“In Ogni Guerra Sono Le Persone Comuni A Diventare Vittime”. Intervista Esclusiva Con L’autore Michael Phillips.

“In ogni guerra sono le persone comuni a diventare vittime”. Intervista esclusiva con l’autore Michael Phillips.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Michael Phillips è nato a Belfast nel 1975 e vive a Bologna. Ha conseguito la qualifica di ingegnere aeronautico in British Airways nel 1996. Nel settembre dello stesso anno viene arrestato dalle forze speciali britanniche con l’accusa di terrorismo prima di essere rinchiuso per quindici mesi in un penitenziario di massima sicurezza. Al processo sarà assolto. Dopo essersi laureato in Tedesco e Spagnolo, dal 2005 vive a Bologna producendo pubblicazioni in lingua inglese. Ha lavorato ad alcune campagne elettorali locali come consulente e presta il proprio tempo come volontario in alcuni centri sociali bolognesi. È presidente dell’associazione culturale One World, che si batte per migliori condizioni di vita e pari opportunità per gli stranieri, contrastando anche i pregiudizi razziali. Pubblica nel 2020 per Homeless Book il romanzo autobiografico “A Belfast Boy”.

Tiziano Thomas DossenaCiao Michael. Mi fa piacere che tu abbia deciso di farti intervistare in italiano. La tua vita ha avuto dei grossi traumi e cambiamenti, e a questo punto della tua vita ti trovi in Italia, a Bologna. Hai studiato Tedesco e Spagnolo, ma hai deciso di restare in  una nazione in cui si parla italiano. Come mai e che cosa ti ha portato proprio a Bologna?
Michael Phillips: Effettivamente, fin da quando ero bambino, sono sempre stato affascinato dall’Italia. Abbiamo anche molti legami con l’Italia a Belfast – un vecchio quartiere italiano che però adesso penso non esista più, tanti esempi di artigianato italiano nei bar, negli edifici e ovviamente nel Titanic. Le mie due sorelle maggiori quando erano studentesse hanno fatto le ragazze alla pari qui e parlano un ottimo italiano (forse persino meglio del mio!), perciò non c’è molto da meravigliarsi che io sia finito qui. Un altro dei motivi per cui sono venuto sono le donne italiane, che hanno qualcosa di speciale. Se sono rimasto a Bologna, senza sentire il bisogno di trasferirmi da un’altra parte, è stato principalmente per cercare di trovare una mia tranquillità e uno spazio per cominciare un nuovo capitolo della mia vita. All’epoca ne sentivo davvero la necessità, ed ora che mi sento effettivamente meglio con me stesso e con la direzione che ha preso la mia vita, non credo proprio che me ne andrei – ovviamente, mai dire mai. La vita è strana, e bisognerebbe sempre tenere aperta la mente alle opportunità che si possono presentare.

Tiziano Thomas DossenaChiaramente il tuo libro “A Belfast Boy” non è solo una autobiografia ma anche un po’ un atto di accusa riguardo al governo britannico che ti mise, innocente, in prigione. Quali furono le accuse a tuo carico? Su che cosa si basavano?
Michael Phillips: Vorrei chiarire alcune questioni riguardanti il mio arresto e il successivo rilascio durante il processo. Ufficialmente io risultavo essere un POW (prisoner of war, cioè un prigioniero di guerra), e questo significava che avevo accettato il mio stato di Repubblicano irlandese che lottava per un’Irlanda unita, e che in questo senso sostenevo la guerra dell’IRA contro gli inglesi.
Al processo sono stato assolto per il rotto della cuffia, perché due dei giurati avevano dei dubbi sulle prove contro di me, mentre i miei compagni sono stati giudicati colpevoli dalla maggioranza piena dei giurati.
Non mi è possibile dire altro per ora, perché non sono sicuro della mia posizione legale. Gli inglesi e gli americani, nonostante l’accordo di pace, mi hanno perseguitato per anni e ai loro occhi io resto una ‘persona non grata’, il che significa che non posso mai essere certo che quello che dico non verrà usato per accusarmi. Gli inglesi stanno ancora incriminando i Repubblicani vent’anni dopo gli accordi di pace, e si tratta chiaramente di un’azione di vendetta.
Sono stato arrestato con l’accusa di istigazione ad atti di terrorismo e possesso di esplosivi con l’intento di provocare esplosioni – o qualcosa del genere.
In pratica, la polizia aveva trovato materiale per la fabbricazione di bombe, pistole, altri ordigni esplosivi, e avendoci seguiti per un paio di mesi, ha ritenuto che fossimo sul punto di dare il via ad una campagna terroristica nel Regno Unito; ma, come ho anche sottolineato nel libro, durante il processo l’accusa ha mentito in diverse occasioni e ha cercato di dedurre prove dove non ce n’erano.

