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NUVOLE PER COLAZIONE, Un Libro Che Stimola La Fantasia Dei Bimbi…

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NUVOLE PER COLAZIONE, scritto da Laura Eisen ed illustrato da Kent Cissna.

nuvole1Con un linguaggio simpatico e mirato ai più giovani, Laura Eisen presnta una storia semplice e allo stesso tempo accattivante, che certamente sarà apprezzata sia dai bimbi sia dai loro genitori. Il concetto iniziale è di avere l’opportunità di mangiare nuvole a colazione. In realtà, avere nuvole a colazione rispecchia la fantasia umana al più essenziale. Chi di noi, difatti, non ha osservato le nuvole e immaginato di riconoscere personaggi delle favole oppure oggetti di tutti i giorni? Chi di noi non si è perso mai in queste fantasticherie? Elaborando su questa nozione, l’autrice ci presenta una vista poetica ed invitante di una giornata nella vita di un bimbo.

nuvole2Leggendo la storia ad un bambino, lui (o lei) si immedesimeranno immediatamente con la storia, come se fosse stata scritta esclusivamente per loro. I magnifici disegni, delicati e immaginativi, di Kent Cissna non solo aiutano, ma rinforzano l’idea della scrittrice, rendendo questo libro sia piacevole sia uile a chi voglia usarlo per stimolare la fantasia dei propri figli.

Altra opportunità importante è di avere il libro in lingua inglese (Clouds for Breakfast) e di permettere ai bimbi di leggere il libro nella lingua straniera dopo averlo letto nella lingua madre.

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“Soltanto Il Cielo Non Ha Confini”. Un Altro Magnifico Romanzo Di Guido Mattioni.

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soltantotitleCon mia grande sorpresa, il secondo romanzo di Guido Mattioni, Soltanto il cielo non ha confini, si stacca completamente da quello del suo esordio,Ascoltavo le maree, da me precedentemente letto e recensito in lingua inglese. Mentre il primo riteneva anche in traduzione un’impronta italiana nell’impostazione sia stilistica sia intimistica, questo suo ultimo lavoro si presenta come se fosse stato scritto in inglese e poi tradotto. Mi spiego: il ritmo del libro, lo stile ed anche la scelta del linguaggio sono più americani che italiani; si può asserire che lo scrittore ha assorbito il gergo e lo stile americano dei thriller a tal punto che il suo libro, che tratta una storia prettamente americana, ha il sapore dell’America in ogni suo rigo, proprio come se fosse stato scritto qui negli USA.

Non che Mattioni non si riconosca in questo romanzo nella sua solita scelta di vocaboli e di osservazioni ben mirate sui propri personaggi, ma qui troviamo uno stile serrato, quasi da copione per un film giallo, che soddisferà qualsiasi lettore che ama questo genere; ci sono, inoltre, anche osservazioni legate all’emigrazione, alle difficoltà legate alla vita in certi paesini del Messico, alla criminalità che diventa automaticamente una scelta per chi deve affrontare un mondo nuovo che molto spesso gli manca di rispetto e lo vuole tenere in basso, a volte sempre più in basso. L’attenta analisi della vita della frontera messicana, con i sacrifici dei molti, ignorati, e la violenza dei pochi, identificata erroneamente da molti americani come una caratteristica della massa di immigrati di lingua spagnola, dona a questo libro un valore aggiunto da non ignorare; le osservazioni dell’autore sono, difatti, spesso basate su ciò che lui stesso ha potuto vedere con i propri occhi nei molti anni passati negli USA come giornalista.

Dal Prologo del libro citiamo un passaggio che offre le premesse dietro a questa storia di umanità infranta e riconquistata:

” Gli adulti e gli anziani sapevano bene che la loro terra non li avrebbe arricchiti e non sarebbe stata in grado di distribuire dividendi o utili, ma erano altrettanto certi che non avrebbe licenziato nessuno; come del resto nessuno, a memoria d’uomo, era mai stato costretto, da quella stessa terra, ad andarsene.

