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La Lira Silente, Primi Sonetti di Edna St.Vincent Millay. [L’Idea Magazine 2019]

 Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Nel leggere i sonetti della raccolta di Edna St. Vincent Millay a titolo La Lira Silente is capta la personalità della poetessa, che non ha certamente peli sulla lingua riguardo l’espressione dei propri desideri sessuali, delle proprie debolezze, ma anche del proprio astio, della rabbia repressa ch’ella sente per chi l’ha abbandonata o le ha fatto qualch spregio. I sonetti hanno una carica che è straordinaria quando poniamo Millay nel contesto del tempo in cui visse. E la possibilità di captare ed apprezzare questa carica, questa emotività espressa senza freni o rimorsi della poetessa la possiamo avere grazie all’ottima traduzione di Laura Klinkon, che è riuscita a ritenere il linguaggio fin troppo onesto di questi sonetti evitando di legarsi alla struttura poetica, che in realtà non è riproducibile in traduzione senza alterare il vero significato dei versi.

La versione italiana ritiene il ritmo dei versi ma non li forza, anzi li scioglie in un linguaggio che è tanto simile a quello originale in inglese che ci si pone la domanda su come abbia fatto la traduttrice a ricreare così validamente questi sonetti quando ha incontrato le molte espressioni idiomatiche usate dalla Millay. Ottimo lavoro, quindi, che ci permette alfine di leggere questi sonetti in una versione italiana non solo accettabile e comprensibile, ma direi anzi superlativa.
Complimenti quindi alla traduttrice che è riuscita a produrre questo magnifico libro.

Trascrivo dal libro (Pag. 67) una delle poesie che può dare un’idea di come possa essere stata ardua la traduzione:

Oh, mio amato, hai mai pensato a questo:
Come negli anni a venire il tempo senza scrupoli,
Più crudele della Morte, ti strapperà dal mio bacio,
E farà te vecchio, e lascerà me nel fiore degli anni?
Ocome noi, che scaliamo insieme ancora
Per un po’ la dolce, immortale altezza
Che nessun pellegrino può ricordare né dimenticare,
Indubbio come gira il mondo, in una granitica notte
Ci sdraieremo svegli e scopriremo la fiamma graziosa
Adesso spenta per sempre sulla nostra pietra comune;
E ricorderemo che quel giorno che venisti
Io ero bambina, e tu un eroe cresciuto?
E passerà la notte, e proromperà lo strano mattino
Sulla nostra angoscia l’una per l’altro!

 

La Lira Silente; Primi Sonetti di Edna St. Vincent Millay
Traduzione di Laura Klinkon
Stesichorus Publications, Rochester, NY, 2017

“Un Anno e un Giorno”. L’esperienza di un’insegnante milanese a New York. [L’Idea Magazine, Aprile 2019]

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Ornella Dallavalle

Nel leggere il romanzo di Ornella Dallavalle a titolo Un Anno e un Giorno devo confessare che avevo dei pregiudizi creati da una informazione superficiale sul libro che informava delle sue critiche al sistema educativo americano. Da buon Nuovayorchese  immediatamente mi ero messo in posizione di difesa: “Come? Critica il sistema scolastico di New York? È facile criticare se non si hanno delle proposte vaide per migliorarlo. E poi, che ne sa lei, una milanese, delle scuole di New York? E così via…”

Mi sono dovuto ricredere. Le sue critiche sono in realtà solo osservazioni più che corrette, e questo l’ho potuto verificare non solo perchè ho studiato a New York, ma anche perchè mia moglie ha insegnato vari anni in questa città. In realtà, il punto focale del libro non è la carenza del sistema educativo, che tra l’altro è stata presentata in modo chiaro e persuasivo dall’autrice, ma il suo rapporto con gli studenti. La tenacità ed il potenziale di alcuni studenti che, grazie soprattutto a lei, riescono non solo a sopravvivere in tale sistema, ma a fiorire e continuare gli studi ad altro livello, è sfortunatamente appaiata dal fallimento della scuola con altri che vengono ‘persi’ e probabilmente si dedicheranno in futuro ad attività criminose.

