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Alta Cucina Internazionale: dalle orecchiette alla Rasta pasta. Intervista con lo Chef Patrizio La Gioia [Christopher]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

Lo avevo incontrato un paio di volte nei corridoi del Madison Square Garden ed avevo notato il nome sulla sua uniforme di gran Chef. Avevo sentito che era un Chef di gran nome e ciò mi intimidì un poco. Mi azzardai a parlargli il giorno che ero entrato nella sua cucina per ragioni tecniche. Scoprimmo la comunanza della lingua e stringemmo subito un patto di amicizia spontaneo e naturale fra emigranti italiani all’estero.  Qualche giorno dopo mi avvisò della sua intenzione di trasferirsi al Baccarat Hotel, prestigioso ristorante anch’esso nel centro di Manhattan. Gli spiegai che esisteva una rivista (Christopher) che parlava degli italiani all’estero che avevano avuto successo e lui prontamente acconsentì a questa intervista.

 
 Tiziano Thomas Dossena: Patrizio, hai iniziato la tua avventura culinaria nel lontano 2000 presso varie trattorie e ristorantini, in Puglia. Come ti venne la passione per la cucina?
Patrizio La Gioia: Penso che la mia ispirazione sia stata mia mamma. Ricordo ancora quando giocavo sul pavimento e vedevo il tavolo muoversi come fosse una nave sulle onde; (Patrizio ride) avevo molta fantasia da bambino, in realtà era mia mamma che lavorava l’impasto della pasta. La domenica era un rituale della mamma fare la pasta fresca e si iniziava con le famose orecchiette. Mi ricordo che volevo imparare a farle ma per me era veramente molto difficile, ero affascinato da come mia mamma lo faceva sembrare così semplice.

Tiziano Thomas Dossena: Da lì sei poi partito all’inizio del 2007 per l’estero e sei diventato Chef de Partie a Monte Carlo presso il prestigioso ristorante La Salier. Come avvenne questo cambiamento? Quanto difficoltoso fu il cambiamento da una infrastruttura italiana ad una internazionale? Che cosa hai imparato in tale sede?
Patrizio La Gioia: Fortunatamente il cambiamento non è stato così poi tanto difficile, essendo un ristorante italiano con personale italiano, e poi francamente a Monte Carlo si parla anche italiano. Lavorativamente parlando è stato abbastanza difficile perché sono passato da trattorie a un ristorante cinque stelle. Ho imparato le cinque salse madri, pasta fresca e tanto altro.

Tiziano Thomas Dossena: La prossima fermata è l’America, e addirittura Miami, in Florida, alla fine dello stesso anno. Come ci arrivasti? In tale città tu avesti due esperienze come Chef de Partie ad alto livello; la prima presso l’Hotel Cardozzo e la seconda presso in rinomato The Forge Restaurant. Che differenza ebbero le due esperienze? 
Patrizio La Gioia: Tramite La Salier sono riuscito a farmi trasferire al hotel Cardozzo in Miami essendo parte della compagnia. Ricordo come fosse ieri la difficoltà con la lingua, le unità di misura, la cultura. Mi sentivo completamente in un l’altro mondo. Dopo un’anno passato al Cardozzo il mio obbiettivo era lavorare in uno dei migliori ristoranti di Miami. Iniziai quindi a lavorare al The Forge, una leggenda a Miami sotto la quidanza del grande chef  Dewey LoSasso. Mi ricordo che quell’anno vinse come miglior chef della Florida sul Miami Times

Tiziano Thomas Dossena: A Miami ci fu un’altra evoluzione e lavorasti come Sous Chef in due famosi ristoranti, uno con cucina francese, La Gluttoneire, ed uno con cucina italiana, Tiramesu. Che differenti esperienze avesti in queste due sedi? 
Patrizio La Gioia: Dopo l’esperienza al The Forge, ho iniziato la mia prima esperienza come sous chef (secondo chef) al Tiramesu, grande ristorante italiano, dove imparai come gestire la cucina dal punto di vista burocratico. Imparai il food cost, labor cost e come  fare gli acquisti. Sempre molto appassionato ad imparare altre cuisine, lasciai il Tiramesu per intraprendere questa nuova esperienza francese alla Gluttonerie (2012 best French restaurant in Miami)

Tiziano Thomas Dossena: Tu studiasti anche sotto l’Executive Chef Thomas Buckley nel ristorante Nobu, sempre a Miami. Come definiresti questa episodio della tua vita?
Patrizio La Gioia: Eh si, come dicevo prima ho sempre avuto la passione per imparare cucine differenti, ebbene sì cucina giapponese al grande Nobu Miami. Mi ricordo quando Chef Thomas Buckley (corporate Chef Nobu America) mi fece la proposta di lavorare con lui; ero un po’ spaventato dalla differenza tra cucina italiana e quella giapponese, lui scherzando mi rispose “è la stessa cosa!!! Voi avete il carpaccio e noi abbiamo il sashimi, voi avete la pasta noi abbiamo i noodles”. Praticamente mi fece capire che la cucina è cucina, indipendentemente dalle culture.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2013 ti sei trasferito ad Aspen, nel Colorado, ed hai lavorato presso il Chefs Club di FOOD & WINE. Come funziona tale Club? Che funzioni avevi e che cosa traesti da tale pratica?
Patrizio La Gioia: Questa è stata una delle più belle esperienze della mia carriera. Food and Wine Magazine è una rivista Newyorchese di alta cucina, che ogni anno premia I migliori nuovi chef d’America. Il concetto del Chef Club è di invitare a rotazione ogni stagione 4 best new chef of Food & Wine, e creare il menu con i loro piatti migliori, E noi, come resident chefs,  dovevamo  replicarli; un esperienza indimenticabile..

