perché accada ci vogliono ancora diversi passaggi, tantissimo lavoro e un bel po’ di fortuna, ma vorrei che un giorno We the Italians arrivasse ad essere la risposta alla domanda “quale nome ti viene in mente se ti chiedo di descrivermi il modo migliore in cui l’Italia si promuove in America”? Ecco, allora, e solo allora, forse sarei soddisfatto…

Tiziano Thomas DossenaSe tu potessi incontrare qualsiasi personaggio della storia e far loro una domanda, chi sarebbe e che cosa chiederesti?
Umberto Mucci: Forse sarebbe proprio Cristoforo Colombo, e gli chiederei di rendersi conto che aveva scoperto il nuovo mondo: a quel punto oggi parleremmo degli Stati Uniti di Colombia e sarebbe più difficile vomitargli addosso le ingiustizie che purtroppo vediamo ogni giorno.

Tiziano Thomas DossenaUn messaggio per i nostri lettori?
Umberto Mucci: Li ringrazio, e con loro ringrazio anche te, Tiziano, e chiedo loro di continuare a seguire L’Idea Magazine, e quando hanno tempo, dopo, anche We the Italians.

Viola Manuela Ceccarini (ViVi), “l’italiana”. [Christopher Magazine, aprile 2019]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

{Come apparsa su Christopher , Febbraio 2019]

Milanese di nascita, Viola Manuela Ceccarini sta ottenendo un successo invidiabile nel mondo televisivo latino negli USA, dopo aver contribuito per vari canali televisivi internazionali in italiano. Giornalista riconosciuta (è corrispondente per ben sei riviste, oltre a vari canali televisivi e radiofonici) Viola, anzi ViVi, come la identificano gli amici, copre tutti i premi internazionali (Grammys, Emmy, Oscar, eccetera) e presenta al pubblico una visuale tutta personale degli eventi. Parla un ottimo spagnolo con un leggero accento straniero che le ha meritato il nomignolo de “l’italiana” da parte del largo pubblico televisivo latino. ViVi è la vincitrice del premio “Young Female Entrepeneur of the Year” nella competizione internazionale Stevie® Awards for Women in Business. Ci siamo incontrati nel centro di Manhattan ed abbiamo fatto una bella chiacchierata.Viola Manuela Ceccarini

Vi Vi, potresti raccontare  ai nostri lettori come e perchè sei arrivata negli Stati Uniti?
Crescere in una delle capitali più influenti della moda a livello mondiale: Milano, mi ha ispirata a intraprendere una carriera nel settore della moda e dello spettacolo.
All’età di 17 anni, dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore, i miei genitori mi fecero un regalo “di post diploma” mandandomi tre settimane a studiare l’inglese a New York.
Ricordo ancora il momento in cui arrivai a Times Square… rimasi incantata alla vista dei grattaceli, le strade affollate e le luci sfavillanti… per la prima volta provai un sentimento di libertà infinita… e dentro di me sapevo che in questa città tutti i miei sogni si sarebbero potuti realizzare, così ho fatto una promessa a me stessa, che sarei ritornata a vivere a New York…. un giorno…
Tre anni dopo: Dopo essermi laureata all’Università di Milano in “Comunicazione Visiva e Multimediale” ho cominciato a lavorare per una rivista di moda Italiana locale chiamata “Zaffiro Magazine”, ero incaricata di scrivere articoli e intervistare personalità della moda ad eventi Milanesi della vita mondana.
Purtroppo peró le opportunità nel settore erano limitate, motivo che mi ha spinta a riconsiderare l’idea di vivere a New York permanentemente.
Così nel 2013, ho lasciato Milano e mi sono trasferita a New York da sola e contro la volontà dei miei genitori, spinta dalla passione e voglia di crescere professionalmente.
Vivere a NY è sempre stato il mio sogno ed una sfida personale! New York ha un’energia unica; è la capitale del mondo dove tutti sono uguali e rispettati, che tu stia cogliendo margherite (che vedi solo tu) su un marciapiede o che tu sia Leonardo DiCaprio, la gente ti guarda nello stesso modo. Perché chi è qui ha ambizioni, un progetto! Tutti i migliori li trovi a New York; è una città che, o ti stimola ad essere umile e migliorarti, o ti schiaccia; per questo la amo!!”