Nonostante Dallavalle offra delle soluzioni ad ampio raggio, che chiaramente pur essendo valide richiederebbero un cambiamento di mentalità degli amministratori che non  avverrà di certo in brevi tempi, le sue esperienze in tale città portano a pensare che si sia rassegnata a modificare il sistema attraverso la propria dedizione d’nsegnante, e questo libro lo attesta. I problemi di questa città americana, e non solo di questa, sono complessi e risalgono agli anni sessanta, quando una nuova ondata di immigrazione invase la città (principalmente afroamericani in un loro esodo dagli stati del sud che ancora riteneva leggi locali e mentalità a base razzista), seguita a breve da una seconda ondata di immigranti centroamericani e sudamericani, fatti ambedue che portarono molta confusione in un sistema creato principalmente per gli studenti nati e cresciuti in loco. In una nazione in cui la politica ha sempre più influenza su tutto ciò che avviene, i cambiamenti sono spesso superficiali e servono solo a convincere gli elettori che si sta facendo qualcosa in merito, niente di più. Oltre a ciò, negli ultimi vent’anni ci si è voluti mettere a fuoco, erroneamente, sull’inefficacia degli insegnanti e contemporaneamente limitare l’indipendenza e la creatività degli stessi con regole e sistemi a volte troppo restrittivi e puerili.

Detto questo, ritorniamo a questo magnifico romanzo, che è in realtà un diario dell’anno iniziale dell’insegnamento dell’autrice a New York. Bello, si, è proprio un bel romanzo; scritto bene, ben pesato e sviluppato, Un Anno e un Giorno riesce a carpire non solo l’attenzione del lettore, ma anche il suo cuore, portandolo in un mondo affascinante ed allo stesso tempo anche terrificante per le sue inadeguatezze. Le sue osservazioni ci aiutano a capire che New York è un mondo a sè, con tanti difetti ma anche tanti pregi che rendono tale città qualcosa di diverso, incantatore e incantevole anche e nonostante tali difetti.

Dallavalle ci ha voluto presentare non solo le proprie esperienze, ma anche mettere a nudo la propria ‘love story’ con questa città e lo fa con convinzione e sensibilità.  Alcuni passaggi portano con sè una carica emotiva sensazionale:

“New York è l’unico posto al mondo in cui, anche chi ci arriva per la prima volta, ha l’impressione di ritornarci. Sarà per i film o per la facilità con cui ci si orienta, ma è facile sentirsi newyorchesi dopo un pomeriggio passato a passeggiare tra le street e le avenue.
New York è la citta dei mille taxi gialli. Degli americani che camminano con il loro caffé tra le mani. Dei barboni seduti tra l’indifferenza di uomini d’affari e grattacieli di centinaia di piani. Della quinta avenue con i suoi lussuosissimi palazzi. Della tranquillità di Central Park. Della cordialità delle persone che, se ti vedono in difficoltà, si offrono di aiutarti.

New York è tutto e il suo contrario. È la citta delle mille diverse razze. Della gente reale, viva. Sono cinque giorni che la percorro in lungo e in largo e ancora mi fermo incantata a guardare le persone. Emanano energia, forza e grande determinazione. Ogni cosa qui sembra elevata all’ennesima potenza. È più grande, più sporca, più colorata, più rumorosa, più vera, più crudele, più accattivante, più animalesca, più umana.

New York è la citta dei ragazzi di colore che ballano l’hip hop. Delle limousine che sfilano nelle strade. Dell’incanto del ponte di Brooklyn di notte. Degli operai della metropolitana che lavorano ascoltando la musica di Aretha Franklin. Delle stradine e dei prati verdi del West Village. Delle ragazze che girano in pigiama o vestite come principesse. Del mio naso sempre all’insù. E del cielo.
New York non dorme mai. Con i suoi negozi aperti ventiquattr’ore su ventiquattro. Le sue ventidue linee della metropolitana in continuo movimento. La musica per le strade. Le sirene che urlano impazzite e i camion dell’immondizia che girano per tutta la notte.
A pelle si percepisce che è una citta di lottatori e lottatrici.”

Questa carica diventa addirittura impressionante quando l’autrice è testimone di una delle più grandi tragedie di questo secolo, l’attacco al World Trade Center:

