L’archivio de L’Idea Magazine si arricchisce di tutti i numeri del Volume I (1974-1999)

di Tiziano Thomas Dossena

QUANTI RICORDI…

Per tutti i lettori della nostra rivista L’Idea che abbiano il desiderio di ritrovare un vecchio arrticolo della rivista cartacea siamo lieti di offrire una nuova opportunita'. Abbiamo appena terminato di inserire nel nostro archivio online i numeri appartenenti al primo volume della rivista, cioe` quelli che vanno dal 1974 fino alla fine del 1999. Ora potrete leggerli comodamente in versione Pdf sui vostri computer cliccando sulle immagini delle copertine.

Stiamo lavorando sul secondo volume onde completare l’archivio. Questo e` un progetto che ha richiesto molta pazienza e tempo e speriamo che i lettori approfittino di questa opportunita` per riscoprire i nostri articoli e ritrovare un pezzo del nostro passato…

Vivere il Jazz. Intervista Esclusiva Con il Pianista e Compositore Arrigo Cappelletti.

Vivere il Jazz. Intervista esclusiva con il pianista e compositore Arrigo Cappelletti.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Nasce a Brunate (Como) il 12.2.49. Dopo una laurea in Filosofia e aver insegnato alcuni anni nei Licei, si è dedicato al jazz realizzando finora vetisei dischi a suo nome di cui almeno quattro (Samadhi, Reflections, Pianure e Terras do risco) hanno avuto importanza nella definizione di una via italiana al jazz fatta di lirismo, introspezione e collegamenti con altri universi musicali. Ha collaborato con molti artisti del jazz e del fado,  con la cantante Mia Martini e con l’orchestra nazionale di jazz di Giorgio Gaslini. Nel 1988 la rivista americana Cadence ha inserito il suo disco “Reflections” tra i dieci migliori dischi dell’anno.

Molto attivo anche come scrittore e saggista, ha pubblicato i volumi  “Il profumo del jazz” (1996),  “Paul Bley, la logica del caso” (2004),  “Paul Bley. The Logic of Chance (2010), “La filosofia di Thelonius Monk” (2014) e “Le avventure di un jazzista filosofo” (2016).

Tiziano Thomas DossenaIl tuo omonimo nonno fu un compositore conosciuto e rispettato. Tu hai curato la stesura di un libro a titolo “Arrigo Cappelletti musicista comasco 1877-1946”, che raccoglie gli atti della giornata di studio tenutasi a Como il 16 gennaio 2010. Che sensazione ti ha fatto quando hai iniziato nel campo della musica di avere un parente con il tuo stesso nome e con una fama rispettabile? In che modo può avere influenzato le tue decisioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Mio nonno, che non ho mai conosciuto, è una figura fondamentale della mia infanzia perché mio padre architetto me ne parlava sempre e quando ho cominciato a suonare il piano mi induceva a suonare le sue composizioni o mi portava all’opera e ai concerti sperando  che io pure diventassi musicista . Ho quindi vissuto buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza in un ambiente dominato dalla figura del nonno, prendendo (poche) lezioni di pianoforte e rovistando nei numerosissimi suoi spartiti rimasti in casa, ma non sono mai stato disposto ad accettare la fatica e i severi studi necessari a seguire la sua strada. Per me che volevo cambiare il mondo e avevo un temperamento ribelle, fare il pianista di professione o studiare composizione classica risultava ripetitivo e noioso, e comunque non abbastanza radicale. Alla fine del liceo ho così preferito iscrivermi alla facoltà di filosofia e intraprendere la carriera di insegnante nei licei. Non potevo prevedere che da lì a poco sarebbe esplosa la passione per il jazz, musica che nessuno  mi aveva fatto ascoltare ma che subito mi è apparsa come la più vicina alla mia indole libera e anarchica. All’inizio mio padre, che voleva fare di me un musicista classico e in più non amava la filosofia, non c’è rimasto bene. Il jazz non gli sembrava rispettare abbastanza i codici della musica colta. Solo verso la fine della vita si è convinto. Per quanto riguarda il nonno, una volta conseguita una certa consapevolezza e sicurezza in me stesso, mi sono liberato dei complessi e ho incominciato a guardare con crescente curiosità e interesse alla sua figura, soprattutto come compositore. Mi sembrava un bel modo per indagare nelle mie radici profonde. Da lì ha preso le mosse l’idea di dedicarmi a una rivalutazione della sua opera, organizzando pubblicazioni, esecuzioni e convegni di studio, spesso mettendomi in gioco in prima persona come esecutore, come è avvenuto per il trio  per pianoforte, violino e violoncello o per l’elegia per mandolino e pianoforte. E l’amore per mio padre ha di certo giocato il suo ruolo.

Tiziano Thomas Dossena: Nel 1986 uscì il tuo CD a titolo Samadhi. Parlacene un po’, di quello che rappresenta per te e per il jazz italiano e di che cosa volevi ottenere.
Arrigo Cappelletti: Samadhi non è stato il mio primo disco (ne avevo già realizzati due in trio) ma, essendo il frutto della mia prima collaborazione importante, quella col sassofonista pugliese Roberto Ottaviano, è stato probabilmente il primo a darmi la consapevolezza di poter svolgere un ruolo di rilievo nell’ambito del jazz italiano. Con Roberto ci ispiravamo al quartetto di Miroslav Vitous (quello con John Surman, Kenny Kirkland e Jon Christensen) avendo in mente atmosfere liriche, struggenti, rarefatte di vaga impronta nordica.
È con quel disco che ho preso coscienza per la prima volta dell’importanza per il mio jazz della componente melodica e del piacere che mi dava scrivere temi piuttosto elaborati e complessi armonicamente.

Tiziano Thomas Dossena: Seguisti nel 1987 con Reflections, altro importante passo sia per te sia per il Jazz italiano. Difatti, nel 1988 la rivista americana Cadence lo ha ha inserito tra i dieci migliori dischi dell’anno
Arrigo Cappelletti: Reflections è stato il primo disco in cui ho potuto esprimere per intero il mio amore per Paul Bley, pianista da me scoperto all’inizio degli anni ’80. Il modo in cui Paul Bley si avvicinava agli standards, lirico e sghembo, mi affascinava almeno quanto le sue improvvisazioni  libere, profonde, imprevedibili. Mi piaceva l’idea, instillatami da Paul Bley, di un pianismo libero e innovativo con i piedi ben piantati nella tradizione. E questa idea di ‘gettare ponti’, di realizzare il collegamento fra tradizioni e generi musicali lontani o addirittura opposti è sempre stata una costante della mia musica.

Tiziano Thomas Dossena: Altro CD punto di riferimento è Pianure del 1990. Che cosa lo distingue dai precedenti?
Arrigo Cappelletti: Come i dischi precedenti sono stati il risultato di una ‘cotta’, per Paul Bley e parzialmente per Keith Jarrett, anche questo è stato il frutto di una ‘cotta’: questa volta per Astor Piazzolla. Il tango argentino l’avevo già scoperto da qualche anno, al punto da intitolare “Tango” uno dei brani di Samadhi. Ma era un tango in 7/4 e aveva ben poco a che fare con Piazzolla. Con Pianure invece ho cercato di trasferire in ambito jazzistico le atmosfere del quintetto “Nuevo Tango” di Piazzolla, scrivendo brani pensati apposta per il suo bandoneon. Sfortunatamente non esistevano allora bandoneonisti in Italia e il mio tentativo di affidare la mia musica allo stesso Astor Piazzolla fallì a causa dell’ictus che l’avrebbe portato poi alla morte, nonostante egli  avesse ascoltato le mie composizioni  e dichiarato la sua disponibilità. Successivamente ho incontrato a Parigi un altro bandoneonista, Olivier Manoury, con il quale ho portato avanti diversi progetti sempre ispirati al tango jazz. All’epoca di Pianure invece mi sono affidato al fisarmonicista Gianni Coscia, che si è adattato benissimo alla mia musica ma ha finito col darle una coloritura più sottilmente malinconica che drammatica. Con lui e la cantante Gioconda Cilio ho realizzato una lunga collaborazione che è sfociata in ben due cd  di songs  da me scritte su testi di poeti del ‘900 e nel mio primo concerto in Portogallo durante l’Expo ’98 a Lisbona.

Tiziano Thomas DossenaChe cosa ti ha spinto a vivere in Portogallo?
Arrigo Cappelletti: Il fattore scatenante è stato l’invito a partecipare ad Expo ’98 a Lisbona in rappresentanza dell’Italia ma già da qualche mese avevo incominciato a prendere confidenza con la lingua e la cultura portoghese tramite una amica italo-portoghese residente a Milano.
È allora, mentre provavo a trasferirmi da Milano nella vecchia casa di famiglia a Bormio in Valtellina, che ho scritto le mie prime canzoni su testi di poeti portoghesi e in particolare di Fernando Pessoa. Quando mi fu comunicato l’invito a suonare a Lisbona mi sembrò davvero un segno del destino e decisi di andare in Portogallo un mese prima del concerto per trovare una cantante adatta a interpretare le mie canzoni accanto a me e al fido Gianni Coscia alla fisarmonica. Da allora sono tornato molte volte in Portogallo, approfittando dell’ospitalità di una cara amica, ma non ci ho mai vissuto per lunghi periodi.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa ti ha portato alla registrazione di Terras Do Risco? Perchè tu lo ritieni uno dei punti cardinali della tua produzione musicale?
Arrigo Cappelletti: Ad Expo ’98 con me e Coscia si esibì una giovane cantante portoghese, Barbara Lagido. Ma per il progetto discografico che subito dopo incominciai a coltivare mi occorrevano musicisti più esperti e che provenissero dal mondo del fado, dato che l’idea era di fondere il jazz con i colori e le atmosfere del fado. Il cantante e chitarrista Jorge Fernando, che la mia amica portoghese gentilmente mi fece conoscere,  me li offrì su un piatto d’argento presentandomi due autentiche ‘star’ del fado, la cantante Alexandra e il chitarrista Custodio Castelo, grande specialista di chitarra portoghese (quella che in Portogallo si chiama “guitarra”). Il gruppo si completò con un giovane italiano, Daniele Di Bonaventura al bandoneon, quasi a trasferire la mia vecchia passione per questo strumento dal tango argentino all’ambito portoghese. Così registrammo a Lisbona Terras do risco, un titolo ispirato al romanzo di una scrittrice portoghese, Agustina Bessa Luis, inteso a sottolineare il carattere di rischio e di avventura rappresentato da questa inedita fusione fra jazz e fado mai tentata fino ad allora e portata avanti per di più in trasferta, con tutti i problemi e le difficoltà che questo comportava. Un’avventura musicale senz’altro riuscita ma che poteva avere ben altro successo sul piano commerciale se l’etichetta che stampò il disco in edizione lussuosa, come audio-book, l’italiana Amiata records, ne avesse curato maggiormente la promozione e la distribuzione. Uno dei tanti rimpianti della mia vita musicale.

Tiziano Thomas DossenaE per quale ragione sei stato in Russia?
Arrigo Cappelletti: Come per il Portogallo il mio interesse per la Russia è stato all’inizio artistico-culturale. In famiglia era quasi un obbligo leggere i romanzi russi e si ascoltava un sacco di musica russa, soprattutto Mussorgsky, Scriabin, Shostakovitch. Poi, in un momento particolarmente effervescente e dinamico della mia vita, ho deciso di passare una breve vacanza a Pietroburgo e in quell’occasione ho conosciuto la mia futura seconda moglie Anna. Da quel momento ho iniziato una serie di brevi visite a Pietroburgo, nel corso delle quali sono entrato in contatto con l’ambiente musicale della città e ho suonato spesso come solista e come accompagnatore della cantante e performer Polina Runovskaya. Prima di iniziare a insegnare nei conservatori, ho addirittura pensato di trasferirmi là ma le difficoltà della vita musicale in Russia e la passione di Anna per l’Italia mi hanno convinto a rinunciare. In seguito a questa esperienza ho scritto canzoni direttamente su testi di poeti russi del 900, affidandole prima a Polina Runovskaya e poi a una cantante italiana che conosce il russo, Nicoletta Petrus, e credo di essere uno dei pochissimi compositori italiani ad averlo fatto se non l’unico. Queste canzoni sono uscite quest’anno, insieme ad altre portoghesi cantate da Maria Anadon, nell’album “Different Shades of Melancholy” per l’etichetta italo-giapponese di Edmondo Filippini Da Vinci Classics.

Tiziano Thomas Dossena Il tuo percorso musicale è lungo e ben variato, pur essendoti attenuto alla musica jazz. Quando fu che tu decidesti di fonderci il tango nelle tue composizioni?
Arrigo Cappelletti: Nonostante mi affascinasse, non ho mai praticato davvero il tango tradizionale e quando ho tentato di farlo sono stato accusato di non suonare in modo conforme al codice. Il fatto stesso che per me il tango si sia sempre identificato con Astor Piazzolla conferma questa mia relativa estraneità. Piazzolla non è mai stato visto in Argentina come un vero rappresentante del tango e la sua musica è ancora oggi considerata nel suo paese un ibrido di tango e avanguardia  che non incarna l’intima essenza del tango. Più ancora che per Piazzolla per me il tango non è mai stato  una ‘maniera’ ma piuttosto un’mood’, un’atmosfera il cui simbolo è il bandoneon, uno strumento che mi ha affascinato fin dall’inizio per la sua sottile, perentoria drammaticità. Quando con gli anni la passione per il tango  si è attenuata, questo è rimasto  come una sorta di retro-gusto, di fondo segreto della mia musica. Ancora oggi mi stupisco di come una certa iper-espressività drammatica, alcuni passaggi melodici, la tendenza a pensare ‘in battere’, caratteristici della mia musica, debbano più ad Astor Piazzolla  che al codice be-bop.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa ti ha spinto a comporre veri e propri fado? Secondo te, che cosa hanno apportato le tue composizioni di fado a quelle tradizionali.
Arrigo Cappelletti: Per il fado vale lo stesso discorso fatto per il tango. Il fado è musica basata su giri armonici estremamente semplici, a volte niente più che una marcetta in 2/4. Ma i melismi arabeggianti della voce e le sonorità evocative della chitarra portoghese, uniti alla drammaticità di contenuti quasi sempre legati al tema dell’emigrazione, ne fanno la musica più adatta a esprimere il sentimento tipicamente portoghese della ‘saudade’. Il mio progetto era di conservare questo carattere di ‘musica della saudade’ grazie alla presenza della chitarra portoghese e a voci autenticamente fadistiche ma all’interno di composizioni melodicamente e armonicamente complesse e a testi importanti come quelli di Pessoa. La componente jazzistica era assicurata dagli spazi improvvisativi lasciati a ciascuno strumento e dal dialogo costante fra di loro.

Tiziano Thomas Dossena: Questo tuo stile di mischiare sonorità tradizionali (tango, fado) con il jazz è una cosa nuova o esistevano già dei precedenti? Che cosa ti stinola di più in queste esperimentazioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Il jazz ha dimostrato nel corso della sua storia di essere musica onnivora, in grado di metabolizzare i più diversi generi e le più imprevedibili tradizioni musicali. Non posso escludere che tentativi analoghi ai miei siano stati compiuti, ma per quanto riguarda il tango gli unici gruppi ai quali nel ’90 facevo riferimento erano il trio del bandoneonista Juan José Mosalini (basato su musica quasi interamente scritta) e il quintetto di Enrico Rava con Dino Saluzzi al bandoneon nel disco “Volver”, che però riecheggia uno schema tipicamente jazzistico. Per quanto riguarda la commistione fra jazz e fado avevo in mente un cd di Maria Joao e Mario Laginha con ospiti come Dino Saluzzi, Raph Towner e Trilok Gurtu intitolato “Fàbula” dove però i riferimenti sono più la musica brasiliana, indiana e il folklore argentino che il tradizionale fado portoghese. Gli ultimi 20 anni hanno assistito a una vera e propria mondializzazione del jazz, con un sacco di esperimenti di commistione fra jazz e musiche del mondo. Alcuni di questi esperimenti sono stati spuri e scarsamente sinceri, altri frutto di passione autentica. Ho la pretesa di ritenere che i miei rientrino in questa seconda categoria.

Tiziano Thomas Dossena:  Suppongo che “Spiritual and Christmas Songs” si stacchi dalla tua produzione jazzistica…
Arrigo Cappelletti: È un progetto che mi è stato commissionato da Eurarte per il Natale 2001. In quell’occasione Ennio Cominetti mi fece conoscere una serie di canti popolari natalizi appartenenti alla tradizione anglosassone. A questi, per completare il progetto, ho aggiunto alcuni famosi Spirituals. È un cd di inni a carattere religioso in cui è facile riscontrare la mia vecchia passione per il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim con le sue solenni ed estatiche meditazioni per piano solo.

