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L’ironia Come Strumento Di Critica Costruttiva. Intervista Esclusiva Con L’autore Cosimo Scarpello. [L’IDEA Magazine]

L’ironia come strumento di critica costruttiva. Intervista esclusiva con l’autore Cosimo Scarpello.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ci incontrammo nello stand dell’Italian Trade commission al Book Expo di New York, ben quattro anni fa. Dopo una piacevole conversazione, ci lasciammo con la promessa di risentirci e di continuare i nostri discorsi con tutta calma. Avvocato, consigliere comunale, vicesindaco ma soprattutto autore di successo, Cosimo Scarpello ha portato un’aria di fresca ironia nell’ambito dell’editoria italiana con i suoi simpatici libri di saggistica, e recentemente ha pubblicato anche un ottimo romanzo, “La figlia mai avuta”. Cogliamo, quindi, l’occasione di riprendere la nostra conversazione interrotta a New York e di potere aggiornarci sulle sue attività.

L’IDEA: Sei passato dai libri di diritto e di legge a quelli di saggistica e poi al romanzo. Che cosa ti ha stimolato a fare questo passo?
Cosimo Scarpello: Durante la mia attività professionale come avvocato e la mia esperienza politico-amministrativa sono venuto a contatto con persone di ogni età e di ogni estrazione sociale. I problemi, le sofferenze, le aspirazioni e le ossessioni della gente, legate agli stili di vita del nostro tempo, sono state oggetto di mie continue e profonde riflessioni che a un certo punto ho deciso di condividere pubblicamente attraverso dei saggi divulgativi. Per quanto riguarda il romanzo, a ispirare la mia vena narrativa è stato l’animo umano con i suoi angoli più nascosti e i desideri più inconfessabili.

L’IDEA: “Impasseport” è una critica umoristica, a volte anche autoironica, del sistema visto dall’interno, dato che tu sei stato consigliere comunale e vicesindaco. Come l’hanno ricevuta i tuoi colleghi di allora? Questo libro ha influenzato in qualche modo la nuova amministrazione?
Cosimo Scarpello: È un libro nato quasi per gioco, con l’intento di descrivere, con lo strumento dell’ironia e del sano umorismo, alcuni momenti della vita politica di una piccola comunità. Una raccolta di strafalcioni linguistici, pronunciati dagli amministratori locali, con cui ho cercato di offrire al lettore un aspetto più gradevole di un mondo che viene continuamente denigrato e dal quale la gente prende sempre più le distanze. La maggior parte dei consiglieri comunali, allora miei colleghi, ha capito lo spirito goliardico della mia iniziativa e ha riso dei propri errori. Qualcun altro, più permaloso, si è sentito offeso e non mi ha rivolto la parola per molto tempo. L’opera ha avuto qualche effetto anche sulla successiva amministrazione, poiché c’è stato chi, durante i propri interventi nelle sedute dei consigli comunali, ha fatto più attenzione a ciò che diceva e soprattutto a come si esprimeva.

L’IDEA: “Stressbook” è un’intelligente analisi dell’influenza negativa dei ‘social networks’. Il libro ha avuto un discreto successo sia di pubblico sia di critica. Vorresti spiegare in breve qual è la tua posizione in merito a questo argomento e a che cosa miravi con la pubblicazione di “Stressbook”?
Cosimo Scarpello: Stressbook contiene delle riflessioni sul mondo di Internet e dei social network. La trattazione, che ha un taglio ironico in alcuni punti e più serio in altri, ha l’intento di evidenziare, attraverso una rassegna di banalità, idiozie e contraddizioni che imperversano sui social, l’influenza negativa della comunicazione virtuale sulle relazioni interpersonali. La mia opinione su questo argomento, pertanto, è drastica. In alcuni capitoli del libro invito i lettori a tenere alta la guardia contro le possibili degenerazioni di un cattivo uso della rete, come la pubblicazione di foto e video violenti, l’incitazione all’odio e le notizie false. Alcuni anni fa, quando in un’intervista a un quotidiano locale ho sostenuto che la rete sociale, essendo uno strumento privo di filtri, può generare violenza, le mie affermazioni sono state definite persino oscurantiste. Ma quello che accade oggi è sotto gli occhi di tutti: basta scorrere una qualsiasi pagina di Facebook per trovare violenze, turpiloqui, offese e minacce. Senza considerare, poi, che di recente le fake news hanno influenzato il voto in alcune tra le più importanti democrazie occidentali, tra cui l’Italia. I fatti, dunque, sembrano darmi ragione, anche se – credimi – rivelarsi dei buoni profeti, in circostanze come queste, ha un sapore più amaro dell’essere smentiti.