Erano soltanto giovani, orfani di rassicuranti memorie, a lasciare Surco-en-el-suelo inseguendo i propri miraggi. Lo facevano da anni, abbagliati dalle lusinge di quel mondo tanto diverso dal loro e che luccicava sull’altra sponda del Río Grande. Là, oltre la frontera; oltre quell’odiosa riga tracciata dall’uomo in terra, ma priva di qualsiasi corrispettivo in cielo”.

soltanto2 Come si può notare, l’autore ritiene una invidiabile liricità nel proprio linguaggio nonostante che la storia porti a situazioni da Western, con personaggi che meritano di appartenere alla tradizione letteraria americana. L’effetto finale è un libro di rapida lettura, con passaggi entusiasmanti e una storia che certamente non è né scontata né facilmente prevedibile nel suo finale a sorpresa.

LA PELLE DEL LUPO.

la pelle del lupo“LA PELLE DEL LUPO” di Giulia Poli Disanto

Pubblicato su L’Idea N.25, VOL. II, 2002,  NY

   Il viaggio continua per la brava poetessa Giulia Poli Disanto, vincitrice del prestigioso Premio Giornalistico L’IDEA NEL MONDO 2002, con un libro di poesie che è in realtà un’analisi del deterioramento dei valori spirituali della società odierna.

     Le immagini scorrono vivide ed intense, come se avessero vita propria, donando alle liriche una compattezza stilistica che è solo minacciata nella loro integrità dalla possibile erronea interpretazione del lettore, la cui fantasia in questo caso è comprensibilmente stimolata.

     Non è che la poetessa abbia scelto il discutibile percorso di tanti poeti o pseudo-poeti che ricercano parole nel dizionario o nel rimario e le scelgono proprio sulla base della loro difficoltà d’intendimento o sulla loro eccezionalità. Il modo di esprimersi di Giulia Poli Disanto è terso, esplicito e certamente non sofisticato. Il significato d’ogni verso è inequivocabile, ma l’insieme delle immagini è talora complesso e può dimostrarsi al lettore medio un po’ difficile da interpretare, quasi come certi dipinti contemporanei che riescono chiari solo dopo la spiegazione dell’artista o le disquisizioni di un critico.

     Se la poetessa ha mirato ad un pubblico competente, il libro è ottimo e merita successo ed approvazione da parte dei critici. Qualora lei avesse indirizzato questa sua ultima opera ad un vasto pubblico, con tutte le sue possibili limitazioni linguistiche, forse ha alzato troppo il tiro. In questo caso il volume che, data la validità dell’opera, sono sicuro sarà ristampato in una seconda edizione in un prossimo futuro, sarà innegabilmente più appetibile per questa fascia di mercato con delle note dell’autore o delle citazioni esplicative. Un’introduzione, che ritengo in questo caso necessaria,  potrebbe darle l’opportunità di introdurre tali chiarimenti, che permetterebbero di comprendere appieno il contenuto di queste magnifiche poesie, la cui espressione semantica associativa è forse un tantino troppo complessa per il lettore comune o non preparato.

    L’Utero di Dio è un eccellente libro di poesie, che conferma la validità lirica e stilistica di Giulia Poli Disanto, esponendo alla mercé del lettore l’animo delicato e sensibile della poetessa, nonché la sua profonda spiritualità e benevolenza di donna, caratteristiche che la distinguono dai molti e le fanno meritare un posto d’onore nell’ambito dei poeti contemporanei italiani.

WATKINS GLEN.

books2     “WATKINS GLEN”

di Philippe Defechereux.