“Maria mi informa che due aerei hanno colpito le torri gemelle. È sicuramente un attentato.
“Un attentato? Come? Perche?” Cammino velocemente lungo il corridoio in direzione del lato nord-ovest, quello che guarda verso il sud di Manhattan, fino a raggiungere una finestra. L’azzurro del cielo settembrino è coperto da una nuvola grigia di fumo, le torri gemelle sono in fiamme. È una visione surreale e crudele al punto da togliere il fiato.
Pochi istanti dopo crollano. Tutto succede in silenzio, quasi al rallentatore. La scuola, per un istante, si trasforma in un’immensa mongolfiera. Mi sembra di fluttuare nell’aria insieme alla pioggia di fogli bruciacchiati e ai brandelli di documenti che, volando, stanno attraversando il fiume e inondando Brooklyn, quasi per lasciare una testimonianza corporea delle migliaia di persone che hanno appena perso la vita, soffocate, sotterrate da tonnellate di macerie, bruciate.
Il panico si scatena a scuola. Nel corridoio, Fernando, uno degli studenti della mia Junior class, urla disperato “Mamma, mamma”, in quattro cercano di tenerlo fermo e rassicurarlo eppure continua a dibattersi, come un agnello prima del macello.
I terroristi hanno colpito il centro finanziario di New York, hanno probabilmente ucciso molti professionisti dell’economia mondiale ma accanto a loro, dentro le torri, c’erano anche le centinaia di persone che, come la madre di Fernando, lavoravano come inservienti, camerieri, personale delle pulizie.
E il mio pensiero va a quei volti che ho incontrato solo tre giorni fa: al ragazzo dell’ascensore, alla barista del Windows of the World, al cameriere che era stato cosÌ gentile con me.
A poche ore dall’attentato la citta è in ginocchio, non funziona più nulla, non si riesce a telefonare né a spedire una e-mail, tutti i mezzi di trasporto sono bloccati. Siamo immobilizzati, incapaci di rassicurare i nostri cari, di dire loro che siamo ancora vivi. È una sensazione terribile, di totale impotenza”.

Questa sua sensibilità le permette inoltre di captare la potenzialità degli studenti a lei affidati e di offrire loro una strada alternativa a quella iniziata, migliorando in tale modo non solo il risultato degli studi ma anche la loro vita al di fuori della scuola. E le loro peripezie catturano l’interesse del lettore quanto l’accurata analisi del sistema scolastico. Un libro che avrebbe potuto essere un saggio sul sistema scolastico Nuovayorchese è in realtà un ottimo romanzo colmo di riflessioni, commenti, considerazioni, ma anche di azione, contrasti, e perchè no?, anche di sentimenti: l’affetto provato verso gli studenti, il rancore verso gli ottusi amministratori, l’amore che viene improvviso per poi dover essere abbandonato.

Per chi voglia scoprire come una insegnante milanese sia arrivata ad insegnare a New York e che cosa abbia scoperto di sè, degli studenti americani e di questa città, questo è senza dubbi un romanzo da leggere e gustare.

I Promessi Sposi In Poesia Napoletana Di Raffaele Pisani [L’IDEA Magazine]

di Tiziano Thomas Dossena (dalla presentazione avvenuta l’11 marzo 2018)

Raffaele Pisani

Nel lontano 1840 fu pubblicato un romanzo che è diventato un riferimento fondamentale della letteratura italiana: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Ben 140 anni dopo, un poeta napoletano decise di rivistare questo romanzo e e di creare un nuovo prodotto letterario che fosse un omaggio a Manzoni e ai Promessi Sposi ma anche un libro di poesie napoletane.

Come è possibile? direte voi. I Promessi Sposi in poesia napoletana?  Raffaele Pisani, autore di più di venti libri ed innumerevoli articoli, decise di estrarre da ogni capitolo del romanzo una particolare scena, una situazione che poi lui ha ricostruito descrivendola in una poesia in lingua partenopea.

Una piccola parentesi: La chiamo lingua perchè l’Unesco l’ha scelta come patrimonio per l’intera umanità e l’ha definita così, lingua napoletana.
Il napoletano è secondo, in Italia, soltanto alla lingua ufficiale, l’italiano, per diffusione sull’intero territorio nazionale.

Ritorniamo a noi e a questo interessantissimo libro… Pisani, ottimo poeta ha costruito una serie di poesie che descrivono situazioni e personaggi dei Promessi Sposi.

Ciò che succede è che, nonostante il poeta non cerchi di ambientare a Napoli questa storia, l’effetto dell’uso del napoletano è quello di farci sentire più vicini a quella stupenda città, ma principalmente modifica i personaggi rendendoli più partenopei, ancor più drammatici, se questo è possibile, dei personaggi originali, ma certamente più vicini a noi, più comprensibili nelle loro pecche, nei loro dubbi, nelle loro azioni, perche il napoletano ha in sè un altro sapore dell’italiano, un sapore piu immediato, più genuino.

Questo ottimo libro nacque quindi circa trent’anni fa. Tutte le copie furono vendute. Questo si ripetè nel 2013.

Per citare le parole di una canzone napoletana: Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato… e il libro non lo poteva più leggere nessuno, specialmente noi italiani che viviamo in America.