L’IDEA: Potresti parlarci un poco di “Perduti”, il tuo libro finalista al Premio Quasimodo? Ha delle similarità a “Stressbook”? Pensi che il tuo messaggio sia anche quello di molti di noi della vecchia generazione ai quali manca il contatto umano?
Cosimo Scarpello: “Perduti” trasmette un messaggio più ampio e più forte di quello di Stressbook, perché la critica qui non investe soltanto il mondo di Internet e dei social network, ma si estende a una serie di paradossi e di contraddizioni che caratterizzano l’epoca attuale. Il libro contiene un susseguirsi di riflessioni e di squarci di vita quotidiana che, attraverso un costante confronto con un passato non molto remoto,  hanno l’obiettivo di guidare il lettore verso l’amara presa di coscienza di un presente angosciante e di un futuro incerto. C’è tutto il disagio di una generazione, quella degli over 40, che improvvisamente si è ritrovata catapultata in un mondo surreale, governato dalle leggi del mercato, dalla finanza, dallo spread, da Internet e dai social network, in cui l’umanità sembra aver smarrito il senso dell’orientamento. Un mondo vittima di una crisi antropologica, prim’ancora che economica, dominato da valori alienanti che costringono uomini e donne del nostro tempo a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste. Un mondo nel quale ci sentiamo sempre più soli. Una società sintetica, virtuale, dimentica degli autentici valori umani, nella quale non riusciamo più a riconoscerci e in cui ci sentiamo tutti un po’ perduti.

L’IDEA: Il tuo romanzo “La figlia mai avuta”, vincitore del premio della giuria al Premio Letterario Milano International 2017, è la tua ultima opera pubblicata. Di che cosa parla? 
Cosimo Scarpello: È un thriller che ha come protagonista un imprenditore senza scrupoli, avido, egoista e prepotente, che subisce la vendetta di un nemico che agisce dietro le quinte e la cui identità viene svelata solo nel finale. Lo scenario è un piccolo paese del Sud Italia, in cui la facciata è più importante della sostanza, dove le maldicenze, le rivalità e la superficialità regnano sovrane e persino la mediocrità è vista come un pregio.  Non aggiungo altro per non svelare il contenuto della trama e sottrarre al pubblico il piacere di scoprirlo attraverso la lettura.

L’IDEA: Se avessi l’opportunità di incontrare un personaggio importante del passato, chi sarebbe? Perché? Che cosa gli o le diresti? Che cosa ti aspetteresti che direbbe del mondo di oggi, della globalizzazione, dei social network, della mancanza di contatto umano in generale?
Cosimo Scarpello: John Kennedy e Michail Gorbaciov, che in un recente passato si sono spesi per abbattere le barriere nel mondo. La globalizzazione incontrollata ha scatenato reazioni opposte, generando ovunque sentimenti nazionalistici e spinte conservatrici.  L’uso distorto dei social network, inoltre, ha contribuito a consolidare queste tendenze, alimentando le propagande sovraniste mediante l’incitamento all’odio, alla violenza e al razzismo, facendo sentire importanti gli idioti e gli incoscienti. Quegli idioti e incoscienti, che in questi anni hanno eletto altri idioti e incoscienti alla guida dei loro Paesi: individui scellerati e irresponsabili che chiudono frontiere, costruiscono muri o negano soccorsi ai profughi in balìa del mare, vanificando in poco tempo il faticoso percorso di distensione, di unificazione e di progresso seguito all’abbattimento del muro di Berlino, per la cui caduta Kennedy prima e Gorbaciov poi si erano tanto prodigati. Spesso mi capita di chiudere gli occhi e di immaginare lunghe conversazioni con loro, dissertazioni politiche, analisi sociologiche e disquisizioni antropologiche su quanto accade nel mondo in loro assenza. Oggi più che mai avremmo bisogno di questi due grandi personaggi.