Pubblicato su L’IDEA N.71,
Autunno 1998, NY

Il libro di Philippe Defechereux, WATKINS GLEN 1948-1952 The Definitive Illustrated History, è scritto interamente in inglese e tratta della nascita e dello sviluppo delle corse su strada negli USA. Il lettore si potrà chiedere a questo punto la ragione che ha spinto la nostra rivista, contro ogni apparente logica redazionale, a recensire tale volume. A proposito della lingua, il libro non è sfortunatamente ancora reperibile in italiano, anche se l’autore è al momento in trattative con un editore in tal senso; la validità dell’argomento trattato però prevarica questa e qualsiasi altra considerazione. La nascita della prima corsa su strada nel villaggio di Watkins Glen, difatti, implica e coinvolge l’apparizione di varie marche automobilistiche italiane negli USA ed il loro ripetuto successo, sia nelle corse che nel cuore del pubblico americano. Proprio qui nacquero le immagini elitarie della Ferrari e della Maserati. È in questo piccolo villaggio della parte settentrionale dello stato di New York che le FIAT e le Alfa Romeo si dimostrarono valide macchine da strada e le varie OSCA, Cisitalia, SIATA, Nardi, Italmeccanica e Giaur ebbero l’opportunità di lasciare tracce visibili della loro breve e meteorica presenza nel mondo delle corse ed automobilistico in genere. Nel lontano 1948 le corse su strada erano sconosciute all’americano comune, che associava il vocabolo ‘corsa’ con i classici circuiti ovali, nei quali sia l’industria che le varie associazioni automobilistiche statunitensi riconoscevano l’essenza di tale competizione. La geniale creazione di Cameron Argetsinger della prima corsa che ricalcasse lo stile europeo, sia nelle regole che nell’impostazione, fu chiaramente controcorrente. Egli affrontò infatti il rischio, divenuto poi realtà, di incorrere nelle ire dell’associazione Sport Cars Club of America, allora responsabile delle corse negli USA. Il suo fu dunque un atto di coraggio che permise di porre le basi per inserire anche gli USA nel circuito internazionale di Formula Uno. Non fu certamente un progetto semplice né ebbe pochi intoppi. Mentre all’inizio la SCCA lo appoggiò completamente, l’insistenza di Argetsinger nel cercare di modificare la corsa di Watkins Glen, prima del suo tipo negli USA, aprendo le porte ai piloti professionisti e rendendola una autentica corsa di “Grand Prix” incontrò la resistenza dei vecchi soci del SCCA. Essi infatti volevano mantenere la corsa su strada uno sport d’élite, accessibile solo a pochi, ricchi dilettanti. Inoltre, un incidente nella corsa del 1952, che fece molti feriti e costò la vita ad un bambino italoamericano portò temporaneamente lo scompiglio nel campo delle corse e quasi designò la fine di questo tipo di attività. Nel 1953 le autorità locali negarono agli organizzatori il permesso di utilizzare le strade di proprietà dello stato. Con questa decisione si voleva mettere i promotori di tale corse, con l’esclusione di Sebring, nata nel 1950 su un campo d’aviazione della Florida, nell’impossibilità di continuare. Quello che avvenne invece fu il classico miracolo, che oltretutto permise al sogno di Argetsinger di avverarsi: le varie cittadine nelle quali questa tradizione europea era stata accettata e resa parte integrante ed essenziale della loro vita si rimboccarono le maniche, autotassandosi e costruendo in breve tempo piste con la stessa funzione e difficoltà dei circuiti su strada. Si erano create di conseguenza tutte le premesse per rendere queste corse dei Gran Premi accettabili dall’associazione internazionale (Federazione Internazionale Automobilistica) ed inserirle ufficialmente nell’elenco dei loro circuiti. Queste corse su strada, delle quali Watkins Glen fu la prima, avevano inizialmente usurpato il titolo di Grand Prix, che era stato usato la prima volta nel 1906 dai francesi ed implicava , come si può desumere dal nome stesso, un munifico premio in denaro. Quando la F.I.A. si rese conto che la situazione non era controllabile ed ogni nuova corsa su strada, pur non avendo né i requisiti né le autorizzazioni necessarie, veniva denominata Grand Prix, corse al riparo. La F.I.A. definì queste corse di “Formula Uno”, depositandone, nel 1950 all’ufficio internazionale dei marchi, il nome e ritenendone conseguentemente il diritto d’uso. Solo nel 1961 Watkins Glen, che nel frattempo aveva ottenuto successo e riconoscimento da parte del pubblico e dei piloti professionisti internazionali, a totale discapito del rapporto con lo S.C.C.A., riuscì ad ottenere il titolo ufficiale di circuito di Formula Uno, diventando il terzo Gran Premio Automobilistico statunitense ufficiale per la F.I.A. Una storia esaltante, quindi, che grazie al limpido stile giornalistico di Defechereux prende vita in questo mirabile volume, che è inoltre d’una singolarità incredibile grazie alle sue 220 illustrazioni, 150 delle quali mai pubblicate finora, molte delle quali a colori. Se si tiene presente che in quegli anni i fotografi professionisti usavano il bianco e nero, queste fotografie, frutto di una ricerca che ha preso una svolta fortuita, sono una primizia da non perdere. Più di tutto ci ha impressionato la sostanziale influenza italiana su questi eventi. Non solo le grandi e piccole marche automobilistiche con i loro bolidi, ma anche i piloti ai quali i primi partecipanti di Watkins Glen facevano riferimento e dei quali avevano immensa stima, i nostri Nuvolari, Ascari, Villoresi, Chinetti, Bracco, Bonetto, Taruffi, Marzotto e tanti altri. Ma non erano esclusivamente i nostri campioni l’oggetto di considerazione dei neofiti nuovayorchesi. Nel cuore di questi novelli assi del volante c’era anche e soprattutto l’aspirazione di creare una corsa che potesse avere il prestigio di quelle italiane, come le conosciutissime Mille Miglia, Targa Florio, Coppa D’Oro delle Dolomiti, Giro di Sicilia o Circuito di Senigallia. Non si deve dimenticare inoltre quanto i nostri carrozzieri e disegnatori abbiano ispirato ed a volte dominato il campo delle auto da corsa in quegli anni. Nemmeno l’autore se ne dimentica e vi sono molti riferimenti ai nostri Figoni e Fallaschi, Vignale, Touring nonché l’italoamericano Farago che rendono questo libro ancor più interessante per un lettore italiano. Del resto le corse automobilistiche sono oggi lo sport più seguito da noi italiani, dopo il calcio, ed un volume che riesce a proporre un completo e stimolante scenario della nascita della Formula Uno negli USA ed allo stesso tempo ci offre una lunga serie di informazioni sulla provenienza delle varie marche italiane, sulle caratteristiche dei nostri piloti e sulla qualità dei nostri “designers” non può che ricevere il nostro entusiastico consenso.