Trio Arrigo Cappelletti: il pianista con John Hebert e Jeff Hirschfield

Tiziano Thomas Dossena: Una delle tue visite negli USA ha portato alla registrazione di “Arrigo Cappelletti Trio in New York”. Come fu deciso questo rapporto tra te, John Hebert e Jeff Hirschfield?
Arrigo Cappelletti: Fino al 2005 non ero mai stato a New York. Sognavo da anni di andarci e di registrarvi un disco. È incredibile quello che rappresenta per un jazzista NY e desideravo scoprire quali stimoli ed emozioni mi avrebbe dato registrare un disco nella autentica capitale del jazz. L’occasione mi è stata offerta da Alessio Brocca della Music Center che, dopo anni di amicizia e collaborazione (Alessio noleggia pianoforti per concerti), decise di finanziarmi viaggio e registrazione. I collaboratori li avevo già scelti: John Hebert al contrabbasso e Jeff Hirshfield alla batteria, due grandi dell’avanguardia newyorchese che avevo già avuto modo di ascoltare in Italia con il trio di Frank Kimbrough. E per lo studio seguii il consiglio di un critico jazz italiano residente a NY, Luigi Santosuosso, che mi suggerì lo studio di John Kilgore sulla 9th Avenue.

La registrazione ha dato luogo a ben 2 cd, “Trio Arrigo Cappelletti in NY”, pubblicato subito nel 2005 per la Music Center, e “In a Lyrical Mood”, con gli “scarti” della prima registrazione, pubblicato 5 anni dopo nel 2010 dalla Philology di Paolo Piangiarelli, due cd molto diversi, più sperimentale e con brani prevalentemente di mia composizione il primo, più classicamente jazzistico il secondo. A distanza di anni sono molto soddisfatto del risultato e noto che il fatto di registrare a NY ha reso il mio jazz meno ‘europeo’ e più il linea con il contesto nord-americano.

Tiziano Thomas Dossena: Tu ammiri molto Paul Bley, al punto di aver scritto un libro su di lui. Che cosa ti ha colpito di più in lui?
Arrigo Cappelletti: Paul Bley è per me un Maestro e un secondo padre. Senza di lui probabilmente non avrei fatto il musicista di jazz. Difficile dire in poche parole cosa mi ha più colpito in lui. Ma forse è la unità di opposti rappresentata dalla sua musica, capace di unire tonalità e atonalità, lirismo e sprezzatura, forma e libera esplorazione. Su di lui ho scritto un libro che è stato l’appassionata occasione per fare i conti con la mia propria poetica e che, tradotto e pubblicato in inglese dalla casa editrice canadese Vehicule Press, è forse il primo libro di un italiano sul jazz tradotto in inglese.

Tiziano Thomas Dossena: Potresti spiegare ai nostri lettori che non sono esperti di Jazz come mai hai scelto le composizioni di Thelonius Monk per un tuo CD, lo hai registrato da pianista solista ed addirittura hai composto alcuni brani ispirati a lui?
Arrigo Cappelletti: Anche il progetto su Monk è nato da un invito, quello della Open Reel dell’amico Marco Taio, chitarrista e ingegnere del suono specializzato in registrazioni analogiche, a registrare su nastro analogico musiche di Thelonious Monk o a lui ispirate. Questo perché Marco aveva già a disposizione una registrazione su nastro di Monk dal vivo effettuata al Teatro Lirico di Milano. Monk è, insieme a Lennie Tristano, Andrew Hill, Abdullah Ibrahim e naturalmente Paul Bley, uno di quei pianisti austeri, sghembi, anti-convenzionali cui ho sempre guardato con interesse nel corso della mia vita. Dedicare un disco doppio a lui mi ha fatto dunque un immenso piacere. Casualmente l’anno dopo sono stato invitato a scrivere, insieme con un mio studente del conservatorio che aveva scritto una tesi su Monk, Giacomo Franzoso, un libro su Monk per la collana di Musica contemporanea dell’editore Mimesis, “La filosofia di Monk”, e questo, insieme con la registrazione appena realizzata, mi ha reso un vero specialista della musica di Monk.

Tiziano Thomas Dossena: Potresti parlare un poco del tuo libro Il Profumo del Jazz?
Arrigo Cappelletti: “Il profumo del jazz” è il primo libro da me scritto. Fui invitato a scriverlo da mio cugino Massimo Bonfantini, filosofo e direttore di una collana di manualetti e pamphlets irriverenti e polemici sui problemi della comunicazione per l’editrice ESI di Napoli. È un libretto a metà fra il didattico e l’autobiografico, che vorrebbe rappresentare una sorta di invito al jazz per chi non conosce questa musica o ne ignora il “profumo”, l’intima essenza. Oggi, dopo 25 anni e diversi libri scritti sull’argomento, mi appare pieno di vitalità ed entusiasmo, ma ingenuo e decisamente ‘datato’. Quando Luca Cerchiari, direttore della collana di Musica contemporanea, mi ha perciò proposto di riscriverlo, dandone una versione ampliata e aggiornata, ho accettato con entusiasmo. Il libro, in questa nuova versione e con lo stesso titolo, uscirà nei prossimi mesi per Mimesis.

Tiziano Thomas Dossena: Quando suoni dei classici in versione Jazz (Vivaldi, Mozart), qual è lo scopo di queste interpretazioni?
Arrigo Cappelletti: Bisognerebbe forse cercare una spiegazione psicoanalitica per questa mia tendenza a confrontarmi con compositori classici: un omaggio a mio padre, che sicuramente ne sarebbe stato contento, e indirettamente al mio nonno omonimo.

Tiziano Thomas DossenaEsiste una differenza tangibile tra Arrigo Cappelletti parte di un trio o di un quartetto e l’altro Arrigo Cappelletti, quello che compone musiche per video, fonde il tango con il Jazz e compone canzoni fado?
Arrigo Cappelletti: Quando suono in una formazione tipicamente jazzistica come il trio e dove l’improvvisazione e l’interplay  hanno un ruolo predominante, mi sento, per così dire, “ a casa”. Con i piedi ben piantati nella tradizione. So a quali modelli guardare e questo mi rassicura. Dato che si tratta di musica quasi completamente improvvisata questo può sembrare paradossale. Ma in fondo l’improvvisazione jazz è sempre improvvisazione secondo un codice, sia pure un codice aperto. Quando invece scrivo composizioni ispirate ad altre musiche, a immagini, a testi poetici quel senso di sicurezza paradossalmente scompare. Sento di non avere terreno solido sotto i piedi e ho la sensazione di muovermi in terre incognite. Questo dà una certa eccitazione, quella che deve provare un esploratore che muove i suoi passi in terre sconosciute, ma rischia di essere destabilizzante.

Tiziano Thomas DossenaTu hai insegnato sia filosofia al liceo sia Jazz al conservatorio. Quali sono le differenze sostanziali tra le due materie nel rapporto con gli studenti?
Arrigo Cappelletti: Non potendo vivere di solo jazz, nella mia vita ho sempre insegnato, prima filosofia, poi jazz in scuole private e in conservatori statali, da ultimo per 13 anni in quello di Venezia. So che molti colleghi jazzisti vivono l’insegnamento come una seconda scelta. Per me non è così. L’insegnamento mi ha dato moltissimo non solo sul piano umano per il rapporto che sono riuscito a creare con molti studenti ma perché mi ha aiutato ad acquisire consapevolezza di me stesso e della mia musica. Certo insegnare filosofia e insegnare jazz (che poi significa molte cose: non solo Tecnica strumentale ma Armonia, Composizione, Tecniche dell’improvvisazione, Musica d’insieme etc…) è molto differente. Nel primo caso si tratta di un insegnamento prevalentemente teorico, nel secondo la parte teorica non può essere isolata dalla prassi strumentale. Nessuna nozione teorica ha validità in sé, salvo per alcune regole generali di strategia, ma è valida se funziona, se aiuta a suonare meglio. A volte la prassi strumentale arriva al punto di contraddire e mettere in crisi regole precedentemente indicate dall’insegnante come valide. Questa disponibilità a rivedere le proprie certezze, i propri dogmi caratterizza l’insegnamento del jazz e potrebbe essere utile anche per altre discipline (filosofia compresa). Personalmente non ho mai considerato l’insegnamento del jazz e della filosofia come due momenti separati, offrendomi le lezioni di jazz una moltitudine di spunti per riflessioni filosofiche generali su temi come il rapporto tra scrittura e improvvisazione, il tempo circolare, la relazione tra disordine e forma etc…

Tiziano Thomas Dossena: Hai progetti in lavorazione al momento?
Arrigo Cappelletti: Purtroppo il Covid ha fermato un po’ tutto, non solo concerti ma prove, registrazioni discografiche etc…Però la progettualità non si ferma mai completamente e al momento sto lavorando a due progetti: un cd di piano solo di musica completamente improvvisata (ma per farlo ho bisogno di un pianoforte davvero adatto allo scopo) e uno spettacolo di letture accompagnate di Dante per il 700esimo della morte in duo con l’attore lecchese Luca Radaelli. Abbiamo già alcuni concerti fissati per il 2021 e speriamo di trovarne altri, magari anche per l’Istituto italiano di cultura a New York…. È incredibile ma l’accostamento fra Dante e il jazz funziona benissimo.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa fai quando non scrivi o  suoni il piano, adesso che non insegni più?
Arrigo Cappelletti: Sono un instancabile e onnivoro lettore. In più amo molto le passeggiate in montagna e quando, come è capitato ultimamente, ci sono restrizioni agli spostamenti mi accontento delle gite nei boschi sopra Varenna, il paese del lago di Como dove vivo. Sono appassionato anche di sci da fondo….

Tiziano Thomas Dossena: Sogni nel cassetto?
Arrigo Cappelletti: Non ho mai suonato in Giappone e mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe anche suonare con Sting, un artista che ammiro molto e che ama molto il jazz, oppure suonare ancora una volta insieme con il bassista Steve Swallow, con il quale ho avuto l’onore di registrare un disco e fare una breve tournée. Non ho mai avuto la sensazione di essere compreso fino in fondo da qualcuno come quando ho suonato con lui.

Tiziano Thomas Dossena: Se tu potessi incontrare un personaggio qualsiasi e di qualunche epoca, chi sarebbe e di che cosa vorresti parlare con lui o lei?
Arrigo Cappelletti: Come ho detto prima, mi piacerebbe incontrare Sting e collaborare con lui. Ma siccome sono un lettore accanito il mio vero sogno sarebbe di incontrare due scrittrici viventi che ammiro: la canadese Alice Munro e l’americana Jennifer DuBois il cui romanzo “Storia parziale delle cause perse” ho ammirato moltissimo. Con Alice Munro non vorrei discutere di letteratura, mi basterebbe starle accanto, magari mangiando una pizza o parlando di cose di nessun conto, per assorbire almeno in parte il suo equilibrio, la sua saggezza. Con Jennifer DuBois parlare di quanto sia autobiografico il suo romanzo (la sua esperienza della Russia assomiglia molto alla mia) e degli scacchi come metafora della vita.

Tiziano Thomas Dossena: Un messaggio per i nostri lettori?
Arrigo Cappelletti: Quando ascoltate jazz imparate a distinguere chi usa un linguaggio pre-confezionato da chi si mette in gioco ogni volta come fosse la prima.

Cerco Di Creare Un Mondo…Dove L’amore È Il Centro Di Ogni Cosa… Intervista Esclusiva Con Lo Scrittore Diego Galdino [L’Idea Magazine, Novembre 2020]

Cerco di creare un mondo…dove l’amore è il centro di ogni cosa… Intervista esclusiva con lo scrittore Diego Galdino

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Dopo gli studi superiori ha iniziato a lavorare nel bar di famiglia, il Lino Bar a Roma, attività a cui nel corso degli anni ha affiancato quella di scrittore.
Il suo primo romanzo, “Il primo caffè del mattino” (2013), è stato definito un caso letterario.
Nel 2014 pubblica “Mi arrivi come da un sogno”, a cui segue, l’anno successivo, “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi”, e nel 2017  “Ti vedo per la prima volta”. Nel 2018 esce “L’ultimo caffè della sera”, sequel de “Il primo caffè del mattino”. Dopo aver autopubblicato “Bosco bianco” nel 2019, quest’anno ha pubblicato  il suo romanzo “Una storia straordinaria”.
Diego Galdino è pubblicato anche in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna e Sudamerica.

L’IdeaIl tuo primo romanzo¸ “Il primo caffè del mattino”, è del 2013 ed ha un titolo che lega con la tua attività di barista. È questa una coincidenza o qualcosa di voluto? Puoi parlare un poco del libro e dei suoi personaggi?
Diego Galdino: Il titolo richiama il brano finale del romanzo…”Io voglio soltanto bere con te il primo caffè del mattino mi basta questo, ma dev’essere ogni mattina per il resto della nostra vita. Ti va?” Questo romanzo nasce per la voglia di rendere omaggio al Bar dove sono nato, nel vero senso della parola, perché a mia madre le si ruppero le acque proprio dietro al bancone del Bar dove io ancora oggi preparo i caffè ai personaggi della storia che sono tutti realmente esistenti. Il primo caffè del mattino è un romanzo che parla d’amore, di Roma e del caffè, in pratica della mia vita.

L’IdeaIn Sudamerica il tuo romanzo “Il primo caffè del mattino” è diventata una bibbia per gli amanti di caffè e molte aziende utilizzano le frasi per promuovere i loro prodotti. Oltre a ciò, stato tra i protagonisti di un documentario svizzero sul caffè, “La pulpa und die bohne”. Penso che sarai orgoglioso di quanto importante siano diventati il tuo libro e la tua lunga esperienza con il caffé…
Diego Galdino: Faccio ancora fatica a considerarmi uno scrittore di fama internazionale… Quindi ancora oggi sono il primo a restare stupito del mio successo planetario. Essere invitato a Zurigo come ospite d’onore alla prima di un documentario internazionale riguardante il caffè è stata un’esperienza indimenticabile. Addirittura concludere il documentario leggendo un brano del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino è stato un sogno a occhi aperti.

Diego Galdino. Il suo romanzo (Il primo caffè del mattino ) è diventato un caso letterario, l’autore lo ha scritto all’alba prima di servire i caffè al bancone del bar…
(Corriere della Sera, 30 dicembre 2013)

È un documentario che racconta la storia del caffè dalle piantagioni più famose al bancone del Bar su cui viene servito alla fine di un percorso lunghissimo e tra tanti banconi su cui poggiare quella tazzina finale; aver scelto proprio il mio è stato come vincere un premio Oscar. Considero il Bar dove lavoro la mia casa, ho imparato a camminare  davanti al bancone, dormivo in una culla accanto al bancone, mi sono innamorato per la prima volta dietro al bancone. Tutta la mia vita ruota da sempre intorno a questo bancone. Il caffè mi scorre nelle vene e mi emoziona tantissimo quando le persone mi scrivono presentandosi con il nome e il tipo di caffè che sono soliti prendere, come fanno i personaggi del mio libro.

L’IdeaDiego, come e quando incominciasti a sentirti scrittore e non più solo barista?
Diego Galdino: Ho iniziato a scrivere per una ragazza a cui ero molto legato. Un bel giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa di Rosamunde Pilcher, e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Come promesso feci decine di foto al mare, al cielo, alle scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita.

Diego Galdino – Scrittore Barista – fotografo: Benvegnù – Guaitoli

Rientrato a Roma feci sviluppare le foto e creai un album con accanto a ogni immagine la fotocopia di una pagina del libro di Rosamunde Pilcher. Purtroppo, qualche giorno dopo, a causa dei suoi problemi di salute, la ragazza fu costretta a trasferirsi con tutta la famiglia in un’altra città. Così decisi di scrivere una storia d’amore che a differenza della mia finisse bene e non ho più smesso,  fino ad arrivare a Il primo caffè del mattino

L’Idea:  “Il viaggio delle fontanelle” è un altro titolo del tuo primo romanzo o un altro romanzo?

Diego Galdino:  Il viaggio delle fontanelle in realtà è una specie di guida turistica in ebook scaricabile gratuitamente da Amazon. Fu estrapolata dal libro Il primo caffè del mattino dalla casa editrice Sperling & Kupfer per promuovere l’uscita del libro. Una passeggiata che fanno i due protagonisti della storia attraverso la città di Roma alla ricerca di fontanelle molto particolari dislocate nei posti più caratteristici della città eterna.

L’IdeaQuanta influenza ha Roma sulla tua vita in generale e sulla tua attività creativa di scrittore?
Diego Galdino: Mi sento molto fortunato ad essere un autore nato e cresciuto in quella che da più parti viene considerata come la più bella città al mondo. Inserirla come una dei protagonisti delle mie storie è partire con un grande vantaggio. Come dico sempre Roma è una città che non finisce mai. Puoi viverci una vita intera e l’ultimo giorno della tua esistenza  trovare un angolo meraviglioso che ancora non avevi mai visto.