Ecco allora che Idea Press decise di contattare l’autore e di ristampare questo libro, dandogli una distribuzione internazionale che permette agli italiani di tutto il mondo di acquistarlo e leggerlo. Abbiamo inoltre arricchito ogni capitolo con i disegni originali di Francesco Gonin, illustrazioni che appartengono all’edizione originale del libro del 1840.

La rinascita in veste internazionale ed illustrata di questo libro è stata possibile anche grazie al supporto della Federazione delle Associazioni Campane negli Stati Uniti…

Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, La Scuola Russa Tra Romanticismo E Innovazione.

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Una monografia che diventerà sicuramente un prezioso libro di riferimento e consultazione per gli studenti di musica, e di piacevole lettura per gli appassionati, Sergej Vasil’evič RACHMANINOV, la Scuola Russa tra Romanticismo e innovazione è in realtà molto di più, offrendo al lettore che ama scoprire i lati nascosti dei grandi personaggi storici o culturali ‘chicche’ piacevolmente sorprendenti su questo pianista-compositore che molto spesso è conosciuto, erroneamente, per la sua ombrosità. Salvatore Margarone riesce difatti a presentare un ritratto poliedrico di questo genio musicale che non può non affascinare il lettore. Lo fa senza perdere il riferimento storico musicale, necessario strumento d’informazione per i lettori del settore, e riesce a presentare interi capitoli che parlano delle creazioni musicali di Rachmninov con un linguaggio di compromesso, cioè mirato ad istruire senza però mai diventare troppo didattico o tecnico da emarginare il lettore comune, che di preparazione musicale e di conoscenza delle varie tecniche compositive ne sa poco o niente. È questo un pregio che ben pochi dimostrano in questo settore di pubblicazione, dove molto spesso il linguaggio accademico riesce a confondere anche i lettori esperti e diventa un mattone difficile da digerire.

Rachmaninov

L’opera di Margarone comprende vari capitoli sulla vita e le disavventure di Rachmaninov, dalla nascita agli esordi a soli sedici anni nel 1888 fino ai grandi successi e alla morte nel 1943. In questi, l’autore intercala un ottimo capitolo sul sinfonismo in Russia tra il 1850 e il 1914 che permette di capire l’inserimento di questo compositore nella società musicale russa di quei tempi. È proprio in questi capitoli sulla sua vita che Margarone eccelle nel presentarci il “vero” Rachmaninov, genio a volte incompreso, disciplinato, romantico, preoccupato delle critiche alle sue opere al punto di non voler più comporre, assorbito alla fine dalle sue attività di pianista che faranno ridurre, per necessità, quelle di compositore; un uomo, quindi, molto più complesso e simpatico di quello che la stampa ha dipinto nel passato.

I capitoli sulle sue composizioni sono vari, ben distribuiti, istruttivi, e chiaramente esaustivi, anche se relativamente brevi. C’è anche un capitolo a titolo Rachmaninov e Skrjabin: due talenti a confronto, un’interessante storia delle loro somiglianze e differenze sia di personalità sia delle loro composizioni musicali, che di diritto apparterrebbe nella sezione sulla vita, con un piacevole aneddoto finale che mostra il perchè molto spesso Rachmaninov era considerato ombroso, e un capitolo sul nazionalismo in musica che parla delle varie scuole nazionali musicali in Russia, Norvegia, Finlandia, Cecoslovacchia, Spagna, Ungheria, Inghilterra e Italia, complementare a quello sul sinfonismo, che permette di comprendere in quale substrato musicale il genio di Rachmaninov germogliò. L’elenco delle sue opere completa l’opera.

Una monografia, quindi, ben strutturata e ricercata che otterrà indubbiamente il successo che si merita.

“Il Giardino Delle Infinite Possibilità” di Alex Acquarone.

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Tiziano Thomas Dossena

Reminiscenze varie di altri libri vengono alla mente leggendo “Il Giardino delle Infinite Possibilità” di Alex Acquarone; “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry e “Il Profeta” di Kahil Gibran sono due di queste. Non che l’autore imiti lo stile o il contenuto di questi libri, anzi, tuttavia vi è sempre nello svolgersi della storia quella sensazione di voler passare al lettore un messaggio importante usando il meccanismo delle emozioni e della logica. Il tutto offerto in una magica e poetica narrazione. Come nel delizioso libro di Saint-Exupéry, le illustrazioni, anche se qui più limitate in numero, donano al libro una certa originalità e lo rendono più appetibile per i bimbi che lo volessero leggere.

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Un’apparizione, che si fa chiamare Blu, dà al protagonista lezioni di vita che sembrano come una serie di livelli emotivi dettati dall’esperienza, una lezione al giorno, e il bimbo applica queste lezioni nelle proprie attività, eventualmente scoprendo la loro veridicità. Il libro si conclude con un finale a sorpresa molto ingegnoso e simpatico, degno di lode.