Tiziano Thomas DossenaA che cosa si riferisce l’espressione Troubles?
Michael Phillips: Con l’espressione Troubles ci si riferisce al caos e alle violenze in Irlanda del Nord iniziati nel 1969 fino alla firma dell’Accordo del Venerdì Santo (Good Friday Peace Agreement) nel 1989. Essi sono stati, si spera, gli ultimi tentativi di raggiungere l’indipendenza irlandese per vie militari.

Tiziano Thomas DossenaDunque sei cresciuto in una Irlanda del Nord sotto assedio. Secondo te, quanto danno psichico ha fatto a te e a tutta la tua generazione crescere in tale situazione?

Michael Phillips: A me, non ne ho proprio idea; immagino che bisognerebbe chiederlo ad uno psichiatra. Ma se chiedessi ai miei amici, direbbero che sono molti, ahah! In effetti, mi ci sono voluti parecchi anni per comprendere alcuni di questi danni, quindi riconosco che essi ci sono stati o ci sono forse ancora adesso, tanto che di qualcuno me ne sono reso conto da solo. A nessuno fa piacere ammettere di avere dei problemi concernenti la salute mentale, perché non sono qualcosa che sia facile da vedere, anzi spesso si tratta di problemi che si manifestano nella sfera privata o quando si è soli. Ma ritengo comunque di essere molto fortunato, perché il mio ambiente familiare mi ha sempre sostenuto e aiutato, e mia madre in particolare è sempre stata una persona pratica, e se vede che qualcuno ha un problema il suo consiglio è anch’esso di natura pratica. In altre parole, ci ha sempre detto che esistono persone con problemi ben più grandi dei nostri, e che noi – in quanto parte di una famiglia – troviamo sempre qualcuno che ci ama e che è disposto a tutto per aiutarci, ma che le persone meno fortunate spesso non hanno nessuno vicino e quindi non riescono nemmeno a trovare delle soluzioni semplici ai loro problemi. Ancora peggio era quando ci piangevamo addosso. “Smettetela di piangervi addosso, ma alzatevi e fate qualcosa.” Nei momenti di crisi, non c’è molto tempo per fermarsi a pensare specialmente se ci sono persone (bambini) che fanno affidamento su di te, perciò il consiglio di mia madre era sempre di pensare a chi ha bisogno di noi, invece che a quello di cui noi abbiamo bisogno.

Sono andato a scuola con persone che provenivano da situazioni familiari terribili, in cui entrambi i genitori erano alcolizzati, storie di abusi fisici, di droga, di estrema povertà e cose simili. Due dei miei compagni di scuola si sono suicidati, uno è morto in un furto d’auto all’età di quindici anni. Altri hanno avuto esaurimenti nervosi e sono scappati di casa – e questo da bambini! La lista è infinita. In Irlanda del Nord, abbiamo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Europa. Ogni volta che torno a casa, scopro che un vicino o un amico è morto così; tutto questo è profondamente triste e deprimente. Continuo a pensare che sia tutto un sogno. Queste sono le conseguenze del vivere in una situazione simile a quella di una guerra, perché gli effetti veri e propri si manifestano solo dopo molti anni; durante una guerra, si pensa solo alla sopravvivenza, e poi, quando arriva la pace, le persone vengono lasciate a cavarsela da sole. La nostra società (occidentale) lascia tutti abbandonati a loro stessi. È molto simile a quello che sta succedendo adesso con l’emergenza del Covid – i nostri amici e i nostri vicini hanno estremamente bisogno di aiuto eppure la maggior parte di noi fa finta di niente o non sa neppure ciò che stanno passando. Stiamo affrontando una crisi epocale al di là della nostra comprensione perché siamo una società intrinsecamente egoista e per questo molte più persone moriranno non per la malattia in sé, ma per problemi causati dall’emergenza Covid. È triste da dire, ma dovunque, in ogni paese, ci si preoccupa sempre meno di chi ci sta vicino e questo nel lungo periodo si traduce in una mancanza di attenzione verso l’individuo, e allora quale sarebbe lo scopo del vivere?

