Category Archives: Interviews/Interviste

“Aleramici In Sicilia”. Intervista Esclusiva Con Fabrizio Di Salvo.

 

“Aleramici in Sicilia”. Intervista esclusiva con Fabrizio Di Salvo.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Dopo l’articolo sul DNA che non mente abbiamo avuto l’opportunita` di fare alcune domande al Prof. Fabrizio Di Salvo, promotore di questa ricerca…

L’Idea Magazine: Qual è la Sua formazione professionale?
Fabrizio Di Salvo: Da oltre 22 anni mi occupo di progetti in campo energetico, a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, coltivo da sempre lo studio e la passione per la storia da libero ricercatore. Per lavoro ho girato quasi tutto il mondo, a conferma di un interesse per i popoli e le loro migrazioni che, come se fosse un destino già segnato, mi porta ad essere sempre a contatto con popolazioni diverse. I viaggi mi hanno contraddistinto sempre, anche in giovane età, e sono sempre stati mossi dalla passione per i popoli e le etnie.

Isola di Pasqua – Luglio 2014, Fabrizio Di Salvo e la Gobernadora Provincial Marta Hotus Tuki

Una passione nata dalla mia personale ricerca delle origini che mi ha spinto nel 2008 a giungere negli Stati Uniti per scoprire i luoghi dove era emigrato mio nonno a Rochester. Un viaggio di ricerca al quale è stato dedicato un servizio dall’emittente RAI International che ha voluto raccontare questo viaggio della memoria, come emblema di una migrazione, quella degli Italiani partiti per gli Stati Uniti ai primi del Novecento.

New York – Giugno 2008, Francesco, Vincenzo e Fabrizio Di Salvo

Mio nonno emigrò nel 1912, passando come molti altri da Ellis Island, dopo giorni di nave. Un viaggio della memoria che ho voluto ripetere a mia volta, che mi ha permesso di trovare la tomba del fratello di mio nonno Anthony Di Salvo e scoprire di avere ancora parenti negli USA. Volevo rivivere quella migrazione che, seppur recente, mi rimandava alle grandi migrazioni.

Rochester (New York) – anni 30, Anthony Di Salvo con la sua famiglia

Potrei davvero dirvi che la mia è una vita di migrazioni: figlio di emigranti al nord Italia, dalla Sicilia al Piemonte. Mio nonno dall’Italia, la Sicilia, agli USA… E poi le origini stesse della Sicilia con gli Aleramici che, dal Piemonte, andarono al sud soprattutto in Sicilia compiendo il viaggio inverso dei miei genitori ma unendo, in modo affascinante e singolare, il mio viaggio personale: nato al nord da emigranti del sud, partiti da quelle terre–siciliane–che mille anni prima videro le genti del nord, dove nascevo, andare al sud da dove arrivavano i miei genitori. Come avrei potuto non continuare questi viaggi e non cogliere l’occasione di una migrazione esemplare, ma insolita, come quella aleramica che dal nord si spostava al sud a differenza di quello al quale assistiamo da secoli e che vede il sud del mondo ambire al nord, come concetto oltre che come luogo geografico. Così, come molto spesso accade, dalla propria microstoria si può arrivare alla macrostoria, quella storia che può affascinare e aiutare a non dimenticare e, soprattutto, a scoprire le origini di se stessi.

Attualmente sono, inoltre, membro attivo di alcune associazioni culturali impegnate nello studio della storia italiana e europea, in particolare de “Il Circolo Culturale dei Marchesi del Monferrato” e del club UNESCO di Piazza Armerina. A seguito delle ricerche già dette, nel 2017 ho lanciato appunto questo progetto dal titolo “Aleramici in Sicilia” con un collaboratore e nel 2019 è nato “il progetto nel progetto” con la Prof.ssa Anna Placa di Piazza Armerina dal titolo, “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve”. Si tratta di un itinerario enogastromonico-turistico-artistico che unisce Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata al nord dal Monferrato (terra di origine degli Aleramici), Liguria, Oltrepò Pavese al Piacentino. E non solo, perché, durante le ricerche, abbiamo potuto comprendere quanto molte altre località dell’Europa, con le quali pareva non esserci collegamenti, in verità fossero connesse con normanni ed aleramici. Così mi sono spinto fino alla Normandia, alla Svevia alla Rus’ di Kiev a Costantinopoli/Bisanzio e Tessalonica, tutte terre unite dalla storia e che, oggi, potranno diventare anche un’occasione turistica alla scoperta delle proprie origini.

Ho scelto di ricostruire questa storia di un’immigrazione italiana che intreccia popoli apparentemente lontani e che ora coinvolge l’Europa, come già fece con Normanni, Svevi, bizantini e genovesi. Un progetto che parte dal Monferrato per ricomporre un determinato periodo storico del medioevo che va dal 900 al 1300 circa sulle vicende degli aleramici a partire dal leggendario capostipite Aleramo, un personaggio racchiuso tra mito e realtà, partito dal Monferrato, oggi una parte di territorio racchiuso nella regione del Piemonte. Monferrato dove sorge questa dinastia, una zona molto vicina a Vercelli dove sono nato anche se di origini siciliane. Monferrato che si lega alla Sicilia e da qui l’idea di andare a trovare tutte le terre influenzate dagli aleramici. Inizialmente con alcuni viaggi preliminari di ricerca in Sicilia, per cercare di ricomporre questo grande puzzle, che ci hanno permesso di incontrare molti appassionati. Un seguito di esperti che ha permesso di instaurato anche collaborazioni oltreoceano, come quella con la professoressa Joanna Drell dell’Università di Richmond. Una ricerca che, nonostante ormai abbia già dato molti risultati, sarà ancora ricca di sorprese. 

L’Idea Magazine: Come iniziò il Suo interesse nello studio del DNA ed in particolare il genoma di noi italiani?
Fabrizio Di Salvo: lo studio del DNA mi ha sempre incuriosito, poter risalire alle proprie origini in modo scientifico era per me una prova che volevo avere. È stata una conseguenza del mio interesse per lo studio delle migrazioni che ha trovato nella storia di Adelasia del Vasto, partita dal Monferrato, l’origine. Una curiosità che mi ha spinto in passato anche a compiere l’esame del mio DNA per vedere quali fossero le etnie che lo componevano. Uno studio che poi mi ha permesso di vedere come noi italiani, emigranti da millenni, eravamo un cocktail di biodiveristà. Una serie di sincronicità che mi hanno poi portato ad incontrare il Professor davide Pettener, ospite ad un convegno organizzato a Palermo nell’ambito del progetto “Aleramici in Sicilia”, offrendomi l’occasione di andare ancora più a fondo. Una passione che ho da sempre e quando finirà l’emergenza sanitaria la collaborazione con Davide Pettner per mettere a confronto i campionamenti di DNA del sud con quelli del nord.