Tu pensi che l’America, e in particolare New York, offra ancor oggi grandi opportunità per chi ha del talento?
Assolutamente si!!! Per poter trovare e beneficiare delle opportunità a New York devi venire qui con un certo tipo di mentalità che comporta: ambizione e perseveranza, preceduto da un piano d’azione e una gran voglia di lavorare e realizzare un progetto senza mai perdere di mira l’obbiettivo finale.
Anche se credo fermamente che New York non sia una città per tutti, per lo stile di vita frenetico e talvolta stressante, devi amare lavorare e devi avere dei sogni grandi da realizzare…

Per vari anni hai scritto e parlato di moda e di Alta Società sia su varie riviste sia in programmi televisivi. Come sei arrivata a questa specializzazione giormalistica?
Ho sempre saputo che volevo lavorare nei media e nel mondo dello spettacolo. Fin da piccola io e mia sorella giocavamo con la telecamera di papà; lei mi filmava e io presentavo, cantavo e ballavo.
Nel 2011 mi sono laureata in “Comunicazione Visiva e Multimediale” presso l’Accademia Multimediale Europea ACME, specializzata in arti visive e produzione multimediale, dove ho imparato a fare post produzione con programmi di montaggio video come Final Cut Pro/ Adobe Premiere.
Dopo essermi laureata, ho mosso i miei primi passi come intervistatrice-editorialista per una rivista italiana di lusso stampata e online chiamata “Zaffiro Magazine”, presentando eventi nella vita notturna milanese.
La rivista era gestita da un azienda di comunicazione chiamata DBCommunication per la quale eseguivo lavori nel campo delle pubbliche relazioni, occupando un ruolo fondamentale per l’azienda, coprendo progetti importanti per i loro clienti, inclusi artisti e celebrità italiane. Inoltre sono stata incaricata della progettazione del logo aziendale. Questo logo è stato poi stampato su t-shirt e indossato da VIP italiani, cantanti, reality star e celebrità.
La mia passione per i media é iniziata in Italia ed é poi cresciuta in America; scrivere e presentare mi danno  una voce e soprattutto l’opportunitá di esprimermi .
Attualmente sto scrivendo in tre lingue (Italiano, Spagnolo e Inglese) per varie riviste e periodici che parlano di moda e lifestyle. Copro eventi di moda, spettacolo e intrattenimento come ad esempio: New York Fashion Week, Film Festivals, Grammys, Oscars…etc etc

Ora però stai avendo un enorme successo con il gossip nientemeno che in un programma televisivo in spagnolo. Puoi parlarci un poco di questa tua nuova esperienza?
Si!! La comunità Ispana mi ha sempre accolta a braccia aperte. Quando mi sono trasferita a New York sono venuta a vivere direttamente a Washington Heights, un quartiere latino situato nella parte alta di Manhattan (Uptown). La mia prima stanza in affitto era in casa di una famiglia di Dominicani, dove ho vissuto per 2 anni e dove ho imparato a parlare lo Spagnolo (e lo street slang), ad amare la cultura, la cucina e la musica.
Fatalità del caso, attualmente sto lavorando per un canale Ispano chiamato Super Canal, dove conduco un segmento di notizie di intrattenimento, gossip e moda. Il nome del programma é “Option New York” ed è trasmesso in vivo dal lunedì al venerdì (2-3 pm) ovunque negli Stati Uniti via Cavo su Spectrum Canale 870, Verizon Canale 1507, Comcast Canale 620 e Optimum Canale 1023. Inoltre il programma é trasmesso a livello internazionale in diretta dalle 3-4 pm nella Repubblica Domenicana sul Canale 33 (uno dei loro canali principali), a Puerto Rico, nelle Caribbean Islands e in Spagna.