Un libro pieno di tenerezza ma che a volte usa forse un linguaggio un tantino troppo da adulto, pur se consideriamo che il bimbo in causa è un tantino precoce e quindi è possibile che usi tale linguaggio, togliendo un poco quella naturalezza che l’autore ottiene in buona parte del libro, grazie ad uno stile scorrevole e naturale. È qui che forse Acquarone usa un approccio simile a quello di Gibran, forse più adatto o adattabile ad un adulto, pur ritenendo, proprio come ne “Il Profeta” un linguaggio poetico eccezionale. Sono convinto, inoltre, che molti adulti trarrebbero beneficio nel leggere questo libro se non altro per mettere a fuoco le proprie incertezze e rendersi conto delle molteplici possibilità che la vita ci offre.

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giardino_EnglishL’adulto che scelga questo libro per un bimbo, tenga presente che vi sono degli insegnamenti che toccano argomenti un poco delicati, nel senso che possono essere non accettabili o addirittura discutibili per chi non ha una mente aperta alla teologia orientale, e alla reincarnazione in particolare. A difesa dell’autore, “Blu” ripete molte volte che le risposte che lui offre sono solo delle possibilità e il bimbo può anche non accettare questi insegnamenti e crearsi idee diverse al proposito.

Un ottimo libro, quindi, ma con delle limitazioni legate alla filosofia di base, che ha chiari legami con il Buddismo e che può risultare un tantino differente da quella del giovane lettore medio italiano, e quindi creare un poco di confusione e la necessità di chiarificazioni da parte dell’adulto.

Nota: Esiste già una versione in inglese del libro per chi fosse interessato…

AN INTERVIEW TO THE AUTHOR TONY NAPOLI

AN INTERVIEW TO THE AUTHOR  TONY NAPOLI

By Tiziano Thomas Dossena, L’Idea Magazine, NY, February 13, 2014

Recently we published a review on the popular book “My Father, My Don,” A Son’s Journey from Organized Crime to Sobriety, and we are now pleased to offer our readers an interview to the author, Tony Napoli.

L’Idea: What made you decide to write this book? 

Tony Napoli:  I decided to write this book with the encouragement from my mother and other family member’s when I was 26 years old; that was 52 years ago. As I got older, I gathered more and more material and I outlived most of the characters mentioned in my book. When I decided I had enough material, I hired a co-writer to help me put all my excerpts of about a 1,000 pages, into story form. My book was released on Sept.18th 2008, when I was 73 years old.

L’Idea: When you were seventeen, you were approached by the Boston Braves to play in the summer time for one of their Minor League Clubs. Your mother said “No way” because she did not want you far from home. You also were training for the US Air Force boxing team and there were talks about participating to the 1956 Olympics. This time it was your father who intervened and said “No”; and that was it. This is all recorded in the chapter titled “The road not taken”. Do you feel regrets for not pursuing those dreams? Were you ever even tempted to disobey or at least try to convince your parents? Do you believe your parents were justified in their requests? If so, why? 

Tony Napoli:  My father never said NO to my boxing as an Amateur in the Golden Gloves and on the Air Force boxing team. He said NO after I was Honorably Discharged from the US Air Force and I wanted to turn Pro as a Boxer. He said I was management material, and he only wanted me to learn the art of self-defense to protect myself in the streets of Brooklyn. He also felt that a strong mind needs a strong body to accomplish and get things done the right way. I continuously disobeyed my parents when they tried to make decisions for my future. I loved my mother dearly and I listened to her when she asked me not to travel with the Boston Braves Minor league Baseball team in the summer time when school was out, because I was only 17 years old and I didn’t want her to worry about me traveling across the country on a broken down bus.

Jimmy Nap Napoli - Tony Napoli

Jimmy Nap Napoli – Tony Napoli

L’Idea: You name quite a few entertainers who you had the opportunity to meet, for good or bad reasons. Who was the one who impressed you the most and why?

Tony Napoli:  The entertainer I was most impressed with was Frank Sinatra. I liked the way he hired former athletes to travel with him. He made them earn a living in an honest way by putting them on his payroll and use it as a tax write-off. They traveled all over the world with him, not only as bodyguards, but mostly as close friends who had no other way of making a living due to their lack of education. I became Sinatra’s drinking partner on many occasions, especially when he entertained at Caesar’s Palace, in Las Vegas, Nevada. I was a Casino Host in charge of entertainment at the time. Frank was very generous with people he was close to. He never wanted to get close to strangers. He was very rude to those who tried to overpower him with autographs. He had his men get the names and address of his fans who wanted his autographed picture. He’d rather mail them a picture with his autograph when he spent time alone in his room. He always traveled with a bookkeeper. As a matter of fact the last wife he was married to, Barbara Marx, was also his bookkeeper before he married her. Frank was also an Amateur boxer before he became a singing star.

