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Mola Di Bari Dall’Unita` D’Italia All’età Giolittiana [L’Idea Magazine 2020]

Mola di Bari dall’Unita` d’Italia all’età giolittiana

Aniello Claudio Rago

di Tiziano Thomas Dossena

Certamente la storia è remeabile, soprattutto quando ben documentata, ma ripecorrerla in modo ordinato e obiettivo è tutto un’altro programma. Il lavoro di ricerca e di presentazione fatto da Aniello Claudio Rago in referenza alla storia del territorio di Mola di Bari dall’Unita d’Italia allo scoppio della 1a Guerra Mondiale è indiscutibilmente ottimo e riflette la serietà dell’autore nell’affrontare tale esplorazione e la susseguente strutturazione del materiale ottenuto. Nella interessante prefazione si asserisce che “Il lungo periodo storico che si vuole prendere in esame è fondamentale per la formazione di un’identita della Puglia, della Terra di Bari e quindi anche della nostra Mola e rappresenta un tratto importante del difficile cammino di emancipazione del popolo pugliese e barese, i cui caratteri si delineano in modo concreto nelle diverse fasi storiche analizzate: dai processi economici e sociali che si registrano subito dopo l’unificazione italiana alla crisi di fine secolo, che è caratterizzata da tumulti e agitazioni popolari, dalla gigantesca opera dell’Acquedotto Pugliese alla Grande Guerra. Ed è dalla Guerra che prendono corso numerosi elementi che daranno vita e sostegno al movimento fascista. Naturalmente, in questo periodo non vanno assolutamente dimenticate le grandi lotte del bracciantato – senza terra, la dura reazione degli agrari e, infine, la grande emigrazione transoceanica di artigiani e contadini. Un periodo storico, dunque, quello preso in esame, assai interessante e allo stesso tempo ricco di stimolanti interpretazioni.”

La più che rispettabile presentazione grafica è arricchita da vari documenti e schizzi dell’epoca e rende il volume, intitolato “Mola di Bari dall’Unita d’Italia all’età giolittiana – Aspetti e problemi territoriali del Comune”, e stampato per i tipi di Idea Press di New York/Port St.Lucie, ancor più piacevole ed interessante.

Nella prefazione di Guido Lorusso si precisa che “l’Autore, che è uno studioso della Mola settecentesca, ottocentesca e primo-novecentesca, da un lato tratteggia a grandi linee il quadro storico che prende le mosse dal 1861, cioé dal periodo immediatamente seguente l’unificazione italiana, poi passa attraverso quelli successivi della Destra Storica e della Sinistra Storica, per giungere all’eta umbertina e a quella giolittiana sino alla fine della Belle Epoque (questa termina con lo scoppio della Grande Guerra). È evidente che l’Autore, con tale Premessa, intenda praticamente introdurre tutto il lavoro che da corpo al volume… Il quadro d’epoca delineato diventa straordinariamente importante quando l’Autore, Aniello Claudio Rago, propone infine, in ultima analisi (sulla base di una rigorosa ricerca condotta) l’elenco completo dei componenti di tutti i Consigli Comunali, di tutti i componenti delle diverse Giunte e di tutti i Sindaci che via via si sono avvicendati nella gestione del potere Municipale in Mola di Bari dall’Unita d’Italia allo scoppio della Grande Guerra. Nelle ultimissime pagine del volume sono puntualmente indicate le Fonti Archivistiche e le Referenze Bibliografiche utilizzate.”

Un libro storico in tutti i sensi, quindi, sia perché tratta la storia del territorio di Mola di Bari dalla nascita della nostra nazione alla fine della Grande Guerra, sia perché lo fa con ragguardevole rispetto alla documentazione trattata e usando uno stile sciolto e gradevole.

Questo libro è una piacevole sorpresa editoriale che avrà indubbiamente successo sia con il pubblico sia con gli studiosi di storia.

PUBLISHED BY: Idea Graphics LLC
IMPRINT: Idea Press
PUBLISHING DATE: December 2019
ISBN# 978-1-948651-11-0
LIBRARY OF CONGRESS# 2019953395
PAPERBACK: PAGE COUNT 286
IMAGES: 33
LANGUAGE:  Italian
DIMENSION: 8.5 x 11
PRICE: $24.00

Come Una Star Internazionale Riesce Ad Insegnare Italiano Con I Musical. Intervista Esclusiva A Simona Rodano.

Intervista di:

Come una Star Internazionale riesce ad insegnare italiano con i musical. Intervista esclusiva a Simona Rodano.

L’Idea: Simona, vieni da una famiglia di musicisti e hai iniziato da giovane nello spettacolo…
Simona Rodano: Si, credo di aver ereditato la passione per la musica soprattutto dalla famiglia di mia mamma. Mio cugino Felice Reggio è un noto musicista jazz. Ho iniziato a cantare all’età di sei anni esibendomi in concorsi canori amatoriali, a scuola, in Chiesa, alle feste di compleanno. Poi le prime serate di pianobar all’età di quattordici anni e la professione a 28 anni.

L’Idea: Però non hai lasciato che ciò ti deviasse dagli studi…
Simona Rodano: Fin da bambina ho sempre amato sia la scienza che la musica. Per questo mi sono laureata in Biologia  e ho studiato musica e sempre cantato. Ho imparato a suonare la chitarra e il pianoforte. Dopo la laurea sono venuta in America per fare il PhD al Valhalla Medical Center ma dopo pochi mesi ho ricevuto la proposta di lavorare alla RAI. Scienza o musica? Ho scelto la musica e sono ritornata in Italia per lavorare al Centro RAI di Milano.

L’Idea: Hai lavorato più di dieci anni nel popolare spettacolo televisivo della RAI “Ci vediamo in TV”. Vorresti parlare un po’ di questa esperienza?
Simona Rodano: Lavorare in televisione mi ha dato la possibilitá di crescere come persona e come artista. Un’esperienza che ha cambiato la mia vita. “Ci Vediamo in TV” é durata molti anni. Andava in onda nei giorni feriali, al pomeriggio. Ho iniziato come corista per poi diventare una delle voci soliste della trasmissione. Il grande Paolo Limiti, direttore artistico e conduttore della trasmissione, mi ha dato la possibilitá di vivere facendo ció che amavo di piú: cantare. Per sette anni, ho lavorato ogni mattina, dal lunedi al venerdi, con lo stesso entusiasmo e la gioia di poter fare musica ad alti livelli, cantando con un’orchestra dal vivo, studiando ogni giorno le canzoni italiane piú famose a partire dagli anni ‘30 fino ad oggi. Conoscere attori e cantanti italiani come il grande Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Jula De Palma, Milva, Massimo Ranieri, e internazionali come Gina Lollobrigida, Dee Dee Bridgewater, Whoopy Goldberg ha arricchito enormemente la mia vita artistica e stimolato il desiderio di proseguire questo cammino nell’arte.
Link di una performance in “Ci Vediamo in TV”