La moda, però, Devi avercela nel sangue perchè ho potuto ammirare varie tue foto nelle quali posi come modella. Pensi di continuare anche nelle sfilate nonostante i tuoi molti impegni professionali?
Ahah grazie! Si, tengo le porte aperte per qualsiasi opportunità mi si presenti $$$$!! In passato ho lavorato come fotomodella ma per ora l’unica sfilata alla quale abbia mai partecipato é stata quella della mia amica stilista Pamela Quinzi. Solitamente collaboro con stilisti quando vado a coprire eventi importanti, di solito lavoro e do l’opportunità a stilisti Italiani di presentare le loro collezioni, perché ci sono moltissimi stilisti talentosi in Italia che hanno bisogno di uscire allo scoperto.

Su quali altri progetti stai lavorando?
Ho tanti progetti in ballo che purtroppo non posso svelare ancora; sicuramente posso dirti che presto uscirà un video musicale di Messiah, Kapuchino e Tali al quale ho preso parte di recente. Loro sono artisti urbani conosciuti, Messiah é colui che ha fatto il featuring con Cardi B nella versione di Bodak Yellow in Spagnolo.
Non vedo l’ora di condividerlo con voi!

AN INTERVIEW TO THE AUTHOR TONY NAPOLI

AN INTERVIEW TO THE AUTHOR  TONY NAPOLI

By Tiziano Thomas Dossena, L’Idea Magazine, NY, February 13, 2014

Recently we published a review on the popular book “My Father, My Don,” A Son’s Journey from Organized Crime to Sobriety, and we are now pleased to offer our readers an interview to the author, Tony Napoli.

L’Idea: What made you decide to write this book? 

Tony Napoli:  I decided to write this book with the encouragement from my mother and other family member’s when I was 26 years old; that was 52 years ago. As I got older, I gathered more and more material and I outlived most of the characters mentioned in my book. When I decided I had enough material, I hired a co-writer to help me put all my excerpts of about a 1,000 pages, into story form. My book was released on Sept.18th 2008, when I was 73 years old.

L’Idea: When you were seventeen, you were approached by the Boston Braves to play in the summer time for one of their Minor League Clubs. Your mother said “No way” because she did not want you far from home. You also were training for the US Air Force boxing team and there were talks about participating to the 1956 Olympics. This time it was your father who intervened and said “No”; and that was it. This is all recorded in the chapter titled “The road not taken”. Do you feel regrets for not pursuing those dreams? Were you ever even tempted to disobey or at least try to convince your parents? Do you believe your parents were justified in their requests? If so, why? 

Tony Napoli:  My father never said NO to my boxing as an Amateur in the Golden Gloves and on the Air Force boxing team. He said NO after I was Honorably Discharged from the US Air Force and I wanted to turn Pro as a Boxer. He said I was management material, and he only wanted me to learn the art of self-defense to protect myself in the streets of Brooklyn. He also felt that a strong mind needs a strong body to accomplish and get things done the right way. I continuously disobeyed my parents when they tried to make decisions for my future. I loved my mother dearly and I listened to her when she asked me not to travel with the Boston Braves Minor league Baseball team in the summer time when school was out, because I was only 17 years old and I didn’t want her to worry about me traveling across the country on a broken down bus.

Jimmy Nap Napoli - Tony Napoli

Jimmy Nap Napoli – Tony Napoli

L’Idea: You name quite a few entertainers who you had the opportunity to meet, for good or bad reasons. Who was the one who impressed you the most and why?

Tony Napoli:  The entertainer I was most impressed with was Frank Sinatra. I liked the way he hired former athletes to travel with him. He made them earn a living in an honest way by putting them on his payroll and use it as a tax write-off. They traveled all over the world with him, not only as bodyguards, but mostly as close friends who had no other way of making a living due to their lack of education. I became Sinatra’s drinking partner on many occasions, especially when he entertained at Caesar’s Palace, in Las Vegas, Nevada. I was a Casino Host in charge of entertainment at the time. Frank was very generous with people he was close to. He never wanted to get close to strangers. He was very rude to those who tried to overpower him with autographs. He had his men get the names and address of his fans who wanted his autographed picture. He’d rather mail them a picture with his autograph when he spent time alone in his room. He always traveled with a bookkeeper. As a matter of fact the last wife he was married to, Barbara Marx, was also his bookkeeper before he married her. Frank was also an Amateur boxer before he became a singing star.