Tiziano Thomas Dossena: Nel 2014 ti troviamo a New York, con il Patina Restaurant Group, In quesa corporation hai avuto varie funzioni. Quali furono?
Patrizio La Gioia: Il mio primo ruolo con Patina Restaurant Group fù come Sous Chef nel ristorante Brasserie 8.5, ristorante francese sotto il comando di Franck Deletrain un grande chef, persona e amico. Dopo 6 mesi passati con lui la compagnia decise di promuovermi come Chef De Cuisine al ristorante Naples45, un ristorante napoletano autentico.

Tiziano Thomas Dossena: Essere stato l’Executive Sous Chef ad un ristorante favoloso e celebre come The Four Seasons Restaurant è il sogno di molti Chef, e tu lo otterresti nel 2015, tenendo la posizione fino alla chiusura del ristorante, triste episodio che fortunatamente è stato recentemente corretto con la sua riapertura. Quale erano le tue competenze in quella funzione?

Patrizio La Gioia: Dopo un po’ di tempo passato a Naples45 mi sentivo insoddisfatto perché ero nella grande mela con i migliori ristoranti del mondo e io ero qui a fare le pizze. Quindi decisi ti tornare a a fare cucina garstonomica, e iniziai l’avventura al leggendario Four Seasons Restaurant, sapendo già che doveva chiudere dopo 2 anni. Però a me la cosa non spaventava perché sapevo già che mi avrebbe aperto nuove porte qui a Manhattan. Il Four Season Restaurant era molto famoso per il “Power Lunch” ovvero la gente più potente di Manhattan veniva a pranzo, e spesso sceglievono sempre lo speciale del giorno. Una delle mie mansioni era creare ogni giorno tre piatti speciali differenti.

Tiziano Thomas Dossena: Dopo The Four Seasons avesti un’altra opportunità straordinaria, lavorando con l‘illustre Chef Thomas Keller. Che cosa apprendesti da lui?
Patrizio La Gioia: Come dicevo prima, il Four Seasons Restaurant mi aprì le porte ai migliori ristoranti del mondo, quindi iniziai al 3 stelle Michelin  “Per Se”,  uno dei migliori ristoranti d’America, se non il migliore. Per me è stato un onore conoscere il grande Chef e Mentor Thomas Keller. Con lui imparai la disciplina, la precisione e l’eccellenza.

Tiziano Thomas Dossena: Penultima tappa della tua avventura americana  il Delta Club del Madison Square Garden, il club più esclusivo in tale sede, dove ti ho incontrato. Quali erano le tue funzioni al Delta Club?
Patrizio La Gioia: Al Madison Square Garden è stata un esperienza unica! Eventi spettacolari, da partite di basket, hockey, incontri di boxe, e ovviamente concerti. Mi ricordo la volta che Andrea Boccelli venne a cantare, io ero in cucina ed a un certo punto riconobbi la canzone Nessun Dorme, una delle mie canzoni preferite. Uscii fuori dalla cucina con la pelle d’oca. Al MSG ero lo Chef del Delta Club, che serve le 20 Suite più importanti, praticamente cucinavo per i VIP, compreso il proprietario Jim Dolan.

Patrizio La Gioia con Massimo Bottura e la moglie

Tiziano Thomas Dossena: Ora che sei diventato uno degli Chef presso il prestigioso 5 stelle “Baccarat Hotel” quali altri traguardi ti prefiggi?
Patrizio La Gioia: Sinceramente non so dove mi porterà in futuro. Di sicuro una cosa la so, ogni scelta che farò la farò sempre con il cuore, come ho sempre fatto. Ovviamente, come tutti gli chef il mio sogno è di un giorno gestire il mio proprio ristorante.

Tiziano Thomas Dossena: In tanti anni di Chef in sedi prestigiose avrai cucinato per attori, cantanti e alte personalità. Qualche aneddoto in particolare?
Patrizio La Gioia: Purtroppo per la privacy non posso dire più di tanto, però l’unica cosa che posso dire è che nella mia carriera ho cucinato per attori, cantanti, atleti, politici, principi e principesse, ma per me ogni ospite è VIP, indipendentemente se è un personaggio famoso o meno. Però non potrò mai scordare la volta che ero in cucina è un cameriere venne in cucina è mi disse: Chef, c’è un certo Massimo Bottura che  dice di essere uno chef italiano e vuole parlare con te. Ed io, con un tono irritato gridai al cameriere: “ UN CERTO MASSIMO BOTTURA!!!?????? È il miglior chef al mondo!!! Ignorante!!”

