RACCONTI ALLEGRI E AMARI.

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“RACCONTI ALLEGRI E AMARI”

Nove novelle di Antonio Padovano
Pubblicato su L’IDEA N.61, 1996, NY

Antonio Padovano, conosciuto dai nostri lettori attraverso le sue opere teatrali, una delle quali presentata dal Gruppo Teatrale del Circolo Culturale di Mola e recensita dal sottoscritto in un non troppo lontano passato, ha pubblicato una ottima raccolta di novelle a titolo Racconti Allegri e Amari Presentato nella serie L’Accampamento dei Cigni dell’Editore Barbieri di Manduria (TA). Il simpatico volumetto di 95 pagine merita certamente l’attenzione del pubblico ed anche quella della nostra neonata rubrica.

Questa breve raccolta di nove novelle porta con se una scelta stilistica invidiabile nonché un esemplare costruzione sia dei personaggi esteriori che delle loro intime tribolazioni, ricalcando le orme di altri nostri grandi novellisti.

Il Contratto e Tra i Santi, primo ed ultimo dei racconti, sono pervasi di espressioni dialettali che riescono a richiamare appieno l’ambiente agricolo pugliese. E’ però un uso italianizzato di questo dialetto, come del resto viene spesso a trovarsi nelle conversazioni tra i commercianti, che tentano di impressionare ed intimidire, nascondendosi dietro alla lingua nazionale, i contadini. Il tentativo, da parte dei compratori di evitare al massimo il dialetto incapacitava molto spesso il contadino, relegandolo ad un apparente gradino sociale inferiore con la sua ignoranza, e permettendo al commerciante di abusare della propria vittima, ottenendo risultati insperati.

Molto interessante come Padovano usufruisca di questo linguaggio solo per validare le conversazioni con effetti immediati, senza cadere nella pedanteria del Gadda che usò ed abusò tale prerogativa da crearne un pasticciaccio incredibile.

Il secondo racconto, La Messa Pezzente, tocca un argomento particolarmente insolito con efficacia e scorrevolezza. In Ragazzi Caricaaa!, il tono lieve, dolce, romantico, riporta al corteggiamento d’altri tempi e ripresenta l’immutabile vigore e resistenza dell’amore, che supera qualsiasi ostacolo per arrivare al proprio compimento. Inedia riconduce con l’autorità del linguaggio al mondo verghiano, descrivendo con toni sicuri ed inequivocabili la miseria in cui ‘mba Nunzio e la sua famiglia sono costretti a vivere.

L’apogeo della raccolta viene raggiunto dalla quinta novella, La Cocuzza Invernale, dove la trama, che assume tocchi drammatici, ha reminiscenze delle novelle di De Amicis. Il maestro elementare e la sua difficoltà nel mantenere controllo della sua scolaresca, la descrizione degli alunni, il conflitto interno del protagonista, sono tutti maestralmente impiegati per giustificare il crescendo che porta all’atto finale.

In Una Brutta Avventura si affronta con tatto ma con amara ironia l’effetto negativo della immigrazione su alcuni individui. L’emigrata, in vacanza al paese dalla nuova vita milanese, si sente superiore ai propri compaesani, li giudica ignoranti e viene infastidita dalle loro azioni. Questo rigetto delle proprie radici, questa discriminazione verso i propri conterranei, può essere osservata nelle grandi metropoli di tutto il mondo ed è una delle tante croci che noi emigranti dobbiamo sopportare… Bravo quindi all’autore per essersi accostato a tale argomento.

Il Vestito della Prima Comunione, settimo di questa serie, è la triste cronaca di una madre che si reca in città per acquistare il vestito della prima comunione per la figliola e viene a contatto con la realtà della vita urbana. Scritta con uno stile quasi giornalistico, questa storia risalta per la semplicità dei personaggi e la loro esauriente descrizione.

Micetto è forse la novella che più si stacca dalle altre sia per la struttura che per la trama. Pare una storia alla Edgar Allan Poe con marcati toni italiani e divagazioni con accenni pirandelliani. Nonostante queste impronte non proprio originali, la novella ritiene autenticità dimostrando un proprio singolare sapore. Difatti è l’accurata osservazione e descrizione del proletariato pugliese degli anni cinquanta l’ingrediente principale che identifica l’opera di Antonio Padovano e la qualifica, collocandola fra quelle dei più abili scrittori contemporanei.

I PENZ:IRE

“I PENZ:IRE” di Vitantonio Campanile.

Pubblicato su L’IDEA N.64, 1997, NY

Ricordi, osservazioni, riflessioni: ecco i “pensieri” di Vitantonio Campanile che caratterizzano questo suo libro di poesie. I ricordi impregnano le prime tre sezioni, portando con se un po’ di nostalgia e tante immagini che descrivono il nostro passato. Rime limpide, semplici, a schema volutamente forzato, che evocano visioni di cantilene infantili, giochi mai scordati, tradizioni svanite.

Campanile riporta il tutto in un dialetto genuino, musicale, puntando forse solo ad esprimere, come lui stesso asserisce, i propri pensieri in molese, senza eccessive pretese. Ma suo malgrado fa poesia e con convinzione. La sua è una poesia che ha indiscutibilmente un proprio ritmo, vagamente echeggiante di una impronta goliardica. Questo lo si può notare ancor più nella sezione finale, “riflessioni”, dove il tono sarcastico del poeta da ai versi una propria coloritura. E la prova che il poeta si senta più a suo agio in queste riflessioni è che questa sezione è molto più ampia delle altre.

Questa raccolta di poesie è prima di tutto un impegno morale verso il proprio dialetto, che corre il rischio di cadere in disuso. La piacevole presentazione grafica, arricchita di simpatici disegni di Mimma Campanile, e l’interessante scelta di temi, rendono questo volumetto piacevole anche per chi il dialetto non lo comprende, essendo ogni poesia tradotta anche in italiano. Questa traduzione, però, non ritiene sempre la scorrevolezza dei versi dialettali e a volte, nel tentativo di trasferire accuratamente le immagini espresse nelle rime dal molese all’italiano, si crea una leggera forzatura ed i versi perdono un poco la loro autenticità. Un piccolo neo, che non riesce tuttavia a diminuire il valore di questo ottimo volume di poesie.