LEGGENDA DI COLLESPADA.

“LEGGENDA DI COLLESPADA”

di Federico Tosti (1898-2001)

Nel prologo di una intervista eseguita a Federico Tosti quand’egli aveva la venerata età di 94 anni, Nicola Venanzi affermò: “Federico vive solo in quell’ambiente (si riferisce alla sua abitazione estiva di Collespada) ricco di ricordi, di immagini, di presenze lontane, di letture, di composizioni poetiche che non lo fanno esser solo. Nella sua meravigliosa fantasia sa crearsi un mondo ideale, come quello incantato di boschi e di fate che descrive nelle sue numerose poesie. E il suo cuore di fanciullo vibra di misteriose armonie”.

Debbo riconoscere che questo suo commento era più che azzeccato e che anch’io provai sensazioni della stessa natura quand’incontrai Federico nella sua famosa “Baita Rossa”, a Collespada, nel 1998.

È per questo che la recente partenza da questo mondo terreno di Federico Tosti, poeta, guida alpina (fu uno dei soci fondatori del CAI), amico e, tra le tante altre attività, anche nostro collaboratore, ci ha colpito ancor più.

Con la sua scomparsa si è conclusa un’epoca e non si può non esserne coinvolti.

Federico era per molti noi della redazione un “punto di riferimento” che ci sembrava non potesse mai mancare. Era un “uomo di alti valori morali” che viveva seguendo ideali poetici ed umani che ormai ben pochi hanno la sensibilità o il coraggio di abbracciare. Era la “speranza” tradotta in realtà che ci potesse essere gente di questo stampo e che non esisteva solo nei romanzi romantici. Era la “prova vivente” che il legame tra la natura e l’uomo può mantenerlo incontaminato anche nell’esistenza caotica di oggi. Era il “poeta” per antonomasia, con la sua esigenza di esprimere continuamente le sue emozioni in rima. Era uno di quegli uomini, come disse Venanzi, “in cui la vita interiore sembra imporsi decisamente su quella fisica, sottoposta alle leggi del tempo”.