L’IDEA: Hai in serbo altri romanzi nel prossimo futuro oppure tornerai alla saggistica?
Cosimo Scarpello: Sto lavorando a un romanzo di formazione, che spero di completare per l’anno venturo. Quanto a un mio possibile ritorno alla saggistica, esso non è da escludere: dipenderà tutto dall’ispirazione del momento.

L’IDEA: Qual è il libro che hai scritto con il quale ti identifichi di più e perché?
Cosimo ScarpelloPerduti, perché come ho già detto esprime il disagio di una generazione alla quale appartengo e di cui nel libro mi faccio interprete. Una generazione che assiste ai profondi e repentini cambiamenti che avvengono intorno a lei, ne investiga le ragioni ma rimane impotente di fronte al disgregarsi di una civiltà alla quale sente ancora di appartenere e che cerca di difendere a oltranza, pur sapendo che non potrà più tornare indietro. Una generazione che porta con sé il rammarico di non aver capito per tempo, quando si viveva bene, quando tutto luccicava e tutti ci dicevano che saremmo stati dei numeri uno e destinati al successo, il pericolo verso cui stava andando incontro.  Eravamo troppo assopiti nel benessere, nell’illusione di un futuro roseo e di false speranze, per accorgerci che proprio allora, intorno a noi, si stava formando il cancro che ci avrebbe distrutto: quella categoria di burocrati e di banchieri ai quali si è asservita la politica e che ci ha costretto a ubbidire alle sue logiche, schiacciandoci e rubandoci i sogni. Quindi anche noi siamo colpevoli e la consapevolezza di non aver reagito quando avremmo potuto o dovuto farlo rende ancor più amaro e rabbioso il nostro disagio.

L’IDEA: Chi è lo scrittore che ti ha più influenzato? In che modo? E quello che tu ammiri di più?
Cosimo Scarpello: Non posso dire di scrittori che mi hanno influenzato, perché ognuno di noi ha un suo stile narrativo e storie originali da raccontare. Di certo, oltre ai grandi classici del passato che hanno plasmato la mia cultura umanistica, vi sono autori contemporanei che prediligo più di altri. Tra questi Massimo Gramellini, che oltre a essere uno scrittore è anche giornalista e conduttore televisivo. I suoi scritti mi affascinano molto, sia per la profondità dei contenuti, sia per come egli riesca, con un linguaggio semplice, accessibile a tutti e intriso di frasi a effetto e di figure retoriche, a renderli nello stesso tempo gradevoli, facili da leggere e di alto spessore formativo, siano essi romanzi, saggi o semplici articoli di giornale. Ho sempre ritenuto, infatti, che un autore non debba limitarsi a curare l’aspetto contenutistico e la correttezza sintattica e grammaticale di un testo, ma deve cercare di spingersi oltre per piegare la lingua a quei canoni estetici che consentano al lettore non soltanto di appagare i propri bisogni di conoscenza, ma anche e soprattutto di lasciarsi trasportare dalla lettura e di ritemprarsi nello spirito.

L’Idea: Hai un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Cosimo Scarpello: Più che un messaggio, un saluto e un caloroso abbraccio ideale, sperando che la lettura dei miei libri risulti di loro gradimento. Un caro saluto anche a te, Tiziano, e a tutta la redazione di questa prestigiosa rivista. Vi ringrazio per avermi onorato di una vostra intervista.

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Da “Sono Modesto E Me Ne Vanto” A Bologna Navona”, Un Autore Dello Stimolo Intellettuale Si Prova In Un Romanzo E Convince. Intervista Esclusiva A Claudio Nutrito. [L

Da “Sono modesto e me ne vanto” a Bologna Navona”, un autore dello stimolo intellettuale si prova in un romanzo e convince. Intervista esclusiva a Claudio Nutrito.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena, pubblicata su L’IDEA Magazine

Claudio Nutrito

Claudio Nutrito, l’autore noto per i suoi libri carichi di ironia e di paradossi, veri e propri manuali del ‘fai da te’ mentale, sorprende il mercato editoriale con un romanzo, “Bologna Navona“.  Sull’onda del successo di questo romanzo, abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo in esclusiva per la nostra rivista….