L’Idea: “Mi arrivi come da un sogno”, il tuo romanzo del 2014, tratta l’argomento dell’amnesia? Puoi parlarcene un poco?
Diego GaldinoMi arrivi come da un sogno è un libro molto particolare perché parla di un uomo che deve far innamorare due volte la stessa donna ricominciando da un ciao. Perché la donna in questione dopo aver vissuto con lui a Roma un’intensa storia d’amore perde la memoria cancellando completamente dalla sua vita l’uomo che tanto aveva amato. Per tornare insieme a lei l’uomo partirà alla volta di Siculiana, un paesino della Sicilia affacciato sul mare, dove le tartarughe  marine vanno a nidificare.

L’IdeaUna classica storia d’amore tra persone apparentemente opposte come carattere,  il tuo romanzo “Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi” è del 2015. Hai continuato con la vena romantica anche in questo. Dobbiamo credere che tu abbia scelto di scrivere solo storie d’amore? Come si differenzia questo romanzo dai precedenti?
Diego Galdino: La cosa principale che differenzia Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi dai miei romanzi d’amore precedenti è che questo romanzo non ha Roma tra i suoi protagonisti. Il proscenio se lo prende uno dei più bei paesini della campagna senese. In questo paese della Toscana un pittore australiano con un difficile passato sentimentale alle spalle e una maestra della scuola elementare della cittadina a cui la vita ancora non ha fatto incontrare il vero amore si trovano come se si stessero aspettando da sempre. Io scrivo romanzi d’amore perché sono innamorato dell’amore da sempre. Non potevo che scrivere questo genere di storie perché nel mio cuore ho un’immensa voglia di raccontare il sentimento più importante di tutti.

L’Idea“Ti vedo per la prima volta”, romanzo del 2017,  ritorna a Roma e presenta due innamoramenti, quello con un simpatico cicerone e quello con la città. Oltre a ciò, però, affronta il tema della narcolessia, un tema serio che ti avrà guadagnato molte simpatie…
Diego Galdino: Ho deciso di scrivere una storia con un protagonista affetto dalla Narcolessia la terribile malattia del sonno dopo aver letto su un quotidiano un’intervista di un ragazzo narcolettico. Rimasi molto colpito dalla sua frase…”I narcolettici non possono pronunciare le parole ‘Ti amo’ perché quando essi provano una grande emozione rischiano di addormentarsi. Per uno scrittore di romanzi d’amore questa era una cosa tremenda, così ho deciso di scrivere Ti vedo per la prima volta per parlare degli effetti drammatici di questa malattia sulla vita di una persona, ma con la giusta dose di forza e speranza che l’amore può donare. Un libro che mi ha fatto diventare amico di tanti narcolettici che hanno apprezzato la mia storia fino a considerarmi uno di famiglia, forse una delle mie soddisfazioni più belle.

L’IdeaDove trovi l’ispirazione per i tuoi libri?
Diego Galdino: Quasi sempre da immagini di posti o di persone. Li guardo e con la fantasia cerco di creare un mondo intorno a loro…Un mondo dove l’amore è il centro di ogni cosa.

L’Idea: Hai scritto esclkusivamente romanzi rosa o romantici. Tu credi che a questo tipo di trama siano interessate solo le giovani donne o hai la conferma che interessi anche il pubblico in generale, uomini inclusi?
Diego Galdino: È ovvio che il genere romantico sia letto prevalentemente da donne, di sicuro quasi sempre più sensibili della gran parte degli uomini. Ma io scrivo le mie storie affinché possano essere lette e apprezzate da tutti. Infatti sono molto lusingato di avere tra i miei lettori anche tanti uomini sparsi in tutto il mondo a dimostrazione che l’amore è una lingua universale alla portata di qualsiasi essere umano.

L’Idea“L’ultimo caffè della sera”, del 2018, è l’ultimo tuo romanzo pubblicato con la casa editrice Sperling & Kupfer, del Gruppo Mondadori.Cosa ti ha portato a questo cambiamento? Di che cosa tratta il libro?
Diego GaldinoL’ultimo caffè della sera è il sequel del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino, ma l’ho scritto in modo che non fosse obbligatoriamente necessario aver letto Il primo caffè del mattino per apprezzarne la storia. È stato per me come chiudere un cerchio, tracciare una linea sulla mia vita di scrittore barista e ripartire da lì, consapevole che c’era ancora tanto da imparare, tanto da raccontare e tanto da scrivere e ho preferito farlo con una casa editrice diversa pur restando legato e molto grato alla Sperling & Kupfer del Gruppo Mondadori.

L’IdeaHai autopubblicato “Bosco Bianco” nel 2019. Di che cosa parla? Come mai questa tua scelta di autopubblicarti?
Diego GaldinoBosco Bianco nasce tanti anni fa in un periodo molto difficile della mia vita. Avevo appena divorziato e per uno scrittore di romanzi d’amore era una grande sconfitta. La paura di non poter più vivere quotidianamente le mie figlie, il senso di colpa per aver tolto loro una famiglia normale, o la possibilità di addormentarsi con la consapevolezza che in caso di un brutto sogno ci sarebbero stati entrambi i genitori a rassicurarle ha fatto sì che io proiettassi queste cose sul protagonista della mia storia. Un uomo bisognoso di tornare a credere nell’amore e che lotta per recuperare la serenità e per dimostrare alle proprie figlie di essere un buon padre.  Ho amato la possibilità di tornare a respirare la speranza proiettando sui personaggi della storia la mia voglia di poter essere nuovamente libero di credere che tutto sarebbe finito bene grazie all’amore. A distanza di tempo ho deciso di autopubblicare questa storia proprio perché la sentivo mia in modo molto introspettivo, intimista e non volevo ingerenze da parte di un editore. Volevo decidere tutto io, dal titolo alla copertina.

Lo hanno definito il Nicholas Sparks italiano. Diego Galdino, scrittore-barista romano autore di bestseller come Il primo caffè del mattino (che presto diventerà un film)
(La Repubblica, 26 aprile 2017)

L’IdeaSei ritornato ad un editore  (LeggereEditore, Gruppo Fanucci) con il tuo ultimo romanzo, “Una storia straordinaria”. Vorresti parlarne un poco per i nostri lettori?
Diego Galdino: Sono tornato a pubblicare con un editore importante perché l’autopubblicazione purtroppo non ti garantisce la possibilità di essere sugli scaffali di tutte le librerie, cosa fondamentale per un libro e per un autore. Una storia straordinaria è un romanzo che meritava il massimo che io potessi dargli. Un romanzo che parla di resilienza, di coraggio, di speranza, di destino, anime gemelle, una storia vissuta attraverso i cinque sensi e lo sfondo di una Roma mai vista, una Roma da sentire con il cuore…

L’Idea:  Hai altri progetti ai quali stai lavorando?
Diego Galdino:  In questo momento sto scrivendo una storia d’amore un pò Fantasy. Non so se e quando sarà pubblicata, diciamo che sto sperimentando qualcosa di nuovo forse principalmente per me stesso. Nel frattempo mi godo i passi di avvicinamento ad un sogno che piano, piano si sta realizzando. Vedere tramutate in immagini le mie parole scritte grazie ad uno dei più importanti produttori cinematografici e televisivi europei che ha deciso di fare un film tratto dal mio primo romanzo Il primo caffè del mattino.

L’IdeaI tuoi romanzi sono stati tradotti in molte lingue ed hanno molto successo in varie nazioni…
Diego Galdino: Sì è una cosa bellissima vedere tante persone che vivono all’estero approfittare di una vacanza a Roma per venire da me al Bar a farsi autografare un libro, farsi una foto insieme a me dietro al bancone del bar e farsi preparare un caffè speciale come capita ai personaggi delle storie che hanno tanto amato.

L’IdeaUn sogno nel cassetto?
Diego Galdino: Salire sul palco per ritirare il premio Oscar vinto come miglior sceneggiatura originale per un film tratto da un mio romanzo.

I sogni migliori sono quelli fatti ad occhi aperti perché sei tu a decidere quando farli finire e non il Corona Virus…
(Diego Galdino)

L’IdeaSe tu avessi l’opportunità di incontrare un personaggio di tua scelta, del passato o del presente, chi sarebbe?
Diego Galdino: Sicuramente Jane Austen, è lei la mia stella polare; nel mio piccolo cerco di emularla cercando con le mie storie di rendere leggendario l’ordinario. Il mio libro della vita, la prima cosa che porterei in salvo, dopo le persone care, da una casa in fiamme è il suo Persuasione, di cui custodisco gelosamente una rara copia del 1890.

L’IdeaUn messaggio per i nostri lettori?
Diego Galdino: Non smettete mai di leggere perché, dopo fare l’amore, è la cosa più bella che possa fare un essere umano.

“La Funzione Del Mondo. Una Storia Di Vito Volterra”. Eccezionale Libro A Fumetti Sul Fondatore Del Cnr.

“La funzione del mondo. Una storia di Vito Volterra”. Eccezionale libro a fumetti sul fondatore del Cnr.

A ottant’anni dalla scomparsa, il matematico e fisico Vito Volterra – fondatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e uno dei dodici docenti universitari italiani che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, una delle figure più importanti e coraggiose della cultura italiana – rivive in una storia a fumetti: “La funzione del mondo. Una storia di Vito Volterra” (pagine 112, Euro 16,00).

Scritta da Alessandro Bilotta e disegnata da Dario Grillotti, la graphic novel arriverà in libreria oggi, giovedì 26 novembre, con la prefazione del Presidente del Cnr, Prof. Massimo Inguscio. Il libro nasce dalla collaborazione tra Feltrinelli Comics e Cnr Edizioni, casa editrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Il volume sarà presentato a “Futuro Remoto” venerdì 27 novembre alle 11:15 a cura dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo M. Picone (CNR-IAC) e dell’Unità Comunicazione e Relazioni con il Pubblico del Cnr. Intervengono Andrea Plazzi, traduttore, saggista ed editor; Roberto Natalini, direttore del CNR-IAC, matematico, divulgatore; Alessandro Bilotta; Dario Grillotti, che disegnerà dal vivo in diretta; modera Alessandra Drioli, Fondazione Idis-Città della Scienza.


Volterra e il libro saranno ancora ricordati il 2 dicembre dalle ore 15 nella trasmissione web #lamiavitadopoilcovid del CNR sui canali social dell’Unità comunicazione Cnr: con il presidente Inguscio, lo storico Giovanni Paoloni, il direttore di Feltrinelli Comics Tito Faraci e un’intervista a Virginia Volterra a cura di CnrWebTv, conducono Silvia Mattoni e Max Mizzau Perczel, regia di Roberto Natalini.

“La funzione del mondo. Una storia di Vito Volterra” offre l’opportunità di conoscere un uomo tutto di un pezzo, un matematico che si oppose al fascismo e ne dovette pagare le conseguenze, tanto più acuite dopo le leggi razziali, essendo ebreo. Una storia a fumetti che è stata ben impostata da Alessandro  Bilotta ed ottimamente illustrata da Dari Grillotti, mantenendo tanto l’enfasi sulle sue conoscenze matematiche quanto sulla sua vita personale e sui suoi rapporti. Una immagine, quindi, ben bilanciata che ci permette di capire le decisioni di questo straordinario italiano anche non essendo dei matematici o degli scienziati. Il libro apre una finestra su questo personaggio e certamente è una incitazione ad approfondirne la conoscenza.”
Tiziano Thomas Dossena

Il Misticismo Di “Ella E L’Albero Di Mira”. Intervista Esclusiva Con L’artista E Scrittrice Raffaella Corcione Sandoval.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Nata nel 1951 a Caracas, Venezuela, Raffaella Corcione Sandoval oggi vive e lavora a Roma. È Accademico con Medaglia d’Oro dell’Accademia Italia delle Arti delle Lettere e delle Scienze (1979), Accademico della Pontificia Accademia Tiberina di Roma (2009) e Membro Honoris Causa dell’Accademia Arsgravis Arte y Simbolismo di Barcellona (2010). Ha frequentato il triennio di specializzazione teologica presso la Facoltà di Teologia dei Gesuiti a Napoli (1985/7) e ha visitato per trent’anni l’India approfondendo il pensiero filosofico Buddista e Induista. Ha inoltre conseguito la qualifica di Stilista all’Accademia della Moda di Roma (1987). Pittrice, scultrice e designer nota a livello nazionale e internazionale, ha esposto in Svizzera, Stati Uniti, Germania, Spagna, Cina, Arabia; ha tenuto inoltre numerose mostre in ogni parte d’Italia in diverse gallerie e musei. Si è imposta al grande pubblico sulla scena dell’arte contemporanea nel 2005 con la sua scultura “Sindone Partenopea” (calco in gesso e tessuto cristallizzato – tecnica di sua invenzione), esposta anche nel corso della grande Mostra “Il Velo” al Filatoio di Caraglio (Torino, 2006/7). Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Nel 2020 pubblica il suo primo libro scritto con Theodore J. Nottingham dal titolo “Ella e l’Albero di Mira”, tradotto in quattro lingue; è autrice inoltre di una raccolta di sei racconti illustrati per fanciulli dal titolo “Favole Nascoste”, anch’essa tradotta in quattro lingue.

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Tiziano Thomas Dossena: Lei è nata nel Venezuela ma è venuta da bambina in Italia. Quale fu la ragione di questo spostamento radicale per la Sua famiglia?
Raffaella Corcione Sandoval: Sono nata a Caracas dove ho vissuto fino all’età di cinque anni; ricordo chiaramente il giorno in cui mio padre prese la drastica decisione di trasferirsi in Italia con tutta la famiglia. Eravamo sul balcone dell’appartamento in cui abitavamo, nell’ultimo edificio da lui costruito: La Galleria Bolivar, due grandi torri comunicanti, tra le prime all’epoca, nel centro di Caracas, a Savana Grande.
Passarono a bassa quota una serie di aerei militari, ricordo il rumore assordante e lo spavento di tutti. Segnavano l’inizio della rivoluzione politica capeggiata da Perez Jimenez, che spodestava il presidente in carica Romulo Gallegos.

Tiziano Thomas Dossena: Suo padre diventò ben presto molto conosciuto per il suo rapporto con la Squadra calcistica del Napoli. Quanto la influenzò nelle Sue scelte la notorietà di allora della Sua famiglia?[parli pure del Suo tutore e dei vari rapporti amichevoli se vuole]
Raffaella Corcione Sandoval: Era il 1968 quando mio padre ci ha lasciati; aveva solo 48 anni ed io ero una quindicenne che nonostante vivesse in una torre dorata, sentiva fortemente il cambiamento radicale che stavano portando i giovani nella società. Mi sentivo una hippy ribelle costretta ad andare alla prestigiosa scuola del Sacro Cuore, con l’autista di famiglia, al quale chiedevo di raccattare quante più amiche possibili lungo il percorso.
Mio padre, seppur acclamato e stimato da tutti, pupillo del Senatore Achille Lauro, purtroppo non fece in tempo a godere della meritata posizione di prestigio raggiunta, quale Presidente della sua amata squadra del Napoli. Mio fratello Giovanni ha scritto un libro che uscirà a breve, dove racconta tutto quello che merita di essere conosciuto su di lui.
Papà non poté fermare il mio sogno d’artista e neppure O’Comandante, divenuto in seguito mio tutore e punto di riferimento della mia famiglia.

Tiziano Thomas Dossena: Fino al liceo, ebbe una educazione religiosa ma alla fine scelse l’arte, studiando al liceo artistico. Come mai?
Raffaella Corcione Sandoval: Quando manifestai in famiglia, dopo la morte di papà, il desiderio di passare al liceo artistico, avendo frequentato le elementari all’Istituto Nazareth, le medie a Maria Ausiliatrice e all’Istituto Santa Dorotea, e da un paio d’anni all’Istituto Sacro Cuore, mia madre si sentì disperata. Interpellato il Comandante Lauro, fu molto severo con me e mi disse molto chiaramente che avrebbe fatto valutare “spietatamente” i miei quadri dall’esperto che allora scriveva di Arte e Cultura sul suo giornale “Il Roma” e che con mia madre avrebbero deciso di conseguenza.
Eravamo tutti in salone, in silenzio, mentre Gino Grassi passava davanti alle mie tele, osservandole con attenzione quando annuì e disse: “Si, in lei c’è un’artista!” Io piansi di gioia, ma forse loro no.