Federico Tosti sarà sempre nel nostro cuore.

Nato a Roma il 22 ottobre 1898, noto poeta dialettale in romanesco (tra i suoi amici intimi annoverava Aldo Fabrizi), Tosti si sentì sempre “nell’anima e nei sentimenti” abruzzese.

Collespada, reso famoso dai suoi racconti, dov’era la casa dei nonni e dove visse gran parte della sua gioventù, oggi in provincia di Rieti, era difatti in territorio aquilano e venne trasferito al Lazio nel ventennio fascista.

“Questa prima esperienza, a contatto con una natura viva e talvolta persino selvaggia, segnò la personalità del giovane che, anche dopo il suo trasferimento nella capitale, continuò ad amare la montagna, i suoi paesaggi, la sua vita semplice e – allo stesso tempo—caratterizzata da quotidiani sacrifici. L’amore per la montagna, che il lettore ritroverà… costituisce una sorta di linea comune, o, per meglio dire, una tendenza che corre lungo tutta la vasta produzione del Tosti: racconti, prose liriche, novellette, poesie in lingua e dialetto; un amore, peraltro, che egli coltivò non soltanto in letteratura, come sogno, bensì pure nella vita concreta, facendosi guida alpina ed escursionista, sino a meritare la “Stella al Merito” della montagna per aver salvato alcune vite umane e per aver evitato una catastrofe. Ed è lo stesso amore, inoltre, che lo indusse negli anni a considerarsi semplicemente un “contadino”, malgrado i quarantadue anni trascorsi a Roma” (da “I Racconti di Collespada”).

Tra le sue molte opere, ricordiamo:

L’ometto e la montagna, poesie in dialetto romanesco;

Fiori arpini, poesie in dialetto romanesco;

La casa su la montagna, novelle, racconti, bozzetti, in lingua;

Maitardi, amico partigiano ucciso dai tedeschi (in memoria);

Versi vagabondi, poesie in lingua;

Li scalini der cèlo, poesie in dialetto romanesco;

I fiori del giardino, antologia di novelle, racconti e poesie;

Artari sotto le stelle, poesie in romanesco sulle montagne

L’ISOLA CHE C’E`.

books3“L’ISOLA CHE C’E`”

di Miriam Bendia.

Pubblicato su L’Idea N.15, VOL. II, 2002, NY

Edizioni Hoepli

“Questa non è una novella. E neppure un romanzo d’avventure. Quella che vi sto per raccontare è solo una favola che non significa nulla, narrata da un idiota pieno di vento e di furia.

Inizia con un uomo che attraversa il mondo e finisce con un’isola che se ne sta lì, quieta, al centro del suo mare. L’isola si chiama Tiomàn. L’uomo non si sa.”

Ecco la breve presentazione di L’isola che c’è da parte dell’autrice, la simpaticissima Miriam Bendìa, di Roma, che offre questa sua “favola” nelle Edizioni Pixel Jouvence.

Dobbiamo crederle? Certamente questo breve testo non ha le caratteristiche di un romanzo di avventure, ma forse la classificazione di novella sarebbe più che appropriata. Nel racconto non vi sono animali o cose inanimate che parlano o che agiscono con atteggiamento indipendente. Perché allora l’autrice sente la necessità di specificare che è solo una favola? Forse perché il protagonista abbraccia la possibilità che una leggenda locale sia verificabile, se non nei fatti perlomeno nel profondo del suo animo provato da una esperienza ineguagliabile?

È manifesta fin dalle prime righe l’intenzione di Bendìa di distillare un poco delle filosofie orientali per creare un’essenza che dia un carattere, un’intonazione al ritmo stilistico del libro, che acquista così una trascinante liricità.