L’Idea: What was, in your opinion, the difference in style between Frank Sinatra and Jimmy Roselli?

Tony Napoli:  Frank Sinatra, whose birth name was Francis Sinestra, was  flamboyant, with great magnetism in public and on the stage. Jimmy Roselli, whose birth name was Michael Roselli, first worked for me when I was 24 years old. My father bought me a night club in Union City, New Jersey in 1959. The name of the club was “The Club Rag Doll.” I paid him $300.00 to sing on weekends. His very first song was “I’m Alone Because I Love You.” I was supposed to go to contract with him and be his manager. My father put a stop to that immediately when Roselli asked for a loan to cover his part of the deal. Before Roselli died, he called me from his home in Clearwater, Florida. He read my book, I mentioned him in Chapter 17. He remembered the night I was locked up after working over that crooked cop; Roselli was singing on my stage the night it happened. He complimented me for pulling no punches and giving the reader everything in detail the way it happened. Roselli was very independent when it came to promoting himself. He never reached the level of stardom like Sinatra because he wouldn’t cooperate with the Wise guys; and, in those days you had to deal with the Wise guys, to get anyplace in show business. The Wise guys were behind all the top clubs and were very influential with Hollywood Producers, The Wise guys controlled the union (SAG) Screen Actors Guild. If you wanted to get high paid jobs as an entertainer, you had better cooperated with the Big Guys.

tony Boxer

Tony as a young Boxer

L’Idea: Why was your father’s nickname “The torpedo?”

Tony Napoli: When my Father was a young teenager, he was the leader of a neighborhood gang called “The Lorimer Street Boys” In those days there was a Gang in almost every Italian and Irish neighborhood, in the Brooklyn area. The Lorimer Street Gang was located in the Williamsburg section of Brooklyn. To be the leader of a gang you had to fight and beat up the leaders of the other gangs. About three nights a week, boxing trainers used to put on boxing shows at the old Military Armories that were built during World War One for Military training. Folding chairs were used for seating arrangements. They would hold up to 1,000 people in the Armories. The gang leaders would fight against each other. If one gang didn’t like the decision, they would throw the folding chairs into the air to show their disagreement with the official scorer (the referee). When my Father (Jimmy Nap) fought, he always knocked his opponent out with a straight right hand. That’s how he got the nickname “Torpedo.”

L’Idea: You present your father as a perfect gentleman, a great father and at the same time an assassin and a made man. How do you feel that can be possible and how does a person involved in such a complicated life manages to retain his human side?

Tony Napoli: When my father was a young man, at between 16 and 20 years old, he wanted to be like the guys who were always dressed up in suits and ties, wearing Fedora hats. He didn’t want to work as a bricklayer like his father was. As he grew older, he managed to get involved with the Wise guys by being one of their collectors and becoming a strike buster to discourage laborers not to strike by using bats and crowbars to beat them with. He worked for the companies who didn’t want to have their men striking. It was at a young age when he was considered an assassin and a bully. After getting out of jail in 1945, when he was 34 years old, he came back to my mother and turned over a new leaf. My mother took him back because he showed her a sense of responsibility to support the family. He got involved in the Numbers racket, which in those days was considered non-violent as a business. She saw him get respect from clean-cut-looking men; some he met in jail. My mother was only concerned about keeping the family together. She allowed my father to travel all over the country to do his business for all five organized crime families in the New York Area. My mother was not familiar with that part of my father’s life. She only saw in him a business man earning money, and lots of it, for people he called investors. At 34 years old my father was considered by those men in his way of life a standup guy with respect, integrity, dignity and honor. A man they could count on to give them a fair shake from their investments in his gambling enterprises all over the country. My father changed his ways from being a bully and Assassin for love of his immediate family and a great love for my mother, like I changed my ways from being a bully and Alcoholic when I found Sobriety.

L’Idea: In one of your chapters you seem to show a lot of anger at Giuliani. Could you explain why it is so?