L’Idea: Bologna Navona è il suo ultimo libro, un romanzo. Di che cosa tratta e che cosa l’ha portata a scrivere un romanzo dopo vari trattati e guide su come risolvere vari problemi?
Claudio Nutrito La prima idea è stata quella di un libro sulla mia città: Bologna.  Mentre cercavo di riordinare le idee per definire cosa scrivere, nei miei pensieri si è gradualmente infiltrata un’altra città che amo: Roma. A questo punto ho scelto di lavorare a un libro avente come soggetto entrambe le città. Ho poi deciso di lanciare una nuova sfida a me stesso: cimentarmi in un romanzo. Le vicende del personaggio principale si svolgono sull’asse Bologna-Roma. Si tratta soprattutto di vicende sentimentali: amori vissuti intensamente o solo sognati, amori finiti o mai dichiarati.

L’Idea: Dalla lettura del libro emergono due considerazioni. La prima: il libro è pervaso da una buona dose d’ironia. Soprattutto in certi capitoli, intriganti sin dal titolo, per esempio: “Il disagio da anticonformismo ravvicinato”, “Il menu parlato”, “Il tormentone della complicità”, “Prove tecniche di empatia”….
La seconda osservazione è anche una domanda. “Bologna Navona” è un romanzo un po’ anomalo, ricco di digressioni. Ed è proprio in queste digressioni che emerge l’ironia. Domanda: qual è il suo punto di vista sull’uso delle digressioni nella narrativa?
Claudio Nutrito. Dipende da come le digressioni vengono utilizzate. Si può farne un abuso, quando le digressioni assumono l’aria di “sbavature”, di “disegni fuori cornice” che trascinano la storia fuori strada rischiando di essere fuorvianti per chi legge. Ma esiste anche un “uso virtuoso”, quando le digressioni sono vivaci, creative e danno ritmo al racconto. Il racconto è una sorta di viaggio e non è detto che sia sempre da preferire la strada più breve. Abbandonare, di tanto in tanto, la strada principale per immettersi in un sentiero laterale può rendere il viaggio più piacevole, a patto di trovare in questo sentiero un interessante diversivo. E a patto di tornare poi sulla strada principale per proseguire il percorso originale. Secondo lo scrittore francese Auguste de Villiers, le digressioni devono essere come quei cerchi che i bambini buttano lontano, ma che, grazie a un certo movimento nella fase di lancio, tornano nella mano di chi li ha buttati.

L’Idea: I titoli dei suoi libri (es.: “Le idee nuove sono quelle che nessuno ricorda più”, “Sono modesto e me ne vanto”, “Non ho niente da dire ma so come dirlo”) rispecchiano una certa ironia, che suppongo sia presente anche nel loro contenuto. Da dove nasce questa sua attitudine? La porta anche nella vita di tutti i giorni?
Claudio Nutrito: In effetti, anche nella vita di tutti i giorni, ho la tendenza a ricorrere all’ironia. Almeno a provarci. Ho pure l’attitudine a trattare temi apparentemente leggeri. Dico “apparentemente” perché si tratta spesso di temi che, letti in controluce, rivelano certi aspetti di costume come, ad esempio, il vuoto che si nasconde dietro l’uso di certe parole (è il tema di “Non ho niente da dire ma so come dirlo”). Tratto temi magari effimeri, ma cerco di farlo con un certo impegno, in linea con le parole di Andy Warhol: “Sono una persona profondamente superficiale”.

L’Idea: Qual è il libro da lei scritto con cui s’identifica di più e perché?
Claudio Nutrito: Prima di “Bologna Navona” a questa domanda avrei risposto “Sono modesto e me ne vanto”, libro dedicato ai paradossi. È una materia che mi appassiona: spesso si può scoprire “un senso dietro un controsenso”. I paradossi, infatti, possono svelarci, in maniera pungente, una verità o, meglio, un’altra verità. Così come si può scorgere un aspetto paradossale dietro realtà che si presentano come ovvie, logiche, consolidate. I paradossi aggiungono gusto e relax alla vita quotidiana.  Creare paradossi è un esercizio divertente. E anche utile, perché un paradosso fa riflettere chi lo formula.
Oggi però il mio libro preferito è l’ultimo, cioè “Bologna Navona” perché, essendo un romanzo, ho dovuto creare dei personaggi ed è stata una gestazione laboriosa e lunga…ben superiore ai tradizionali nove mesi. Mi sono quindi affezionato ai personaggi che ho “partorito”, in particolare ai protagonisti − Andrea, Rossella, Cesare, Janine – che sento un po’ come miei figli.