Tiziano Thomas Dossena: Nel corso della tua carriera hai creato varie specialità. Potresti rivelarne una o due per i nostri lettori?
Patrizio La Gioia: Come ben saprai, in Giamaica uno dei piatti tipici è l’Oxtail, ovvero la coda di bue, quasi come la coda alla vaccinara, piatto tipico romano, però preparato con spezie differenti. Mia moglie è Giamaicana, quindi un giorno mi ispirai e creai questo piatto “Pappardelle al rosmarino con ragù di coda, cavolo nero e pecorino Toscano”. Un mio collega soprannominò il piatto “Rasta Pasta”. Da allora nacque la mia famosa Rasta Pasta.

Il Turismo Culturale In Italia E Italian Family Hospitality. Intervista Esclusiva Con Martino Gulino [L’IDEA Magazine]

Il turismo culturale in Italia e Italian Family Hospitality. Intervista esclusiva con Martino Gulino

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Italian Family Hospitality vuole essere una comunità di persone amanti della cultura e dello stile di vita italiani in tutti i suoi aspetti (lingua, arte, musica, gastronomia, moda, natura, economia), favorendo l’incontro tra le persone interessate all’apprendimento della lingua italiana, provenienti dall’estero e una rete di accoglienza turistica familiare (famiglie, agriturismi, B&B). Abbiamo avuto l’opportunita` di intervistare il dottor Martino Gulino responsabile del progetto Italian Family Hospitality.

L’Idea: Da cosa è nato il progetto “Italian Family Hospitality” e in che cosa consiste?
Martino Gulino: L’idea è nata circa quattro anni fa da un gruppo di genitori con figli che hanno fatto esperienza di corsi di lingua all’estero.  Visitando internet abbiamo scoperto che anche la lingua italiana è molto apprezzata all’estero e che esistono scuole, associazioni, fondazioni dove si tengono corsi di italiano a tutti i livelli e che spesso gli allievi vengono in Italia per trascorrere un periodo di soggiorno per migliorare la conoscenza della lingua e contemporaneamente apprezzare ciò che di bello offre il nostro paese (arte, musica, buona cucina, moda, bellezze naturalistiche).
È iniziata quindi una ricerca per elaborare un progetto specifico e verificarne la validità tenendo conto di altre eventuali iniziative simili, facendo sondaggi in diversi paesi, interloquendo con diversi testimoni privilegiati che ci hanno fornito consigli e utili indicazioni.
Ne è nata una rete di “amici di Italian family hospitality” a cui inviamo periodicamente notizie e aggiornamenti.
Di questa rete fanno parte anche strutture di accoglienza turistica di tipo familiare (famiglie, agriturismi, B&B) nella convinzione che l’ospitalità familiare, a differenza di altre modalità di soggiorno, mette in primo piano i rapporti umani come fonte di conoscenza e di amicizie sincere.

L’Idea: In“Italian Family Hospitality”si parla di imparare l’italiano ma c’`e anche un riferimento al “turismo culturale”. Potrebbe spiegarci a che cosa si riferisce?
Martino Gulino: Secondo la definizione dell’OMT (“Organizzazione Mondiale del Turismo”), agenzia delle Nazioni Unite, “il turismo culturale rappresenta tutti quei movimenti di persone motivati da scopi culturali come le vacanze studio, la partecipazione a spettacoli dal vivo, festival, eventi culturali, le visite a siti archeologici e monumenti, i pellegrinaggi. Il turismo culturale riguarda anche il piacere di immergersi nello stile di vita locale e in tutto ciò che ne costituisce l’identità e il carattere”.
L’Italia offre uno straordinario patrimonio di bellezze nelle grandi città come nei piccoli borghi, nelle campagne come nelle località marine e montane.
Basti pensare alle bellezze del paesaggio, dovunque cosparso di tracce che testimoniano e raccontano due millenni della nostra storia ricca di identità plurali, date da origini, popolazioni, linguaggi diversi, in ogni piccolo o grande villaggio da Nord a Sud.
Le tracce di questa bellezza si trovano al di là dei tanti e ricchi musei presenti sul territorio nazionale, si trovano sparsi nel territorio nazionale in un contesto di “museo diffuso”. Alla bellezza dei luoghi si somma la lingua, la cucina, il modo di vivere. Quando creatività e bellezza si incrociano con tradizione e innovazione si producono situazioni di eccellenza.
L’Italia è il paese che detiene il record di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel mondocon 53 beni nella lista nel 2017, a cui vanno aggiunte 8 realtà della cultura tradizionale e del folclore riconosciute Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO e 20 Parchi Letterari.
L’Italia dispone, inoltre, di un’ampia rete di Aree Protette (nell’elenco ufficiale sono registrate 871 aree protette), a salvaguardia del paesaggio, della biodiversità, della fauna e della flora, delle coltivazioni e produzioni locali, costituita da ben 25 Parchi Nazionali, a cui vanno aggiunti parchi naturali regionali, interregionali, comunali e locali (associazioni ambientalistiche, naturalistiche e del territorio), Riserve naturali, Zone umide di interesse internazionale, con una superficie protetta di oltre il 10% del territorio nazionale. Il quadro del patrimonio naturalistico si completa con 27 AMP (Aree Marine Protette), 2 parchi sommersi ed un Santuario Internazionale per la Tutela dei Cetacei.
L’Italia è il paese con il maggior numero di riconoscimenti dell’Unione Europea per le specialità agroalimentari: i prodotti alimentari italiani a denominazione di origine e a indicazione geografica sono 291, di cui 166 DOP (Denominazione di Origine Protetta), e 125 IGP (Indicazione Geografica Protetta), a cui si aggiungono 2 STG (Specialità Tradizionale Garantita). Nell’Atlante dei prodotti tipici pubblicato nel 2000 venivano registrati ben 475 prodotti tipici e tradizionali. Il 12% del suolo agricolo è coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