L’Idea: Ti sei esibita nello spettacolo musicale “Pinocchio, il grande musical” con i famosissimi I Pooh. Come arrivasti a questo traguardo e che effetto ti fece lavorare con questa rinomata band italiana?
Simona Rodano: Dalla televisione sono passata al teatro. Due mondi diversi ma uniti dalla bellezza della “ performance’ che si svolge in uno studio televisivo o su un palco teatrale. Quando sono stata scelta per il ruolo di Angela ( amica e poi compagna di Geppetto) nel musical dei Pooh, non mi sembrava vero…mi trovavo a Milano e lavoravo ancora in televisione. Passare al teatro dopo sette anni di lavoro in televisione é stato come scoprire un nuovo mondo. Nuovi colleghi, tanti teatri in tutta Italia, poi le riprese video con l’uscita del DVD del musical, i tour estivi e le migliaia di repliche tra Italia e l’estero. Lavorare con e per i Pooh é stato un grande onore prima di tutto e poi un momento di grande crescita professionale. Roby, Stefano, Dodi e Red sono professionisti che hanno segnato la storia della musica italiana. Sono stai con noi non solo durante le prove ma anche durante le repliche nelle varie cittá italiane. Ci hanno sempre incoraggiato e supportato, hanno amato  questa loro opera e sono stati capaci di coinvolgere  non solo noi artisti sul palco ma anche le oltre cinquecentomila persone venute a vederlo. “Pinocchio Il Grande Musical” é stato, é e rimarrá il musical originale italiano piú vicino allo stile di Broadway.

L’Idea: Hai anche recitato in varie produzioni teatrali…
Simona Rodano: Si, ho lavorato in altre produzioni teatrali italiane come “The Sound of Music” ( Tutti Insieme Appassionatamente) nel ruolo di Elsa Shroeder, e dal 2010 ad oggi nelle produzioni bilingue al Queens Theatre in The Park: “Pinocchio Pop” e “Italian, The Magical world of The Italian Fairy” per bambini K-5 e famiglie, “SempreverdeEvergreen”, “Sette Mondi” e “Caccia Al Tesoro” per la fascia K-12. Il mio ritorno in America ha segnato una nuova crescita artistica, scrivendo canzoni, testi e copioni di spettacoli originali bilingue. Ho scoperto una parte di me che era rimasta silente per anni, perché ero impegnata ad interpretare ruoli, canzoni e copioni scritti da maestri come i Pooh. Proprio da loro ho preso l’ispirazione di creare le mie canzoni e produrre gli spettacoli.

L’Idea: Ti sono stati conferiti molti premi. Qual è quello che per te ha più rilevanza?
Simona Rodano: Uno degli awards piú significativi é quello dell’Association of Italian American Educators (AIAE) – Singing Sensation. L’arte e la cultura sono due importanti messaggeri di pace e di unione tra i popoli. Piú arte, piú cultura (e meno politica) possono rendere questo mondo migliore.

L’Idea: “La Fata Italiana/The Italian Fairy” è stato creato da te. In che cosa consiste questo programma?
Simona Rodano
:La Fata Italiana, The Italian Fairy é un programma educativo e di intrattenimento (edu-tainment) che espone bambini e famiglie alla bellezza della lingua e della cultura italiana per far amare l’Italia e l’italiano. É un learning-through music and movement program che unisce canzoni, danza e teatralitá. A partire dal 2006 ad oggi La Fata Italiana ha incontrato oltre 70,000 persone.
Link al sito de La Fata Italiana

La Fata Italiana alla parata del Columbus Day

L’Idea: “Italiana” è lo spettacolo che porti in tournée.  In che cosa consiste?
Simona Rodano: “Italiana” é la mia storia raccontata attraverso la musica e il teatro. Alcune canzoni sono originali da me scritte come “Radici e Ali”, altre sono canzoni che hanno segnato momenti importanti della mia vita. Uno spettacolo che unisce momenti simpatici di puro cabaret e momenti di riflessione e di nostalgia. “Italiana” é la mia storia ma é anche la storia di molte altre persone che come me hanno attraversato oceani e viaggiato per il mondo senza mai perdere le proprie radici.
Link al sito ufficiale di Simona Rodano

L’Idea: Incanto, una compagnia di produzioni specializzata in spettacoli teatrali e televisivi bilingue (Italiano/Inglese)per bambini e famiglie, situata nel quartiere del Queens, a New York, è una tua creazione. Quando e come ti è venuta l’idea di fondarla?
 Simona Rodano: Ho fondato la mia compagnia Incanto Productions, Corp. nel 2008 con l’intenzione di creare qualcosa che a NYC non trovavo: spettacoli teatrali originali con canzoni scritte appositamente per imparare la lingua italiana. Tutto è iniziato dopo aver portato “Pinocchio Il Grande Musical” a New York nel 2010.
Link al sito ufficiale di Incanto Productions

L’Idea: Il primo edu-musical bilingue e multiculturale ecologico, “Sempreverde: Evergreen”, un’altra delle tue creazioni, aprirà a NewYork City il 31 marzo ed il 1,2 e 3 aprile 2020 presso il Queens Theatre in The Park, nel Queens. Puoi dirci qualcosa di questo meraviglioso musical per bimbi e famiglie?
Simona Rodano: Ho scritto “Sempreverde:Evergreen” Edu-musical nel 2012. Volevo creare qualcosa che unisse la lingua italiana ad un tema globale come quello del rispetto dell’ambiente.  Ho contattato alcuni amici e colleghi di Torino (la mia cittá natale) con i quali collaboro da molti anni ed insieme abbiamo iniziato a lavorare alle canzoni. Io ai testi e alle melodie e loro agli arrangiamenti. Poi ho scritto la storia, pensato ai personaggi, alle scenografie, agli effetti speciali e ai costumi e materiali da abbinare alle coreografie. “Sempreverde” ha superato le mie aspettative ed è uno spettacolo che amo molto. Io ed il mio team non smettiamo mai di migliorarlo e sognamo di vederlo itinerare in tutto il mondo.  La storia di questo musical, educa, fa riflettere e coinvolge proprio tutti. Grandi e piccini. É per tutte le etá.
Guarda il trailer di SEMPREVERDE: EVERGREEN

L’Idea: Un messaggio per i nostril lettori?