L’isola che c’è è una sorpresa piacevole nel mondo d’oggi, dove molto spesso gli autori si preoccupano di scioccarci più che di fare appello ai nostri istinti naturalistici o ai nostri sentimenti. La paura di essere paragonato o di essere identificato come neoromantico frena molti scrittori che preferiscono rischiare meno e colpire il lettore con narrazioni intrise di contorsioni psicologiche e di equilibrismi linguistici che dovrebbero intimidirlo, ma che molto spesso lo stancano e nulla più. Bendìa scommette invece sulla sensibilità del lettore e ci offre uno stile elegante senza estreme fioriture lessicali che riesce a raggiungere il più intimo anfratto dell’animo senza scombussolarlo. Una discrezione che le permette di esporre tutti i dubbi esistenziali del protagonista, emozioni che certamente molti di noi del resto abbiamo conosciuto, e di fargli cercare un responso negli eventi che lo portano ad esplorare l’isola ed il più affascinante elemento di questa oasi lontana dalla civiltà, la Principessa Timida, senza prevaricare sul taglio suggestivo dell’avventura di questo innominato giovane occidentale.

Il risultato è una gradevole storia che non ha grosse pretese tematiche, ma che riesce a rispecchiare in pieno l’interesse e l’esperienza dell’autrice nel lontano oriente e nelle sue filosofie.

Come asserisce Miriam Bendìa nella sua dedica personale, questo è un libro che incanta chi lo sa ascoltare!

LA FIERA DEL LEVANTE.

“LA FIERA DEL LEVANTE”

 

In occasione del sessantesimo anniversario della Fiera del Levante è stato pubblicato a Bari un volume a titolo La Fiera del Levante Bari e la Puglia, edito da Giuseppe Stucci. Il libro si presenta come un ibrido tra un testimoniale ed un catalogo di referenza, in una piacevole edizione fuori misura. Nella prima sezione, intitolata Il Protagonismo degli Enti Fondatori,vari uomini politici spiegano la funzione della Fiera in relazione ai vari Enti che la fondarono ed alla regione circostante. Nella seconda parte, divisa anch’essa in due sezioni,La Storia dal primo ‘900 ai giorni nostri e I primi due Presidenti, si toccano gli eventi storici che caratterizzarono la nascita e lo sviluppo della Fiera del Levante nell’ambito del sistema fieristico nazionale. La terza parte, Bari e la Fiera fra storia e costume, copre gli aspetti storico-economici e di costume che definiscono la validità e potenzialità di espansione di questa riconosciuta manifestazione commerciale. Le fotografie, che illustrano le varie tappe della crescita della Fiera del Levante, della città di Bari e della regione, sono tutte d’epoca e in bianco e nero. Gli articoli sono di ottima qualità e tra essi spicca Se il barese non commercia muore, nel quale Lino Patruno rivisita la nascita della Fiera come una naturale estrusione del carattere barese (E dove poteva esserci la Fiera del Levante se non in una città che è tutta una grande fiera anch’essa?). Interessante anche il saggio di Raffaele Nigro, Viaggiando nel paese degli inventori. In esso l’autore definisce in modo inusuale la sua visione della Fiera: …è una festa della curiosità e della meraviglia, il viaggio di Alice nel mondo dei sogni… l’imbocco di un labirinto dove una società affamata di oggetti cerca il filo che la porti verso la felicità totale, il luogo dove lo spirito malato dell’uomo contemporanero crede di trovare l’appagamento, la pacificazione interiore, il linimento alle ferite esistenziali…una Disneyland casuale… Un ottimo volume, quindi, sia per il contenuto che per la presentazione grafica, che però a volte pare frutto degli anni sessanta a causa di un eccessivo ingrandimento di fotografie d’epoca che non riescono a ritenere nitidezza in tale dimensione. Unica discutibile scelta, chiaramente dettata da fattori economici, è stata quella di creare uno pseudo Osservatorio Economico, che è in realtà solo una sezione pubblicitaria. Che tale sezione, peraltro a colori e in alcuni casi anche interessante, sia mirata a coprire le indiscutibili, ingenti spese di stampa, lo si può anche capire, ma certamente non giustificare quando si osserva che il costo al pubblico del volume è di Lire 120.000 (circa 73 dollari al cambio odierno).