L’Idea Magazine: Gli studiosi Prof. Davide Pettener e Prof.ssa Stefania Sarno asseriscono che il DNA non mente e abbatte i luioghi comuni. In particolare si riferiscono all migrazione dei Normanni, degli Aleramici  e dei Genovesi verso la Sicilia tra il nono ed il quattordicesimo secolo. Potrebbe spiegare chi sono gli Aleramici ai nostri lettori e perché vi furono queste varie migrazioni?
Fabrizio Di Salvo: Gli Aleramici appartenevano ad un’importante famiglia, di origine franca o franco-salica, che si stabilì nel Piemonte meridionale e nella Liguria occidentale dando origine alle dinastie dei marchesi di Monferrato, del Vasto, del Carretto, Lancia, Incisa ed altre di minore prestigio. Il fondatore del ramo italiano degli Aleramici è Guglielmo che giunge in Italia, dalla Francia, probabilmente al seguito di Guido II di Spoleto nell’888 ed è presente alla corte di Rodolfo II di Borgogna re d’Italia. Ma è con Aleramo che troviamo il vero capostipite. Un uomo che unisce mito e realtà. Infatti, la leggenda vuole che di Aleramo si innamori della figlia dell’imperatore Ottone I. i due fuggono per consumare il loro amore e quando Ottone li ritrova, li perdona. Inoltre, a seguito di una grande prova di coraggio di Aleramo, Ottone dice al giovane che avrebbe ottenuto come ricompensa una zona, tra Liguria e Piemonte, grande quanto il territorio che sarebbe stato in grado di ricoprire in tre giorni e tre notti di cavalcata. Questa è la nascita mitica della Marca aleramica della quale, però, abbiamo la prima testimonianza storica, in base ai dati in nostro possesso, con il diploma del ventun marzo 967 in cui Ottone I assegna ad Aleramo “tutte le terre dal fiume Tanaro al fiume Orba e fino alle rive del mare”, territorio che assumerà il nome di marca Aleramica. Gli aleramici daranno vita, appunto, a vari rami e uno di questi è quello dei Del Vasto. Ora arriva la parte che si collega alla storia che ci interessa direttamente. Andiamo avanti di un secolo, Ruggero d’Altavilla, dopo essersi insediato come re, prende in sposa Adelaide del Vasto, nel 1087, e parte la politica di ripopolamento della zona che coinvolse il nord Italia Aleramico.
Intanto osserviamo il collegamento che si crea tra Aleramici e Normanni. Due zone, il Monferrato aleramico e la Normandia normanna, che consolideranno la loro fusione, e unione, lontano dalla due terre di origine. Infatti, sarà la Sicilia che legherà strettamente le due casate tramite il noto matrimonio tra Adelaide del Vasto, Aleramica, e Ruggero d’Altavilla, Normanno.

L’Idea Magazine: Nello studio di Pettier e Sarno si fa riferimento alla differenza tra il cromosoma X e quello Y nell’esaminare il movimento migratorio in Italia. Potrebbe approfondire l’argomento per i nostri lettori?
Fabrizio Di Salvo: Non sono un biologo, ma in base a quanto mi hanno spiegato gli esperti, in pratica, nella donna sono presenti due cromosomi XX mentre nell’uomo uno Y e uno X. Lo studio dell’Università di Bologna vuole focalizzarsi su quello X femminile perché per le donne, nel medioevo, era più facile viaggiare lontano dalla terra di origine perché, come ben sapete, era consuetudine organizzare matrimoni di convenienza per unire le casate e i loro possedimenti che potevano ereditare. Infatti, anche la storia di Adelasia del Vasto, della quale abbiamo parlato prima, è connessa a un matrimonio combinato che conferma questa tendenza. Lo studio parte da qui, perché per monitorare il movimento migratorio era necessario osservare con maggior attenzione l’X femminile rispetto quello Y maschile.

L’Idea Magazine: Il progetto Aleramici in Sicilia, promosso da Lei, continuerà ad esaminare alcune zone della Sicilia in particolare. Che cosa si prefigge di fare?
Fabrizio Di Salvo: Sì, l’obiettivo, dopo aver già visitato oltre settanta località aleramiche in Sicilia, è quello di ritornare in collaborazione con il dipartimento di antropologia culturale dell’università di Bologna e con Pettener in prima fila, per eseguire i test sul DNA di venti abitanti di Piazza Armerina e San Fratello per provare scientificamente la fusione suddetta tra le genti del nord, i cosiddetti “lombardi”, le genti delle attuali regioni di Liguria, Piemonte, Lombardia e parte dell’Emilia Romagna (da dove arrivavano gli aleramici), e gli abitanti della Sicilia nell’XI, prima, e poi ancora nel XII e XIII secolo. Una proposta colta con entusiasmo anche dalle autorità locali siciliane.

L’Idea Magazine: Ci fu anche un documentario al proposito?
Fabrizio Di Salvo: Assolutamente sì. L’idea del documentario nasce ormai quasi tre anni fa. Si tratta di docufilm al quale sto lavorando con immenso impegno, un evento storico-culturale in cui si parlerà di questa emigrazione italiana e non solo. Il progetto ha raggiunto un respiro anche Europeo, perché oltre ad avere girato riprese in numerose località della Sicilia e del Piemonte, siamo stati a girare anche in Francia, Germania, Turchia e Ucraina. Oltre al fatto che sarà arricchito da più di trenta interviste di esperti italiani e internazionali, un team scientifico di spessore mondiale. Oltre a questo, per cercare di restituire l’atmosfera degli anni a cavallo tra i due millenni, abbiamo lavorato alacremente anche per immagini in costume sia in Sicilia che in Piemonte nel Monferrato. Un lavoro molto interessante, ampio e dispendioso, ancora in lavorazione che speriamo di completare per la primissima primavera. In proposito, proprio in questi giorni stiamo girando le riprese in costume nella zona del Monferrato, nel castello di Pomaro Monferrato. Per l’occasione potremo usufruire del contributo di Samantha Panza dell’antica sartoria “Principessa Valentina” di Asti, nome dato in onore della principessa Valentina Visconti, figlia del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che pare aver soggiornato proprio nel palazzo sede della sartoria. Un centro di studi e ricerche che dal 1994 è diventato anche laboratorio sartoriale per mano di Samanta Panza, che restituirà il fascino di epoche storiche grazie all’abbigliamento in costume. Una vera eccellenza che vede collaborazioni con emittenti televisive nazionali quali RAI, Mediaset, LA7 e Sky ma anche internazionali come BBC e CNN. Si avvalgono, inoltre, dei loro capi anche numerose compagnie teatrali ed eventi quali il palio di Asti e del principato di Monaco, oltre ad essere fornitrice della Federazione Italiana dei Giochi Storici.

Asti – Settembre 2020 – Walter Siccardi, Samantha Panza e Fabrizio Di Salvo

Un ulteriore contributo renderà ancora più prestigiose le riprese. Infatti, nelle vesti di Aleramo stesso, il capostipite, avremo il notissimo stunt men italiano Walter Siccardi. Un professionista del mondo del cinema presente in pellicole in costume di respiro internazionale quali I Cavalieri che fecero l’impresaKing ArturRomeLa freccia neraIl bene e il maleNew Moon e il recente Robin Hood di Ridley Scott. Uno sword master, stunt performer e combat stunt che premierà, con la sua presenza, lo sforzo di tutto il lavoro fino ad ora compiuto e renderà ancora più professionali le riprese di questo documentario.

L’Idea Magazine:Mi sembra che il Suo sia anche un interesse di origine emotiva, cioè che Le pare giusto provare che siamo alla fine dei conti tutti “imparentati”…
Fabrizio Di Salvo: Il mio intento è provare, anche scientificamente, una sensazione, quasi una voce che mi sussurra da anni: “siamo tutti uguali”. Gli studi storici e antropologici dimostrano che tutti deriviamo dal medesimo progenitore e che poi ci siamo spostati dall’Africa raggiungendo tutto il mondo ma, come dicono gli antropologici, siamo tutti di una stessa razza, “Quella Umana”. Per esperienza, avendo visitato tutti i continenti, seppur con qualche differenza, posso confermare che le caratteristiche umane sono le stesse ovunque. Per questo, raccontare prima la mia storia di figlio di immigrati dal sud al nord dell’Italia, poi quella di mio nonno, dall’Italia agli Stati Uniti e poi quella di lontani progenitori come gli aleramici dal nord dell’Italia al sud, la direzione opposta dei miei genitori, è stato proprio confermare questo “imparentamento” globale.