Simona Rodano: Se non siete troppo lontani dal Queens Theatre…venite a trovarci a teatro. Venite a vedere “Sempreverde: Evergreen” Edu-musical! Make it a group meet-up, a family affair or a special bonding outing. You will leave refreshed and with a renewed love for Italy, its language and culture!
Link informazioni e prenotazioni “SEMPREVERDE:EVERGREEN”

Lorenzo Bizzarri, L’astro Nascente Nel Panorama Della Direzione D’orchestra.

Lorenzo Bizzarri, l’astro nascente nel panorama della Direzione d’orchestra.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Considerato uno degli astri nascenti nel panorama della Direzione d’orchestra sia nel repertorio sinfonico sia in quello operistico, Lorenzo Bizzarri secondo la critica “si distingue come interprete dall’assoluta eleganza e sicurezza, è naturalmente coinvolgente, attento al dettaglio sonoro, sempre misurato nella direzione, ed ha una particolare predisposizione alla ricerca dell’equilibrio armonico, coniugando perfettamente tecnica, professionalità, conoscenza e forza interiore”.
Oltre a cio`, si dice di lui che “riesce ad instaurare immediatamente un intimo legame con gli orchestrali ed i coristi, ascoltando attentamente e cercando di essere presente in ogni nota, diventando così l’immagine-guida di ogni fraseggio”.

Professionista rispettato ed ammirato dal pubblico, dai critici e dai coristi ed orchestrali, questo simpatico Maestro ci ha concesso un’intervista subito dopo la sua direzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, avvenuta presso la basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna…

L’Idea:  Maestro, lei si è diplomato in Direzione d’opera lirica presso la Regia Accademia Filarmonica di Bologna, perfezionandosi contemporaneamente in canto lirico (baritono), sotto la guida del M° Paolo Barbacini. L’aiuta molto nel dirigere l’opera avere un’esperienza personale con il canto?
Lorenzo Bizzarri: Trovo l’esperienza personale nel canto lirico a dir poco fondamentale nella direzione dell’opera! Grazie a questa infatti, riesco a fraseggiare e respirare assieme ai cantanti, ed è una mia peculiarità molto apprezzata.

L’Idea: Nel 2006, dopo essere risultato finalista al concorso internazionale per giovani direttori “F. Capuana” di Spoleto, lei diresse l’Orchestra Sinfonica “A. Boito” di Parma nell’esecuzione della 3° Sinfonia di Schubert nell’ambito del Concerto di Natale organizzato dal Vaticano, trasmesso in diretta in mondovisione. Fu quella la sua prima esperienza televisiva? Che effetto le fece? Ha avuto altre esperienze similari con la televisione?
Lorenzo Bizzarri: Si, quella fu la mia prima esperienza in televisione. Cercai di concentrarmi esclusivamente sull’esecuzione e sul pubblico presente in sala. L’idea che altri milioni di spettatori in tutto il mondo potessero seguire il concerto avrebbe potuto creare un po’ di “soggezione”, diciamo.
Successivamente ho avuto molte esperienze televisive, ma continuo a preferire di gran lunga il teatro e le sale da concerto.

L’Idea:  Lo stesso anno lei debuttò in una esecuzione del tutto inedita nel campo della liederistica mondiale, eseguendo integralmente il ciclo “die Winterreise” di Schubert accompagnandosi lei stesso al pianoforte. Come le venne questa idea e quale fu la risposta del pubblico e della critica? Da allora, si è cimentato in altre performance di questo tipo?
Lorenzo Bizzarri: Schubert amava proporre ai suoi amici i suoi Lieder cantando e suonando egli stesso..Ho amato subito questa idea; ne è scaturita una esecuzione molto intima. Suonando e cantando l’approccio all’opera è totale, e si crea un’atmosfera molto comunicativa col pubblico.

L’Idea: Nel corso degli anni ha collaborato con importanti orchestre italiane ed estere, intraprendendo attive collaborazioni con Maestri di fama mondiale. Può parlarci un poco di questo suo ‘rodaggio musicale’, se così lo possiamo chiamare? Chi fu il Maestro che la colpì di più?
Lorenzo Bizzarri: Da tutti i maestri ho cercato di “rubare” consigli e indicazioni, a caldo tuttavia direi che il carisma e l’entusiasmo di Jose Cura mi ha davvero trascinato!

L’Idea: È stato più volte invitato a dirigere l’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna “A.Toscanini” di Parma, un grande onore che ha ben meritato. In quali occasioni ha diretto tale orchestra?
Lorenzo Bizzarri: Si trattava di una rassegna estiva organizzata dall’orchestra, dal titolo “l’orchestra Toscanini incontra i giovani talenti”. Evidentemente si è trattato di un’esperienza proficua, dal momento che mi hanno voluto “incontrare“ per tre diverse edizioni.

L’Idea: Ha diretto numerose opere e concerti di musica classica, da Verdi a Puccini, da Vivaldi a Mozart, da Mascagni a Rossini, Donizetti, Haydn, Pergolesi e così via; troppe per citarle in questa intervista. Quali sono state le opere che ha trovato più difficoltose da gestire e perché?
Lorenzo Bizzarri: Devo dire che in generale le opere di Puccini sono quelle che offrono il maggior numero di difficoltà, a causa dell’elasticità del fraseggio. Ma allo stesso tempo sono anche le più affascinanti!!

L’Idea: E quali le più piacevoli?
Lorenzo Bizzarri: Adoro “Un ballo in maschera” di Verdi, e dirigerei a giorni alterni il Requiem di Mozart e la Messa di Gloria di Rossini, due capolavori imprescindibili!

L’Idea: Chi fu il cantante lirico con cui ha lavorato che l’ha colpita di più per le sue capacità vocali?
Lorenzo Bizzarri: Sicuramente Fabio Armiliato e Carlo Colombara.

L’Idea: Chi è il compositore che lei ammira di più per l’opera? E quello della musica classica in generale?
Lorenzo Bizzarri: Per l’opera indiscutibilmente Giuseppe Verdi, in generale sono un grande fan di Bach.

L’Idea: E recentemente, il 29 novembre scorso, ha diretto la Messa Da Requiem di Verdi presso la Basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna. È stata una prova difficile che certamente l’ha stimolata…
Lorenzo Bizzarri: Il Requiem di Verdi entra nell’anima. Ogni esecuzione di quel capolavoro lascia una traccia indelebile nel profondo del cuore!

L’Idea: Dopo questa esecuzione, ha altri progetti in gestazione? Forse qualche registrazione? Concerti negli USA? I nostri lettori lo vorranno sapere in anticipo…
Lorenzo Bizzarri: Nei primi mesi dell’anno uscirà un CD di un’opera inedita che stiamo terminando.