L’Idea: What was, in your opinion, the difference in style between Frank Sinatra and Jimmy Roselli?

Tony Napoli:  Frank Sinatra, whose birth name was Francis Sinestra, was  flamboyant, with great magnetism in public and on the stage. Jimmy Roselli, whose birth name was Michael Roselli, first worked for me when I was 24 years old. My father bought me a night club in Union City, New Jersey in 1959. The name of the club was “The Club Rag Doll.” I paid him $300.00 to sing on weekends. His very first song was “I’m Alone Because I Love You.” I was supposed to go to contract with him and be his manager. My father put a stop to that immediately when Roselli asked for a loan to cover his part of the deal. Before Roselli died, he called me from his home in Clearwater, Florida. He read my book, I mentioned him in Chapter 17. He remembered the night I was locked up after working over that crooked cop; Roselli was singing on my stage the night it happened. He complimented me for pulling no punches and giving the reader everything in detail the way it happened. Roselli was very independent when it came to promoting himself. He never reached the level of stardom like Sinatra because he wouldn’t cooperate with the Wise guys; and, in those days you had to deal with the Wise guys, to get anyplace in show business. The Wise guys were behind all the top clubs and were very influential with Hollywood Producers, The Wise guys controlled the union (SAG) Screen Actors Guild. If you wanted to get high paid jobs as an entertainer, you had better cooperated with the Big Guys.

tony Boxer

Tony as a young Boxer

L’Idea: Why was your father’s nickname “The torpedo?”

Tony Napoli: When my Father was a young teenager, he was the leader of a neighborhood gang called “The Lorimer Street Boys” In those days there was a Gang in almost every Italian and Irish neighborhood, in the Brooklyn area. The Lorimer Street Gang was located in the Williamsburg section of Brooklyn. To be the leader of a gang you had to fight and beat up the leaders of the other gangs. About three nights a week, boxing trainers used to put on boxing shows at the old Military Armories that were built during World War One for Military training. Folding chairs were used for seating arrangements. They would hold up to 1,000 people in the Armories. The gang leaders would fight against each other. If one gang didn’t like the decision, they would throw the folding chairs into the air to show their disagreement with the official scorer (the referee). When my Father (Jimmy Nap) fought, he always knocked his opponent out with a straight right hand. That’s how he got the nickname “Torpedo.”

L’Idea: You present your father as a perfect gentleman, a great father and at the same time an assassin and a made man. How do you feel that can be possible and how does a person involved in such a complicated life manages to retain his human side?

Tony Napoli: When my father was a young man, at between 16 and 20 years old, he wanted to be like the guys who were always dressed up in suits and ties, wearing Fedora hats. He didn’t want to work as a bricklayer like his father was. As he grew older, he managed to get involved with the Wise guys by being one of their collectors and becoming a strike buster to discourage laborers not to strike by using bats and crowbars to beat them with. He worked for the companies who didn’t want to have their men striking. It was at a young age when he was considered an assassin and a bully. After getting out of jail in 1945, when he was 34 years old, he came back to my mother and turned over a new leaf. My mother took him back because he showed her a sense of responsibility to support the family. He got involved in the Numbers racket, which in those days was considered non-violent as a business. She saw him get respect from clean-cut-looking men; some he met in jail. My mother was only concerned about keeping the family together. She allowed my father to travel all over the country to do his business for all five organized crime families in the New York Area. My mother was not familiar with that part of my father’s life. She only saw in him a business man earning money, and lots of it, for people he called investors. At 34 years old my father was considered by those men in his way of life a standup guy with respect, integrity, dignity and honor. A man they could count on to give them a fair shake from their investments in his gambling enterprises all over the country. My father changed his ways from being a bully and Assassin for love of his immediate family and a great love for my mother, like I changed my ways from being a bully and Alcoholic when I found Sobriety.

L’Idea: In one of your chapters you seem to show a lot of anger at Giuliani. Could you explain why it is so?