Luanda (Angola) – Marzo 2015 – Fabrizio Di Salvo e il Missionario Padre Renzo Adorni con alcuni studenti del Bom Pastor, Kikolo.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Fabrizio Di Salvo: Il mio vorrebbe essere anzitutto un messaggio di speranza e fratellanza. In ogni epoca l’uomo ha dovuto confrontarsi con i pregiudizi e interrogarsi sulla capacità di accoglienza. Oggi ci troviamo in un momento storico in cui ancora una volta in tutto il mondo si devono fare i conti con questo aspetto e non voglio sollevare polemiche in merito, anzi. La mia speranza è solo quella di offrire uno stimolo di riflessione che porti ad interrogarsi sulla vera natura della matrice comune che unisce tutti gli uomini e le donne del mondo, in qualsiasi luogo vivano, sapendo che le proprie radici, risalendo nel tempo e nelle epoche storiche, possono anche essere innestate in un luogo molto lontano quasi impensabile.

“Un Anno E Un Giorno”; Un’insegnante Italiana Ci Presenta La Sua Esperienza Nella Scuola Pubblica Americana In Un Romanzo. Intervista Esclusiva Con La Scrittrice Ornella Dallavalle. (L’Idea Magazine)

“Un Anno e un Giorno”; un’insegnante italiana ci presenta la sua esperienza nella scuola pubblica americana in un romanzo. Intervista esclusiva con la scrittrice Ornella Dallavalle.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ornella Dallavalle nasce a Milano. Conseguita la laurea in Economia e Commercio si trasferisce in California per un anno. Al rientro in Italia si iscrive alla facoltà di Filosofia. Studia e lavora contemporaneamente in parte a Milano, in parte in Francia e in Spagna. Collabora con Radio Gribouille ad Angers e scrive per il Tribuna de Salamanca. Dall’agosto del 2001 a luglio del 2006 vive a New York, dove lavora come insegnante nelle scuole ‘difficili’ nei sobborghi della Grande Mela. Parlano di lei ‘Io Donna’ (Corriere della Sera), ‘America Oggi’ (La Repubblica), Presenza (mensile dell’Università Cattolica di Milano). Viene intervistata da Radio 105, Radio Lombardia, Rai International e da Enrico Mentana durante la convention di RasBank a Nizza. Giovanni Allevi la cita nel suo romanzo ‘La Musica in testa’ e Stefano Spadoni nel libro ‘New York terrorismo e antrace – cronache da una città che vuole tornare a vivere’ entrambi pubblicati da Rizzoli. Nel 2009 diventa cittadina americana. Nel 2010 scrive la sceneggiatura del cortometraggio ‘La Ragazza di Rodin’, proiettato nel Short Corner del Festival di Cannes. Attualmente è docente di  Financial Mathematics presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente di ruolo al corso serale dell’istituto Kandinski (nel Gratosoglio – per non sentire troppo la nostalgia degli studenti di New York). Scrive recensioni artistiche e cinematografiche per KritiKaOnline e Amicinema. 
Il libro Un Anno e un Giorno è il suo primo romanzo.

Tiziano Thomas Dossena: Il tuo libro, Un Anno e un Giorno, è elencato come romanzo nonostante sia una storia vera, anzi la storia vera di una tua ‘avventura americana’ avvenuta quasi vent’anni fa. Qual è la ragione di tale scelta editoriale?
Ornella Dallavalle: Il libro è basato su eventi realmente accaduti ed è scritto sotto forma di diario, ma il racconto è spesso in terza persona, ci sono molti dialoghi. La mia voce narrante viene sovente sostituita da quella dei veri protagonisti di questa storia: Ceandra, Quosheen, Alex, Josè e Racine. Sono questi cinque adolescenti che ci raccontano la scuola pubblica americana; per questo non considero quest’opera un’autobiografia ma piuttosto un romanzo. L’autenticità e la memoria emotiva ovviamente lo caratterizzano.

Tiziano Thomas Dossena: Dalla sinossi del libro si viene a sapere che tu accettasti una proposta di insegnare matematica in una High School di Bushwick, un quartiere di Brooklyn. Cosa ti convinse a lasciare la tua nazione per venire qui negli USA ad insegnare, e poi in una zona non proprio per la quale?
Ornella Dallavalle: Tutto è iniziato in seguito ad un incidente stradale che mi ha portato a Ischia, a fare delle cure termali. Lì Luciana, una mia amica, ha visto un’inserzione sul Corriere della Sera. Il provveditorato americano cercava insegnanti. Ho risposto all’annuncio solo per far contenta lei (che insisteva dicendo che ero la candidata perfetta per quel lavoro) e me ne sono completamente dimenticata. Il tutto è tornato alla mia mente quando, a giugno del 2001, ho ricevuto una email con la data per il colloquio. Ci sono andata con poca convinzione e nel giro di un paio d’ore mi sono trovata tra le mani una lettera d’incarico per due anni. Dall’inserzione e dal colloquio non era emerso quasi nulla delle difficoltà reali nascoste dietro quell’incarico: nell’inserzione si vedeva la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn e durante il colloquio mi è stato detto che la scuola sarebbe stata probabilmente a Brooklyn o nel Bronx, ma l’assegnazione definitiva sarebbe avvenuta una volta arrivata a New York. Ciò che mi ha trascinato in questa avventura è stata la magia di New York City, il fatto che il provveditorato americano avrebbe pagato il corso di master che volevo fare e in parte anche l’inconsapevolezza. Mentre riflettevo se partire o no è successa una cosa incredibile, quasi soprannaturale, che mi ha portato al sì definitivo… ma la scoprirai leggendo il libro.

Tiziano Thomas Dossena: Per quanto tempo hai insegnato?
Ornella Dallavalle: Per cinque anni. Un anno a Bushwick e gli altri quattro a Washington Heights.

Tiziano Thomas Dossena: Quali furono gli ostacoli più difficili da superare?
Ornella Dallavalle: Il maggiore è stato sicuramente il dover combattere contro un’amministrazione scolastica e un sistema che volevano che facessi la babysitter (con tutto il rispetto per le babysitter) mentre io volevo fare l’insegnante. È stata una vera guerra a suon di lettere…

Tiziano Thomas Dossena: Quale fu la sorpresa più eclatante di questa tua esperienza americana?
Ornella Dallavalle: Scoprire che lavorare in una scuola newyorchese è un po’ come lavorare alle Nazioni Unite: ci sono insegnanti che provengono da tutto il mondo. Il confronto con loro ha contribuito molto alla mia crescita personale e professionale.