L’Idea: Un messaggio per la comunità italoamericana che la seguirà attraverso la nostra rivista?
Lorenzo Bizzarri: Spero di potervi incontrare presto, e magari condividere qualche esperienza musicale assieme!!

Alta Cucina Internazionale: dalle orecchiette alla Rasta pasta. Intervista con lo Chef Patrizio La Gioia [Christopher]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

Lo avevo incontrato un paio di volte nei corridoi del Madison Square Garden ed avevo notato il nome sulla sua uniforme di gran Chef. Avevo sentito che era un Chef di gran nome e ciò mi intimidì un poco. Mi azzardai a parlargli il giorno che ero entrato nella sua cucina per ragioni tecniche. Scoprimmo la comunanza della lingua e stringemmo subito un patto di amicizia spontaneo e naturale fra emigranti italiani all’estero.  Qualche giorno dopo mi avvisò della sua intenzione di trasferirsi al Baccarat Hotel, prestigioso ristorante anch’esso nel centro di Manhattan. Gli spiegai che esisteva una rivista (Christopher) che parlava degli italiani all’estero che avevano avuto successo e lui prontamente acconsentì a questa intervista.

 
 Tiziano Thomas Dossena: Patrizio, hai iniziato la tua avventura culinaria nel lontano 2000 presso varie trattorie e ristorantini, in Puglia. Come ti venne la passione per la cucina?
Patrizio La Gioia: Penso che la mia ispirazione sia stata mia mamma. Ricordo ancora quando giocavo sul pavimento e vedevo il tavolo muoversi come fosse una nave sulle onde; (Patrizio ride) avevo molta fantasia da bambino, in realtà era mia mamma che lavorava l’impasto della pasta. La domenica era un rituale della mamma fare la pasta fresca e si iniziava con le famose orecchiette. Mi ricordo che volevo imparare a farle ma per me era veramente molto difficile, ero affascinato da come mia mamma lo faceva sembrare così semplice.

Tiziano Thomas Dossena: Da lì sei poi partito all’inizio del 2007 per l’estero e sei diventato Chef de Partie a Monte Carlo presso il prestigioso ristorante La Salier. Come avvenne questo cambiamento? Quanto difficoltoso fu il cambiamento da una infrastruttura italiana ad una internazionale? Che cosa hai imparato in tale sede?
Patrizio La Gioia: Fortunatamente il cambiamento non è stato così poi tanto difficile, essendo un ristorante italiano con personale italiano, e poi francamente a Monte Carlo si parla anche italiano. Lavorativamente parlando è stato abbastanza difficile perché sono passato da trattorie a un ristorante cinque stelle. Ho imparato le cinque salse madri, pasta fresca e tanto altro.

Tiziano Thomas Dossena: La prossima fermata è l’America, e addirittura Miami, in Florida, alla fine dello stesso anno. Come ci arrivasti? In tale città tu avesti due esperienze come Chef de Partie ad alto livello; la prima presso l’Hotel Cardozzo e la seconda presso in rinomato The Forge Restaurant. Che differenza ebbero le due esperienze? 
Patrizio La Gioia: Tramite La Salier sono riuscito a farmi trasferire al hotel Cardozzo in Miami essendo parte della compagnia. Ricordo come fosse ieri la difficoltà con la lingua, le unità di misura, la cultura. Mi sentivo completamente in un l’altro mondo. Dopo un’anno passato al Cardozzo il mio obbiettivo era lavorare in uno dei migliori ristoranti di Miami. Iniziai quindi a lavorare al The Forge, una leggenda a Miami sotto la quidanza del grande chef  Dewey LoSasso. Mi ricordo che quell’anno vinse come miglior chef della Florida sul Miami Times

Tiziano Thomas Dossena: A Miami ci fu un’altra evoluzione e lavorasti come Sous Chef in due famosi ristoranti, uno con cucina francese, La Gluttoneire, ed uno con cucina italiana, Tiramesu. Che differenti esperienze avesti in queste due sedi? 
Patrizio La Gioia: Dopo l’esperienza al The Forge, ho iniziato la mia prima esperienza come sous chef (secondo chef) al Tiramesu, grande ristorante italiano, dove imparai come gestire la cucina dal punto di vista burocratico. Imparai il food cost, labor cost e come  fare gli acquisti. Sempre molto appassionato ad imparare altre cuisine, lasciai il Tiramesu per intraprendere questa nuova esperienza francese alla Gluttonerie (2012 best French restaurant in Miami)

Tiziano Thomas Dossena: Tu studiasti anche sotto l’Executive Chef Thomas Buckley nel ristorante Nobu, sempre a Miami. Come definiresti questa episodio della tua vita?
Patrizio La Gioia: Eh si, come dicevo prima ho sempre avuto la passione per imparare cucine differenti, ebbene sì cucina giapponese al grande Nobu Miami. Mi ricordo quando Chef Thomas Buckley (corporate Chef Nobu America) mi fece la proposta di lavorare con lui; ero un po’ spaventato dalla differenza tra cucina italiana e quella giapponese, lui scherzando mi rispose “è la stessa cosa!!! Voi avete il carpaccio e noi abbiamo il sashimi, voi avete la pasta noi abbiamo i noodles”. Praticamente mi fece capire che la cucina è cucina, indipendentemente dalle culture.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2013 ti sei trasferito ad Aspen, nel Colorado, ed hai lavorato presso il Chefs Club di FOOD & WINE. Come funziona tale Club? Che funzioni avevi e che cosa traesti da tale pratica?
Patrizio La Gioia: Questa è stata una delle più belle esperienze della mia carriera. Food and Wine Magazine è una rivista Newyorchese di alta cucina, che ogni anno premia I migliori nuovi chef d’America. Il concetto del Chef Club è di invitare a rotazione ogni stagione 4 best new chef of Food & Wine, e creare il menu con i loro piatti migliori, E noi, come resident chefs,  dovevamo  replicarli; un esperienza indimenticabile..

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2014 ti troviamo a New York, con il Patina Restaurant Group, In quesa corporation hai avuto varie funzioni. Quali furono?
Patrizio La Gioia: Il mio primo ruolo con Patina Restaurant Group fù come Sous Chef nel ristorante Brasserie 8.5, ristorante francese sotto il comando di Franck Deletrain un grande chef, persona e amico. Dopo 6 mesi passati con lui la compagnia decise di promuovermi come Chef De Cuisine al ristorante Naples45, un ristorante napoletano autentico.

Tiziano Thomas Dossena: Essere stato l’Executive Sous Chef ad un ristorante favoloso e celebre come The Four Seasons Restaurant è il sogno di molti Chef, e tu lo otterresti nel 2015, tenendo la posizione fino alla chiusura del ristorante, triste episodio che fortunatamente è stato recentemente corretto con la sua riapertura. Quale erano le tue competenze in quella funzione?