L’Idea: Perché è importante, secondo lei, per uno straniero imparare l’italiano?
Martino Gulino: L’italiano è il quarto idioma più studiato nel mondo (al primo posto l’inglese, al secondo il francese e al terzo lo spagnolo). Perché oggi tante persone studiano italiano? Malgrado l’importanza politica ed economica di altre lingue, il numero di persone che studia l’italiano cresce continuamente sia nei paesi che hanno conosciuto l’immigrazione italiana (si stima che siano circa 80 milioni gli oriundi di origine italiana, cioè nati in altri paesi e discendenti da precedenti emigrazioni), sia in altri paesi.
La motivazione più comune è l’arricchimento culturale, seguita da esigenze di studio, di lavoro, per turismo o per ragioni affettive. L’italiano è una lingua di cultura, è la lingua di Dante, del bel canto, della lirica. È la lingua di grandi artisti, pittori, poeti, scrittori, filosofi. È inoltre la lingua del Papa, essendo la lingua ufficiale, insieme al latino, della Città del Vaticano.
La lingua italiana è una lingua musicale, aperta, varia e ridondante, per cui comprendere in italiano è più facile che in altre lingue ed è anche più piacevole.
Ma l’italiano è anche la lingua che accompagna il Made-in-Italy: è la lingua della moda, della cucina e delle automobili. Tutto questo è sinonimo di qualità, di stile e saper vivere. L’italiano è anche Dolce vita. L’italiano è una parte importante di quell’Italia piena di tesori d’arte, di paesaggi, di magia. E gli italiani sono un popolo creativo, simpatico, caloroso.
Parlare italiano è una risorsa per crescere dal punto di vista umano, culturale e professionale. L’industria italiana rimane una delle più importanti al mondo.

L’Idea:  Avete riscontrato che esiste un particolare interesse per la lingua italiana negli USA?
Martino Gulino: L’amicizia tra gli italiani e il popolo americano ha delle radici profonde. Negli USA ci sono circa 20 milioni di italo-americani che hanno dato nel tempo un notevole contributo alla crescita economica e politica degli USA.
Tra i paesi anglofoni, gli Stati Uniti d’America è tra quelli con un numero maggiore di studenti di italiano, con un’elevatissima presenza soprattutto nelle scuole locali. Negli Stati Uniti d’America, l’italiano è oggi la quarta lingua straniera più studiata ed il numero di studenti è in costante crescita. L’insegnamento della lingua italiana all’interno del sistema universitario è molto diffuso: gli Stati Uniti rappresentano il paese con una maggiore presenza di cattedre di italiano e dipartimenti di italianistica nel mondo.
Negli Usa risultano attivi circa 50 dipartimenti di italianistica e oltre 400 corsi di italiano a livello universitario presso cattedre di diversa tipologia. Inoltre, circa 31.166 studenti universitari americani hanno studiato sul territorio italiano nell’anno scolastico 2013/2014, con una crescita del 4,4% rispetto all’anno accademico precedente. L’Italia è il secondo Paese non anglofono meta di destinazione dagli studenti universitari americani che scelgono di frequentare dei periodi di studio presso sedi di università americane o corsi di specializzazione presso istituzioni italiane.
In circa 800 scuole di ogni ordine e grado l’italiano costituisce parte dell’offerta curricolare; il 60% circa è concentrato nella costa est, in particolare nella fascia Boston-New York-Filadelfia-Washington. La maggiore presenza di corsi di italiano nelle scuole di segmento k-12 (dalle elementari alle superiori) riflette la demografia degli italo-discendenti, degli italiani residenti all’estero e della presenza della nuova immigrazione ad alto capitale intellettuale.
Innumerevoli sono le associazioni culturali, le fondazioni, enti no profit, club, canali televisivi e radiofonici, testate giornalistiche, associazioni di insegnanti, blog, meetup ecc. che concorrono a promuovere la conoscenza e la diffusione della lingua italiana.
Un recente articolo (aprile 2018) sull’argomento è stato pubblicato sul sito http://www.iitaly.org/magazine/focus-in-italiano/arte-e-cultura/article/evviva-la-lingua-italiana-nelle-scuole-americane