Tony Napoli: In Chapter 27 of my book, I denounce Rudy Giuliani as a hypocrite. He tried to get me to talk against my father in the way he makes a living, knowing that his Uncle was Mob connected. Giuliani convinced President Reagan to send him to the New York Area as a US Marshall to infiltrate into the five Organized Crime families. By doing so, he was to be considered a crime buster, when all the while Giuliani was politically minded. He wanted to show the Government he would even lock up his own mother and father if he had to, and gain recognition as a future GOP candidate for a high elective office, with the backing of the Republic party, and gain the NY votes when he finally decided the right time to run for Mayor. Giuliani is Sicilian, and most of his relatives came from the Sicilian Mafia in Sicily. When I was indicted in 1985 on the RICO act and Giuliani was the US Attorney, the key witness against me in court told the jury that he was one of the gang that shot and killed a federal judge in Texas. He was sentenced to life in prison in Lewisburg Penitentiary, in Pennsylvania. He said that Rudy Giuliani offered him $30,000.00 to testify against me and he would get a reduced sentence. I was finally acquitted and when I was walking out of the courtroom, Giuliani said to me “I’ll get you the next time, Napoli”  I thought how can he possibly make such an outrageous deal with a scumbag who killed a federal Judge just to put me away for gambling. I was facing 25 years in jail before I was acquitted.

Jimmy Nap Napoli

Jimmy “Nap” Napoli

L’Idea: There is a movie being produced on your book. Could you tell us something about that?

Tony Napoli: The movie you talk about is called a 20 minute short. About 50 hours of shooting 32 scenes. This pilot was made by me, I paid all expenses so I can present it to the film people in the Film Festivals all over the country. It shows the Highlights of my story played out with real actors who play the main characters in my book. It will also be presented to potential investors leading up to a feature film or TV series. The filmmaker I hired is Hussain Ahmed, from Iraq. He’s also the Director and makes his home in Louisville, Kentucky.

L’Idea: You now have a lot of activities, which you defined as “giving back to society”. Could you tell us what they are?

Tony Napoli: For the past 19 years I’ve been a Veterans Advocate, helping disabled veterans with compensation for their service-connected injuries. I’m also a recovering alcoholic helping other alcoholics find sobriety like I did nineteen years ago, when I left the Mob life behind me. I also help indigent boxers with their medications, when they can’t afford it because they retired from boxing with brain and physical injuries and unable to work to support their selves. The spirit of my father lives on through me.

Hassan.

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Presentato al pubblico come una saga familiare, Hassan è un romanzo che in realtà tratta un argomento molto più complesso, cioè l’amore per la propria terra, che in questo caso è il deserto. È un tema interessante, che l’autrice sviluppa fin dall’inizio del libro con maestria e delicatezza, portandolo, in un crescendo graduale e ben equilibrato, alla scena finale, nella quale il protagonista parla con il deserto, che gli risponde. L’importanza di quest’attaccamento non è solo legata alla classica nostalgia dell’espatriato, pur valido elemento che non stanca mai di essere riesaminato, ma anche all’amore sconfinato dimostrato dai vari personaggi di questa famiglia verso una terra che a uno straniero potrebbe anche apparire scevra di ricchezza, a parte quella ovvia del petrolio, ma che per loro è carica di valori.

Il deserto, quindi, è anch’esso protagonista della storia, quanto lo è il petrolio, del resto. La differenza tra i due elementi è che il petrolio si rivela solamente un subordinato, una materia necessaria affinché non si debba abbandonare questo loro amato deserto, che parla con i propri silenzi.

E attorno a quest’amore s’intessono tutte le relazioni che sono la linfa vitale per la storia di questa famiglia. Vicende d’amore, passioni, infatuazioni, amore filiale e amore materno sono introdotti dall’autrice a un passo celere e ben ritmato, e intessute in una trama fitta e coerente con perizia ed eleganza, tenendo sempre vivo l’interesse del lettore.