Patrizio La Gioia: Dopo un po’ di tempo passato a Naples45 mi sentivo insoddisfatto perché ero nella grande mela con i migliori ristoranti del mondo e io ero qui a fare le pizze. Quindi decisi ti tornare a a fare cucina garstonomica, e iniziai l’avventura al leggendario Four Seasons Restaurant, sapendo già che doveva chiudere dopo 2 anni. Però a me la cosa non spaventava perché sapevo già che mi avrebbe aperto nuove porte qui a Manhattan. Il Four Season Restaurant era molto famoso per il “Power Lunch” ovvero la gente più potente di Manhattan veniva a pranzo, e spesso sceglievono sempre lo speciale del giorno. Una delle mie mansioni era creare ogni giorno tre piatti speciali differenti.

Tiziano Thomas Dossena: Dopo The Four Seasons avesti un’altra opportunità straordinaria, lavorando con l‘illustre Chef Thomas Keller. Che cosa apprendesti da lui?
Patrizio La Gioia: Come dicevo prima, il Four Seasons Restaurant mi aprì le porte ai migliori ristoranti del mondo, quindi iniziai al 3 stelle Michelin  “Per Se”,  uno dei migliori ristoranti d’America, se non il migliore. Per me è stato un onore conoscere il grande Chef e Mentor Thomas Keller. Con lui imparai la disciplina, la precisione e l’eccellenza.

Tiziano Thomas Dossena: Penultima tappa della tua avventura americana  il Delta Club del Madison Square Garden, il club più esclusivo in tale sede, dove ti ho incontrato. Quali erano le tue funzioni al Delta Club?
Patrizio La Gioia: Al Madison Square Garden è stata un esperienza unica! Eventi spettacolari, da partite di basket, hockey, incontri di boxe, e ovviamente concerti. Mi ricordo la volta che Andrea Boccelli venne a cantare, io ero in cucina ed a un certo punto riconobbi la canzone Nessun Dorme, una delle mie canzoni preferite. Uscii fuori dalla cucina con la pelle d’oca. Al MSG ero lo Chef del Delta Club, che serve le 20 Suite più importanti, praticamente cucinavo per i VIP, compreso il proprietario Jim Dolan.

Patrizio La Gioia con Massimo Bottura e la moglie

Tiziano Thomas Dossena: Ora che sei diventato uno degli Chef presso il prestigioso 5 stelle “Baccarat Hotel” quali altri traguardi ti prefiggi?
Patrizio La Gioia: Sinceramente non so dove mi porterà in futuro. Di sicuro una cosa la so, ogni scelta che farò la farò sempre con il cuore, come ho sempre fatto. Ovviamente, come tutti gli chef il mio sogno è di un giorno gestire il mio proprio ristorante.

Tiziano Thomas Dossena: In tanti anni di Chef in sedi prestigiose avrai cucinato per attori, cantanti e alte personalità. Qualche aneddoto in particolare?
Patrizio La Gioia: Purtroppo per la privacy non posso dire più di tanto, però l’unica cosa che posso dire è che nella mia carriera ho cucinato per attori, cantanti, atleti, politici, principi e principesse, ma per me ogni ospite è VIP, indipendentemente se è un personaggio famoso o meno. Però non potrò mai scordare la volta che ero in cucina è un cameriere venne in cucina è mi disse: Chef, c’è un certo Massimo Bottura che  dice di essere uno chef italiano e vuole parlare con te. Ed io, con un tono irritato gridai al cameriere: “ UN CERTO MASSIMO BOTTURA!!!?????? È il miglior chef al mondo!!! Ignorante!!”

Tiziano Thomas Dossena: Nel corso della tua carriera hai creato varie specialità. Potresti rivelarne una o due per i nostri lettori?
Patrizio La Gioia: Come ben saprai, in Giamaica uno dei piatti tipici è l’Oxtail, ovvero la coda di bue, quasi come la coda alla vaccinara, piatto tipico romano, però preparato con spezie differenti. Mia moglie è Giamaicana, quindi un giorno mi ispirai e creai questo piatto “Pappardelle al rosmarino con ragù di coda, cavolo nero e pecorino Toscano”. Un mio collega soprannominò il piatto “Rasta Pasta”. Da allora nacque la mia famosa Rasta Pasta.

Il Turismo Culturale In Italia E Italian Family Hospitality. Intervista Esclusiva Con Martino Gulino [L’IDEA Magazine]

Il turismo culturale in Italia e Italian Family Hospitality. Intervista esclusiva con Martino Gulino

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Italian Family Hospitality vuole essere una comunità di persone amanti della cultura e dello stile di vita italiani in tutti i suoi aspetti (lingua, arte, musica, gastronomia, moda, natura, economia), favorendo l’incontro tra le persone interessate all’apprendimento della lingua italiana, provenienti dall’estero e una rete di accoglienza turistica familiare (famiglie, agriturismi, B&B). Abbiamo avuto l’opportunita` di intervistare il dottor Martino Gulino responsabile del progetto Italian Family Hospitality.

L’Idea: Da cosa è nato il progetto “Italian Family Hospitality” e in che cosa consiste?
Martino Gulino: L’idea è nata circa quattro anni fa da un gruppo di genitori con figli che hanno fatto esperienza di corsi di lingua all’estero.  Visitando internet abbiamo scoperto che anche la lingua italiana è molto apprezzata all’estero e che esistono scuole, associazioni, fondazioni dove si tengono corsi di italiano a tutti i livelli e che spesso gli allievi vengono in Italia per trascorrere un periodo di soggiorno per migliorare la conoscenza della lingua e contemporaneamente apprezzare ciò che di bello offre il nostro paese (arte, musica, buona cucina, moda, bellezze naturalistiche).
È iniziata quindi una ricerca per elaborare un progetto specifico e verificarne la validità tenendo conto di altre eventuali iniziative simili, facendo sondaggi in diversi paesi, interloquendo con diversi testimoni privilegiati che ci hanno fornito consigli e utili indicazioni.
Ne è nata una rete di “amici di Italian family hospitality” a cui inviamo periodicamente notizie e aggiornamenti.
Di questa rete fanno parte anche strutture di accoglienza turistica di tipo familiare (famiglie, agriturismi, B&B) nella convinzione che l’ospitalità familiare, a differenza di altre modalità di soggiorno, mette in primo piano i rapporti umani come fonte di conoscenza e di amicizie sincere.