L’Idea: In alcuni suoi libri e articoli, lei parla di pensiero laterale e di pensiero parallelo. A che cosa si riferisce?
Claudio Nutrito: Pensiero Laterale e Pensiero Parallelo sono due metodi inventati dallo psicologo Edward de Bono– e adottati in tutto il mondo da organizzazioni pubbliche e private – per sviluppare le capacità creative.
In sintesi: Il pensiero laterale si differenzia dal pensiero verticale (logico) in quanto i vari passi del pensiero verticale sono deduttivi, mentre nel Pensiero Laterale non è richiesta alcuna logica sequenziale ed è quindi consentito “fare dei salti”. Il pensiero laterale non sostituisce quello verticale: lo integra. Infatti, il suo scopo è di sfociare, alla fine, nella logica tradizionale, cioè di produrre un’idea il cui beneficio sia valutabile con la logica.
Il pensiero parallelo − noto come “Il metodo dei sei cappelli” − consente di superare il tradizionale pensiero critico e antagonistico, e di adottare un pensiero costruttivo. Di fronte ad un argomento si è portati a usare contemporaneamente vari atteggiamenti di pensiero: logico, creativo, emotivo ecc. Il ché si traduce facilmente in un pensiero confuso e improduttivo. Col metodo dei sei cappelli, i vari tipi di pensiero sono invece tenuti rigorosamente separati. Si tratta di indossare, metaforicamente, uno per volta, sei cappelli di sei diversi colori rappresentanti sei diversi atteggiamenti mentali, sei diverse destinazioni verso cui dirigere il pensiero. Il metodo è utilizzabile sia individualmente sia in gruppo. In gruppo tutti i partecipanti “indossano” contemporaneamente lo stesso cappello: per questo si parla di pensiero parallelo.
Pensiero Laterale, Pensiero Parallelo e altri metodi per la produzione d’idee sono esposti in alcuni miei libri: “Voglio essere più creativo”, “Lo davo per scontato, ora non più”, “Utile e dilettevole”.

L’Idea: Dopo questo romanzo, lei pensa che continuerà in questa nuova vena creativa o ha altri progetti in corso per il prossimo libro?
Claudio Nutrito: Ancora non lo so, ci sto pensando. Forse nel prossimo romanzo potrei inserire un’altra città che amo, New York: magari una storia che si sviluppa nel triangolo New York – Bologna – Roma.

L’Idea: Lei insegna vari corsi. Potrebbe illuminarci su questa sua attività?
Claudio Nutrito: Sono corsi per aziende e organizzazioni inerenti marketing, strategia, qualità dei servizi, creatività e innovazione. In questi corsi la creatività (pensiero laterale, pensiero parallelo e altri metodi) ha un ruolo primario perché oggi efficienza e competenza sono fattori indispensabili, ma non sufficienti. Per le organizzazioni diviene essenziale un terzo elemento: la creatività. Dall’ambiente si emergono nuove esigenze e non è più sufficiente migliorare ciò che già si sta facendo. Da qui la necessità di nuovi approcci che nascono dalla corretta applicazione del pensiero creativo.   Per le organizzazioni, quindi, la creatività non è più un optional, ma una necessità.