Tiziano Thomas Dossena: Da una tua intervista con Radio Lombardia mi è parso di capire che tu sei quasi convinta che il sistema scolastico americano sia strutturato apposta per tenere una parte della società in una posizione di svantaggio al fine di continuare ad avere una classe sociale che continui a fare certi lavori. Mi pare un’accusa pesante. Sei veramente convinta che sia così?
Ornella Dallavalle: Non la considero un’accusa ma la constatazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. A volte è la presa di consapevolezza che manca. Basta chiedersi qual è la percentuale di studenti provenienti da scuole pubbliche che si iscrive a una buona università (o anche solo all’università) e qual è la perpercentuale di studenti provenienti da specifiche etnie che deve iscriversi all’università. Ti dico solo che ho insegnato per cinque anni matematica nelle scuole pubbliche di New York e ho scoperto, alla fine del quinto anno, grazie al figlio di un amico, l’esistenza del SAT. Il ragazzo (che frequentava una scuola privata) non riusciva a capacitarsi del fatto che io fossi un’insegnante di matematica e non sapessi dell’esistenza di questo esame, fondamentale per essere ammessi nelle principali università americane. Lui mi ha confidato che nella sua scuola si preparavano a partire dalla terza, soprattutto in matematica. Quando ho chiesto alla mia assistant principal spiegazioni mi è stato risposto che gli studenti delle scuole pubbliche non sarebbero stati in grado di passarlo. In realtà, nelle scuole pubbliche, ci sono ragazzi molto intelligenti, che passerebbero tranquillamente il SAT se qualcuno li informasse sull’esistenza di questo esame e li aiutasse a prepararlo. Se poi leggerai il libro, saranno Ceandra, Racine, Alex, Josè e Quosheen a farti capire le altre evidenze…

Tiziano Thomas Dossena: Quali sarebbero le tue proposte per migliorare la situazione nelle scuole simili a quelle in cui insegnasti?
Ornella Dallavalle: Un sistema scolastico basato sulle competenze è un sistema perdente; bisogna puntare alla conoscenza. Gli adolescenti sono estremamente recettivi  e capaci se ben motivati. Bisogna smetterla di sottovalutarli. La scuola non è una società che deve produrre dei risultati economici, gli insegnanti non devono essere costretti a dare dei voti positivi (inutili quando non meritati) per mettere in bella luce il preside o l’istituzione per cui lavorano ma devono fare il loro lavoro: portare i ragazzi alla conoscenza e prepararli per affrontare il futuro come uomini capaci di scelte autonome e intelligenti. Il percorso è complesso ma si parte sempre dalla relazione personale (che deve essere sincera e non ‘manovrata’), gli strumenti didattici sono molteplici.

Tiziano Thomas Dossena: Hai mai pensato di ritornare a Bushwick e fare una ricerca per scoprire cosa sia successo ai tuoi studenti di allora?
Ornella Dallavalle: Molte volte ma non credo abitino più lì, il quartiere negli ultimi anni è cambiato, è stato colonizzato da architetti e designer. Purtroppo non ricordo i loro cognomi (quelli che ho usato sono di fantasia) per cui non saprei come cercarli ma chissà, magari un giorno saranno loro a ritrovare me.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa hai tratto di più importante per la tua persona da questa tua esperienza?
Ornella Dallavalle: Ho imparato ad ascoltare e a guardare oltre la rabbia. Ogni ragazzo ha una storia da raccontare e sono tutte bellissime. Ho imparato che i ragazzi di Bushwick, con il coltello in tasca e il pollice in bocca,  hanno bisogno di sentirsi dire: “Ce la puoi fare”, hanno bisogno di sapere che sono importanti per qualcuno. E forse questo vale per tanti esseri umani. Ho imparato che ognuno di noi può contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo (non è facile ma vale la pena almeno provarci).

Adolph Caso, Una Voce Importante Per Gli Italo Americani; Un’intervista Esclusiva. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco.

Ho incontrato Adolph Caso per la prima volta all’International Book Show di New York, e mi ha colpito perché dava l’impressione di amare i libri più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ho scoperto solo in seguito che non si interessava soltanto di pubblicazione, ma anche di scrittura, traduzione, insegnamento e sostegno per la comunità italo americana. In questo periodo di confusione, nel quale alcune persone tentano di riscrivere la storia per compiacere qualcuno, senza alcun riguardo per l’accuratezza della revisione, avere uno studioso del calibro di Adolph Caso, schierato dalla parte giusta della causa, è davvero l’ideale, e sento che i nostri lettori sarebbero contenti di conoscerlo meglio. Segue quindi una breve intervista per presentare Mr. Caso. Potete inoltre seguire i link per scoprire di più sulle sue molteplici attività.

L’IDEA: Lei è uno stimato editore, ma anche uno scrittore prolifico e un docente indipendente. Con quale di queste professioni si identifica maggiormente?
Adolph Caso: Sono un poeta, di conseguenza ho una mente libera. Nella mia poesia, rivelo e condivido le cose e le idee che nascono dentro di me. (clicca qui per leggere la sua poesia Filtering Energy)

L’IDEA: Ha scritto più di un articolo sulla questione relativa alla “Statua di Colombo”. Conferma la sua opinione secondo cui questo tentativo di riscrivere la storia è in realtà un atto mal celato di discriminazione nei confronti degli italo americani in generale? Cosa pensa dovremmo fare noi, in quanto comunità, per contrastare questo oltraggio a Colombo?
Adolph Caso: Colombo non era uno spagnolo, né un portoghese e non era ebreo. Era di Genova. Pressoché al pari di Gesù Colombo ha fatto per l’umanità più di qualsiasi altro, scoprendo una via che conduceva alle Americhe. Milioni e milioni di persone hanno tratto beneficio da Colombo, e non da altri, tantomeno dai suoi critici ignoranti e senza cervello.

L’IDEA: In merito a Colombo, ha pubblicato TO AMERICA AND AROUND THE WORLD–The Logs of Colum­bus and Magellan. Crede che le persone che lanciano accuse infondate nei confronti di Colombo dovrebbero senza dubbio leggere questo libro, e perché?
Adolph Caso: La ragione fondamentale di questa pubblicazione era di mettere davanti ai lettori le testuali parole di Colombo stesso, e non le opinioni pregiudizievoli di critici prevenuti. Ad esempio, come dimostrano i suoi scritti, Colombo non ha mai catturato né avuto a che fare con la cattura delle persone per trasformarle in schiavi.

L’IDEA: Il suo libro autobiografico “Boy destined to America”, appena pubblicato, è stato in realtà scritto nel 1966. Può raccontarci quale storia si cela dietro a questo libro? 
Adolph Caso: Il mio professore di scrittura ci chiese di scrivere un libro che parlasse di noi stessi piuttosto che di altri, perché noi sappiamo chi siamo. Quindi, durante l’estate del 1966, scrissi la mia autobiografia e sistemai il manoscritto sulla mensola. Poi, qualche anno fa, per caso lo ritrovai, e il resto è storia.

L’IDEA: Ha scrtto anche THE KàSO ENGLISH TO ITALIAN DICTIONARY. Di cosa parla questo libro?
Adolph Caso: Sì, il titolo è “The KàSO English to Italian Phonemic Dictionary”. Il mio obiettivo era di mostrare che la lingua italiana si basa su un sistema di fonemi, poichè utilizza un principio univoco tra simboli e suoni, e questo rende l’italiano il sistema dalla fonologia più scientifica, e si adatta perfettamente alla nostra era informatica.

L’IDEA: La Dante University offre numerosi corsi gratuiti online tenuti da lei e da altri professori. Che corsi sono e come si può usufruirne?
Adolph Caso: Gli irlandesi hanno il loro Boston College, ecc. Gli italo americani non hanno istituzioni simili. Il mio sogno rimane irrealizzato. La mia speranza è che questo desiderio venga esaudito da qualcun altro. (Link ai corsi)

L’IDEA: Lei era il fondatore del Dante University Press? (Ci dica gentilmente quando nacque e altre informazioni, ad esempio il suo collegamento con Branden, ecc.) Quale obiettivo ha tentato di realizzare?
Adolph Caso: La speranza era quella di realizzare un giornale che desse agli individui migliori opportunità di pubblicare i propri lavori sull’esperienza italo americana. Salvo alcune pubblicazioni, non si ricavò altro. La comunità non lo supportò mai.