L’Idea: In“Italian Family Hospitality”si parla di imparare l’italiano ma c’`e anche un riferimento al “turismo culturale”. Potrebbe spiegarci a che cosa si riferisce?
Martino Gulino: Secondo la definizione dell’OMT (“Organizzazione Mondiale del Turismo”), agenzia delle Nazioni Unite, “il turismo culturale rappresenta tutti quei movimenti di persone motivati da scopi culturali come le vacanze studio, la partecipazione a spettacoli dal vivo, festival, eventi culturali, le visite a siti archeologici e monumenti, i pellegrinaggi. Il turismo culturale riguarda anche il piacere di immergersi nello stile di vita locale e in tutto ciò che ne costituisce l’identità e il carattere”.
L’Italia offre uno straordinario patrimonio di bellezze nelle grandi città come nei piccoli borghi, nelle campagne come nelle località marine e montane.
Basti pensare alle bellezze del paesaggio, dovunque cosparso di tracce che testimoniano e raccontano due millenni della nostra storia ricca di identità plurali, date da origini, popolazioni, linguaggi diversi, in ogni piccolo o grande villaggio da Nord a Sud.
Le tracce di questa bellezza si trovano al di là dei tanti e ricchi musei presenti sul territorio nazionale, si trovano sparsi nel territorio nazionale in un contesto di “museo diffuso”. Alla bellezza dei luoghi si somma la lingua, la cucina, il modo di vivere. Quando creatività e bellezza si incrociano con tradizione e innovazione si producono situazioni di eccellenza.
L’Italia è il paese che detiene il record di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel mondocon 53 beni nella lista nel 2017, a cui vanno aggiunte 8 realtà della cultura tradizionale e del folclore riconosciute Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO e 20 Parchi Letterari.
L’Italia dispone, inoltre, di un’ampia rete di Aree Protette (nell’elenco ufficiale sono registrate 871 aree protette), a salvaguardia del paesaggio, della biodiversità, della fauna e della flora, delle coltivazioni e produzioni locali, costituita da ben 25 Parchi Nazionali, a cui vanno aggiunti parchi naturali regionali, interregionali, comunali e locali (associazioni ambientalistiche, naturalistiche e del territorio), Riserve naturali, Zone umide di interesse internazionale, con una superficie protetta di oltre il 10% del territorio nazionale. Il quadro del patrimonio naturalistico si completa con 27 AMP (Aree Marine Protette), 2 parchi sommersi ed un Santuario Internazionale per la Tutela dei Cetacei.
L’Italia è il paese con il maggior numero di riconoscimenti dell’Unione Europea per le specialità agroalimentari: i prodotti alimentari italiani a denominazione di origine e a indicazione geografica sono 291, di cui 166 DOP (Denominazione di Origine Protetta), e 125 IGP (Indicazione Geografica Protetta), a cui si aggiungono 2 STG (Specialità Tradizionale Garantita). Nell’Atlante dei prodotti tipici pubblicato nel 2000 venivano registrati ben 475 prodotti tipici e tradizionali. Il 12% del suolo agricolo è coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

L’Idea: Perché è importante, secondo lei, per uno straniero imparare l’italiano?
Martino Gulino: L’italiano è il quarto idioma più studiato nel mondo (al primo posto l’inglese, al secondo il francese e al terzo lo spagnolo). Perché oggi tante persone studiano italiano? Malgrado l’importanza politica ed economica di altre lingue, il numero di persone che studia l’italiano cresce continuamente sia nei paesi che hanno conosciuto l’immigrazione italiana (si stima che siano circa 80 milioni gli oriundi di origine italiana, cioè nati in altri paesi e discendenti da precedenti emigrazioni), sia in altri paesi.
La motivazione più comune è l’arricchimento culturale, seguita da esigenze di studio, di lavoro, per turismo o per ragioni affettive. L’italiano è una lingua di cultura, è la lingua di Dante, del bel canto, della lirica. È la lingua di grandi artisti, pittori, poeti, scrittori, filosofi. È inoltre la lingua del Papa, essendo la lingua ufficiale, insieme al latino, della Città del Vaticano.
La lingua italiana è una lingua musicale, aperta, varia e ridondante, per cui comprendere in italiano è più facile che in altre lingue ed è anche più piacevole.
Ma l’italiano è anche la lingua che accompagna il Made-in-Italy: è la lingua della moda, della cucina e delle automobili. Tutto questo è sinonimo di qualità, di stile e saper vivere. L’italiano è anche Dolce vita. L’italiano è una parte importante di quell’Italia piena di tesori d’arte, di paesaggi, di magia. E gli italiani sono un popolo creativo, simpatico, caloroso.
Parlare italiano è una risorsa per crescere dal punto di vista umano, culturale e professionale. L’industria italiana rimane una delle più importanti al mondo.

L’Idea:  Avete riscontrato che esiste un particolare interesse per la lingua italiana negli USA?
Martino Gulino: L’amicizia tra gli italiani e il popolo americano ha delle radici profonde. Negli USA ci sono circa 20 milioni di italo-americani che hanno dato nel tempo un notevole contributo alla crescita economica e politica degli USA.
Tra i paesi anglofoni, gli Stati Uniti d’America è tra quelli con un numero maggiore di studenti di italiano, con un’elevatissima presenza soprattutto nelle scuole locali. Negli Stati Uniti d’America, l’italiano è oggi la quarta lingua straniera più studiata ed il numero di studenti è in costante crescita. L’insegnamento della lingua italiana all’interno del sistema universitario è molto diffuso: gli Stati Uniti rappresentano il paese con una maggiore presenza di cattedre di italiano e dipartimenti di italianistica nel mondo.
Negli Usa risultano attivi circa 50 dipartimenti di italianistica e oltre 400 corsi di italiano a livello universitario presso cattedre di diversa tipologia. Inoltre, circa 31.166 studenti universitari americani hanno studiato sul territorio italiano nell’anno scolastico 2013/2014, con una crescita del 4,4% rispetto all’anno accademico precedente. L’Italia è il secondo Paese non anglofono meta di destinazione dagli studenti universitari americani che scelgono di frequentare dei periodi di studio presso sedi di università americane o corsi di specializzazione presso istituzioni italiane.
In circa 800 scuole di ogni ordine e grado l’italiano costituisce parte dell’offerta curricolare; il 60% circa è concentrato nella costa est, in particolare nella fascia Boston-New York-Filadelfia-Washington. La maggiore presenza di corsi di italiano nelle scuole di segmento k-12 (dalle elementari alle superiori) riflette la demografia degli italo-discendenti, degli italiani residenti all’estero e della presenza della nuova immigrazione ad alto capitale intellettuale.
Innumerevoli sono le associazioni culturali, le fondazioni, enti no profit, club, canali televisivi e radiofonici, testate giornalistiche, associazioni di insegnanti, blog, meetup ecc. che concorrono a promuovere la conoscenza e la diffusione della lingua italiana.
Un recente articolo (aprile 2018) sull’argomento è stato pubblicato sul sito http://www.iitaly.org/magazine/focus-in-italiano/arte-e-cultura/article/evviva-la-lingua-italiana-nelle-scuole-americane