Tiziano Thomas Dossena: Il percorso di un artista è molto spesso difficoltoso per arrivare ad essere riconosciuto. Quando il successo arriva, però, tutto può cambiare. Quale fu il Suo punto in cui si sentì ‘arrivata’? Essere riconosciuta come artista ha influenzato in qualche modo la Sua arte prodotta in seguito?
Raffaella Corcione Sandoval: Personalmente penso che un artista non debba mai sentirsi arrivato, c’è sempre così tanto da fare per migliorare sé stessi e trasferirlo in ciò che crea.  Essere arrivati non vuol dire vendere ad alte cifre il proprio lavoro ma essere un mezzo di ispirazione per chi si pone domande esistenziali e cerca le risposte che cambiano la visione di noi stessi e della vita. Credo in qualche modo di esserci riuscita. Nel mio percorso di artista indipendente, mi ha guidato porre molta attenzione alle parole e alle reazioni dei critici. Ci sono quelli che amo e stimo di più, non perché famosi, ma perché sono grandi conoscitori dell’arte, guide ed ispirazione, e hanno segnato tappe fondamentali, verso cui nutro una profonda gratitudine. Un ricordo indelebile è quando Achille Bonito Oliva mi disse: “Tu hai tecnica, eleganza e maestria, ti vedo esporre in grandi spazi da sola, come amazzone dell’arte contemporanea italiana”. Gli chiesi di scrivere anche solo questa frase per me, ma mi spiegò il perché non poteva farlo e me è bastato ugualmente averlo sentito, senza mai dimenticarlo.
Un altro momento significativo di conferma fu quando Vittorio Sgarbi, che all’epoca abitava a Roma, in Via Santa Maria Dell’Anima, mi chiese di mostrare a lui e ad alcuni suoi ospiti, miei dipinti su cotone “Le Pezze dell’Anima”, e alla fine mi chiese: “Posso averne una? È firmata?” Scelse “Gioia -Dolore” ma in verità gliele avrei donate tutte, tanta fu la mia felicità e l’onore.
Il momento in cui mi sono invece sentita riconosciuta è stato nel 2005 alla fine della conferenza stampa di presentazione della mia mostra istituzionale, con 27 giornalisti, in cui ho esposto la scultura “Sindone Partenopea”. Il curatore della mostra, il grande antiquario scrittore e critico Marco Fabio Apolloni, davanti al Sovrintendente Arch. Giuseppe Zampino, (un diamante nel mondo dell’arte che purtroppo ci ha lasciati troppo presto e che non dimenticherò mai) baciandomi la mano disse: “Congratulazioni, Maestro!”.
Il mio impegno si intensifica con il trascorrere del tempo nel desiderio di dare il meglio di me attraverso la mia arte poliedrica, augurandomi di poterlo fare fino alla fine dei miei giorni.

Tiziano Thomas Dossena: Come artista visiva, Lei ha esposto in molte nazioni. Quale fu la mostra che la soddisfò di più e perché? Ed il premi più ambito da Lei ricevuto?
Raffaella Corcione Sandoval: La mia mostra personale a New York, nel 2004, alla galleria di Abraham Lubelski, publisher di New York Art Magazine, è certamente stata tra le più soddisfacenti; presentai “Danza Cosmica” che ebbe un eccellente riscontro, tanto da programmare con Lubelski un periodo di presentazione del mio lavoro, nel mondo dell’Arte Newyorkese, attraverso i media e stampa, per approdare infine al Museo MoMa.  Purtroppo i costi erano troppo alti per me all’epoca, quale artista indipendente e ho dovuto rinunciare, portando con me la soddisfazione di sentirmi un’artista internazionale. Questo è un sogno ancora da realizzare, quello di portare al Moma di New York le mie opere. Tutti i premi che ricevo con grande umiltà, sono per me un riconoscimento ambito e gratificante, ma la qualifica di mamma è senza dubbio il premio più esaltante, perché considero le mie figlie due autentici Capolavori.
La più grande, Cristina, è oramai una cittadina americana, vive da molti anni in California, dopo aver lavorato per un lungo periodo alla PIXAR, oggi ha scelto l’arte come professione ed è titolare di una Galleria “Dragonfly Gallery” in procinto di decollare; lei  è il mio referente per gli USA. Ha il compito di lanciare nuovi talenti internazionali nel mercato dell’arte, realizzando così un altro mio sogno, quello di fare in modo che i giovani artisti non debbano scendere a compromessi per realizzarsi, ma solo per meritato talento.
La seconda, Alessia, è un avvocato esperto di diritto d’autore e dello spettacolo, che vanta anni di esperienza nella contrattualistica cinematografica italiana e internazionale, lavora a Roma e tutela la sua mamma.

Tiziano Thomas Dossena: Nonostante la Sua passione per l’arte, Lei ha anche frequentato, negli anni ottanta, il triennio di specializzazione teologica presso la Facoltà di Teologia dei Gesuiti a Napoli, e devo dedurre che il Suo interesse per la spiritualità non è casuale. Da che cosa è nato?
Raffaella Corcione Sandoval: Ognuno di noi nasce con un’indole ben precisa e una predisposizione che si evince sin dalla nascita.
La mia infanzia è stata caratterizzata da episodi così detti “paranormali” che sono sfociati nell’adolescenza, alla preveggenza, attraverso il mondo onirico dei sogni.
La mia indole è mistica, non bigotta o espressa e vissuta con fanatismo, ma estatica, allegra e libera.
Sono cresciuta in una famiglia cattolica praticante, devota e vicina a Padre Pio, mi sono sposata con il rito ortodosso, e ho cominciato a praticare il Kriya Yoga da molto giovane. Nel corso dei miei viaggi in India ho incontrato il mio Maestro Sri Sathya Sai Baba e conosciuto il Dalai Lama davanti al quale ho fatto il giuramento del bodhisattva. Ho da sempre provato un grande interesse nel voler approfondire le religioni orientali, ma mi sono detta che sarei dovuta partire da quella con cui sono stata battezzata, conoscerla a fondo per poi espandere la mia ricerca. Ne ho parlato con il mio padre spirituale, oggi vescovo, che all’epoca insegnava alla facoltà Teologica dei Gesuiti, in Via Petrarca a Napoli, di fianco a casa mia. Mi ha permesso di frequentare la facoltà nel triennio di specializzazione, ero da sola con una trentina di futuri parroci, nel periodo più difficile della mia vita.

Tiziano Thomas Dossena: Possiamo quindi dedurre che i Suoi molteplici viaggi in India siano legati a questa Sua continua ricerca nel mondo della filosofia e spiritualità. Cosa ha studiato in particolare in India?
Raffaella Corcione Sandoval: L’India è un posto magico da cui non si torna uguali neppure dopo un viaggio per turismo.
Ho avuto il privilegio di essere un fedele discepolo diretto di Swami Sai Baba, che ho visitato per 30 anni fino a quando nel 2010 ha lasciato il corpo. Egli nel 1990 mi ha concesso di fondare a Napoli il primo Centro Sai Baba e come Presidente, guidare e portare a tutti il suo insegnamento. In India ho imparato a conoscere e a riconoscere me stessa, aprendo un varco di comunicazione diretta tra me e Dio.

Tiziano Thomas Dossena: Oltre all’aspetto artistico e spirituale, Lei ha persino ottenuto la qualifica di Stilista all’Accademia della Moda di Roma, diventando una designer nota a livello nazionale e internazionale. In questa sua poliedricità creativa, qual è il rapporto tra queste varie scelte di vita, cioè quanta influenza ha la spiritualità sulla Sua Arte e sulla funzione di designer, e quanta influenza ha l’artista che ha dentro di sè sulla funzione di designer e sulla Sua spiritualità.
Raffaella Corcione Sandoval: Viviamo nella più straordinaria opera d’Arte che esiste: la Terra. Siamo circondati dalla perfezione del creato e dalla geometria sacra che ci rivela l’armonia e la bellezza delle forme, dei suoni e dei colori, ispirandoci continuamente.
La legge di analogia e corrispondenza del grande Ermete Trismegisto dice “Come in alto in basso” e il Maestro contemporaneo, il grande Gustavo Rol, che ho avuto l’onore di incontrare nel corso di un viaggio in India, ricevendo direttamente da lui alcuni suoi insegnamenti diceva: “Noi siamo espressione dello Spirito Intelligente”, dunque non è possibile scindere l’arte dalla spiritualità, una mente creativa non ha limiti.
Nel presentare una mia scultura, “Sindone Partenopea”, ho detto: “Conoscere la propria gamma cromatica emotiva rende talvolta insopportabile la consapevolezza della conoscenza, che essendo propria non ammette alibi” ed è questo che determina il tratto individuale di un artista quale segno significante nelle sue creazioni, siano essi disegni di moda, sculture o pitture.

Tiziano Thomas Dossena: Il Suo libro, Ella e l’Albero di Mira”, è un’opera biografica. Di che cosa tratta?
Raffaella Corcione Sandoval: È una biografia velata e romanzata, dove ho raccontato cose di me che non avrei potuto dire altrimenti, perché fuori dal tempo e dalla comprensione dei molti, cose che nessuno mai avrebbe conosciuto.
Come naso, creatrice di essenze profumate, ho sentito l’esigenza di lasciare “metaforicamente” la scia del mio profumo-opera creato nel 2005, dal titolo “Athanor” attraverso il libro “Ella e l’Albero di Mira”, nel nostro fugace passaggio al mondo.

Tiziano Thomas Dossena: Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro? Come ha incontrato Theodore J. Nottingham e cosa vi ha convinti a collaborare al libro?
Raffaella Corcione Sandoval: A seguito di un sogno, dove mi veniva indicato dove trovare la persona che mi avrebbe aiutata a confermare intuizioni sulla mia realtà interiore, è nata una relazione di grande stima e rispetto. Seppur oltre oceano, con l’aiuto della tecnologia a distanza, siamo giunti al punto di decidere di collaborare alla stesura delle pagine mancanti del Vangelo di Maria Maddalena, e di chiarire una serie di quesiti teologici secondo lui irrisolti. Attraverso una lunga serie di domande da lui concepite alle quali io ho risposto di getto secondo il mio intuito, creando in seguito la trama e descrivendo episodi della mia vita attuale, adattandoli alla storia. È stato un bellissimo lavoro letterario e spirituale che ci ha gratificati, perché ha dato ad ognuno di noi le risposte di cui avevamo bisogno e la gioia di poter condividere il risultato finale in un momento come quello attuale così difficile per tutta l’umanità

Tiziano Thomas Dossena: È anche in fase di ultimazione una Sua raccolta di sei racconti illustrati per fanciulli dal titolo “Favole Nascoste”.  Può spiegare ai nostri lettori la tematica dei racconti e cosa l’ha indotta a scrivere storie per bambini?  
Raffaella Corcione Sandoval: Le mie nonne sono state i miei primi maestri, fondamentali per la mia vita e non passa giorno che io non senta i loro preziosi insegnamenti manifestarsi nelle più svariate situazioni.
Sono diventata nonna da pochi anni e il pensiero di non fare in tempo a trasmettere alle mie nipoti le mie risposte sul senso della vita e le radici delle nostre tradizioni familiari e dei valori umani fondamentali, come quello dell’amore incondizionato, mi ha suggerito di scrivere ed illustrare la collana dei sei racconti nelle “Favole Nascoste”. Di recente ho finito di scrivere e illustrare una nuova favola dal titolo “Nulla è Andato Perduto: L’Arte Salverà il Mondo” dedicata all’introduzione dei fanciulli all’arte e ambientata al Museo Louvre.
Le “Favole Nascoste” parlano di Fratellanza, di Cooperazione, di Coraggio, di Riconciliazione, di Conoscenza ed infine di Procreazione, vogliono essere un’alba luminosa su un infinito futuro che noi possiamo solo immaginare, verso cui abbiamo il dovere di indirizzare i fanciulli, vero patrimonio terrestre.

Tiziano Thomas Dossena: Oltre ad essere  stilista, designer, pittrice e scultrice è anche scrittrice adesso. Altri programmi in corso? Mostre? Sogni nel cassetto?
Raffaella Corcione Sandoval: Chiuderò quest’anno con la mostra personale “Infinitamente Piccolo, Infinitamente Grande” nella Galleria Italia di Parma, Capitale Europea della Cultura 2020.
Contemporaneamente, sempre a Parma, nello spazio istituzionale “La Casa della Musica” ci sarà la mia personale “Orizzonte degli Eventi”, quattro grandi tele citate anche nel libro “Ella e l’Albero di Mira”. Covid permettendo.
Con una carissima amica stiamo lavorando ad un progetto stilistico, un nuovo Brand, che ho tirato fuori dal cassetto e che ci auguriamo di riuscire a presentare ad Alta Roma la prossima Primavera /Estate.
Ma il sogno più coinvolgente al momento è quello di veder diventare “Ella e l’Albero di Mira” un Film, di cui esiste una sceneggiatura e una colonna sonora, “Il Tema di Ella”, creato da un bravissimo amico compositore.

Tiziano Thomas Dossena: Se Lei potesse incontrare e parlare con un qualsiasi personaggio del presente o del passato, chi sarebbe e cosa chiederebbe?
Raffaella Corcione Sandoval: Se fisso i miei occhi in uno specchio, sento di essere in contatto con un personaggio fuori dal tempo che mi guida, mi consola, mi sprona e mi ispira: Joshua.
Attraverso la scrittura automatica ne ricevo i messaggi, ma talvolta anche da esseri celesti, e chissà potrei decidere di condividerli un giorno attraverso un nuovo libro, solo se sentirò che avrà un senso globale e un momento giusto per farlo.
Per quanto riguarda chiedere qualcosa, mi guida una frase che mi disse Sai Baba nel corso di una intervista: “Se chiederai l’amore di Dio avrai tutto il resto di conseguenza”.

Tiziano Thomas Dossena: In questi tristi momenti di isolamento, qurantena e stress, quale funzione vede nella persona dell’artista e dello scrittore?
Raffaella Corcione Sandoval: L’artista e lo scrittore, come il musicista e il creativo in generale, devono essere una fiaccola che illumina il percorso di chi ha paura del futuro e dimostrare che l’isolamento è in realtà una opportunità di introspezione, crescita e trasformazione attraverso la bellezza dell’arte che è in ognuno di noi, e si manifesta in tutte le sue espressioni.

Tiziano Thomas Dossena: Un messaggio per i nostri lettori?
Raffaella Corcione Sandoval: Sempre e nonostante tutto guardare alla vita come il dono più importante che ci sia stato fatto! A questo proposito Madre Teresa di Calcutta ha scritto una preghiera universale “Inno alla vita” di cui cito solo qualche rigo:

La vita è un’opportunità, coglila
La vita è una sfida, affrontala
La vita è un mistero, scoprilo
La vita è un’avventura, rischiala
La vita è la vita, difendila

Entriamo Nel Mondo Fantastico Di Gioia Colli. Una Intervista Esclusiva con la Scrittrice.

Entriamo nel mondo fantastico di Gioia Colli. Un intervista esclusiva con la scrittrice.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

La scrittrice emiliana Gioia Colli ha recentemente presentato “L’invasione del paese già a soqquadro – L’arrivo dei fantasmi”, il primo volume di una serie fantasy caratterizzata da caustico umorismo, bizzarre avventure e avvincenti misteri. Una commedia frizzante che mescola realtà e fantasia non solo per raccontare una storia originale e divertente, ma anche per far riflettere con leggerezza sui problemi della nostra folle, complessa e a volte stolta società. Abbiamo colto l’occasione per fare una chiacchierata con la simpatica scrittrice…

L’Idea Magazine“L’invasione del paese già a soqquadro – L’arrivo dei fantasmi” è il suo ultimo romanzo, primo di una serie fantasy umoristica. Può parlarcene un po’?
Gioia Colli: Una forza aliena invade la terra per conquistarla, ma invece di partire dall’America o dal Giappone comincia dall’Italia. Oltre ad avere chiaramente sbagliato qualcosa, questi esseri simili a fantasmi sono inarrestabili e originari di una dimensione con regole molto diverse dalla Terra: quella dei cartoon. Difatti sono i cattivi di un cartone animato che Camena, la protagonista, conosce molto bene, al punto che il suo esserne una fan le impedisce di provare la paura che si sono giustamente presi tutti i suoi consimili. Di qui una serie di dialoghi brillanti e surreali che mi sono divertita moltissimo a scrivere, situazioni paradossali e… segreti. L’invasione del paese già a soqquadro è ambientata in un mondo simile al nostro che svelerà poco a poco le sue insidie e lo stesso accadrà coi personaggi. Quindi le risate non mancheranno, ma nemmeno una storia interessante.