L’Idea: Quali sono i principi di ospitalità sui quali si basa l’Italian Family Hospitality?
Martino Gulino: In linea con il Codice Mondiale di Etica del Turismo (Organizzazione Mondiale del Turismo – OMT), e con le carte etiche di riferimento dell’Associazione Italiana per un Turismo Responsabile (AITR), i principi a cui ci ispiriamo sono:

  • promuovere un turismo che contribuisca alla difesa e alla valorizzazione del patrimonio culturale, storico, linguistico ed ambientale del proprio territorio;
  • promuovere il turismo quale strumento di reciproco rispetto tra i popoli, rispettando e riconoscendo il valore delle diverse tradizioni e pratiche sociali e culturali;
  • promuovere il turismo quale fattore di sviluppo durevole, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali (che soddisfi cioè in modo equo le necessità e le aspirazioni delle generazioni presenti e future);
  • favorire, nel limite del possibile, l’utilizzo dei prodotti locali (alimentari, artigianali o industriali), nell’applicazione dei principi della filiera corta, instaurando un rapporto di cooperazione tra i vari soggetti;
  • adottare un’etica commerciale tutelando e rispettando il cliente e praticando una politica dei prezzi equa;
  • adottare un’etica dell’accoglienza di ogni tipo di pubblico (con particolare attenzione a gruppi, famiglie con bambini, anziani e visitatori diversamente abili), favorendo l’accesso ai luoghi di interesse turistico ed alle sue strutture ricettive.

L’Idea: Ci sono ditte o associazioni che sponsorizzano il progetto? 
Martino Gulino: Il progetto, dopo una lunga fase di incubazione, è diventato operativo dall’inizio dell’anno 2018 in seguito alla collaborazione instaurata con Easy Holidays (www.easyholidays.it). Easy Holidays srl è una startup operante da diversi anni in campo turistico; l’assonanza di modalità operative e di vedute sul futuro del turismo era tanto forte da inserire all’interno del sito una sezione riguardante i soggiorni linguistici,  http://easyholidays.it/soggiorni-linguistici-in-italia/. La pagina progetto permette all’utente di trovare tutte le informazioni relative al progetto, i nominativi degli “amici di Italian family hospitality”, le diverse possibilità di soggiorno linguistico e culturale, le modalità di adesione e di prenotazione, ma soprattutto inserire la propria richiesta di soggiorno e ottenere delle risposte in tempi brevi.
Non ci sono sponsorizzazioni, ma ci sono collaborazioni con enti, scuole, associazioni che condividono lo spirito del progetto e che contribuiscono a promuoverne l’attività.

L’Idea: Che cosa deve fare la persona interessata per ottenere più informazioni?
Martino Gulino: Chi è interessato può accedere al sito web http://easyholidays.it/soggiorni-linguistici-in-italia/, alla pagina facebook Italianfamilyhospitality inserire la sua richiesta di soggiorno linguistico ed inviarla. La sua richiesta verrà inviata alle strutture aderenti che sottoporranno le loro offerte direttamente all’utente.
Per info: italianfamilyhospitality@gmail.com

The French Connection: Oldies But Goodies Movie In Yonkers With Real Stars

Article by Tiziano Thomas Dossena

On November 14, Alamo Theaters in Yonkers presented, on the 45th anniversary of its release, the Oscar winning film The French Connection, which played to a large audience of enthusiasts, a rather unusual occurrence for a Monday night. The reason for the large crowd was also the presence of Randy Jurgensen, an actor and Police consultant for the movie.

french_randy-512x252The spectators were not disappointed. After the experience of viewing this wonderfully directed film, which offers a realistic and endless car chase among the many thrills, Mr. Jurgensen, a retired police detective, spoke about the little known unusual features of this movie. Some of these will surprise the reader as much they surprised me.french_connection-512x718

In a scene in which drug dealers are making a purchase, for example, the money in the briefcase is actually real money, or at least the visible bills are… The drug that is being tested by the dealer is real and there are no computer effects in the car chase; what you see is all real. The collisions, obviously, were staged, all but one, but when you see the car driving at 60 mph under the el and missing other cars by an inch or two, well, those were real stunts performed by Randy himself, except when Gene Hackman was visible in the car by the camera; in that case, Mr. Hackman was performing the stunt himself. Once, the famous actor hit a telephone pole and crashed the car; he was brought to the hospital for that incident… A subway train wreck was achieved by placing the two cars next to each other, backing one of them away from the other at high speed, film it and then reverse the film; simple, no?french1

In another scene, the detectives enter a bar full of apparent low lives; well, in reality most of them were real undercover cops and not actors. Would you have guessed it? The night club in which the duo goes to have a drink is the Copacabana and the performers are really the Three Degrees, and not some unknown act….

The music in the movie was purposely dissonant to raise the tension of the narrative, but there was no music whatsoever during the car chase and all you could hear was the sound of the car engines, the screeching of the tires, the bangs of the smash-ups, all 100% real sounds; no sounds were prepared in the editing booth.french2

Another interesting fact was that when acting in his scene, staged in a garage where towed cars were brought, Randy was told to just act as a cop who wanted to waste time, allowing the reassembly (or replacement) of a car which had been taken apart; be natural, that’s all! He did just that, and what came out was the only humorous scene of the movie! It was another great choice by the Director, William Friedkin.