L’Idea: Quali sono i principi di ospitalità sui quali si basa l’Italian Family Hospitality?
Martino Gulino: In linea con il Codice Mondiale di Etica del Turismo (Organizzazione Mondiale del Turismo – OMT), e con le carte etiche di riferimento dell’Associazione Italiana per un Turismo Responsabile (AITR), i principi a cui ci ispiriamo sono:

  • promuovere un turismo che contribuisca alla difesa e alla valorizzazione del patrimonio culturale, storico, linguistico ed ambientale del proprio territorio;
  • promuovere il turismo quale strumento di reciproco rispetto tra i popoli, rispettando e riconoscendo il valore delle diverse tradizioni e pratiche sociali e culturali;
  • promuovere il turismo quale fattore di sviluppo durevole, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali (che soddisfi cioè in modo equo le necessità e le aspirazioni delle generazioni presenti e future);
  • favorire, nel limite del possibile, l’utilizzo dei prodotti locali (alimentari, artigianali o industriali), nell’applicazione dei principi della filiera corta, instaurando un rapporto di cooperazione tra i vari soggetti;
  • adottare un’etica commerciale tutelando e rispettando il cliente e praticando una politica dei prezzi equa;
  • adottare un’etica dell’accoglienza di ogni tipo di pubblico (con particolare attenzione a gruppi, famiglie con bambini, anziani e visitatori diversamente abili), favorendo l’accesso ai luoghi di interesse turistico ed alle sue strutture ricettive.

L’Idea: Ci sono ditte o associazioni che sponsorizzano il progetto? 
Martino Gulino: Il progetto, dopo una lunga fase di incubazione, è diventato operativo dall’inizio dell’anno 2018 in seguito alla collaborazione instaurata con Easy Holidays (www.easyholidays.it). Easy Holidays srl è una startup operante da diversi anni in campo turistico; l’assonanza di modalità operative e di vedute sul futuro del turismo era tanto forte da inserire all’interno del sito una sezione riguardante i soggiorni linguistici,  http://easyholidays.it/soggiorni-linguistici-in-italia/. La pagina progetto permette all’utente di trovare tutte le informazioni relative al progetto, i nominativi degli “amici di Italian family hospitality”, le diverse possibilità di soggiorno linguistico e culturale, le modalità di adesione e di prenotazione, ma soprattutto inserire la propria richiesta di soggiorno e ottenere delle risposte in tempi brevi.
Non ci sono sponsorizzazioni, ma ci sono collaborazioni con enti, scuole, associazioni che condividono lo spirito del progetto e che contribuiscono a promuoverne l’attività.

L’Idea: Che cosa deve fare la persona interessata per ottenere più informazioni?
Martino Gulino: Chi è interessato può accedere al sito web http://easyholidays.it/soggiorni-linguistici-in-italia/, alla pagina facebook Italianfamilyhospitality inserire la sua richiesta di soggiorno linguistico ed inviarla. La sua richiesta verrà inviata alle strutture aderenti che sottoporranno le loro offerte direttamente all’utente.
Per info: italianfamilyhospitality@gmail.com

The French Connection: Oldies But Goodies Movie In Yonkers With Real Stars

Article by Tiziano Thomas Dossena

On November 14, Alamo Theaters in Yonkers presented, on the 45th anniversary of its release, the Oscar winning film The French Connection, which played to a large audience of enthusiasts, a rather unusual occurrence for a Monday night. The reason for the large crowd was also the presence of Randy Jurgensen, an actor and Police consultant for the movie.

french_randy-512x252The spectators were not disappointed. After the experience of viewing this wonderfully directed film, which offers a realistic and endless car chase among the many thrills, Mr. Jurgensen, a retired police detective, spoke about the little known unusual features of this movie. Some of these will surprise the reader as much they surprised me.french_connection-512x718

In a scene in which drug dealers are making a purchase, for example, the money in the briefcase is actually real money, or at least the visible bills are… The drug that is being tested by the dealer is real and there are no computer effects in the car chase; what you see is all real. The collisions, obviously, were staged, all but one, but when you see the car driving at 60 mph under the el and missing other cars by an inch or two, well, those were real stunts performed by Randy himself, except when Gene Hackman was visible in the car by the camera; in that case, Mr. Hackman was performing the stunt himself. Once, the famous actor hit a telephone pole and crashed the car; he was brought to the hospital for that incident… A subway train wreck was achieved by placing the two cars next to each other, backing one of them away from the other at high speed, film it and then reverse the film; simple, no?french1

In another scene, the detectives enter a bar full of apparent low lives; well, in reality most of them were real undercover cops and not actors. Would you have guessed it? The night club in which the duo goes to have a drink is the Copacabana and the performers are really the Three Degrees, and not some unknown act….

The music in the movie was purposely dissonant to raise the tension of the narrative, but there was no music whatsoever during the car chase and all you could hear was the sound of the car engines, the screeching of the tires, the bangs of the smash-ups, all 100% real sounds; no sounds were prepared in the editing booth.french2

Another interesting fact was that when acting in his scene, staged in a garage where towed cars were brought, Randy was told to just act as a cop who wanted to waste time, allowing the reassembly (or replacement) of a car which had been taken apart; be natural, that’s all! He did just that, and what came out was the only humorous scene of the movie! It was another great choice by the Director, William Friedkin.

Mr. Jurgensen also explained that he had strongly objected to the scene in which Eddie Egan (A.K.A. Jimmy ‘Popeye’ Doyle) shot the unarmed French killer in the back, because that would have been a murder, but the Director told him not to worry and reminded him that he was just a consultant and not the Director. At the opening of the movie, the audience stood up and cheered after that shooting scene, and at that time Mr. Friedkin told him playfully, “I told you so…”

img_0084Mr. Randy Jurgensen (third from left) and a group of retired detectives from the Bronx at the event.
Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

There were many other interesting facts that Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni (son of the producer and a producer himself for other movies with Mr. Jurgensen) offered to the excited public, but I will leave the reader with just one more: the movie was turned down by Movie Studios three times and it was finally when Twentieth Century Fox Film Corporation was practically bankrupt that they offered $2 Millions to start the production of the film, a mere small change left over after their enormous and disastrous financial loss with the historical movie Cleopatra; the movie at the end cost $32 Millions.