L’Idea MagazineA cosa mira con questa nuova serie?
Gioia Colli: A molte cose: la prima è creare una storia multilivello allettante sia per chi divora i libri e ciò che hanno scritto tra le righe, sia per chi legge in modo più lento o più superficiale. Vorrei diventasse come Chi ha incastrato Roger Rabbit o certi vecchi cartoni, che pur essendo amati dai bambini, sono capaci di lasciare un segno nella Storia e far riflettere, ridere ed emozionare anche gli adulti con molti elementi pensati appositamente per loro. Sebbene il Narratore lasci intendere quale sia il tono “giusto”, spetta al lettore stabilire quanto prendere seriamente le vicende, se ridere, preoccuparsi o lasciarsi scuotere. Volevo anche sperimentare con una struttura narrativa più libera rispetto a quelle che si usano solitamente senza andare a ledere la chiarezza e la comprensibilità, anzi, giovando a entrambe e alla credibilità; quante volte, in serie scritte o televisive, l’evoluzione di un personaggio avviene talmente in fretta da risultare poco credibile? Quante volte, pur di far arrivare la trama dove serve, lo scrittore non esita a rompere le regole che aveva stabilito prima o spinge i personaggi ad agire in modo contrario al loro essere? Volevo dare ai personaggi il modo e il tempo necessari per brillare e cambiare e lo stesso per il mondo in cui si trovano, risolvendo il problema della struttura narrativa di certi cartoni, o troppo lenta (ma tale da farci amare e conoscere personaggi e mondo in ogni dettaglio e segreto) o talmente veloce e piena di scene d’azione da nuocere alla coerenza e alla nostra capacità di capirci qualcosa. Volevo provare combinazioni mai provate di cose già dette e viste: questo è il significato dell’originalità; in questa direzione va anche la scelta del genere, un postmoderno ribaltato in cui i personaggi, invece di arrendersi al caos, sono chiamati a rimettere insieme i pezzi, capire e sperare anche in circostanze impossibili e assurde. Dare speranza resta uno dei miei obbiettivi, quando scrivo.

L’Idea MagazineLa Sua passione per i cartoons l’ha dimostrata fino dagli anni universitari, presentandosi con la tesi magistrale ‘La narrazione in CGI animation dei Blue Sky Studios e di Illumination Entertainment’. La tesi fu seguita dalla pubblicazione di “Cartoni Esaminati, saggio anarchico su stupidità, genio e inventiva”. Da cosa è nata questa Sua passione e cosa racconta veramente in questo libro?
Gioia Colli: Amo i cartoni animati da prima che imparassi a leggere e crescendo questa passione, invece di sparire, si è arricchita di domande. Il libro raccoglie qualche risposta e molte curiosità sulla storia del cinema e dell’animazione, il tutto mentre mi diverto a proporre chiavi di lettura e trovare spunti colti anche in serie sciocche. Ad esempio gli sfondi di Mucca e Pollo sono identici ai quadri espressionisti. Il saggio è un miscuglio di considerazioni, notizie storiche, analisi, amore (e occasionali disamori) per le serie d’animazione lì trattate. Volevo porre rimedio al fatto che non esiste alcun libro che tratti i cartoni animati in modo così profondo, serio e al tempo stesso leggero, nonostante vi siano trentenni – me compresa – che ancora amano e ricordano le serie animate della loro infanzia. L’animazione è un’arte che mi affascina e per una sorta di bizzarro paradosso, non è raro che i personaggi più semplici siano quelli capaci di rimanere più impressi. Un’altra molla che mi spinse a scrivere il saggio – e a farne una seconda edizione qualche anno più tardi – fu la scrittura della tesi triennale; non ero abituata a stendere testi con regole così rigide e Cartoni Esaminati fu un modo per evaderne. Per la tesi magistrale, invece, decisi di prendere sul serio l’amore per l’animazione e studiare come funzionasse presso i grandi studios come la Pixar, la Illumination Entertainment e Blue Sky. Ho sempre pensato che, sebbene fossero evidenti caricature, i (buoni) cartoni animati avessero una carica di sincerità viscerale inattingibile persino al migliore degli attori, come se potessero dire la verità in un modo indiretto ma molto più vero di tantissime serie televisive con attori in carne e ossa o saggi storici e questa convinzione ha influito sulla mia poetica.

L’Idea Magazine:Lei ha anche scritto tre libri definiti di ‘formazione. Può spiegare a cosa mirava con“Lisa e i Succhia Talento” e “Viaggio a Tetraktys: Resoconti di uno Sceleriano” e “Il segreto di Peach”, e di che cosa trattano? Questi romanzi sono connessi in qualche modo fra loro, a parte l’aspetto formativo?
Gioia ColliLisa è nata a mo’ di risposta al trend dei vampiri allora nascente (quanto imperante) che a me non piaceva; mi solleticava l’idea di una giovane alle prese con il soprannaturale e un mondo più complesso del previsto, ma gli elementi romance non mi interessavano. Così ho provato a scrivere una piccola collana di racconti fantasy selezionando i tratti del fantasy che mi piacevano; il risultato non è particolarmente stellare, ma tenendo conto del fatto che lo scrissi a sedici anni, penso sia stata una prima buona prova. Lisa, dapprima chiusa e testarda, impara pian piano a farsi delle amiche e contare su di loro oltre che su sé stessa; inoltre non si vergogna le rare volte in cui è impaurita e non sente affatto il bisogno di un fidanzato e pensavo che questo suo arco narrativo contenesse messaggi che la mia generazione aveva bisogno di sentirsi dire. Viaggio a Tetraktys, invece, è una storia di viaggio, esplorazione e fantascienza: un uomo qualunque viene reclutato da alieni umanoidi come paciere per il loro pianeta, ma durante il viaggio l’astronave viene attaccata e lui è costretto letteralmente a paracadutarsi in quel mondo sconosciuto e trovare una via verso la capitale. È un romanzo che scrissi dopo Lisa: il mondo e i personaggi sono più complessi, ma sebbene fossi ancora un’inesperta lo considero un buon passo avanti. Volevo catturare la gioia e le paure dei racconti di esplorazione che mi intrigavano e suggerire come sia saggio usare sia la testa sia le emozioni per capire ciò che ci circonda. Il segreto di Peach, invece, è un’opera che ho rielaborato più volte; è parzialmente ambientata nel mondo di Supermario, ragion per cui, per correttezza, ho scelto di metterne l’ebook gratuito. Tratta dell’amore per i videogiochi e di come questo possa aiutare a passare periodi difficili oppure, se estremizzato, a gravi problemi, ma tocca anche questioni profonde sull’esistenza umana e… letteratura. Naturalmente Mario non è l’unico eroe videoludico citato; ci sono personaggi inventati da me e svolte impreviste. È una lettera d’amore non solo alla cultura ma anche all’arte videoludica, per me un carissimo hobby oltre alla lettura.

Questi tre libri non sono collegati se non da ciò che collega tutti miei libri: la poetica di dire la verità per mezzo della fantasia. La realtà, come la testa di Medusa, impietrisce, è tentacolare e troppo complessa per poterla affrontare e capire direttamente e interamente; la fantasia diventa così lo specchio necessario a vederla e comprenderla, mentre contemporaneamente ci prendiamo una pausa di lettura da essa. Evasione, consolazione e verità formano così una sola moneta. Questo unisce tutti i miei libri, ma non escludo, magari in un futuro volume dell’Invasione, di creare un universo che raduni tutte le mie storie

L’Idea Magazine: Ha anche pubblicato un’antologia, “Roviglia Morr e la bottega dei racconti”. I racconti di questa antologia sono tutti fantasy? Anche qui troviamo l’impronta umoristica? Si trova più a Suo agio nello scrivere i racconti brevi o i romanzi?
Gioia Colli: I racconti appartengono tutti al genere fantastico, sebbene modellato diversamente da storia a storia: alcune sono fiabe moderne, altre sono racconti più realistici, altre sono inni all’immaginazione e al potere delle storie (come la stessa cornice). L’impronta umoristica va e viene ma non scompare completamente; trovare speranza mentre scrivo e portarla al lettore rimane uno dei motivi che mi spingono a scrivere.

Mi trovo più a mio agio nei romanzi, visto che i personaggi hanno molto più spazio per crescere, mostrarsi e finire in situazioni che ho più spazio per definire, ma può anche capitare che mi venga una buona idea senza sufficiente materiale per costruirci un romanzo. In quest’ultimo caso mi è possibile farne un buon racconto breve, ma sia da scrittrice sia da lettrice preferisco le storie più lunghe. Nei racconti brevi non c’è spazio per affezionarsi e conoscere i personaggi; molto più spesso mi sono capitate storie – anzi, schizzi – che puntavano tutto sul fattore shock. Non avevo il tempo di capirci qualcosa o riprendermi dal disgusto che subito era finito tutto. Preferisco le storie provviste della lunghezza a loro necessaria: niente fretta, né pagine di troppo.

L’Idea MagazineViene ispirata da particolari personaggi dei cartoni animati, anime o fantasy nello scrivere i suoi romanzi?Qual è il cartone animato che Lei ama di più? Ed il personaggio?
Gioia Colli: Quando scrivo o sono in cerca di idee i personaggi anime o di cartoni animati possono formirmi spunti preziosi, ma non è mi mai successo di vederne uno e pensare: “ecco, questo devo farlo entrare nel romanzo!”. O almeno così era prima di incontrare il cattivo principale di Pacman e le avventure mostruose. Riguardando quella serie mi sono resa di quanto non fosse così speciale come mi era apparsa in un primo momento, ma la personalità del villain e il modo in cui avevano le situazioni di sfuggire di mano agli stessi cattivi, costringendo i buoni a capire cosa fosse successo prima ancora di poterci mettere una pezza, mi fecero (e fanno tuttora) sorridere e ridere più di una volta. Con gli anime, poi, ho un rapporto particolare: pur amando l’animazione, preferisco seguire serie che adoro come One PieceBlack Clover o Der Werewolf the annals of Veight in forma manga o di romanzo. Forse è perchè gli anime mancano spesso della levitas dei cartoni animati o appartengono a generi che non sempre mi interessano (e il fanservice non aiuta a farmeli piacere). Se dovessi fare un elenco dei cartoni animati che amo scriverei come minimo tre romanzi! Ogni mio personaggio è costruito in modo tale da non poter fare a meno di comportarsi come fa e muovere la trama come fa; i dettagli sono spesso un misto di spunti da serie animate, personaggi reali e un’altra miriade di possibili fonti, compresi approfondimenti di Youtuber, articoli di giornale, videogiochi… ma se devo pensare a serie a cartoni che ho amato, citerò brevemente: I Puffi e molte di Hanna-Barbera (compresi ovviamente Tom e Jerry), poi i Looney TunesBonkers gatto combinaguaiTalespinI Netturbani

L’Idea MagazineLei ha un blog molto attivo in Internet. Di che cosa tratta?
Gioia Colli: I miei articoli parlano di un ventaglio di argomenti piuttosto ampio: le serie librarie che amo e perché le amo, considerazioni sull’animazione, la letteratura, i miei gusti letterari,  i libri che mi hanno colpito, curiosità di vario genere, la mia poetica… in un articolo parlo della differenza tra realismo, verisimiglianza e coerenza e in un altro posso divertirmi a parlare di quanto non abbia nervi abbastanza saldi per poter apprezzare il genere horror. Ho molti interessi e volevo che il blog riflettesse il mio eclettismo con parole semplici in piccole dosi.

L’Idea MagazineSegue anche gli scrittori di stile fantasy in lingua inglese?
Gioia Colli: Jessica Townsend della recente ma splendida serie di Nervermoor, Roald Dahl e Johnatan Stroud nella serie Lockwood sono quelli principali, ma ultimamente la maggior parte delle serie fantasy che seguo sono light novels, ossia romanzi giapponesi tradotti in inglese (e più raramente in italiano).

L’Idea Magazine: Lei parla nel Suo Blog di Dante Alighieri. Qual è la connessione, secondo Lei, tra Dante e lo stile fantasy di oggi? Perchè lo ama tanto?
Gioia Colli: Amo Dante perchè scrisse un classico immortale che tratta di cose cruciali senza essere noioso, disperato o inaccessibile. Era serio, ma al tempo stesso le cantiche sono piene di immagini quotidiane o fantastiche e Dante come personaggio è fortemente imperfetto: ha paura di tutto, abbisogna di continue spiegazioni, sviene di continuo e senza una guida è perso o morto. Ci sono autori che invece, quando si inseriscono, si ritraggono come esseri perfetti ed onniscienti; per quanto riguarda il fantasy, temo si sia allontanato da Dante. Dante ha preso l’uomo e Dio estremamente sul serio senza ballarci intorno piangendo miseria, o stendere una sterile opera di teologia, bensì ha cesellato con fatica un monumento che ha resistito nei secoli e parla a tutti, a chiunque, dovunque in qualsiasi epoca, non per far passare per forza le sue idee, bensì per ridare speranza. La scrisse innanzitutto per ridarla a sé stesso, esiliato e con la sua donna ideale morta, per dirsi e dire a tutti di non arrendersi al male e alla disperazione, anche quando rischiano di tralvolgerci. Io adoro le opere che mi lasciano qualcosa di bello e memorabile dicendo la verità in modo diretto eppure indiretto, mentre non apprezzo i libri troppo cupi o troppo vacui, anche quando si tratta di fantasy aventi alle spalle un evidente sforzo nel caratterizzare il mondo e i personaggi. In questo pesa anche il mio gusto personale: la mitologia, fosse anche inventata, resta per me qualcosa di sterile, già visto, rivisto, studiato e ripassato mille volte per sette anni di fila che viene usato come pretesto per l’azione o come paravento per non parlare delle altre radici dell’occidente.
Un classico, invece, resta nella memoria, non invecchia mai, parla di cose cruciali e problemi della sua epoca e intrattiene senza deprimere, tutto ciò contemporaneamente. La Divina Commedia resta un classico e io amo i classici. Inoltre la letteratura italiana fino 1600 è il mio periodo preferito delle nostre lettere.

Affresco di Domenico di Michelino. Dante e il suo Poema (1465)

L’Idea MagazineSe Lei avessse l’opportunità di incontrare un personaggio qualsiasi, del passato o del presente, e potrebbe parlare con lui (o lei), chi sarebbe e che cosa chiederebbe?
Gioia Colli: Chiederei a Dante se può dirmi dov’è un suo autografo della Commedia! Sarebbe una scoperta eclatante! E poi ne parleremmo a fondo, chiarendo misteri sulla sua opera e vita.

L’Idea MagazineUn messaggio per i nostri lettori?
Gioia Colli: Pensate con la vostra testa, non esitate a dissentire (ed informarvi) se qualcosa non vi convince. Ma di messaggi ne avrei tanti, se posso aggiungerne un altro, sarebbe uno di quelli principali nell’Invasione: gli odi, compresi quelli di natura politica, sono tutti una gran brutta cosa. E non dimenticate Ombre sulla comunanza, il secondo volume dell’Invasione uscito proprio mentre scrivevo queste righe!

Da ‘La Mia New York’ Ad ‘American Dream?’, Gli Stati Uniti Commentati Da Un Italiano. Intervista Esclusiva Con Lo Scrittore Andrea Careri. [L’Idea Magazine]

Da ‘La Mia New York’ ad ‘American Dream?’, gli Stati Uniti commentati da un italiano. Intervista esclusiva con lo scrittore Andrea Careri.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Scrittore, sceneggiatore, simpatico commentatore del sogno americano, Andrea Careri ha meritato l’attenzione della stampa con tutti i suoi libri ed abbiamo avuto l’opportunita` di porgli delle domande sia sui suoi passati successi letterari, sia sulla sua nuova produzione…

L’Idea Magazine: Andrea, il tuo libro dal titolo ‘La Mia New York – Vivere nella città che non dorme maì (Ultra Edizioni) riflette la tua visione di questa grande metropoli, nella quale andasti a vivere nel 2013. Potresti parlarcene un pό?
Andrea Careri: Ciao Tiziano, grazie per questa intervista. La Mia New York ẻ una “guida romanzata”, nel senso che in ogni capitolo si descrive un quartiere, una strada, un locale, un posto di New York che ha lasciato un segno nella mia vita. Sei anni a New York valgono diciotto anni in Italia, dove tutto scorre più lento e ci sono tanti ostacoli e resistenze al cambiamento. Ogni capitolo si apre con una descrizione storica e accurata del quartiere e/o del luogo descritto, nella quale do tantissime informazioni utili ai turisti mischiando storia e cultura pop, con citazioni a canzoni e alle innumerevoli serie tv e film girati a New York. E poi parte la storia di questo ragazzo italiano  ancora ventenne che sbarca in America con solo mille euro in tasca. Praticamente il mio io letterario racconta New York sinceramente, senza filtri, con passione ed onestà. E la narrazione prosegue di quartiere in quartiere, di strada in strada, di ristorante in ristorante, dato che il mio io lettarario ẻ un foodie come me. In questo libro si respira la vita, si percepiscono i suoni, le emozioni, i sapori della città che non dorme mai. Una famosa critica di letteratura americana lo ha definito la sua guida preferita sulla Grande Mela. La gente sta amando tantissimo questo libro e forse un giorno diventerà una serie tv.