L’Idea: Se potesse incontrare un personaggio famoso di qualsiasi epoca, quale sarebbe e perché? Che cosa gli direbbe?
Claudio Nutrito:Vorrei incontrare due grandi artisti francesi di cui ho parlato in un mio libro: François Truffaut (regista, 1932-1984) e Sacha Guitry (attore, commediografo, regista, 1885-1957). Due artisti molto diversi, ma con un punto in comune: l’insolenza. Del resto il titolo del mio libro è “I due magnifici insolenti”.
Quest’insolenza si riscontra nei loro scritti e nelle battute dei loro personaggi.  Un’insolenza che non è mai arroganza gratuita, ma piuttosto un’assoluta franchezza nell’esprimere punti di vista inconsueti, in contrasto con i luoghi comuni più diffusi. Le loro opere raccontano spesso l’instabilità dei sentimenti, l’amore provvisorio che prevale sull’amore definitivo.
Truffaut e Guitry non credono all’amore definitivo.
Dice Truffaut: “Poiché un amore dura poco tempo, non c’è altra soluzione per combattere la solitudine che innamorarsi spesso”.
Sacha Guitry, convinto dell’instabilità dell’amore, suggerisce queste parole per una proposta di matrimonio: “Vuoi essere la mia prima moglie?”.
Amore provvisorio e definitivo: mi piacerebbe scrivere un romanzo su questo tema.  A Truffaut e Guitry perciò chiederei “Come vedete oggi la contrapposizione fra amore provvisorio e definitivo? È la stessa da voi descritta qualche decennio fa? Internet e smartphone assecondano l’amore provvisorio o possono facilitare la ricerca dell’amore definito? Pensate sia preferibile vivere l’amore nella prospettiva di una fedeltà “a tempo”, di una probabile futura sostituibilità? E che magari questa consapevolezza renda capaci di amare più intensamente?
Il dualismo fra amore definitivo e provvisorio è stato così sintetizzato dalla scrittrice Louise de Vilmorin: “Ti amerò per sempre, stasera”. Vorrei chiedere a Truffaut e Guitry se questa dichiarazione è ancora valida.

L’Idea: Ha un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Claudio Nutrito: Spero che continuino ad amare la nostra lingua. È sempre una lingua molto bella nonostante se ne faccia spesso un uso distorto. Molte parole, infatti, sono oggi usate come “stampelle” cui sorreggersi quando non si ha niente da dire: quando si vuole coprire un vuoto nel pensiero, nascondere la mancanza d’idee e argomenti.
Il mio messaggio (“messaggio”, per la verità, è una parola grossa) è: “Non facciamoci il sangue amaro quando – per esempio nei talk-show in TV −, sentiamo la nostra lingua usata in discorsi vuoti. Affrontiamo magari la cosa con ironia citando alcuni aforismi d’illustri autori: “Ci sono persone che parlano, parlano …finché non trovano qualcosa da dire.” (Sacha Guitry), “Amo molto parlare di niente: è l’unico argomento su cui so tutto.” (Oscar Wilde). ”Non ho niente da dire e lo sto dicendo” (John Cage).

Intervista Esclusiva All’Artista Bruno Pegoretti. [L’IDEA Magazine]

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Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Tiziano Thomas Dossena e Bruno Pegoretti

Bruno Pegoretti stava sulla soglia della propria galleria nel centro di San José del Cabo, nello stato di Baja California Sur, in Messico. Aveva appena intavolato una conversazione con l’amico artista Piero Milani, che esponeva nella galleria a fianco, quando lo interruppi parlando in italiano, fatto che lo sorprese alquanto. Da quel momento mi trovai ammaliato dalle sue spiegazioni sull’arte in generale e sulle sue opere in particolare. Sarei potuto stare tutta la sera ad ascoltarlo. Ammirai i suoi quadri che sprizzavano di spontaneità e di colore, ma anche di qualcos’altro, quasi intangibile ma certamente captabile immediatamente anche dall’occhio non esperto: le sue opere ti passavano una certa sensazione di entusiasmo, di voglia di vivere, di positività che normalmente provi quando ti trovi davanti ad un tramonto di quelli giusti oppure ad un giorno nel quale l’azzurro del cielo è così intenso da poterti assorbire l’anima… Insomma, i suoi quadri avevano il potere di influenzare l’umore dell’osservatore, e questo è certamente una prova della validità e sensibilità artistica di Pegoretti. Dopo aver chiacchierato a lungo, l’artista mi ha concesso di intervistarlo ufficialmente per la nostra rivista…

Chevy Cameo

L’IDEA: Nell’esaminare i tuoi dipinti è evidente che ci sono due pittori, quello verista o figurativo e quello concettuale. A proposito di queste tue due versioni espressive, avrei delle domande.
Nei tuoi quadri veristi di ultima produzione, che certamente lo sono pur ritenendo una tua individualità espressiva sempre riconoscibile, ho notato che in un certo qual modo la tua presenza a Cabo San Lucas ha influenzato il prodotto finale, nel senso che i quadri non solo si adattano all’ambiente messicano, ma sembrano essere il prodotto di un artista che ha sempre vissuto in quella terra calda ed assolata.  Secondo te, quanto ha influenzato la tua produzione artistica vivere in Messico, in questa stupenda cornice ambientale?
Bruno Pegoretti: Sono sempre stato amante del colore, e del colore puro, al punto che non uso la tavolozza: la tavolozza è il quadro dove stendo e accosto colori puri. Il Messico è colore ed io ogni giorno ne sono pervaso. Questa magnifica confusione cromatica può non avermi influenzato?