Mr. Jurgensen also explained that he had strongly objected to the scene in which Eddie Egan (A.K.A. Jimmy ‘Popeye’ Doyle) shot the unarmed French killer in the back, because that would have been a murder, but the Director told him not to worry and reminded him that he was just a consultant and not the Director. At the opening of the movie, the audience stood up and cheered after that shooting scene, and at that time Mr. Friedkin told him playfully, “I told you so…”

img_0084Mr. Randy Jurgensen (third from left) and a group of retired detectives from the Bronx at the event.
Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

Randy Jurgensen (left) in a scene from the movie.

There were many other interesting facts that Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni (son of the producer and a producer himself for other movies with Mr. Jurgensen) offered to the excited public, but I will leave the reader with just one more: the movie was turned down by Movie Studios three times and it was finally when Twentieth Century Fox Film Corporation was practically bankrupt that they offered $2 Millions to start the production of the film, a mere small change left over after their enormous and disastrous financial loss with the historical movie Cleopatra; the movie at the end cost $32 Millions.

Watching the movie, with its hair raising scenes and frenetic rhythm, rediscovering visually in it the old ’70s New York, and also listening to the commentary by Mr. Jurgensen and Mr. D’Antoni was a tremendous, unmatchable experience, and I wish more of these anniversary film projections were undertaken with similar results. Certainly, knowing that in the real French Connection sting, $489.000 and plenty of drugs were recovered by Eddie Egan and Sonny Grosso, the two detectives in charge of the case, and meeting some of the heroes of that story made it even more rewarding.

A moment of the presentation

A moment of the presentation

Il Numero 100 De “La Vallisa”: Una Fantastica Avventura.

LA-VALLISA

Arrivare al numero 100 per una rivista di cultura è certamente oggidì una rarità. Che questa rivista abbia poi ritenuto i fondatori in corpo alla propria redazione è un’altra singolarità che mi ha incuriosito. Leggendo le varie poesie e i brevi saggi dei vari redattori sono rimasto colpito dalla varietà dei temi, della stilistica, dell’espressione di questi artisti della penna, e ho compreso la vera ragione della longevità di questa rivista. I poeti de La Vallisa sono più che una associazione, sono una famiglia, quasi una corporazione medievale che trova nel gusto del prodotto (in questo caso letterario) in sé la raison d’etre della loro esistenza, sono dei letterati che amano scrivere più di tutto e amano anche condividere con altri letterati i loro dubbi, i loro lavori e le gioie legate alla loro produzione letteraria. Sono dei poeti in profondità perché le loro poesie rispecchiano veramente i loro sentimenti e le loro devozioni, i loro desideri e le loro delusioni, ma anche perché amano la poesia in sé, anche quando non è la loro; sono, cioè, dei veri poeti. L’unico mio dispiacere è stato non comprendere appieno le poesie in pugliese (non potei capire di che città fosse il dialetto) nonostante la traduzione a piè pagina. In genere, le traduzioni dal dialetto, sfortunatamente, non contengono mai il vero ‘sapore’ della poesia originale e di conseguenza non possono avere sul lettore l’impatto che ha l’idiomatica dialettale. Per questa ragione condivido in parte le opinioni espresse da Domenico Amato nel suo saggio “Il dialetto, la lingua del cuore”, dove l’autore dichiara che “il dialetto ha una capacità di assonanza e di sintesi che la lingua ufficiale non possiede. Ha una lirica, una musicalità e una destrezza che l’idioma nazionale si sogna di notte…”. Anche l’idioma nazionale può avere quella musicalità e destrezza che il dialetto possiede, solo che il prodotto finale sarà sempre diverso, non migliore o peggiore, ma diverso, così come pezzi musicali di vari periodi hanno un fascino differente.  Il dialetto ci riporta alle nostre origini, alle nostre radici e ci permette di comunicare con più semplicità ed immediatezza i nostri pensieri, ritenendo una sua freschezza unica che perderebbe molto in traduzione. Il dialetto è, insomma, uno strumento diverso dalla lingua italiana e come tale deve essere trattato e rispettato.

Interessante il gemellaggio con i poeti serbi, dei quali parla Gianni Antonio Palumbo in un piacevole saggio (“LA VALLISA” E LE VOCI DELLA LETTERATURA SERBA) all’inizio di questo particolare numero, un saggio consistente che ripercorre sia il rapporto tra La Vallisa e i poeti serbi sia la produzione letteraria di questi poeti.