Tony Napoli: In Chapter 27 of my book, I denounce Rudy Giuliani as a hypocrite. He tried to get me to talk against my father in the way he makes a living, knowing that his Uncle was Mob connected. Giuliani convinced President Reagan to send him to the New York Area as a US Marshall to infiltrate into the five Organized Crime families. By doing so, he was to be considered a crime buster, when all the while Giuliani was politically minded. He wanted to show the Government he would even lock up his own mother and father if he had to, and gain recognition as a future GOP candidate for a high elective office, with the backing of the Republic party, and gain the NY votes when he finally decided the right time to run for Mayor. Giuliani is Sicilian, and most of his relatives came from the Sicilian Mafia in Sicily. When I was indicted in 1985 on the RICO act and Giuliani was the US Attorney, the key witness against me in court told the jury that he was one of the gang that shot and killed a federal judge in Texas. He was sentenced to life in prison in Lewisburg Penitentiary, in Pennsylvania. He said that Rudy Giuliani offered him $30,000.00 to testify against me and he would get a reduced sentence. I was finally acquitted and when I was walking out of the courtroom, Giuliani said to me “I’ll get you the next time, Napoli”  I thought how can he possibly make such an outrageous deal with a scumbag who killed a federal Judge just to put me away for gambling. I was facing 25 years in jail before I was acquitted.

Jimmy Nap Napoli

Jimmy “Nap” Napoli

L’Idea: There is a movie being produced on your book. Could you tell us something about that?

Tony Napoli: The movie you talk about is called a 20 minute short. About 50 hours of shooting 32 scenes. This pilot was made by me, I paid all expenses so I can present it to the film people in the Film Festivals all over the country. It shows the Highlights of my story played out with real actors who play the main characters in my book. It will also be presented to potential investors leading up to a feature film or TV series. The filmmaker I hired is Hussain Ahmed, from Iraq. He’s also the Director and makes his home in Louisville, Kentucky.

L’Idea: You now have a lot of activities, which you defined as “giving back to society”. Could you tell us what they are?

Tony Napoli: For the past 19 years I’ve been a Veterans Advocate, helping disabled veterans with compensation for their service-connected injuries. I’m also a recovering alcoholic helping other alcoholics find sobriety like I did nineteen years ago, when I left the Mob life behind me. I also help indigent boxers with their medications, when they can’t afford it because they retired from boxing with brain and physical injuries and unable to work to support their selves. The spirit of my father lives on through me.

GIOVANNINO GUARESCHI, AUTORE UNIVERSALE.

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Gli attori Fernandel (Don Camillo) e Gino Cervi (Peppone) con Giovannino Guareschi.

Valutare la complessità dell’opera di Giovannino Guareschi senza esaminare ‘l’uomo Guareschi’ sarebbe non solo errato, ma anche ingiusto. Come spesso accade, lo scrittore è frutto dei suoi tempi e li riflette, sia come contenuto sia come stile e linguaggio. Guareschi fu questo, indubbiamente, ma anche qualcosa in più; scrittore, umorista e polemico per antonomasia, il noto autore emiliano fu un ‘personaggio’ che si meritò l’attenzione della stampa a volte più per le sue controverse campagne contro il comunismo e contro il qualunquismo, le sue due condanne al carcere (una con la condizionale) legate alla sua attività di giornalista, e altre beghe legate alla sua franchezza che non pe le sue tante opere letterarie.

I suoi libri sono stati tradotti in quasi tutte le lingue (anche in Braille), e si stima che egli sia l’autore italiano più tradotto. Come mai, allora, i critici non ne parlano o, addirittura, lo collocano con gli autori minori o poco noti? Questo atteggiamento dei critici è forse legato al contenuto tematico dei suoi libri? Dobbiamo speculare che le peripezie di don Camillo e di Peppone non siano degne di rispetto? Che i suoi ricordi di prigionia (Diario Clandestino), scritti mentre era internato nei campi nazisti in Polonia, non siano sufficientemente carichi di angoscia e struggimento da meritare l’approvazione dei critici? Certamente i suoi libri sono stati apprezzati, anzi amati e profusamente letti dal pubblico italiano, ma di questo i critici hanno sempre evitato di parlare, quasi che il successo di pubblico lo sminuisse, lo rendesse troppo “del popolo” e, quindi, non abbastanza ricercato.
Ma cosa distingue un buono scrittore? Lo stile sciolto e il linguaggio comprensibile ai più, anche quando ricercato, certamente sono dei parametri necessari per renderlo tale, e nessuno può accusare Guareschi di non averli. Umorista fino all’osso, il nostro caro Giovannino ha nei suoi racconti uno stile ammirevole per la sua scioltezza, e chiaramente il suo linguaggio diretto e vivace è stato una delle ragioni del suo successo. C’è di più, però, molto di più.

statua di Guareschi

Statua di Guareschi al suo paese natale.