L’IDEA: Ha pubblicato anche THE KASO VERB CONJUGATION SYSTEM, BILINGUAL TWO LANGUAGE ASSESSMENT BATTERY OF TESTS e The Kaso English to Italian Dictionary, mostrando un forte interesse per l’istruzione bilingue. Era un insegnante o questo interesse è legato soltanto alla sua profonda conoscenza della lingua italiana?
Adolph Caso: Il mio obiettivo era di quello di mostrare la grandezza della fonologia linguistica, e ho investito tempo e denaro nello scrivere e nel pubblicare un libro che nessuno ha comprato.

L’IDEA: Ha qualche progetto imminente al quale sta lavorando? 
Adolph Caso: Solitamente, non smetto mai di lavorare, la mia opera più recente è “Amalfi-Re-Visited”, ma non ha avuto particolare successo.

L’ironia Come Strumento Di Critica Costruttiva. Intervista Esclusiva Con L’autore Cosimo Scarpello. [L’IDEA Magazine]

L’ironia come strumento di critica costruttiva. Intervista esclusiva con l’autore Cosimo Scarpello.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ci incontrammo nello stand dell’Italian Trade commission al Book Expo di New York, ben quattro anni fa. Dopo una piacevole conversazione, ci lasciammo con la promessa di risentirci e di continuare i nostri discorsi con tutta calma. Avvocato, consigliere comunale, vicesindaco ma soprattutto autore di successo, Cosimo Scarpello ha portato un’aria di fresca ironia nell’ambito dell’editoria italiana con i suoi simpatici libri di saggistica, e recentemente ha pubblicato anche un ottimo romanzo, “La figlia mai avuta”. Cogliamo, quindi, l’occasione di riprendere la nostra conversazione interrotta a New York e di potere aggiornarci sulle sue attività.

L’IDEA: Sei passato dai libri di diritto e di legge a quelli di saggistica e poi al romanzo. Che cosa ti ha stimolato a fare questo passo?
Cosimo Scarpello: Durante la mia attività professionale come avvocato e la mia esperienza politico-amministrativa sono venuto a contatto con persone di ogni età e di ogni estrazione sociale. I problemi, le sofferenze, le aspirazioni e le ossessioni della gente, legate agli stili di vita del nostro tempo, sono state oggetto di mie continue e profonde riflessioni che a un certo punto ho deciso di condividere pubblicamente attraverso dei saggi divulgativi. Per quanto riguarda il romanzo, a ispirare la mia vena narrativa è stato l’animo umano con i suoi angoli più nascosti e i desideri più inconfessabili.

L’IDEA: “Impasseport” è una critica umoristica, a volte anche autoironica, del sistema visto dall’interno, dato che tu sei stato consigliere comunale e vicesindaco. Come l’hanno ricevuta i tuoi colleghi di allora? Questo libro ha influenzato in qualche modo la nuova amministrazione?
Cosimo Scarpello: È un libro nato quasi per gioco, con l’intento di descrivere, con lo strumento dell’ironia e del sano umorismo, alcuni momenti della vita politica di una piccola comunità. Una raccolta di strafalcioni linguistici, pronunciati dagli amministratori locali, con cui ho cercato di offrire al lettore un aspetto più gradevole di un mondo che viene continuamente denigrato e dal quale la gente prende sempre più le distanze. La maggior parte dei consiglieri comunali, allora miei colleghi, ha capito lo spirito goliardico della mia iniziativa e ha riso dei propri errori. Qualcun altro, più permaloso, si è sentito offeso e non mi ha rivolto la parola per molto tempo. L’opera ha avuto qualche effetto anche sulla successiva amministrazione, poiché c’è stato chi, durante i propri interventi nelle sedute dei consigli comunali, ha fatto più attenzione a ciò che diceva e soprattutto a come si esprimeva.

L’IDEA: “Stressbook” è un’intelligente analisi dell’influenza negativa dei ‘social networks’. Il libro ha avuto un discreto successo sia di pubblico sia di critica. Vorresti spiegare in breve qual è la tua posizione in merito a questo argomento e a che cosa miravi con la pubblicazione di “Stressbook”?
Cosimo Scarpello: Stressbook contiene delle riflessioni sul mondo di Internet e dei social network. La trattazione, che ha un taglio ironico in alcuni punti e più serio in altri, ha l’intento di evidenziare, attraverso una rassegna di banalità, idiozie e contraddizioni che imperversano sui social, l’influenza negativa della comunicazione virtuale sulle relazioni interpersonali. La mia opinione su questo argomento, pertanto, è drastica. In alcuni capitoli del libro invito i lettori a tenere alta la guardia contro le possibili degenerazioni di un cattivo uso della rete, come la pubblicazione di foto e video violenti, l’incitazione all’odio e le notizie false. Alcuni anni fa, quando in un’intervista a un quotidiano locale ho sostenuto che la rete sociale, essendo uno strumento privo di filtri, può generare violenza, le mie affermazioni sono state definite persino oscurantiste. Ma quello che accade oggi è sotto gli occhi di tutti: basta scorrere una qualsiasi pagina di Facebook per trovare violenze, turpiloqui, offese e minacce. Senza considerare, poi, che di recente le fake news hanno influenzato il voto in alcune tra le più importanti democrazie occidentali, tra cui l’Italia. I fatti, dunque, sembrano darmi ragione, anche se – credimi – rivelarsi dei buoni profeti, in circostanze come queste, ha un sapore più amaro dell’essere smentiti.

L’IDEA: Potresti parlarci un poco di “Perduti”, il tuo libro finalista al Premio Quasimodo? Ha delle similarità a “Stressbook”? Pensi che il tuo messaggio sia anche quello di molti di noi della vecchia generazione ai quali manca il contatto umano?
Cosimo Scarpello: “Perduti” trasmette un messaggio più ampio e più forte di quello di Stressbook, perché la critica qui non investe soltanto il mondo di Internet e dei social network, ma si estende a una serie di paradossi e di contraddizioni che caratterizzano l’epoca attuale. Il libro contiene un susseguirsi di riflessioni e di squarci di vita quotidiana che, attraverso un costante confronto con un passato non molto remoto,  hanno l’obiettivo di guidare il lettore verso l’amara presa di coscienza di un presente angosciante e di un futuro incerto. C’è tutto il disagio di una generazione, quella degli over 40, che improvvisamente si è ritrovata catapultata in un mondo surreale, governato dalle leggi del mercato, dalla finanza, dallo spread, da Internet e dai social network, in cui l’umanità sembra aver smarrito il senso dell’orientamento. Un mondo vittima di una crisi antropologica, prim’ancora che economica, dominato da valori alienanti che costringono uomini e donne del nostro tempo a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste. Un mondo nel quale ci sentiamo sempre più soli. Una società sintetica, virtuale, dimentica degli autentici valori umani, nella quale non riusciamo più a riconoscerci e in cui ci sentiamo tutti un po’ perduti.

L’IDEA: Il tuo romanzo “La figlia mai avuta”, vincitore del premio della giuria al Premio Letterario Milano International 2017, è la tua ultima opera pubblicata. Di che cosa parla? 
Cosimo Scarpello: È un thriller che ha come protagonista un imprenditore senza scrupoli, avido, egoista e prepotente, che subisce la vendetta di un nemico che agisce dietro le quinte e la cui identità viene svelata solo nel finale. Lo scenario è un piccolo paese del Sud Italia, in cui la facciata è più importante della sostanza, dove le maldicenze, le rivalità e la superficialità regnano sovrane e persino la mediocrità è vista come un pregio.  Non aggiungo altro per non svelare il contenuto della trama e sottrarre al pubblico il piacere di scoprirlo attraverso la lettura.