L’Idea Magazine: Poi hai scelto di spostarti a Los Angeles. Come mai?
Andrea Careri: Il mondo del cinema e della tv sta qui. Durante i miei numerosi viaggi di lavoro in California mi era capitato spesso di sentirmi dire che era meglio trasferirsi a Los Angeles. Tanti insiders di Hollywood mi avevano detto la classica frase LA IS THE PLACE TO BE, e forse era vero, prima del Covid. Ora tecnicamente potrei stare anche nella East Coast e lavorare via Zoom. Sicuramente non mi pento di averci provato e di essermi trasferito a Los Angeles. Anche se ora vivo a Glendale che ẻ molto meglio, più sicura e più simile all’Europa. Sto lavorando a una serie tv di animazione basata sul mio libro Trump&Mario e a una sitcom.

L’Idea Magazine: Come va la tua attività di sceneggiatore?
Andrea Careri: Bene, sinceramente nonostante tutto questo 2020 ẻ stato un anno molto produttivo per me e soprattutto sono stato in grado di prendere dei lavori per i prossimi anni. Sto avendo molto successo con i miei libri e ne ho parecchi in uscita nei prossimi due anni.

L’Idea Magazine: In questo tuo soggiorno Californiano hai scritto un libro ispirato alla tragica morte di Bryant, dal titolo ‘Un Giorno senza Kobe – Storie di Los Angeles’, che uscirà sempre per le Edizioni Ultra a metà novembre. In che modo hai collegato la scomparsa di Bryant con Los Angeles?
Andrea Careri: Il libro racconta 24 storie,(24 come il numero di maglia di Bryant), tutte ambientate a Los Angeles nel giorno della tragica morte di Kobe. Infatti non ẻ un libro su Kobe ma sull’impatto che Kobe ha avuto sui losangeleni e sulle persone comuni. La tragica morte di Bryant cambierà per sempre la vita di questi ventiquattro personaggi. Ho scritto il libro a South LA, a Creenshaw e Florence, a pochi passi da dove sono scoppiati i Riots del 1992. E vivere nel ghetto mi ha aiutato a scrivere questo libro e a creare personaggi autentici. Ci sono tanti personaggi afroamericani nel libro. Io lo definisco un umile omaggio a John Fante, che ha raccontato la Los Angeles degli ultimi, la LA povera ed umile. Ho vissuto nella casa con una landlord che cercava di rubare i soldi del deposito a tutti i coinquilini, la peggior persona che abbia incontrato in America. Ma vivere nel ghetto mi ha fatto capire tante cose sull’America. Anche che alcuni immigrati come lei si approfittano di altri immigrati credendo che non conoscano la legge. Umanamente disprezzo le persone che vogliono truffare gli altri, ma le ho lasciato quei pochi soldi che mi doveva indietro. La considero benificenza. Ci penserà il karma a punirla. Ma nonostante questi mesi passati in quella casa siano stati i peggiori vissuti in America, ho avuto modo di finire sia La Mia New York che un giorno senza Kobe.

L’Idea Magazine: Hai anche creato una pagina su Facebook, ‘La Mia Californià. Di che cosa tratta?
Andrea Careri:Faccio video, foto e dirette per raccontare la California del Sud.  San Diego che amo, e dove mi rifugio sempre appena posso, e poi ovviamente la contea di Los Angeles. Lo ho fatto anche a New York, prima di partire. Lo considero un modo per raccontare storie attrraverso i social media.

L’Idea Magazine: Potresti spiegare che cosa hai mirato con la tua webseries sci-fi drama dal titolo Mem 39?
Andrea Careri: Purtroppo Mem 39 ẻ diventata piu’simile alla realtà di quanto volessi. Tutto nasce da un fatto strano: tre anni fa mi chiama un famoso personaggio televisivo europeo che lavora sia in Italia che in Albania. Mi ha detto che voleva assumermi per adattare un libro inedito. Il libro era incomprensibile e scritto in un linguaggio strano. Un libro quasi impossibile da pubblicare e da adattare in un film. Ma io lo ho letto in due giorni. La persona che mi ha commissionato il lavoro mi ha detto che quel libro era stato dettato ad una signora dagli alieni. E che gli alieni volevano che io lo adattassi e ne facessi un film o una serie tv. Io mi sono messo a ridere, non mi era mai capitato di ricevere una proposta di lavoro da un committente così “’bizzarro”.  Se non fosse stato un famoso personaggio tv non gli avrei dato retta e lo avrei preso per pazzo, sono sincero. Il libro era difficilmente adattabile ma alla fine ci ho lavorato. Non ho mai creduto alla storia degli alieni, ma sono stato pagato, quindi lo ho fatto. Lo so che c’ẻ qualcuno che mi prenderà per pazzo, ma sapete meglio di me che in America ci sono tante persone che credono agli alieni. E io rispetto tutti, anche chi crede in cose diverse da quelle in cui credo io. Comunque, in questo libro, che ripeto era quasi incomprensibile, si parlava di un virus che avrebbe distrutto l’umanità. Il progetto, come spesso accade, ẻ rimasto in stand by. Quando ẻ scoppiato il Covid mi sono ricordato di quel virus menzionato nel libro. Ho subito chiamato il mio amico. E dopo qualche settimana ho pensato di usare il lockdown a mio vantaggio. Ho creato un concept da girare solamente con i cellulari durante la quarantena. Conoscevo tanti attori sparsi per il mondo che stavano senza lavoro. Ho scritto delle storie e degli episodi per ognuno di loro. Così ẻ nato Mem 39 che andrà in onda a breve su Cideshow, un nuovo network americano. Mem 39 parla di un virus in grado di cancellare i ricordi in 48 ore. C’ẻ qualcuno che sopravvive al virus, altri invece si ammalano e perdono quello che più conta nella vita: i loro ricordi. Lo show ẻ ambientato nel 2039 ed ẻ girato sia in inglese che in italiano, per ora. A breve lo girerό in spagnolo. Ci saranno anche altre due stagioni sicure e forse anche altre. Mi auguro che qualche scienziato veda lo show su Cideshow e indaghi su possibili sviluppi di virus come il Covid 19 che potrebbero degenerare in malattie neurodegenerative. In ogni caso lo show ẻ adatto a chi parla sia l’italiano che l’inglese, così puό godere anche degli episodi original in italiano ma sottotitolati in inglese.

L’Idea Magazine: La tua esperienza negli USA ti ha spinto a scrivere ‘American Dream?, un libro che racconta la vita di tanti italiani che sono emigrati in America negli ultimi anni. Perchè questo libro?
Andrea Careri: Dopo il successo del La Mia New York mi sono ritrovato a pensare che era giusto raccontare anche la storia di tanti altri italiani sparsi per gli States. Anche perchẻ i followers che avevo sul La Mia California erano interessati agli States e mi domandavano come si viveva in America. Come si vive in America? Non ẻ una risposta semplice da dare. E soprattutto ci sono tanti punti di vista diversi sull’America. E io volevo raccontare il Sogno Americano e l’America in modo sincero ed oggettivo. Ẻ un libro che ho deciso di pubblicare da solo, proprio per non avere censure. Non ho censurato nessuno. Tutti sono stati liberi di esprimere le loro idee, anche chi la pensava in modo diametralmente opposto al mio. Penso sia un libro importante e una testimonianza della vita in America durante il Covid, i Riots e Trump. Soprattutto ẻ una testimonianza storica di tutta la nuova generazione di italo americani o di italiani emigrati in America negli ultimi quindici anni. Mi sembrava giusto dare voce alla nostra generazione di italiani emigrati in America. Il libro si trova su Amazon ed uscirà anche in inglese per tutti quegli italoamericani che non leggono bene in italiano. Penso che la versione inglese uscirà nel 2021, fra qualche mese, quando sarà possibile anche presentarlo ufficialmente nelle università americane o nelle librerie. Ho in programma di tornare nella East Coast per un tour di presentazioni a New York, Jersey City, Hoboken, Stamford, Ct Boston, Philadelphia, e magari anche a Yonkers. Sono laureato in storia e il mio sogno ẻ che questo libro possa essere studiato un giorno nelle univrsità come testimonianza della vita degli emigrati italiani nell’America degli anni 10 del nuovo millennio e, ovviamente, nell’America del 2020.

L’Idea Magazine: C’è anche in fase di pubblicazione un tuo libro in inglese, ‘Trump & Mario. Che tipo di libro è?
Andrea Careri: Ẻ una satira che ha poco a che fare con la vera politica o con la realtà, ẻ estremamente divertente e anche un pochino demenziale. Come dicevo prima, il libro sarà la base dalla quale svilluppare la serie tv di animazione dal titolo omonimo. La premessa ẻ divertente, Mario ẻ un immigrato italiano appena sbarcato in America, Il suo primo lavoro ẻ proprio alla Trump Tower, dove fa il delivery guy. Per sua sfortuna deve fare il delivery di un pastrami sandwich proprio a Trump. Quella sera c’ẻ il Superbowl e sono tutti distratti. La guardia del corpo di Trump sta su Tinder e lo lascia passare. Mario consegna il Pastrami al presidente che ci si avventa sopra e inizia a soffocare. Mario gli salva la vita. Trump lo assume come assistente personale e da quel momento la vita del presidente viene cambiata per sempre. Il libro ẻ pieno di gag e di avventure assurde, ovviamente adatte alla animazione. Nel libro c’ẻ anche un omaggio alla nostra Sophia Loren che scoprirete solo leggendolo. Esce fra due settimane su Amazon e su Barnes&Noble online.

L’Idea Magazine: Hai altri progetti in lavorazione?
Andrea Careri: Sto lavorando a un film dal titolo Forget New York, con un famoso sceneggiatore di Hollywood. Dovrό scrivere e produtte altre stagioni di Mem 39, adattare Un giorno senza Kobe per la TV, scrivere due half hour comedies ambientate nella mia amata New York e tanti altri progetti che non posso menzionare per questioni contrattuali e per rispetto delle altre persone con le quali lavoro.

L’Idea Magazine: Chi è lo scrittore che preferisci e chi è quello che ha influenzato di più il tuo modo di scrivere?
Andrea Careri: Ce ne sono tanti. Cito solo quelli americani: John Fante, Salinger, Francis Scott Fitzgerald, Hemingway, Bukowski e uno scrittore di origine polacca che ha scritto due dei miei libri preferiti ET. E L’Orso che venne dalle montagne.

L’Idea Magazine: Qual è il tuo sogno che speri di realizzare?
Andrea Careri: Voglio essere in grado di vivere sei mesi a New York, due mesi in Italia e il resto in California, tra San Diego e Glendale.

L’Idea Magazine: Pensi di tornare in Italia a vivere in futuro?
Andrea Careri: Sicuramente ho dei lavori da fare in Italia, appena finirà il lockdown voglio tornare per girare l’Italia promuovendo i miei libri. Cosa che non ho potuto fare per via del Covid. Come ti ho detto prima, spero di vivere tra New York, l’ Italia e la California. Ẻ difficile, ma quello ẻ il mio sogno.

L’Idea Magazine: Se tu avessi l’opportunità di incontrare e parlare con un personaggio storico qualsiasi e di qualsiasi epoca, chi sarebbe e quale domanda porresti?
Andrea Careri: Nicherin Daishonin, un moncaco buddhista del medioevo giapponese., Gli domanderei come fare a non smettere mai di praticare un mantra che sono certo sia la chiave della felicità, ma pur sapendolo, a volte ho difficoltà a recitarlo. Sto parlando di un mantra che ci mette in frequenza con l’universo: Nam MyoHo Renge Kyo. Ho avuto prova almeno una trentina di prove concrete che questo mantra funziona e che mi migliora la vita, ma a volte non riesco a praticarlo. Gli domanderei come fare a non fermarmi mai nella pratica buddhista.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Andrea Careri: Anche se ẻ un momento difficile, tentate di scegliere la speranza invece che la paura. Tentate di scegliere pensieri positivi e la voglia di vivere invece che la lamentela e la negatività. Lo so, ẻ difficile. Io sono di Roma e a Roma spesso ci si lamenta. Quindi a volte lo faccio anche io. Ma so che lamentarsi non serve a nulla. Bisogna agire ed essere positivi. In questo anno ho lasciato la città che amo e tutti i miei amici e mi sono trovato malissimo a vivere in quella casa con la landlord vampira e la vita, non di certo facile e felice, del ghetto. Poi c’ẻ stato il Covid, i Riots, la crisi economica. Ẻ stato un anno durissimo. Eppure ho trovato la forza di scrivere e sono riuscito a pubblicare quattro libri e a scrivere una serie TV. Non bisogna mai porsi dei limiti, e anche nei momenti difficili bisogna sempre scegliere le frequenze positive, invece che quelle negative.

Da “La Religione Segreta Dei Templari” A “Io Sono Ciò Che Mangio”. Intervista Esclusiva Allo Scrittore Michele Allegri. [L’Idea Magazine]

Da “La religione segreta dei Templari” a “Io sono ciò che mangio”. Intervista esclusiva allo scrittore Michele Allegri.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ecco un’intervista con un autore poliedrico che ha avuto molto successo con i suoi libri sia quando trattano argomenti complessi e leggendari come i Templari sia che parlino dell’alimentazione. 

L’Idea Magazine: Il suo saggio “La religione segreta dei Templari” tratta un tema finora velato di mistero. Ce ne parli un po’.
Michele Allegri:  Questo saggio, questo e-book scaricabile dalla piattaforma Amazon, chiude un mio lungo percorso di studio e ricerca sull’Ordine dei Templari e i tanti misteri che avvolgono la sua nascita, il suo sviluppo e la sua fine.
Ho voluto analizzare il retroterra antropologico e religioso di alcune famiglie nobili europee i cui esponenti fondarono l’Ordine nel 1118, rendendolo potente ed immettendo in esso una vera e propria religione segreta, conosciuta solo ai livelli più alti dell’organizzazione, dagli alti dignitari e dal Gran Maestro. Questa religione aveva miti e riti propri, esoterici, negromantici ed antitetici rispetto alla religione cattolica e alla Regola data loro nel 1128. Per questo motivo, una volta scoperchiato il vaso di pandora, grazie ad alcune rivelazioni fatte da cavalieri delatori, i Templari furono oggetto di arresti in massa in Francia. Interrogati, alcuni sotto tortura altri no, confessarono tutti le medesime “colpe”.
All’atto dell’iniziazione i cavalieri sputavano sul crocifisso, rinnegando la figura del Cristo, credevano al Padre Celeste ma contemporaneamente ad un idolo barbuto in grado di salvarli e di fare ricco l’Ordine chiamato Bafometto, si autoassolvevano dai peccati, cingevano i loro corpi nudi con una cordicella magica, si scambiavano baci rituali dalla bocca al coccige.
I capi dell’Ordine chiesero scusa per quelle pratiche ai cardinali inviati dal papa ma poi ritrattarono le loro confessioni. Papa Clemente V, quindi, con tanto di Bolla, soppresse in perpetuo l’Ordine, scomunicando quanti avessero portato ancora l’abito e il nome.
Il re cristianissimo francese Filippo IV il Bello, con l’ausilio della Santa Inquisizione, li mandò al rogo nel 1313. I loro beni immobiliari passarono all’Ordine di Malta (l’attuale SMOM), il tesoro invece non fu mai ritrovato.
La parte più nascosta ed esoterica dell’Ordine, rappresentata da alcune nobili famiglie europee, sopravvisse, entrando nelle corporazioni muratorie e costituendo la Massoneria Scozzese ma anche la Fratellanza Rosacrociana e altre organizzazioni anche in seno alla Chiesa cattolica, come la Compagnia del Santo Sacramento o Priorato di Sion.
In un’epoca in cui la legittimità era data dal sangue, le famiglie nobili al vertice dell’Ordine del Tempio e delle successive filiazioni, si vantavano di discendere direttamente da un antenato divino e mostruoso, dotato di poteri magici e taumaturgici trasmessi di generazione in generazione attraverso il sangue blu della nobiltà (Santo Graal, sang real).
In questo quadro, assumeva una grande importanza il luogo della sepoltura dell’antenato che, per la peculiare mitologia di queste famiglie, dorme in attesa di risvegliarsi e tornare a regnare. Il desiderio di identificare il luogo di queste sepolture ha dato origine, nei secoli, ad una vera e propria caccia al tesoro cui si sono dedicati con fervore sia organizzazioni religiose, esoteriche e politiche sia studiosi di tutto il mondo.
Le mie ricerche storico-antropolgiche mi hanno poi portato a identificare a Falicon, un borgo del sud della Francia, un luogo sacro in cui ancora oggi si possono ammirare i resti di una piccola piramide che, nel Medioevo, fu custodita dai Templari e che nasconde una grotta in cui si compivano strani riti esoterici almeno fino ai primi del Novecento. Il terreno su cui sorge la piramide è sempre stato di proprietà di famiglie nobili e anche oggi è una proprietà privata.