Questo dinamico e controverso scrittore ha creato un “Mondo Piccolo”, come lui stesso lo definisce, un vero e proprio archetipo della vita rurale italiana del dopoguerra che ha attirato l’attenzione di una moltitudine di persone in tutte le nazioni, senza distinzione politica, religiosa o di età, rendendolo famoso. Che cosa nasconde all’interno di questo suo mondo che ha ammaliato tante generazioni, sia attraverso i libri sia con i film e la televisione? L’onestà, prima di tutto. I suoi personaggi sono fedeli a se stessi, in qualsiasi frangente; e hanno una coscienza che riesce a valicare ogni barriera morale che la vita pone dinanzi a loro. Don Camillo e Peppone sono come vorremmo che i nostri rappresentanti politici e i nostri preti siano: coraggiosi, onesti, ligi al dovere, interessati alla loro comunità, amanti della vita, fedeli alla loro ideologia, ma non ciecamente, e quindi sempre pronti ad un compromesso quando questo può fare del bene. Che siano anche cocciuti, aggressivi, prevenuti, dispettosi, e con tanti altri difetti, li rende solo più umani e divertenti senza togliere a loro la validità delle loro azioni e controazioni mirate a portare avanti la loro dottrina, comunismo o religione cattolica che sia, a dispetto di tutti ma non di tutto.

Don-Camillo
Abbiamo, quindi, un prete-pastore che si preoccupa delle sue pecorelle più che dei canoni religiosi, e usa ceffoni quando necessitano, a dispetto del fatto che la sua religione detta la non violenza. Don Camillo è il sacerdote universale, quello che si meriterebbe il rispetto dei fedeli di tutto il mondo, dall’Equador alla Nigeria, perché egli è un uomo che ha fede e agisce di conseguenza. Non odia il comunismo ma detesta la cieca obbedienza ad esso, proprio come Guareschi fece. Si può addirittura credere che lo scrittore usi Don Camillo per esternare i propri dubbi e le proprie frustrazioni. In un certo senso, Don Camillo e Guareschi sono la stessa persona, perché portano in se delle caratteristiche identiche: l’integrità morale, la polemicità, la voglia di far del bene, la completa assenza di odio verso chi fece loro del male, e più di tutto la schiettezza.
Peppone, da parte sua, è fondamentalmente buono, anche se a lui manca l’istruzione per comprendere appieno tutte le angolazioni della vita e deve ovviare con la scaltrezza. Ma nonostante egli disprezzi il clero, la stima che ha per Don Camillo gli impedisce di odiare l’uomo che ha scelto la via del sacerdozio e sembra, in talune occasioni, che gli sia il migliore amico. Il loro è, dunque, un rapporto di amicizia basato sulla necessità di discutere animatamente, a volte fino al punto di imbestialirsi, ma sempre senza perdere il rispetto dell’amico-avversario, una amicizia in continuo contradditorio ma con due cuori pronti sempre ad unirsi in un proposito comune per il bene del popolo. Vero sacerdote lui, Don Camillo, e vero paladino del proletariato, non obbligatoriamente comunista, Peppone.
Giovannino Guareschi fu un cattolico rigoroso ma non rigido, un uomo di cui tutti rispettavano la moralità anche se non ne condividevano le idee, un uomo che finì in prigione, e addirittura in un lager, pur di non dover compromettere le proprie convinzioni.

ggracconta

Guareschi mentre legge una storia ai figli….

Il suo convinto e caloroso anticomunismo fecero di Guareschi uno dei più acuti critici del Partito Comunista Italiano, ma i suoi nemici erano di tutti i partiti, perché Guareschi non risparmiava le critiche a nessuno che le meritasse, senza distinzioni. Avere tanti nemici era quasi un motivo di gloria per Guareschi, che giudicava le reazioni dei vari politici verso di lui quasi un riscontro e una conferma della sua giusta posizione.
Conservatore si, ma non reazionario, perlomeno non nella connotazione negativa normalmente assegnata a questo termine, polemico ma non polemista, come venne accusato da tanti, Guareschi portò un vento di freschezza nella letteratura italiana del dopoguerra, spesso eccessivamente intrisa di melanconici turbamenti o di contorsioni mentali; le sue storie, pur essendo italiane fino all’osso, sono in realtà universali e portano un messaggio di fine umorismo e di integrità morale che non trova barriere e può essere compreso e apprezzato in tutto il mondo.

Articolo come apparso su L’Idea Magazine N.4, 2013