L’IDEA: Se avessi l’opportunità di incontrare un personaggio importante del passato, chi sarebbe? Perché? Che cosa gli o le diresti? Che cosa ti aspetteresti che direbbe del mondo di oggi, della globalizzazione, dei social network, della mancanza di contatto umano in generale?
Cosimo Scarpello: John Kennedy e Michail Gorbaciov, che in un recente passato si sono spesi per abbattere le barriere nel mondo. La globalizzazione incontrollata ha scatenato reazioni opposte, generando ovunque sentimenti nazionalistici e spinte conservatrici.  L’uso distorto dei social network, inoltre, ha contribuito a consolidare queste tendenze, alimentando le propagande sovraniste mediante l’incitamento all’odio, alla violenza e al razzismo, facendo sentire importanti gli idioti e gli incoscienti. Quegli idioti e incoscienti, che in questi anni hanno eletto altri idioti e incoscienti alla guida dei loro Paesi: individui scellerati e irresponsabili che chiudono frontiere, costruiscono muri o negano soccorsi ai profughi in balìa del mare, vanificando in poco tempo il faticoso percorso di distensione, di unificazione e di progresso seguito all’abbattimento del muro di Berlino, per la cui caduta Kennedy prima e Gorbaciov poi si erano tanto prodigati. Spesso mi capita di chiudere gli occhi e di immaginare lunghe conversazioni con loro, dissertazioni politiche, analisi sociologiche e disquisizioni antropologiche su quanto accade nel mondo in loro assenza. Oggi più che mai avremmo bisogno di questi due grandi personaggi.

L’IDEA: Hai in serbo altri romanzi nel prossimo futuro oppure tornerai alla saggistica?
Cosimo Scarpello: Sto lavorando a un romanzo di formazione, che spero di completare per l’anno venturo. Quanto a un mio possibile ritorno alla saggistica, esso non è da escludere: dipenderà tutto dall’ispirazione del momento.

L’IDEA: Qual è il libro che hai scritto con il quale ti identifichi di più e perché?
Cosimo ScarpelloPerduti, perché come ho già detto esprime il disagio di una generazione alla quale appartengo e di cui nel libro mi faccio interprete. Una generazione che assiste ai profondi e repentini cambiamenti che avvengono intorno a lei, ne investiga le ragioni ma rimane impotente di fronte al disgregarsi di una civiltà alla quale sente ancora di appartenere e che cerca di difendere a oltranza, pur sapendo che non potrà più tornare indietro. Una generazione che porta con sé il rammarico di non aver capito per tempo, quando si viveva bene, quando tutto luccicava e tutti ci dicevano che saremmo stati dei numeri uno e destinati al successo, il pericolo verso cui stava andando incontro.  Eravamo troppo assopiti nel benessere, nell’illusione di un futuro roseo e di false speranze, per accorgerci che proprio allora, intorno a noi, si stava formando il cancro che ci avrebbe distrutto: quella categoria di burocrati e di banchieri ai quali si è asservita la politica e che ci ha costretto a ubbidire alle sue logiche, schiacciandoci e rubandoci i sogni. Quindi anche noi siamo colpevoli e la consapevolezza di non aver reagito quando avremmo potuto o dovuto farlo rende ancor più amaro e rabbioso il nostro disagio.

L’IDEA: Chi è lo scrittore che ti ha più influenzato? In che modo? E quello che tu ammiri di più?
Cosimo Scarpello: Non posso dire di scrittori che mi hanno influenzato, perché ognuno di noi ha un suo stile narrativo e storie originali da raccontare. Di certo, oltre ai grandi classici del passato che hanno plasmato la mia cultura umanistica, vi sono autori contemporanei che prediligo più di altri. Tra questi Massimo Gramellini, che oltre a essere uno scrittore è anche giornalista e conduttore televisivo. I suoi scritti mi affascinano molto, sia per la profondità dei contenuti, sia per come egli riesca, con un linguaggio semplice, accessibile a tutti e intriso di frasi a effetto e di figure retoriche, a renderli nello stesso tempo gradevoli, facili da leggere e di alto spessore formativo, siano essi romanzi, saggi o semplici articoli di giornale. Ho sempre ritenuto, infatti, che un autore non debba limitarsi a curare l’aspetto contenutistico e la correttezza sintattica e grammaticale di un testo, ma deve cercare di spingersi oltre per piegare la lingua a quei canoni estetici che consentano al lettore non soltanto di appagare i propri bisogni di conoscenza, ma anche e soprattutto di lasciarsi trasportare dalla lettura e di ritemprarsi nello spirito.

L’Idea: Hai un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Cosimo Scarpello: Più che un messaggio, un saluto e un caloroso abbraccio ideale, sperando che la lettura dei miei libri risulti di loro gradimento. Un caro saluto anche a te, Tiziano, e a tutta la redazione di questa prestigiosa rivista. Vi ringrazio per avermi onorato di una vostra intervista.

Da “Sono Modesto E Me Ne Vanto” A Bologna Navona”, Un Autore Dello Stimolo Intellettuale Si Prova In Un Romanzo E Convince. Intervista Esclusiva A Claudio Nutrito. [L

Da “Sono modesto e me ne vanto” a Bologna Navona”, un autore dello stimolo intellettuale si prova in un romanzo e convince. Intervista esclusiva a Claudio Nutrito.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena, pubblicata su L’IDEA Magazine

Claudio Nutrito

Claudio Nutrito, l’autore noto per i suoi libri carichi di ironia e di paradossi, veri e propri manuali del ‘fai da te’ mentale, sorprende il mercato editoriale con un romanzo, “Bologna Navona“.  Sull’onda del successo di questo romanzo, abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo in esclusiva per la nostra rivista….

L’Idea: Bologna Navona è il suo ultimo libro, un romanzo. Di che cosa tratta e che cosa l’ha portata a scrivere un romanzo dopo vari trattati e guide su come risolvere vari problemi?
Claudio Nutrito La prima idea è stata quella di un libro sulla mia città: Bologna.  Mentre cercavo di riordinare le idee per definire cosa scrivere, nei miei pensieri si è gradualmente infiltrata un’altra città che amo: Roma. A questo punto ho scelto di lavorare a un libro avente come soggetto entrambe le città. Ho poi deciso di lanciare una nuova sfida a me stesso: cimentarmi in un romanzo. Le vicende del personaggio principale si svolgono sull’asse Bologna-Roma. Si tratta soprattutto di vicende sentimentali: amori vissuti intensamente o solo sognati, amori finiti o mai dichiarati.

L’Idea: Dalla lettura del libro emergono due considerazioni. La prima: il libro è pervaso da una buona dose d’ironia. Soprattutto in certi capitoli, intriganti sin dal titolo, per esempio: “Il disagio da anticonformismo ravvicinato”, “Il menu parlato”, “Il tormentone della complicità”, “Prove tecniche di empatia”….
La seconda osservazione è anche una domanda. “Bologna Navona” è un romanzo un po’ anomalo, ricco di digressioni. Ed è proprio in queste digressioni che emerge l’ironia. Domanda: qual è il suo punto di vista sull’uso delle digressioni nella narrativa?
Claudio Nutrito. Dipende da come le digressioni vengono utilizzate. Si può farne un abuso, quando le digressioni assumono l’aria di “sbavature”, di “disegni fuori cornice” che trascinano la storia fuori strada rischiando di essere fuorvianti per chi legge. Ma esiste anche un “uso virtuoso”, quando le digressioni sono vivaci, creative e danno ritmo al racconto. Il racconto è una sorta di viaggio e non è detto che sia sempre da preferire la strada più breve. Abbandonare, di tanto in tanto, la strada principale per immettersi in un sentiero laterale può rendere il viaggio più piacevole, a patto di trovare in questo sentiero un interessante diversivo. E a patto di tornare poi sulla strada principale per proseguire il percorso originale. Secondo lo scrittore francese Auguste de Villiers, le digressioni devono essere come quei cerchi che i bambini buttano lontano, ma che, grazie a un certo movimento nella fase di lancio, tornano nella mano di chi li ha buttati.