L’Idea Magazine: Lei è un esperto sui Templari, avendo ricercato molto sull’argomento e scritto altri due libri su di loro: “Dossier: I Nuovi Templari” e “Elvis e il priorato di Sion”. È un argomento che desta molto interesse. Potrebbe parlare di questi suoi libri e di che cosa trattano in particolare?{Ne parli quanto a lungo le pare necessario}
Michele Allegri: “Dossier: i nuovi Templari”, scritto in collaborazione con mia moglie Irene Sarpato, è stato il primo libro in assoluto a censire in modo esaustivo le moderne organizzazioni templari mondiali le quali, è bene dirlo, non hanno alcun collegamento storico-fattuale con l’antico Ordine sorto in Francia e sviluppatosi poi in Palestina e in tutta Europa.
È un fenomeno in continua crescita. La maggior parte degli ordini neotemplari sono club ricreativi e conviviali, altri sono solo venditori di mantelli e titoli cavallereschi fasulli. In entrambi i casi, è bene dire che non sono riconosciuti da alcuna autorità nazionale o internazionale né tantomeno dal Vaticano. Ci sono stati poi alcuni casi di vera emergenza nazionale, come quello dell’Ordine Solare del Tempio di Luc Jouret che, in Svizzera e Canada, è stata una vera setta e ha causato centinaia di suicidi.
Prima di arrivare a descrivere questo fenomeno moderno, ho dovuto però spiegare al pubblico quale fosse stata l’importanza storica dei Templari, che a mio avviso rappresentano la prima forma di multinazionale che la Storia conosca perché avevano filiali in Europa e Medio Oriente che rispondevano alla “casa madre” a Parigi. I templari, infatti, al di là della forma di ordine monastico e militare che avevano assunto nel Medioevo, avevano anche una struttura verticistica e ben organizzata, prestavano denaro applicando alti tassi d’interesse, furono infatti i primi banchieri ed inventarono la lettera di credito.
Progettavano di costruire un Regno Latino in Palestina con l’appoggio di alcune case regnanti come i Buglione e i Lusignano, dove poter condurre indisturbati lucrosi affari, anche con il mondo mussulmano, al di fuori delle logiche politiche e delle lotte per il potere in corso in Europa: papa contro impero e principi contro principi.
Per questo e altri approfondimenti storico-scientifici e cronachistici, questo saggio è conservato presso la Biblioteca del Congresso USA e quella dell’Università di Harvard.

Il libro su Elvis Presley mette a fuoco tanti nuovi aspetti della vita e della personalità del Re del Rock e del periodo in cui visse: la sua probabile affiliazione alla TCB, cioè la Templar Christian Brotherhood, ramo americano del Priorato di Sion, la sua inclinazione personale per la numerologia, la predestinazione e l’esoterismo, il ruolo del colonnello e manager Tom Parker nell’ascesa del cantante e quello dei mass media e dell’industria cinematografica/discografica nella Guerra Fredda tra Est ed Ovest nella quale la musica rock ha svolto un preciso compito.
E ancora le posizioni politiche di Elvis, acceso anticomunista, il suo stretto rapporto con alcuni presidenti USA come Carter e Nixon, il suo ingaggio come agente della squadra narcotici e le tante stranezze che avvolgono la dipartita della star americana.
Ho inteso quindi esporre i fattori interni ed esterni che hanno determinato la sua carriera. Non solo quindi la grande genialità della persona e le sue inclinazioni esoteriche ma anche il grande gioco di potere e lo scontro geopolitico internazionale tra Est e Ovest che è iniziato proprio a partire dall’anno 1956.
Devo dire che questa mia opera ha suscitato grande interesse presso i media nazionali italiani a partire dalla trasmissione Voyager della RAI per arrivare a Mistero di Mediaset, passando per Rebus di Odeontv.

L’Idea Magazine: Ha continuato a parlare dei Templari in un articolo apparso sul quotidiano italiano a Londra, Libero Reporter, in quattro parti dal titolo “La nobile Mission di un’Europa di Pace, nel nome di Saturno”. Potrebbe gentilmente riassumerlo per i nostri lettori?
Michele Allegri:  L’articolo è molto esteso e dettagliato, l’idea centrale si può riassumere così: esiste un’antica nobiltà della Linguadoca che, per secoli, ha perseguito una Missione politico-esoterica ispirata al mito arcadico dell’Età dell’Oro, il regno di Saturno. La missione consisteva nel creare un’Oasi di Pace in Europa, superando l’odiata diarchia di trono e altare. Le prove di questa missione si ritrovano disseminate lungo tutta la storia d’Europa a partire dalla fondazione della monarchia merovingia passando a quella dei Templari fino al Secondo Dopoguerra, e si riscontrano in tutti i principali accadimenti socio-politici e religiosi che questo articolo ha toccato. Un certo pragmatismo illuminista vuole che la storia si legga solo attraverso la domanda latina Cui prodest? (A chi giova?), domanda che presuppone che alla base degli avvenimenti storici ci siano sempre e solo fattori concreti, come interessi economici e l’estensione del potere politico di una persona, di un gruppo o di una nazione.Troppo spesso gli storici rifiutano di dare il giusto peso a un terzo fattore, che pure si è dimostrato un potente motivatore dell’agire umano anche politico: l’esoterismo. Nella fattispecie, questo articolo espone come alcune antiche famiglie nobili abbiano ostinatamente portato avanti nei secoli una missione politica fondata su credenze magico-esoteriche, profondendo in essa ingenti risorse, esponendosi a rischi personali enormi e subendo pesanti sconfitte politiche e militari che non hanno tuttavia mai posto fine all’intento originario di ripristinare un ordine di pace e giustizia in cui gli uomini tornassero a vivere, come descrive Esiodo in Le opere e i giorni, “senza dolori, senza fatiche, senza pene”, sotto la guida di un re buono. Protagonista di questa missione è una parte della nobiltà più antica d’Europa, cui appartenevano alcune famiglie della Linguadoca (Francia meridionale, in prossimità dei monti Pirenei), dedite a pratiche occultiste, che si distinguevano per una specifica caratteristica: la discendenza da un antenato mitologico semidivino o mostruoso.

L’Idea Magazine: Il suo romanzo “Enigma Esoterico” che è stato paragonato ai libri di Dan Brown, tratta sempre questo tema?
Michele Allegri: È un thriller poliziesco che si sviluppa su due livelli, uno storico-esoterico e uno psicologico. C’è un ispettore in pensione che vuole risolvere un vecchio caso insoluto, l’omicidio rituale di un parroco e la scomparsa di un dipinto.
La trama si dipana tra viaggi in zone dell’Europa cariche di significato magico e incontri con personaggi loschi inviati da organizzazioni esoteriche e politiche che non vogliono che l’ispettore scopra la verità.
Il finale è inaspettato, non posso dirvi altro se non che i lettori sono finora rimasti a bocca aperta! E anche che è un e-book scaricabile da Amazon che si può leggere in pochi giorni.

L’Idea Magazine: Ha intenzione di proseguire a parlare dei Templari con altri libri o pensa che sia stato detto abbastanza su di loro?
Michele Allegri:  La ricerca non ha mai limiti ed è sempre un work in progress. Credo però di aver dato un contributo significativo a scoprire o far riemergere alcune conoscenze dimenticate su quel pezzo di Storia che, negli ultimi tempi, complice un diffuso e grossolano depistaggio di alcuni storici, aveva imboccato la pericolosa strada del revisionismo.
Non bisogna mai dimenticare che la ricerca e la divulgazione devono essere libere da vincoli e da pregiudizi. Devono servire a far luce sui fatti, fare un servizio alla verità e al pubblico, che è poi il destinatario ultimo delle informazioni che vengono esposte in un libro o in un articolo di giornale.
Molto spesso, per ragioni di carriera, per opportunismo politico o religioso o semplicemente per ottusità, molti storici o giornalisti italiani scelgono la via più facile, quella della non ricerca e della non scientificità.
In America, invece, questo non avviene, perché la mentalità è molto più aperta al confronto e allo scambio di idee e di informazioni.
Dopo la prima pubblicazione, per parlare direttamente con il pubblico ho aperto blog tematici, inoltre, lascio sempre alla fine dei libri una e-mail dove i lettori possono esprimere la loro opinione o farmi domande.
La lascio anche per il pubblico del vostro giornale: Opere.asu@gmail.com

L’Idea Magazine: Dalle società avvolte nel mistero all’alimentazione, i Suoi libri ritengono una chiara validità tematica e mi congratulo con Lei per essere riuscito a scrivere a livello professionale in due campi così diversi. Potrebbe parlare un poco del suo libro “Io sono ciò che mangio”?
Michele Allegri: “Io sono ciò che mangio” è un manuale di autodifesa del consumatore. In esso ho voluto toccare alcuni temi significativi. La riscoperta della sana cucina tradizionale mediterranea ed italiana prima di tutto, lontana dalle sofisticazioni dell’industria alimentare.
Ho analizzato il tipo di alimentazione che l’uomo aveva fin dalle sue origini, basata su verdure e frutta, poche proteine animali e assenza totale di zuccheri raffinati e loro derivati.
Proprio l’introduzione massiccia di zuccheri nella nostra moderna alimentazione ha portato gravi squilibri e malattie, come il diabete ma non solo. Penso all’aumento esponenziale dell’obesità nel mondo.
Ho quindi esposto al pubblico un metodo che ho sperimentato su me stesso e che io chiamo Kronoalimentazione (tempo/Alimentazione).
Si devono mangiare alcuni cibi in determinati orari. Infatti, una certa pietanza assunta di sera fa ingrassare e la stessa, al mattino, fa dimagrire. I veri responsabili di questa variazione sono gli ormoni e conoscerne la produzione durante la giornata ci aiuta a mangiare in modo corretto. Non si tratta di una dieta medicale ma di acquisire le conoscenze elementari che servono ad ognuno di noi per mangiare sano e mantenersi in forma.

L’Idea Magazine: Il seguente libro sull’alimentazione scritto da Lei, “Mangiare senza ingrassare”, tratta la questione dell’indice glicemico nei cibi. Vorrebbe approfondire un poco sul contenuto del libro?
Michele Allegri:  “Mangiare senza ingrassare” è il mio secondo libro sull’alimentazione sana. È un e-book scaricabile da Amazon. Approfondendo la pratica della Kronoalimentazione, che continuo a seguire ogni giorno, noto che questo modo di alimentarmi non mi fa ingrassare nonostante le quantità di cibo assunte siano notevoli. Infatti, supero il concetto di caloria e abbraccio quello di Indice Glicemico, già scoperto da noti medici e poco divulgato.

In base a tabelle predefinite da questi medici, gli alimenti sono classificati in base a un indice glicemico alto, medio o basso, possono quindi far ingrassare o dimagrire, a seconda della risposta dei due ormoni antagonisti, l’insulina e il glucagone.
Si possono quindi comporre pietanze particolari bilanciate, anche abbondanti, rispettando alcune regole fondamentali. Il sale e lo zucchero fanno ingrassare, i carboidrati vanno assunti alla mattina, le proteine vegetali o animali a pranzo o a cena. Occorre sempre fare passeggiate serali e non andare a letto troppo tardi di sera.
Poi c’è un poker di alimenti che, se aggiunti ai cibi, possono diminuire il carico glicemico di un pasto. Per esempio la frutta secca abbatte colesterolo cattivo e trigliceridi nel sangue, anche se non deve essere consumata quotidianamente.
Poi c’è l’immancabile olio extra-vergine di oliva, che io consiglio sempre di usare in abbondanza e a crudo.

L’Idea Magazine: Quali sono i Suoi altri interessi?
Michele Allegri: Sono appassionato di cinema e di arti marziali. Seguo il dibattito politico nazionale ed internazionale. Mi piacerebbe impegnarmi in prima persona per migliorare la società nella quale vivo. Il tempo libero amo trascorrerlo con mia moglie, visitando musei e mostre di pittura o semplicemente passando qualche giornata sui bellissimi laghi lombardi.

L’Idea Magazine: Pensa di venire a New York a parlare dei suoi libri quando questo tremendo virus ci lascerà?
Michele Allegri: Sono venuto due volte nella Grande Mela e in altre bellissime città americane più di trent’anni fa. Conservo ancora bellissimi ricordi e sono curioso di vedere cosa mi riserva il futuro.

L’Idea Magazine: Se Lei potesse parlare con un qualsiasi personaggio storico, di qualsiasi epoca, chi sarebbe e che cosa gli chiederebbe?
Michele Allegri: Il mago Houdini. Gli chiederei di svelarmi alcuni dei suoi prestigi che mi paiono ancora reali e non mere illusioni.

Harry Houdini

L’Idea Magazine: Qual è il Suo desiderio più forte al momento?
Michele Allegri: Che l’Umanità intera si lasci al più presto alle spalle quest’emergenza sanitaria che ha provocato morti e ha cambiato i nostri stili di vita.

L’Idea Magazine: Ha altri progetti in cantiere dei quali ci vuole informare?
Michele Allegri: Sto avviando in questi giorni una collaborazione con una piccola casa cinematografica italiana. Pochi mezzi, poche risorse finanziarie ma molte idee e molto cuore.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Michele Allegri: Un caloroso saluto alla comunità italo-americana che ha reso ancora più grande gli USA. Ci divide l’Oceano ma ci unisce l’Amore per la nostra Italia e per le sue tradizioni. Nonostante le sue cadute e le sue contraddizioni, credo che l’Italia avrà ancora un ruolo in avvenire, soprattutto per ciò che ci contraddistingue nel mondo: l’amore per la cultura e l’eleganza, la creatività, l’operosità e, perché no? il buon cibo. Un saluto a tutti voi. A presto!

Per maggiori informazioni sull’autore e le sue opere, puoi visitare i suoi blog:

http://inuovitemplari.blogspot.com

http://templari.blogspot.com/

http://kronoalimentazione.blogspot.com/

http://elviseilpriorato.blogspot.com/

Danilo Ottaviani, Una Stella Italiana Al Lambs Theatre Club

 

Danilo Ottaviani, una stella italiana al Lambs Theatre Club

Articolo di Tiziano Thomas Dosssena

Il Lambs Club di New York City è un club privato per attori ed artisti provenienti da tutto il mondo. Fu fondato nel 1874 sul modello di un club londinese che ebbe successo negli anni 1869-1879, dedicato a Charles e Mary Lamb, scrittore e filantropo che aiutò innumerevoli volte la comunità artistica inglese.

Da non confondersi co0n il ristorante Lambs Club, questa associazione si chiama in realtà The Lambs, ma ovviamente acquista la dicitura Club o Theatre Club automaticamente nelle conversazioni e negli articoli che parlano delle sue attività.

Lo scopo del Lambs è di offrire un luogo nbel quale scrittori, attori, direttori teatrali e altri professionisti del mondo dell’arte possono riunirsi e discutere delle proprie attività, fare amicizia e possibilmente sviluppare piani in comune per spettacoli.

In seno a questo club nacquero The Actors’ Fund of AmericaASCAPActors’ Equity,  Screen Actors Guild SAG-AFTRA,.importanti associazioni sindacali e di protezione del diritto d’autore per artisti ed attori. Soci del Lambs furono stelle dello spettacolo quali  Fred Astaire, Irving Berlin, George M. Cohan, W.C. Fields, Ken Howard, Will Rogers, John Philip Sousa, Spencer Tracy, John Wayne e molti altri artisti di successo.

Il Club nel corso degli anni è stato ufficialmente riconosciuto dall’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, dal Governatore Andrew Cuomo, dalla senatrice Kirsten Gillibrand e persino da Papa Giovanni Paolo II.

Ancor oggi, il Lambs continua a rimanere l’epicentro a New York per le attività di artisti provenienti da ogni dove.

Danilo Ottaviani al Lambs Theatre Club di New York

Nel 2016 l’attore italiano Danilo Ottaviani, che intervistai nel 2017 per L’Idea Magazine, incominciò la sua collaborazione con questo club, pur non essendo socio. I primi progetti nacquero grazie al vicepresidente, Peter Kingsley anche lui attore di teatro a Broadway e off Broadway, con cui decise di mettere in scena gli atti unici di Chekhov. A loro successivamente si unì Annette Berning, con la quale completarono il cast e iniziarono le prove della Proposta di Matrimonio, uno spettacolo che ebbe un riscontro davvero sorprendente e che permise loro di essere addirittura invitati al festival internazionale di teatro dedicato a Chekhov, tenutosi a Melikhovo, che era la sua proprietá di campagna in Russia.

Grazie al successo della Proposta di Matrimonio, Danilo fu  invitato da Kingsley a diventare ufficialmente membro del Lambs Club. Seguirono le prove de L’Orso, atto unico di Chekhov per eccellenza, con cui debuttarono nell’autunno del 2019.