La storia scorre dalle dune del deserto all’affascinante Vienna, presentando i componenti di questa famiglia attraverso le loro attività, i loro successi e le loro imperfezioni, offrendo contemporaneamente storie collaterali di una profonda umanità e ammirabile freschezza, dedicando ai dettagli spazio sufficiente per dare una chiara panoramica delle varie situazioni, senza mai annoiare il lettore con pesanti descrizioni. L’effetto finale è un romanzo avvincente che riesce a trasmettere il proprio messaggio di rispetto verso la nostra terra in modo convincente e stimolante.

IL PENSIERO DEL GIORNO

“IL PENSIERO DEL GIORNO”

di Lucia Tumino.

Pubblicato su L’Idea N.15, VOL. II, 2002, NY

Lucia Tumino, fondatrice e Presidente dell’Accademia Internazionale “Contea di Modica”, ha pubblicato recentemente, in una edizione della stessa Accademia, il diario poetico “Il Pensiero del Giorno”, un volume di 403 pagine che raccoglie una poesia per ogni giorno dell’anno 1978. L’idea in sé stessa è abbastanza originale, ma ciò che la rende ancor più singolare è che questi “pensieri”, queste liriche riflettono le trasformazioni intime di una poetessa che riconosce le proprie limitazioni lessicali e non lascia che esse frenino la propria creatività, la propria produzione giornaliera di poesie necessarie alla propria sopravvivenza spirituale. Una poetessa che riconosce il vero scopo della poesia, e cioè la comunicazione dei propri pensieri, delle proprie passioni, dei propri desideri, al di là di una calcolata ricercatezza linguistica rintracciabile in molte opere di “poeti” odierni che non riescono però a farci “sentire” ciò che loro hanno provato.

Lucia Tumino riesce a trasporre efficacemente queste sue sensazioni, come si può determinare dalla breve poesia a titolo “Sensazione!”.

Sento
l’animo avvilito,
sento
il cuore palpitare

Non ha senso
di gioire
nella terra del dolore…!

Un libro che merita l’attenzione dei lettori interessati autenticamente alla poesia pura, sobria, priva di affettazione, ma certamente colma di sensazioni, emozioni, meditazioni e considerazioni che solo poeti incontaminati come Lucia Tumino possono creare.

RACCONTI ALLEGRI E AMARI.

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“RACCONTI ALLEGRI E AMARI”

Nove novelle di Antonio Padovano
Pubblicato su L’IDEA N.61, 1996, NY

Antonio Padovano, conosciuto dai nostri lettori attraverso le sue opere teatrali, una delle quali presentata dal Gruppo Teatrale del Circolo Culturale di Mola e recensita dal sottoscritto in un non troppo lontano passato, ha pubblicato una ottima raccolta di novelle a titolo Racconti Allegri e Amari Presentato nella serie L’Accampamento dei Cigni dell’Editore Barbieri di Manduria (TA). Il simpatico volumetto di 95 pagine merita certamente l’attenzione del pubblico ed anche quella della nostra neonata rubrica.

Questa breve raccolta di nove novelle porta con se una scelta stilistica invidiabile nonché un esemplare costruzione sia dei personaggi esteriori che delle loro intime tribolazioni, ricalcando le orme di altri nostri grandi novellisti.

Il Contratto e Tra i Santi, primo ed ultimo dei racconti, sono pervasi di espressioni dialettali che riescono a richiamare appieno l’ambiente agricolo pugliese. E’ però un uso italianizzato di questo dialetto, come del resto viene spesso a trovarsi nelle conversazioni tra i commercianti, che tentano di impressionare ed intimidire, nascondendosi dietro alla lingua nazionale, i contadini. Il tentativo, da parte dei compratori di evitare al massimo il dialetto incapacitava molto spesso il contadino, relegandolo ad un apparente gradino sociale inferiore con la sua ignoranza, e permettendo al commerciante di abusare della propria vittima, ottenendo risultati insperati.

Molto interessante come Padovano usufruisca di questo linguaggio solo per validare le conversazioni con effetti immediati, senza cadere nella pedanteria del Gadda che usò ed abusò tale prerogativa da crearne un pasticciaccio incredibile.