L’Idea: I titoli dei suoi libri (es.: “Le idee nuove sono quelle che nessuno ricorda più”, “Sono modesto e me ne vanto”, “Non ho niente da dire ma so come dirlo”) rispecchiano una certa ironia, che suppongo sia presente anche nel loro contenuto. Da dove nasce questa sua attitudine? La porta anche nella vita di tutti i giorni?
Claudio Nutrito: In effetti, anche nella vita di tutti i giorni, ho la tendenza a ricorrere all’ironia. Almeno a provarci. Ho pure l’attitudine a trattare temi apparentemente leggeri. Dico “apparentemente” perché si tratta spesso di temi che, letti in controluce, rivelano certi aspetti di costume come, ad esempio, il vuoto che si nasconde dietro l’uso di certe parole (è il tema di “Non ho niente da dire ma so come dirlo”). Tratto temi magari effimeri, ma cerco di farlo con un certo impegno, in linea con le parole di Andy Warhol: “Sono una persona profondamente superficiale”.

L’Idea: Qual è il libro da lei scritto con cui s’identifica di più e perché?
Claudio Nutrito: Prima di “Bologna Navona” a questa domanda avrei risposto “Sono modesto e me ne vanto”, libro dedicato ai paradossi. È una materia che mi appassiona: spesso si può scoprire “un senso dietro un controsenso”. I paradossi, infatti, possono svelarci, in maniera pungente, una verità o, meglio, un’altra verità. Così come si può scorgere un aspetto paradossale dietro realtà che si presentano come ovvie, logiche, consolidate. I paradossi aggiungono gusto e relax alla vita quotidiana.  Creare paradossi è un esercizio divertente. E anche utile, perché un paradosso fa riflettere chi lo formula.
Oggi però il mio libro preferito è l’ultimo, cioè “Bologna Navona” perché, essendo un romanzo, ho dovuto creare dei personaggi ed è stata una gestazione laboriosa e lunga…ben superiore ai tradizionali nove mesi. Mi sono quindi affezionato ai personaggi che ho “partorito”, in particolare ai protagonisti − Andrea, Rossella, Cesare, Janine – che sento un po’ come miei figli.

L’Idea: In alcuni suoi libri e articoli, lei parla di pensiero laterale e di pensiero parallelo. A che cosa si riferisce?
Claudio Nutrito: Pensiero Laterale e Pensiero Parallelo sono due metodi inventati dallo psicologo Edward de Bono– e adottati in tutto il mondo da organizzazioni pubbliche e private – per sviluppare le capacità creative.
In sintesi: Il pensiero laterale si differenzia dal pensiero verticale (logico) in quanto i vari passi del pensiero verticale sono deduttivi, mentre nel Pensiero Laterale non è richiesta alcuna logica sequenziale ed è quindi consentito “fare dei salti”. Il pensiero laterale non sostituisce quello verticale: lo integra. Infatti, il suo scopo è di sfociare, alla fine, nella logica tradizionale, cioè di produrre un’idea il cui beneficio sia valutabile con la logica.
Il pensiero parallelo − noto come “Il metodo dei sei cappelli” − consente di superare il tradizionale pensiero critico e antagonistico, e di adottare un pensiero costruttivo. Di fronte ad un argomento si è portati a usare contemporaneamente vari atteggiamenti di pensiero: logico, creativo, emotivo ecc. Il ché si traduce facilmente in un pensiero confuso e improduttivo. Col metodo dei sei cappelli, i vari tipi di pensiero sono invece tenuti rigorosamente separati. Si tratta di indossare, metaforicamente, uno per volta, sei cappelli di sei diversi colori rappresentanti sei diversi atteggiamenti mentali, sei diverse destinazioni verso cui dirigere il pensiero. Il metodo è utilizzabile sia individualmente sia in gruppo. In gruppo tutti i partecipanti “indossano” contemporaneamente lo stesso cappello: per questo si parla di pensiero parallelo.
Pensiero Laterale, Pensiero Parallelo e altri metodi per la produzione d’idee sono esposti in alcuni miei libri: “Voglio essere più creativo”, “Lo davo per scontato, ora non più”, “Utile e dilettevole”.

L’Idea: Dopo questo romanzo, lei pensa che continuerà in questa nuova vena creativa o ha altri progetti in corso per il prossimo libro?
Claudio Nutrito: Ancora non lo so, ci sto pensando. Forse nel prossimo romanzo potrei inserire un’altra città che amo, New York: magari una storia che si sviluppa nel triangolo New York – Bologna – Roma.

L’Idea: Lei insegna vari corsi. Potrebbe illuminarci su questa sua attività?
Claudio Nutrito: Sono corsi per aziende e organizzazioni inerenti marketing, strategia, qualità dei servizi, creatività e innovazione. In questi corsi la creatività (pensiero laterale, pensiero parallelo e altri metodi) ha un ruolo primario perché oggi efficienza e competenza sono fattori indispensabili, ma non sufficienti. Per le organizzazioni diviene essenziale un terzo elemento: la creatività. Dall’ambiente si emergono nuove esigenze e non è più sufficiente migliorare ciò che già si sta facendo. Da qui la necessità di nuovi approcci che nascono dalla corretta applicazione del pensiero creativo.   Per le organizzazioni, quindi, la creatività non è più un optional, ma una necessità.

L’Idea: Se potesse incontrare un personaggio famoso di qualsiasi epoca, quale sarebbe e perché? Che cosa gli direbbe?
Claudio Nutrito:Vorrei incontrare due grandi artisti francesi di cui ho parlato in un mio libro: François Truffaut (regista, 1932-1984) e Sacha Guitry (attore, commediografo, regista, 1885-1957). Due artisti molto diversi, ma con un punto in comune: l’insolenza. Del resto il titolo del mio libro è “I due magnifici insolenti”.
Quest’insolenza si riscontra nei loro scritti e nelle battute dei loro personaggi.  Un’insolenza che non è mai arroganza gratuita, ma piuttosto un’assoluta franchezza nell’esprimere punti di vista inconsueti, in contrasto con i luoghi comuni più diffusi. Le loro opere raccontano spesso l’instabilità dei sentimenti, l’amore provvisorio che prevale sull’amore definitivo.
Truffaut e Guitry non credono all’amore definitivo.
Dice Truffaut: “Poiché un amore dura poco tempo, non c’è altra soluzione per combattere la solitudine che innamorarsi spesso”.
Sacha Guitry, convinto dell’instabilità dell’amore, suggerisce queste parole per una proposta di matrimonio: “Vuoi essere la mia prima moglie?”.
Amore provvisorio e definitivo: mi piacerebbe scrivere un romanzo su questo tema.  A Truffaut e Guitry perciò chiederei “Come vedete oggi la contrapposizione fra amore provvisorio e definitivo? È la stessa da voi descritta qualche decennio fa? Internet e smartphone assecondano l’amore provvisorio o possono facilitare la ricerca dell’amore definito? Pensate sia preferibile vivere l’amore nella prospettiva di una fedeltà “a tempo”, di una probabile futura sostituibilità? E che magari questa consapevolezza renda capaci di amare più intensamente?
Il dualismo fra amore definitivo e provvisorio è stato così sintetizzato dalla scrittrice Louise de Vilmorin: “Ti amerò per sempre, stasera”. Vorrei chiedere a Truffaut e Guitry se questa dichiarazione è ancora valida.