Tiziano Thomas DossenaQuanto ha influito sulla tua vita il periodo passato in carcere?
Michael Phillips: Ad essere onesti, nella società in cui vivevo il carcere era una delle opzioni possibili, e tutti conoscevamo qualcuno che era in prigione. Finire in carcere era qualcosa di cui andare fieri; ad esempio, molta gente della mia comunità ha un sacco di rispetto per me per via del mio passato, una cosa purtroppo molto normale da dove vengo. Comunque, dopo essere stati in prigione le possibilità di trovare lavoro o di viaggiare sono molto limitate, sempre che non si resti a casa. Io, per esempio, ancora oggi non posso viaggiare in molti paesi e sono ancora nella lista nera di molte nazioni. Accetto questa situazione, anche se non sono d’accordo. La cosa peggiore però non è stata scoprire quello che non potevo fare o dove non potevo andare, ma quello che le persone pensavano di me dopo aver saputo del mio passato. Ci sono voluti vent’anni prima che cominciassi ad aprirmi con gli altri su ciò che mi era successo perché, in generale, le persone sono molto ignoranti verso le altre culture. Quindi, fino ad ora ho taciuto sul mio passato; ma adesso ho finalmente raggiunto un punto della mia vita in cui so chi è mio amico a prescindere dal mio passato. È molto liberatorio. Molte persone non sono di mentalità aperta. A me personalmente non interessa da dove viene una persona, cosa abbia fatto nella sua vita, fintanto che ha rispetto per me ed è disposta ad ascoltare la mia storia prima di cominciare a giudicarmi. Tutti abbiamo un passato; ci vuole molto coraggio a rispettare qualcuno che ritieni essere moralmente cattivo o che, ad esempio, abbia credenze religiose contrarie alle tue. Perciò, di certo ho una mentalità molto più aperta ma sono anche più consapevole del fatto che gli ex carcerati possano essere davvero delle brave persone – bisogna solo ascoltare la loro storia.

Tiziano Thomas DossenaIl tuo arresto avvenne proprio dopo che avevi ottenuto la qualifica di ingegnere aeronautico presso la British Airways. Hai mai pensato di continuare in quel campo?
Michael Phillips: Amo gli aerei, l’ingegneria e tutto ciò che riguarda il volo. Mi piacerebbe molto pilotare elicotteri in futuro, perciò chissà che non ritorni davvero in quel settore. Ma mi piace essere libero di poter fare quello che voglio, quindi, almeno per ora, una carriera da ingegnere non farebbe per me. La libertà di andare dove voglio e di fare ciò che voglio è la cosa a cui tengo di più al mondo, e sarei disposto anche a tornare in carcere pur di difenderla.

Tiziano Thomas DossenaHai atteso molti anni prima di scrivere questa tua autobiografia. Perché?
Michael Phillips: Psicologicamente è stato un peso incredibile per me rivivere l’intera esperienza. Ci ho messo quasi vent’anni prima di rileggere il diario che ho scritto in prigione perché non ce la facevo proprio, specialmente da solo. Quindi quando ho cominciato a ‘scrivere’ il libro nella mia mente, dovevo anche confrontarmi con il pensiero di quello che avrebbe detto la mia famiglia. Anche per loro significava riportare a galla dei ricordi terribili, e ci sono voluti più o meno due anni per creare il libro vero e proprio.