Il secondo racconto, La Messa Pezzente, tocca un argomento particolarmente insolito con efficacia e scorrevolezza. In Ragazzi Caricaaa!, il tono lieve, dolce, romantico, riporta al corteggiamento d’altri tempi e ripresenta l’immutabile vigore e resistenza dell’amore, che supera qualsiasi ostacolo per arrivare al proprio compimento. Inedia riconduce con l’autorità del linguaggio al mondo verghiano, descrivendo con toni sicuri ed inequivocabili la miseria in cui ‘mba Nunzio e la sua famiglia sono costretti a vivere.

L’apogeo della raccolta viene raggiunto dalla quinta novella, La Cocuzza Invernale, dove la trama, che assume tocchi drammatici, ha reminiscenze delle novelle di De Amicis. Il maestro elementare e la sua difficoltà nel mantenere controllo della sua scolaresca, la descrizione degli alunni, il conflitto interno del protagonista, sono tutti maestralmente impiegati per giustificare il crescendo che porta all’atto finale.

In Una Brutta Avventura si affronta con tatto ma con amara ironia l’effetto negativo della immigrazione su alcuni individui. L’emigrata, in vacanza al paese dalla nuova vita milanese, si sente superiore ai propri compaesani, li giudica ignoranti e viene infastidita dalle loro azioni. Questo rigetto delle proprie radici, questa discriminazione verso i propri conterranei, può essere osservata nelle grandi metropoli di tutto il mondo ed è una delle tante croci che noi emigranti dobbiamo sopportare… Bravo quindi all’autore per essersi accostato a tale argomento.

Il Vestito della Prima Comunione, settimo di questa serie, è la triste cronaca di una madre che si reca in città per acquistare il vestito della prima comunione per la figliola e viene a contatto con la realtà della vita urbana. Scritta con uno stile quasi giornalistico, questa storia risalta per la semplicità dei personaggi e la loro esauriente descrizione.

Micetto è forse la novella che più si stacca dalle altre sia per la struttura che per la trama. Pare una storia alla Edgar Allan Poe con marcati toni italiani e divagazioni con accenni pirandelliani. Nonostante queste impronte non proprio originali, la novella ritiene autenticità dimostrando un proprio singolare sapore. Difatti è l’accurata osservazione e descrizione del proletariato pugliese degli anni cinquanta l’ingrediente principale che identifica l’opera di Antonio Padovano e la qualifica, collocandola fra quelle dei più abili scrittori contemporanei.

SINDROME D’ARTISTA.

“SINDROME D’ARTISTA” di Giovanni Stano.

Pubblicato su L’Idea N.13, VOL. II, 2002,  NY

Valutando l’opera di un pittore poeta, sei sempre assalito dal dubbio che un’arte sia evoluta a discapito dell’altra. Esamini l’opera letteraria e ti accorgi che esiste una disparità con quella pittorica e vorresti sapere se, in effetti, l’arte abbia sofferto perché l’energia creativa si è incanalata principalmente nella stesura dei testi poetici. Tipico esempio di questa dicotomia creativa è Giovanni Stano, autore del gradevole volumetto Sindrome D’Artista. In questo conciso libro di poesie, questo ‘messaggio ai giovani del 2000’, come lui lo definisce, le poesie hanno uno spessore che chiaramente le immagini usate in qualità d’illustrazione non hanno. Non voglio asserire che le figure manchino di una loro individualità od originalità. Quello che blocca la loro efficacia è la legnosità del disegno, che toglie alle composizioni l’armoniosità che palesemente l’artista ha cercato di effigiare. Questa sua rigidità, e l’artista perdoni il messaggero, è forse dovuta ad un’eccessiva tendenza al dettaglio grafico. Molto spesso chi ha queste tendenze soffoca la soavità del proprio prodotto artistico con inutili rifiniture che hanno l’intenzione di ottimizzare il disegno, ma che in realtà gli tolgono l’iniziale spontaneità. Chi legge penserà forse che la mia recensione abbia preso un indirizzo sfavorevole per questo artista, ma posso sinceramente dichiarare Giovanni Stano rimane un pittore più che valido e mi auguro che egli prosegua nella sua produzione artistica. Quello che mi ha sorpreso è riscontrare che le sue poesie hanno una fluidità stilistica ed espressiva ammirabili, e riescono a penetrarti con il loro messaggio di pace e fratellanza. Si riconosce l’artista che ha creato quei quadri, quelle immagini, per la sua sensibilità ed il taglio altamente emotivo. Quello che c’è in più, però, è la naturalezza della realizzazione, non influenzata, in questo caso, da un eccessivo e incompatibile scrupolo estetico. Le sue poesie riescono quindi a sovrastare la sua opera pittorica.