L’Idea: Ha un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Claudio Nutrito: Spero che continuino ad amare la nostra lingua. È sempre una lingua molto bella nonostante se ne faccia spesso un uso distorto. Molte parole, infatti, sono oggi usate come “stampelle” cui sorreggersi quando non si ha niente da dire: quando si vuole coprire un vuoto nel pensiero, nascondere la mancanza d’idee e argomenti.
Il mio messaggio (“messaggio”, per la verità, è una parola grossa) è: “Non facciamoci il sangue amaro quando – per esempio nei talk-show in TV −, sentiamo la nostra lingua usata in discorsi vuoti. Affrontiamo magari la cosa con ironia citando alcuni aforismi d’illustri autori: “Ci sono persone che parlano, parlano …finché non trovano qualcosa da dire.” (Sacha Guitry), “Amo molto parlare di niente: è l’unico argomento su cui so tutto.” (Oscar Wilde). ”Non ho niente da dire e lo sto dicendo” (John Cage).

Intervista Esclusiva All’Artista Bruno Pegoretti. [L’IDEA Magazine]

Chevy 1100

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Tiziano Thomas Dossena e Bruno Pegoretti

Bruno Pegoretti stava sulla soglia della propria galleria nel centro di San José del Cabo, nello stato di Baja California Sur, in Messico. Aveva appena intavolato una conversazione con l’amico artista Piero Milani, che esponeva nella galleria a fianco, quando lo interruppi parlando in italiano, fatto che lo sorprese alquanto. Da quel momento mi trovai ammaliato dalle sue spiegazioni sull’arte in generale e sulle sue opere in particolare. Sarei potuto stare tutta la sera ad ascoltarlo. Ammirai i suoi quadri che sprizzavano di spontaneità e di colore, ma anche di qualcos’altro, quasi intangibile ma certamente captabile immediatamente anche dall’occhio non esperto: le sue opere ti passavano una certa sensazione di entusiasmo, di voglia di vivere, di positività che normalmente provi quando ti trovi davanti ad un tramonto di quelli giusti oppure ad un giorno nel quale l’azzurro del cielo è così intenso da poterti assorbire l’anima… Insomma, i suoi quadri avevano il potere di influenzare l’umore dell’osservatore, e questo è certamente una prova della validità e sensibilità artistica di Pegoretti. Dopo aver chiacchierato a lungo, l’artista mi ha concesso di intervistarlo ufficialmente per la nostra rivista…

Chevy Cameo

L’IDEA: Nell’esaminare i tuoi dipinti è evidente che ci sono due pittori, quello verista o figurativo e quello concettuale. A proposito di queste tue due versioni espressive, avrei delle domande.
Nei tuoi quadri veristi di ultima produzione, che certamente lo sono pur ritenendo una tua individualità espressiva sempre riconoscibile, ho notato che in un certo qual modo la tua presenza a Cabo San Lucas ha influenzato il prodotto finale, nel senso che i quadri non solo si adattano all’ambiente messicano, ma sembrano essere il prodotto di un artista che ha sempre vissuto in quella terra calda ed assolata.  Secondo te, quanto ha influenzato la tua produzione artistica vivere in Messico, in questa stupenda cornice ambientale?
Bruno Pegoretti: Sono sempre stato amante del colore, e del colore puro, al punto che non uso la tavolozza: la tavolozza è il quadro dove stendo e accosto colori puri. Il Messico è colore ed io ogni giorno ne sono pervaso. Questa magnifica confusione cromatica può non avermi influenzato?

L’IDEA: È evidente, sia al primo contatto visivo sia dopo aver letto la tua biografia d altri articoli su di te che le tue opere di personaggi diomorfici sono parziamente condizionate dalla tua ammirazione per l’artista rinascimentale Giuseppe Arcimboldo. Che cosa rappresentano per te questi dipinti? Sono solo delle ‘eccezioni’ nella tua produzione artistica oppure solo state delle necessità espressive?  Che cosa volevi raccontare con “Alfred” , “Francis” e “Nora”, per esempio?
Bruno Pegoretti: Lo ammetto, mi sono fatto piacevolmente ispirare dalle teste composte di Giuseppe Arcimboldo, che ho avuto il privilegio di ammirare a Vienna, Praga e in altri musei mitteleuropei. Se posso azzardare una differenza tra le sue cose e le mie, essa sta nel fatto che Arcimboldo, per esempio nell’allegoria della Primavera, univa tutta una serie di elementi  primaverili (foglie, fiori in boccio, petali…) per creare una sorta di iperprimavera.
Nelle mie figure, riconoscendo e ringraziando il vecchio Giuseppe, cerco di unire elementi meccanici e organici per arrivare alla definizione di un uomo, un uomo nuovo, di là da venire, oltre le guerre e le paci, una sorta di creatura bionica, futura ma non troppo. Chiunque di noi s’è operato di cataratta, ad esempio, vede il mondo
attraverso due palline di silicone, e così per un’artroprotesi, per una valvola cardiaca, per la realtà aumentata o per una semplice carie otturata. Siamo dei cyborg.

Francis

Io li spingo un po’ e saltano fuori quelle cose strane che hai visto, ma siamo già noi, solo più estremizzati. Saremo, comunque, almeno nella mia testa, delle brave persone, anzi, delle persone migliori.

Cactus on blue background

L’IDEA: Abbiamo notato che esponi in tutto il mondo e che sei molto conosciuto sia qui in Messico sia negli USA.Che cosa ci si può aspettare dall’artista Bruno Pegoretti nei prossimi anni? Hai progetti importanti e/o artisticamente innovativi in cantiere?
Bruno Pegoretti: Non aspettatavi nulla, se non il procedere quotidiano di una pratica che, grazie agli dei, non impigrisce mai, anzi scopre nuove, magari minime cose, ogni giorno. La scoperta è uno dei tanti privilegi che la pittura ti concede.

Tecate

Pelican

L’IDEA: Tua moglie Jill, californiana, ti ha aiutato a fare il salto dalle tue attività precedentia quelle di artista a tempo pieno; una musa, quindi, per la tua arte. È un’artista anche lei? Ti aiuta anche nell’amministrazione della galleria?
Bruno Pegoretti: Si dice che dietro un grande uomo si nasconda una grande donna. Io sono un piccolo uomo, ma Jill è grande. Se ho un dubbio sul come fare qualcosa: “Che colore vedresti come sfondo? Secondo te qual è il prossimo quadro che devo fare? Qua ci metteresti più azzurro?”, Jill ha sempre la risposta e, credimi, è quella giusta.

Prawns

L’IDEA: Tu passi una buona parte della tua vita all’estero (negli USA ed in Messico). Che cosa ti manca di più dell’Italia quando ne sei lontano? Stai anche tu soffrendo la “sindrome dell’emigrato” per cui quando sei fuori dalla tua nazione la Madre Patria ti appare ancora più bella (e bella lo è, indiscutibilmente) ed ospitale?
Bruno Pegoretti: Amo l’Italia e talvolta ne ho nostalgia, ma questo sole che brilla e non si stanca mai, mi cattura: come non potrebbe? E l’Oceano, le palme, i cactus, tutto mi conduce verso una diversità intrigante, tanto diversa dalla nostra quanto affascinante nella sua scoperta.

 

Informazioni sull’artista si possono trovare sul sito brunopegoretti.com

Ford F-100

Three red snappers

Ambassador

Big pig

Anchovies