LA VALLISA (1)

Ogni altro componente del comitato di redazione ha voluto scrivere una specie di capitolo di un “Manifesto de La Vallisa”, offrendo in un breve saggio una visione personale e intima della relazione tra loro, la poesia e La Vallisa. Da ciò nasce un vero e proprio manifesto, nel quale possiamo trovare i legami della poesia con vari aspetti del mondo esterno e con varie emozioni e vedute su ciò che stimola il poeta a scrivere, e con questo gesto condividere i propri sentimenti, atto che porta ad un rapporto intimo tra il lettore ed il poeta. Nonostante tutti questi scritti siano validi e piacevoli, quanto vari nella loro impostazione, alcuni di questi mirano di più ad essere commemorativi che non altro, mentre altri spiegano la poesia come messaggio. Ed è qui che troviamo, per esempio, la “Poesia come ricerca del Sacro” di Giulia Poli Disanto, che esalta la spiritualità della poesia, asserendo: “La ricerca della verità al di là delle cose, inserita all’interno di una intensa ispirazione religiosa, dà alla realtà una carica misteriosa che induce il poeta ad osare. E la poesia, in quanto manifestazione dello spirito, canta la vita nel bene e nel male e traccia quel confine che separa la realtà quotidiana dall’oltre sognato”. Altro saggio che esamina un aspetto della poesia e contemporaneamente della loro associazione è “La scrittura come sentimento che unisce” di Angela De Leo, che afferma: “Ci conosciamo in quello che scriviamo anche al di là di divergenze di vedute, di discordanti interpretazioni, di valutazioni su meriti o limiti letterari e umani di ciascuno. Perché ogni successo dell’altro diventa nostro. Ogni sofferenza è dolore di noi tutti. Perché ci anima e sorride il “sogno”: scrivere per amore e con amore sulla “nostra “rivista”.

Interessante pure “…ed io leggo, anche ad alta voce” di Zaccaria Gallo, nel quale l’autore afferma che è “facile assistere, allora, ad una sorta di analfabetismo poetico” e che “offrire poesia è un atto d’amore e, nello stesso tempo, è imparare, tutte le volte, a stupirsi della grandissima forza emotiva che hanno le parole: conoscere, e riconoscere, poeti noti e dimenticati o sconosciuti, prendere coscienza che questo viaggio, esteriore e interiore, porta chi legge e chi ascolta verso le terre della meraviglia, della bellezza, del mistero. Che grande energia si sviluppa dalla parola poetica detta ad alta voce!”

Le molte poesie che seguono offrono una reale panoramica della eterogeneità di questo gruppo di letterati; si passa dalle poesie ermetiche di quattro righe ai poemi di lungo respiro, dalle tematiche d’amore a quelle esistenziali, dal linguaggio semplice e diretto a quello complesso e volutamente “intellettuale”; insomma, una vera antologia rappresentativa di questa associazione, ottima per la scelta delle poesie, delle quali ne pubblichiamo una del poeta Gianni Antonio Palumbo per i nostri lettori per la sua immediatezza descrittiva.

DISTONIA

Per te, che sognavi cavalli e regine,

il mondo era un lontano

specchio stonato.

Come una campana

che abbia suonato tardi il giorno.

E si ostina

a rintoccare

nel silenzio.

Concludendo, questa rivista ha superato un traguardo invidiabile e merita di essere letta e conosciuta dal grande pubblico. Da parte mia e della nostra rivista ci congratuliamo con tutti i membri di tale associazione e porgiamo un cordiale augurio di buona continuazione.

NUVOLE PER COLAZIONE, Un Libro Che Stimola La Fantasia Dei Bimbi…

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NUVOLE PER COLAZIONE, scritto da Laura Eisen ed illustrato da Kent Cissna.

nuvole1Con un linguaggio simpatico e mirato ai più giovani, Laura Eisen presnta una storia semplice e allo stesso tempo accattivante, che certamente sarà apprezzata sia dai bimbi sia dai loro genitori. Il concetto iniziale è di avere l’opportunità di mangiare nuvole a colazione. In realtà, avere nuvole a colazione rispecchia la fantasia umana al più essenziale. Chi di noi, difatti, non ha osservato le nuvole e immaginato di riconoscere personaggi delle favole oppure oggetti di tutti i giorni? Chi di noi non si è perso mai in queste fantasticherie? Elaborando su questa nozione, l’autrice ci presenta una vista poetica ed invitante di una giornata nella vita di un bimbo.

nuvole2Leggendo la storia ad un bambino, lui (o lei) si immedesimeranno immediatamente con la storia, come se fosse stata scritta esclusivamente per loro. I magnifici disegni, delicati e immaginativi, di Kent Cissna non solo aiutano, ma rinforzano l’idea della scrittrice, rendendo questo libro sia piacevole sia uile a chi voglia usarlo per stimolare la fantasia dei propri figli.

Altra opportunità importante è di avere il libro in lingua inglese (Clouds for Breakfast) e di permettere ai bimbi di leggere il libro nella lingua straniera dopo averlo letto nella lingua madre.

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“Soltanto Il Cielo Non Ha Confini”. Un Altro Magnifico Romanzo Di Guido Mattioni.

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soltantotitleCon mia grande sorpresa, il secondo romanzo di Guido Mattioni, Soltanto il cielo non ha confini, si stacca completamente da quello del suo esordio,Ascoltavo le maree, da me precedentemente letto e recensito in lingua inglese. Mentre il primo riteneva anche in traduzione un’impronta italiana nell’impostazione sia stilistica sia intimistica, questo suo ultimo lavoro si presenta come se fosse stato scritto in inglese e poi tradotto. Mi spiego: il ritmo del libro, lo stile ed anche la scelta del linguaggio sono più americani che italiani; si può asserire che lo scrittore ha assorbito il gergo e lo stile americano dei thriller a tal punto che il suo libro, che tratta una storia prettamente americana, ha il sapore dell’America in ogni suo rigo, proprio come se fosse stato scritto qui negli USA.