L’importanza del poeta tuttavia non risiede nella sua immediatezza, peraltro molto lodevole, bensì nella profondità del suo messaggio di fratellanza e di solidarietà. In un mondo ormai interessato solo al materialismo, al proprio interesse, riscontrare che esistono ancora individui la cui vita artistica è un continuo atto di fede è una piacevole sorpresa. Giovanni Stano è quindi degno d’ammirazione, sia per la sua attività artistica sia per il suo tentativo di usare questo suo dono per il bene altrui, per riportare un po’ di speranza a questi nostri giovani che molto spesso si sentono emarginati o perlomeno non ‘sintonizzati’ con il flusso della società che li circonda. Nella sua introduzione l’autore difatti dichiara: “Chi è più a rischio, oggi, se non i giovani che, per mancanza di valori, demotivati, non sentiti da questa società per quello che valgono veramente, vanno sempre più alla deriva?  Ma se educati attraverso l’Arte e la Fede si elevano nello spirito, nella mente e nel corpo; si restituisce loro un’autostima che li distingue come valori e che li eleva come persone e come tali nati per vivere e non per morire.”

Che il suo messaggio sia mirato ad un’evangelizzazione del lettore è parimenti esplicito: “È questo il messaggio da dare ai giovani del 2000 per ereditare, domani, un mondo migliore basato soprattutto sulla carità del dare, nutrendo così speranza per un autentico ritorno a Dio.”

Sindrome d’Artista è quindi molto di più di una collezione di poesie illustrata dall’artista. È uno strumento per riportare serenità agli animi tormentati, per convincere il lettore ad un ritorno alla fede attraverso un’introspezione di una pregevole liricità, per riportarlo a Dio.

I PENZ:IRE

“I PENZ:IRE” di Vitantonio Campanile.

Pubblicato su L’IDEA N.64, 1997, NY

Ricordi, osservazioni, riflessioni: ecco i “pensieri” di Vitantonio Campanile che caratterizzano questo suo libro di poesie. I ricordi impregnano le prime tre sezioni, portando con se un po’ di nostalgia e tante immagini che descrivono il nostro passato. Rime limpide, semplici, a schema volutamente forzato, che evocano visioni di cantilene infantili, giochi mai scordati, tradizioni svanite.

Campanile riporta il tutto in un dialetto genuino, musicale, puntando forse solo ad esprimere, come lui stesso asserisce, i propri pensieri in molese, senza eccessive pretese. Ma suo malgrado fa poesia e con convinzione. La sua è una poesia che ha indiscutibilmente un proprio ritmo, vagamente echeggiante di una impronta goliardica. Questo lo si può notare ancor più nella sezione finale, “riflessioni”, dove il tono sarcastico del poeta da ai versi una propria coloritura. E la prova che il poeta si senta più a suo agio in queste riflessioni è che questa sezione è molto più ampia delle altre.

Questa raccolta di poesie è prima di tutto un impegno morale verso il proprio dialetto, che corre il rischio di cadere in disuso. La piacevole presentazione grafica, arricchita di simpatici disegni di Mimma Campanile, e l’interessante scelta di temi, rendono questo volumetto piacevole anche per chi il dialetto non lo comprende, essendo ogni poesia tradotta anche in italiano. Questa traduzione, però, non ritiene sempre la scorrevolezza dei versi dialettali e a volte, nel tentativo di trasferire accuratamente le immagini espresse nelle rime dal molese all’italiano, si crea una leggera forzatura ed i versi perdono un poco la loro autenticità. Un piccolo neo, che non riesce tuttavia a diminuire il valore di questo ottimo volume di poesie.