Purtroppo, i progetti in programma per il 2020 sono stati rimandati a causa del Covid19. La comunità artistica di NYC è stata severamente colpita e ci vorrá un grosso sforzo unanime per poter riniziare. I teatri sono stati i primi a chiudere e saranno gli ultimi a riaprire.

Nel frattempo, a Danilo e Kinsley è stata commissionata la messa in scena di Barrymore, un atto unico che parla della vita e morte dell’attore John Barrymore, che li vedrá me come protagonisti. Lo spettacolo è interamente prodotto dal Barrymore Film Center e andrà in scena nella primavera del 2021 in occasione dell’inaugurazione del nuovo centro in New Jersey.

Congratulazioni a Danilo Ottaviani, dunque, che prova quello che dissi nel 2017 su di lui, cioè che è nata una stella italiana a New York.

“Aleramici In Sicilia”. Intervista Esclusiva Con Fabrizio Di Salvo.

 

“Aleramici in Sicilia”. Intervista esclusiva con Fabrizio Di Salvo.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Dopo l’articolo sul DNA che non mente abbiamo avuto l’opportunita` di fare alcune domande al Prof. Fabrizio Di Salvo, promotore di questa ricerca…

L’Idea Magazine: Qual è la Sua formazione professionale?
Fabrizio Di Salvo: Da oltre 22 anni mi occupo di progetti in campo energetico, a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, coltivo da sempre lo studio e la passione per la storia da libero ricercatore. Per lavoro ho girato quasi tutto il mondo, a conferma di un interesse per i popoli e le loro migrazioni che, come se fosse un destino già segnato, mi porta ad essere sempre a contatto con popolazioni diverse. I viaggi mi hanno contraddistinto sempre, anche in giovane età, e sono sempre stati mossi dalla passione per i popoli e le etnie.

Isola di Pasqua – Luglio 2014, Fabrizio Di Salvo e la Gobernadora Provincial Marta Hotus Tuki

Una passione nata dalla mia personale ricerca delle origini che mi ha spinto nel 2008 a giungere negli Stati Uniti per scoprire i luoghi dove era emigrato mio nonno a Rochester. Un viaggio di ricerca al quale è stato dedicato un servizio dall’emittente RAI International che ha voluto raccontare questo viaggio della memoria, come emblema di una migrazione, quella degli Italiani partiti per gli Stati Uniti ai primi del Novecento.

New York – Giugno 2008, Francesco, Vincenzo e Fabrizio Di Salvo

Mio nonno emigrò nel 1912, passando come molti altri da Ellis Island, dopo giorni di nave. Un viaggio della memoria che ho voluto ripetere a mia volta, che mi ha permesso di trovare la tomba del fratello di mio nonno Anthony Di Salvo e scoprire di avere ancora parenti negli USA. Volevo rivivere quella migrazione che, seppur recente, mi rimandava alle grandi migrazioni.

Rochester (New York) – anni 30, Anthony Di Salvo con la sua famiglia

Potrei davvero dirvi che la mia è una vita di migrazioni: figlio di emigranti al nord Italia, dalla Sicilia al Piemonte. Mio nonno dall’Italia, la Sicilia, agli USA… E poi le origini stesse della Sicilia con gli Aleramici che, dal Piemonte, andarono al sud soprattutto in Sicilia compiendo il viaggio inverso dei miei genitori ma unendo, in modo affascinante e singolare, il mio viaggio personale: nato al nord da emigranti del sud, partiti da quelle terre–siciliane–che mille anni prima videro le genti del nord, dove nascevo, andare al sud da dove arrivavano i miei genitori. Come avrei potuto non continuare questi viaggi e non cogliere l’occasione di una migrazione esemplare, ma insolita, come quella aleramica che dal nord si spostava al sud a differenza di quello al quale assistiamo da secoli e che vede il sud del mondo ambire al nord, come concetto oltre che come luogo geografico. Così, come molto spesso accade, dalla propria microstoria si può arrivare alla macrostoria, quella storia che può affascinare e aiutare a non dimenticare e, soprattutto, a scoprire le origini di se stessi.

Attualmente sono, inoltre, membro attivo di alcune associazioni culturali impegnate nello studio della storia italiana e europea, in particolare de “Il Circolo Culturale dei Marchesi del Monferrato” e del club UNESCO di Piazza Armerina. A seguito delle ricerche già dette, nel 2017 ho lanciato appunto questo progetto dal titolo “Aleramici in Sicilia” con un collaboratore e nel 2019 è nato “il progetto nel progetto” con la Prof.ssa Anna Placa di Piazza Armerina dal titolo, “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve”. Si tratta di un itinerario enogastromonico-turistico-artistico che unisce Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata al nord dal Monferrato (terra di origine degli Aleramici), Liguria, Oltrepò Pavese al Piacentino. E non solo, perché, durante le ricerche, abbiamo potuto comprendere quanto molte altre località dell’Europa, con le quali pareva non esserci collegamenti, in verità fossero connesse con normanni ed aleramici. Così mi sono spinto fino alla Normandia, alla Svevia alla Rus’ di Kiev a Costantinopoli/Bisanzio e Tessalonica, tutte terre unite dalla storia e che, oggi, potranno diventare anche un’occasione turistica alla scoperta delle proprie origini.

Ho scelto di ricostruire questa storia di un’immigrazione italiana che intreccia popoli apparentemente lontani e che ora coinvolge l’Europa, come già fece con Normanni, Svevi, bizantini e genovesi. Un progetto che parte dal Monferrato per ricomporre un determinato periodo storico del medioevo che va dal 900 al 1300 circa sulle vicende degli aleramici a partire dal leggendario capostipite Aleramo, un personaggio racchiuso tra mito e realtà, partito dal Monferrato, oggi una parte di territorio racchiuso nella regione del Piemonte. Monferrato dove sorge questa dinastia, una zona molto vicina a Vercelli dove sono nato anche se di origini siciliane. Monferrato che si lega alla Sicilia e da qui l’idea di andare a trovare tutte le terre influenzate dagli aleramici. Inizialmente con alcuni viaggi preliminari di ricerca in Sicilia, per cercare di ricomporre questo grande puzzle, che ci hanno permesso di incontrare molti appassionati. Un seguito di esperti che ha permesso di instaurato anche collaborazioni oltreoceano, come quella con la professoressa Joanna Drell dell’Università di Richmond. Una ricerca che, nonostante ormai abbia già dato molti risultati, sarà ancora ricca di sorprese. 

L’Idea Magazine: Come iniziò il Suo interesse nello studio del DNA ed in particolare il genoma di noi italiani?
Fabrizio Di Salvo: lo studio del DNA mi ha sempre incuriosito, poter risalire alle proprie origini in modo scientifico era per me una prova che volevo avere. È stata una conseguenza del mio interesse per lo studio delle migrazioni che ha trovato nella storia di Adelasia del Vasto, partita dal Monferrato, l’origine. Una curiosità che mi ha spinto in passato anche a compiere l’esame del mio DNA per vedere quali fossero le etnie che lo componevano. Uno studio che poi mi ha permesso di vedere come noi italiani, emigranti da millenni, eravamo un cocktail di biodiveristà. Una serie di sincronicità che mi hanno poi portato ad incontrare il Professor davide Pettener, ospite ad un convegno organizzato a Palermo nell’ambito del progetto “Aleramici in Sicilia”, offrendomi l’occasione di andare ancora più a fondo. Una passione che ho da sempre e quando finirà l’emergenza sanitaria la collaborazione con Davide Pettner per mettere a confronto i campionamenti di DNA del sud con quelli del nord.


L’Idea Magazine: Gli studiosi Prof. Davide Pettener e Prof.ssa Stefania Sarno asseriscono che il DNA non mente e abbatte i luioghi comuni. In particolare si riferiscono all migrazione dei Normanni, degli Aleramici  e dei Genovesi verso la Sicilia tra il nono ed il quattordicesimo secolo. Potrebbe spiegare chi sono gli Aleramici ai nostri lettori e perché vi furono queste varie migrazioni?
Fabrizio Di Salvo: Gli Aleramici appartenevano ad un’importante famiglia, di origine franca o franco-salica, che si stabilì nel Piemonte meridionale e nella Liguria occidentale dando origine alle dinastie dei marchesi di Monferrato, del Vasto, del Carretto, Lancia, Incisa ed altre di minore prestigio. Il fondatore del ramo italiano degli Aleramici è Guglielmo che giunge in Italia, dalla Francia, probabilmente al seguito di Guido II di Spoleto nell’888 ed è presente alla corte di Rodolfo II di Borgogna re d’Italia. Ma è con Aleramo che troviamo il vero capostipite. Un uomo che unisce mito e realtà. Infatti, la leggenda vuole che di Aleramo si innamori della figlia dell’imperatore Ottone I. i due fuggono per consumare il loro amore e quando Ottone li ritrova, li perdona. Inoltre, a seguito di una grande prova di coraggio di Aleramo, Ottone dice al giovane che avrebbe ottenuto come ricompensa una zona, tra Liguria e Piemonte, grande quanto il territorio che sarebbe stato in grado di ricoprire in tre giorni e tre notti di cavalcata. Questa è la nascita mitica della Marca aleramica della quale, però, abbiamo la prima testimonianza storica, in base ai dati in nostro possesso, con il diploma del ventun marzo 967 in cui Ottone I assegna ad Aleramo “tutte le terre dal fiume Tanaro al fiume Orba e fino alle rive del mare”, territorio che assumerà il nome di marca Aleramica. Gli aleramici daranno vita, appunto, a vari rami e uno di questi è quello dei Del Vasto. Ora arriva la parte che si collega alla storia che ci interessa direttamente. Andiamo avanti di un secolo, Ruggero d’Altavilla, dopo essersi insediato come re, prende in sposa Adelaide del Vasto, nel 1087, e parte la politica di ripopolamento della zona che coinvolse il nord Italia Aleramico.
Intanto osserviamo il collegamento che si crea tra Aleramici e Normanni. Due zone, il Monferrato aleramico e la Normandia normanna, che consolideranno la loro fusione, e unione, lontano dalla due terre di origine. Infatti, sarà la Sicilia che legherà strettamente le due casate tramite il noto matrimonio tra Adelaide del Vasto, Aleramica, e Ruggero d’Altavilla, Normanno.

L’Idea Magazine: Nello studio di Pettier e Sarno si fa riferimento alla differenza tra il cromosoma X e quello Y nell’esaminare il movimento migratorio in Italia. Potrebbe approfondire l’argomento per i nostri lettori?
Fabrizio Di Salvo: Non sono un biologo, ma in base a quanto mi hanno spiegato gli esperti, in pratica, nella donna sono presenti due cromosomi XX mentre nell’uomo uno Y e uno X. Lo studio dell’Università di Bologna vuole focalizzarsi su quello X femminile perché per le donne, nel medioevo, era più facile viaggiare lontano dalla terra di origine perché, come ben sapete, era consuetudine organizzare matrimoni di convenienza per unire le casate e i loro possedimenti che potevano ereditare. Infatti, anche la storia di Adelasia del Vasto, della quale abbiamo parlato prima, è connessa a un matrimonio combinato che conferma questa tendenza. Lo studio parte da qui, perché per monitorare il movimento migratorio era necessario osservare con maggior attenzione l’X femminile rispetto quello Y maschile.

L’Idea Magazine: Il progetto Aleramici in Sicilia, promosso da Lei, continuerà ad esaminare alcune zone della Sicilia in particolare. Che cosa si prefigge di fare?
Fabrizio Di Salvo: Sì, l’obiettivo, dopo aver già visitato oltre settanta località aleramiche in Sicilia, è quello di ritornare in collaborazione con il dipartimento di antropologia culturale dell’università di Bologna e con Pettener in prima fila, per eseguire i test sul DNA di venti abitanti di Piazza Armerina e San Fratello per provare scientificamente la fusione suddetta tra le genti del nord, i cosiddetti “lombardi”, le genti delle attuali regioni di Liguria, Piemonte, Lombardia e parte dell’Emilia Romagna (da dove arrivavano gli aleramici), e gli abitanti della Sicilia nell’XI, prima, e poi ancora nel XII e XIII secolo. Una proposta colta con entusiasmo anche dalle autorità locali siciliane.

L’Idea Magazine: Ci fu anche un documentario al proposito?
Fabrizio Di Salvo: Assolutamente sì. L’idea del documentario nasce ormai quasi tre anni fa. Si tratta di docufilm al quale sto lavorando con immenso impegno, un evento storico-culturale in cui si parlerà di questa emigrazione italiana e non solo. Il progetto ha raggiunto un respiro anche Europeo, perché oltre ad avere girato riprese in numerose località della Sicilia e del Piemonte, siamo stati a girare anche in Francia, Germania, Turchia e Ucraina. Oltre al fatto che sarà arricchito da più di trenta interviste di esperti italiani e internazionali, un team scientifico di spessore mondiale. Oltre a questo, per cercare di restituire l’atmosfera degli anni a cavallo tra i due millenni, abbiamo lavorato alacremente anche per immagini in costume sia in Sicilia che in Piemonte nel Monferrato. Un lavoro molto interessante, ampio e dispendioso, ancora in lavorazione che speriamo di completare per la primissima primavera. In proposito, proprio in questi giorni stiamo girando le riprese in costume nella zona del Monferrato, nel castello di Pomaro Monferrato. Per l’occasione potremo usufruire del contributo di Samantha Panza dell’antica sartoria “Principessa Valentina” di Asti, nome dato in onore della principessa Valentina Visconti, figlia del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che pare aver soggiornato proprio nel palazzo sede della sartoria. Un centro di studi e ricerche che dal 1994 è diventato anche laboratorio sartoriale per mano di Samanta Panza, che restituirà il fascino di epoche storiche grazie all’abbigliamento in costume. Una vera eccellenza che vede collaborazioni con emittenti televisive nazionali quali RAI, Mediaset, LA7 e Sky ma anche internazionali come BBC e CNN. Si avvalgono, inoltre, dei loro capi anche numerose compagnie teatrali ed eventi quali il palio di Asti e del principato di Monaco, oltre ad essere fornitrice della Federazione Italiana dei Giochi Storici.

Asti – Settembre 2020 – Walter Siccardi, Samantha Panza e Fabrizio Di Salvo

Un ulteriore contributo renderà ancora più prestigiose le riprese. Infatti, nelle vesti di Aleramo stesso, il capostipite, avremo il notissimo stunt men italiano Walter Siccardi. Un professionista del mondo del cinema presente in pellicole in costume di respiro internazionale quali I Cavalieri che fecero l’impresaKing ArturRomeLa freccia neraIl bene e il maleNew Moon e il recente Robin Hood di Ridley Scott. Uno sword master, stunt performer e combat stunt che premierà, con la sua presenza, lo sforzo di tutto il lavoro fino ad ora compiuto e renderà ancora più professionali le riprese di questo documentario.

L’Idea Magazine:Mi sembra che il Suo sia anche un interesse di origine emotiva, cioè che Le pare giusto provare che siamo alla fine dei conti tutti “imparentati”…
Fabrizio Di Salvo: Il mio intento è provare, anche scientificamente, una sensazione, quasi una voce che mi sussurra da anni: “siamo tutti uguali”. Gli studi storici e antropologici dimostrano che tutti deriviamo dal medesimo progenitore e che poi ci siamo spostati dall’Africa raggiungendo tutto il mondo ma, come dicono gli antropologici, siamo tutti di una stessa razza, “Quella Umana”. Per esperienza, avendo visitato tutti i continenti, seppur con qualche differenza, posso confermare che le caratteristiche umane sono le stesse ovunque. Per questo, raccontare prima la mia storia di figlio di immigrati dal sud al nord dell’Italia, poi quella di mio nonno, dall’Italia agli Stati Uniti e poi quella di lontani progenitori come gli aleramici dal nord dell’Italia al sud, la direzione opposta dei miei genitori, è stato proprio confermare questo “imparentamento” globale.

Luanda (Angola) – Marzo 2015 – Fabrizio Di Salvo e il Missionario Padre Renzo Adorni con alcuni studenti del Bom Pastor, Kikolo.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Fabrizio Di Salvo: Il mio vorrebbe essere anzitutto un messaggio di speranza e fratellanza. In ogni epoca l’uomo ha dovuto confrontarsi con i pregiudizi e interrogarsi sulla capacità di accoglienza. Oggi ci troviamo in un momento storico in cui ancora una volta in tutto il mondo si devono fare i conti con questo aspetto e non voglio sollevare polemiche in merito, anzi. La mia speranza è solo quella di offrire uno stimolo di riflessione che porti ad interrogarsi sulla vera natura della matrice comune che unisce tutti gli uomini e le donne del mondo, in qualsiasi luogo vivano, sapendo che le proprie radici, risalendo nel tempo e nelle epoche storiche, possono anche essere innestate in un luogo molto lontano quasi impensabile.