Non che Mattioni non si riconosca in questo romanzo nella sua solita scelta di vocaboli e di osservazioni ben mirate sui propri personaggi, ma qui troviamo uno stile serrato, quasi da copione per un film giallo, che soddisferà qualsiasi lettore che ama questo genere; ci sono, inoltre, anche osservazioni legate all’emigrazione, alle difficoltà legate alla vita in certi paesini del Messico, alla criminalità che diventa automaticamente una scelta per chi deve affrontare un mondo nuovo che molto spesso gli manca di rispetto e lo vuole tenere in basso, a volte sempre più in basso. L’attenta analisi della vita della frontera messicana, con i sacrifici dei molti, ignorati, e la violenza dei pochi, identificata erroneamente da molti americani come una caratteristica della massa di immigrati di lingua spagnola, dona a questo libro un valore aggiunto da non ignorare; le osservazioni dell’autore sono, difatti, spesso basate su ciò che lui stesso ha potuto vedere con i propri occhi nei molti anni passati negli USA come giornalista.

Dal Prologo del libro citiamo un passaggio che offre le premesse dietro a questa storia di umanità infranta e riconquistata:

” Gli adulti e gli anziani sapevano bene che la loro terra non li avrebbe arricchiti e non sarebbe stata in grado di distribuire dividendi o utili, ma erano altrettanto certi che non avrebbe licenziato nessuno; come del resto nessuno, a memoria d’uomo, era mai stato costretto, da quella stessa terra, ad andarsene.

Erano soltanto giovani, orfani di rassicuranti memorie, a lasciare Surco-en-el-suelo inseguendo i propri miraggi. Lo facevano da anni, abbagliati dalle lusinge di quel mondo tanto diverso dal loro e che luccicava sull’altra sponda del Río Grande. Là, oltre la frontera; oltre quell’odiosa riga tracciata dall’uomo in terra, ma priva di qualsiasi corrispettivo in cielo”.

soltanto2 Come si può notare, l’autore ritiene una invidiabile liricità nel proprio linguaggio nonostante che la storia porti a situazioni da Western, con personaggi che meritano di appartenere alla tradizione letteraria americana. L’effetto finale è un libro di rapida lettura, con passaggi entusiasmanti e una storia che certamente non è né scontata né facilmente prevedibile nel suo finale a sorpresa.

LA PELLE DEL LUPO.

la pelle del lupo“LA PELLE DEL LUPO” di Giulia Poli Disanto

Pubblicato su L’Idea N.25, VOL. II, 2002,  NY

   Il viaggio continua per la brava poetessa Giulia Poli Disanto, vincitrice del prestigioso Premio Giornalistico L’IDEA NEL MONDO 2002, con un libro di poesie che è in realtà un’analisi del deterioramento dei valori spirituali della società odierna.

     Le immagini scorrono vivide ed intense, come se avessero vita propria, donando alle liriche una compattezza stilistica che è solo minacciata nella loro integrità dalla possibile erronea interpretazione del lettore, la cui fantasia in questo caso è comprensibilmente stimolata.

     Non è che la poetessa abbia scelto il discutibile percorso di tanti poeti o pseudo-poeti che ricercano parole nel dizionario o nel rimario e le scelgono proprio sulla base della loro difficoltà d’intendimento o sulla loro eccezionalità. Il modo di esprimersi di Giulia Poli Disanto è terso, esplicito e certamente non sofisticato. Il significato d’ogni verso è inequivocabile, ma l’insieme delle immagini è talora complesso e può dimostrarsi al lettore medio un po’ difficile da interpretare, quasi come certi dipinti contemporanei che riescono chiari solo dopo la spiegazione dell’artista o le disquisizioni di un critico.

     Se la poetessa ha mirato ad un pubblico competente, il libro è ottimo e merita successo ed approvazione da parte dei critici. Qualora lei avesse indirizzato questa sua ultima opera ad un vasto pubblico, con tutte le sue possibili limitazioni linguistiche, forse ha alzato troppo il tiro. In questo caso il volume che, data la validità dell’opera, sono sicuro sarà ristampato in una seconda edizione in un prossimo futuro, sarà innegabilmente più appetibile per questa fascia di mercato con delle note dell’autore o delle citazioni esplicative. Un’introduzione, che ritengo in questo caso necessaria,  potrebbe darle l’opportunità di introdurre tali chiarimenti, che permetterebbero di comprendere appieno il contenuto di queste magnifiche poesie, la cui espressione semantica associativa è forse un tantino troppo complessa per il lettore comune o non preparato.

    L’Utero di Dio è un eccellente libro di poesie, che conferma la validità lirica e stilistica di Giulia Poli Disanto, esponendo alla mercé del lettore l’animo delicato e sensibile della poetessa, nonché la sua profonda spiritualità e benevolenza di donna, caratteristiche che la distinguono dai molti e le fanno meritare un posto d’onore nell’ambito dei poeti contemporanei italiani.