L’IDEA: È evidente, sia al primo contatto visivo sia dopo aver letto la tua biografia d altri articoli su di te che le tue opere di personaggi diomorfici sono parziamente condizionate dalla tua ammirazione per l’artista rinascimentale Giuseppe Arcimboldo. Che cosa rappresentano per te questi dipinti? Sono solo delle ‘eccezioni’ nella tua produzione artistica oppure solo state delle necessità espressive?  Che cosa volevi raccontare con “Alfred” , “Francis” e “Nora”, per esempio?
Bruno Pegoretti: Lo ammetto, mi sono fatto piacevolmente ispirare dalle teste composte di Giuseppe Arcimboldo, che ho avuto il privilegio di ammirare a Vienna, Praga e in altri musei mitteleuropei. Se posso azzardare una differenza tra le sue cose e le mie, essa sta nel fatto che Arcimboldo, per esempio nell’allegoria della Primavera, univa tutta una serie di elementi  primaverili (foglie, fiori in boccio, petali…) per creare una sorta di iperprimavera.
Nelle mie figure, riconoscendo e ringraziando il vecchio Giuseppe, cerco di unire elementi meccanici e organici per arrivare alla definizione di un uomo, un uomo nuovo, di là da venire, oltre le guerre e le paci, una sorta di creatura bionica, futura ma non troppo. Chiunque di noi s’è operato di cataratta, ad esempio, vede il mondo
attraverso due palline di silicone, e così per un’artroprotesi, per una valvola cardiaca, per la realtà aumentata o per una semplice carie otturata. Siamo dei cyborg.

Francis

Io li spingo un po’ e saltano fuori quelle cose strane che hai visto, ma siamo già noi, solo più estremizzati. Saremo, comunque, almeno nella mia testa, delle brave persone, anzi, delle persone migliori.

Cactus on blue background

L’IDEA: Abbiamo notato che esponi in tutto il mondo e che sei molto conosciuto sia qui in Messico sia negli USA.Che cosa ci si può aspettare dall’artista Bruno Pegoretti nei prossimi anni? Hai progetti importanti e/o artisticamente innovativi in cantiere?
Bruno Pegoretti: Non aspettatavi nulla, se non il procedere quotidiano di una pratica che, grazie agli dei, non impigrisce mai, anzi scopre nuove, magari minime cose, ogni giorno. La scoperta è uno dei tanti privilegi che la pittura ti concede.

Tecate

Pelican

L’IDEA: Tua moglie Jill, californiana, ti ha aiutato a fare il salto dalle tue attività precedentia quelle di artista a tempo pieno; una musa, quindi, per la tua arte. È un’artista anche lei? Ti aiuta anche nell’amministrazione della galleria?
Bruno Pegoretti: Si dice che dietro un grande uomo si nasconda una grande donna. Io sono un piccolo uomo, ma Jill è grande. Se ho un dubbio sul come fare qualcosa: “Che colore vedresti come sfondo? Secondo te qual è il prossimo quadro che devo fare? Qua ci metteresti più azzurro?”, Jill ha sempre la risposta e, credimi, è quella giusta.

Prawns

L’IDEA: Tu passi una buona parte della tua vita all’estero (negli USA ed in Messico). Che cosa ti manca di più dell’Italia quando ne sei lontano? Stai anche tu soffrendo la “sindrome dell’emigrato” per cui quando sei fuori dalla tua nazione la Madre Patria ti appare ancora più bella (e bella lo è, indiscutibilmente) ed ospitale?
Bruno Pegoretti: Amo l’Italia e talvolta ne ho nostalgia, ma questo sole che brilla e non si stanca mai, mi cattura: come non potrebbe? E l’Oceano, le palme, i cactus, tutto mi conduce verso una diversità intrigante, tanto diversa dalla nostra quanto affascinante nella sua scoperta.

 

Informazioni sull’artista si possono trovare sul sito brunopegoretti.com

Ford F-100

Three red snappers

Ambassador

Big pig

Anchovies