Watching the movie, with its hair raising scenes and frenetic rhythm, rediscovering visually in it the old ’70s New York, and also listening to the commentary by Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni was a tremendous, unmatchable experience, and I wish more of these anniversary film projections were undertaken with similar results. Certainly, knowing that in the real French Connection sting, $489.000 and plenty of drugs were recovered by Eddie Egan and Sonny Grosso, the two detectives in charge of the case, and meeting some of the heroes of that story made it even more rewarding.

A moment of the presentation

A moment of the presentation

Il Numero 100 De “La Vallisa”: Una Fantastica Avventura.

LA-VALLISA

Arrivare al numero 100 per una rivista di cultura è certamente oggidì una rarità. Che questa rivista abbia poi ritenuto i fondatori in corpo alla propria redazione è un’altra singolarità che mi ha incuriosito. Leggendo le varie poesie e i brevi saggi dei vari redattori sono rimasto colpito dalla varietà dei temi, della stilistica, dell’espressione di questi artisti della penna, e ho compreso la vera ragione della longevità di questa rivista. I poeti de La Vallisa sono più che una associazione, sono una famiglia, quasi una corporazione medievale che trova nel gusto del prodotto (in questo caso letterario) in sé la raison d’etre della loro esistenza, sono dei letterati che amano scrivere più di tutto e amano anche condividere con altri letterati i loro dubbi, i loro lavori e le gioie legate alla loro produzione letteraria. Sono dei poeti in profondità perché le loro poesie rispecchiano veramente i loro sentimenti e le loro devozioni, i loro desideri e le loro delusioni, ma anche perché amano la poesia in sé, anche quando non è la loro; sono, cioè, dei veri poeti. L’unico mio dispiacere è stato non comprendere appieno le poesie in pugliese (non potei capire di che città fosse il dialetto) nonostante la traduzione a piè pagina. In genere, le traduzioni dal dialetto, sfortunatamente, non contengono mai il vero ‘sapore’ della poesia originale e di conseguenza non possono avere sul lettore l’impatto che ha l’idiomatica dialettale. Per questa ragione condivido in parte le opinioni espresse da Domenico Amato nel suo saggio “Il dialetto, la lingua del cuore”, dove l’autore dichiara che “il dialetto ha una capacità di assonanza e di sintesi che la lingua ufficiale non possiede. Ha una lirica, una musicalità e una destrezza che l’idioma nazionale si sogna di notte…”. Anche l’idioma nazionale può avere quella musicalità e destrezza che il dialetto possiede, solo che il prodotto finale sarà sempre diverso, non migliore o peggiore, ma diverso, così come pezzi musicali di vari periodi hanno un fascino differente.  Il dialetto ci riporta alle nostre origini, alle nostre radici e ci permette di comunicare con più semplicità ed immediatezza i nostri pensieri, ritenendo una sua freschezza unica che perderebbe molto in traduzione. Il dialetto è, insomma, uno strumento diverso dalla lingua italiana e come tale deve essere trattato e rispettato.

Interessante il gemellaggio con i poeti serbi, dei quali parla Gianni Antonio Palumbo in un piacevole saggio (“LA VALLISA” E LE VOCI DELLA LETTERATURA SERBA) all’inizio di questo particolare numero, un saggio consistente che ripercorre sia il rapporto tra La Vallisa e i poeti serbi sia la produzione letteraria di questi poeti.

LA VALLISA (1)

Ogni altro componente del comitato di redazione ha voluto scrivere una specie di capitolo di un “Manifesto de La Vallisa”, offrendo in un breve saggio una visione personale e intima della relazione tra loro, la poesia e La Vallisa. Da ciò nasce un vero e proprio manifesto, nel quale possiamo trovare i legami della poesia con vari aspetti del mondo esterno e con varie emozioni e vedute su ciò che stimola il poeta a scrivere, e con questo gesto condividere i propri sentimenti, atto che porta ad un rapporto intimo tra il lettore ed il poeta. Nonostante tutti questi scritti siano validi e piacevoli, quanto vari nella loro impostazione, alcuni di questi mirano di più ad essere commemorativi che non altro, mentre altri spiegano la poesia come messaggio. Ed è qui che troviamo, per esempio, la “Poesia come ricerca del Sacro” di Giulia Poli Disanto, che esalta la spiritualità della poesia, asserendo: “La ricerca della verità al di là delle cose, inserita all’interno di una intensa ispirazione religiosa, dà alla realtà una carica misteriosa che induce il poeta ad osare. E la poesia, in quanto manifestazione dello spirito, canta la vita nel bene e nel male e traccia quel confine che separa la realtà quotidiana dall’oltre sognato”. Altro saggio che esamina un aspetto della poesia e contemporaneamente della loro associazione è “La scrittura come sentimento che unisce” di Angela De Leo, che afferma: “Ci conosciamo in quello che scriviamo anche al di là di divergenze di vedute, di discordanti interpretazioni, di valutazioni su meriti o limiti letterari e umani di ciascuno. Perché ogni successo dell’altro diventa nostro. Ogni sofferenza è dolore di noi tutti. Perché ci anima e sorride il “sogno”: scrivere per amore e con amore sulla “nostra “rivista”.

Interessante pure “…ed io leggo, anche ad alta voce” di Zaccaria Gallo, nel quale l’autore afferma che è “facile assistere, allora, ad una sorta di analfabetismo poetico” e che “offrire poesia è un atto d’amore e, nello stesso tempo, è imparare, tutte le volte, a stupirsi della grandissima forza emotiva che hanno le parole: conoscere, e riconoscere, poeti noti e dimenticati o sconosciuti, prendere coscienza che questo viaggio, esteriore e interiore, porta chi legge e chi ascolta verso le terre della meraviglia, della bellezza, del mistero. Che grande energia si sviluppa dalla parola poetica detta ad alta voce!”

Le molte poesie che seguono offrono una reale panoramica della eterogeneità di questo gruppo di letterati; si passa dalle poesie ermetiche di quattro righe ai poemi di lungo respiro, dalle tematiche d’amore a quelle esistenziali, dal linguaggio semplice e diretto a quello complesso e volutamente “intellettuale”; insomma, una vera antologia rappresentativa di questa associazione, ottima per la scelta delle poesie, delle quali ne pubblichiamo una del poeta Gianni Antonio Palumbo per i nostri lettori per la sua immediatezza descrittiva.

DISTONIA

Per te, che sognavi cavalli e regine,

il mondo era un lontano

specchio stonato.

Come una campana

che abbia suonato tardi il giorno.

E si ostina

a rintoccare

nel silenzio.

Concludendo, questa rivista ha superato un traguardo invidiabile e merita di essere letta e conosciuta dal grande pubblico. Da parte mia e della nostra rivista ci congratuliamo con tutti i membri di tale associazione e porgiamo un cordiale augurio di buona continuazione.