Tiziano Thomas DossenaCome mai non l’hai pubblicata anche in inglese ma ti sei limitato ad una versione in italiano?
Michael Phillips: È successo semplicemente che un mio caro amico mi ha suggerito di pubblicarlo; non conoscendo nessun editore inglese, è stata quasi una scelta ovvia quella di pubblicarlo in italiano. Inoltre, avevo bisogno di vedere come le persone lo avrebbero accolto prima di pensare ad un’edizione in inglese perché, come ho già detto, vorrebbe dire che tutta la mia famiglia sarebbe in grado di leggerlo, e sono ancora piuttosto nervoso al pensiero che loro lo leggano. Non abbiamo mai nemmeno parlato del mio periodo in prigione o del perché fossi stato arrestato, e credo di capirne il motivo: si sentono responsabili, credono di aver fatto qualcosa di sbagliato. Per loro resto ancora uno dei bambini della famiglia, e quindi sentono di non aver fatto abbastanza per proteggermi, anche se niente di ciò che è successo è colpa loro.

Tiziano Thomas DossenaPerché tu pensi che questa guerra sporca che ha fatto tanti danni fisici e psichici sulla popolazione dell’Irlanda del Nord non è finita ma è in attesa di esplodere un’altra volta?
Michael Phillips: In ogni guerra sono le persone comuni a diventare vittime: i ricchi, i benestanti e la classe politica raramente subiscono gli effetti della guerra. In Irlanda del Nord abbiamo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Europa, eppure siamo solo un milione e mezzo di abitanti. Ogni settimana un giovane muore a Belfast (che ha una popolazione di poco superiore a quella di Bologna), e questa è la normalità. La causa di ciò non può che essere identificata con gli effetti a lungo termine della guerra, dato che molti di questi giovani hanno visto le loro madri e i loro padri assassinati, o messi in prigione, o perseguitati per via della guerra. Poi è arrivata la pace, ma comunque non c’è stato alcun supporto o sostegno che ci spiegasse tutto ciò che era accaduto prima.
La pace non è assicurata, quindi non c’è motivo per cui la guerra non possa ricominciare di nuovo. L’Irlanda del Nord sta lottando da 800 anni contro gli inglesi per raggiungere la totale indipendenza; non sarebbe quindi una grande sorpresa se un’altra generazione volesse portare avanti questa lotta. Dobbiamo fare tutto il possibile, tuttavia, perché essi non continuino questa guerra.

Tiziano Thomas DossenaIl governo britannico ha sempre usato la mano forte nella repressione dell’indipendentismo irlandese. Qual è la ragione di tale scelta, secondo te? Quali sarebbero state le alternative plausibili che avrebbero potuto risolvere il problema?
Michael Phillips: Gli inglesi erano a capo di un impero che, come l’America di oggi, voleva dimostrare di poter controllare tutto il mondo. Non è complicato: al fine di  mantenere questo ‘impero’ avrebbero fatto qualsiasi cosa per sopprimere le insurrezioni, anche se questo voleva dire uccidere persone innocenti, distruggere intere culture o eliminare una lingua.
Non è possibile risolvere questi problemi se dall’altra parte c’è un governo che crede di avere il diritto di controllarti. Loro vogliono mantenere lo status quo. La popolazione locale ha solo due scelte: mantenere l’ordine e seguire le regole, ‘aiutando’ in questo modo l’impero, o combatterci contro, se vogliono che le loro tradizioni, la loro cultura e la loro lingua continuino ad esistere. Non c’è una via di mezzo.

Tiziano Thomas DossenaPensi di avere alfine lasciato questo periodo della tua vita alle spalle?
Michael Phillips: Sì. Citando Bobby Sands, ‘ho fatto la mia parte nella nostra battaglia’. Non sento più la necessità di combattere. Inoltre, la situazione è completamente cambiata, ed ora ci sono molti altri modi di lottare per un’Irlanda indipendente.

Tiziano Thomas DossenaSei il presidente dell’associazione culturale One World. A cosa mira questa associazione? È in qualche modo legata al fatto che tu presti il proprio tempo come volontario in alcuni centri sociali bolognesi?
Michael Phillips: Siamo un’associazione culturale che vuole aiutare i residenti stranieri di Bologna a fare sentire la propria voce, facendo da intermediari con altre associazioni, organizzando riunioni ed eventi. Ci occupiamo molto di creare relazioni, promuovendo incontri e collaborazioni con i funzionari pubblici. Per esempio, il nostro ultimo progetto è quello di incoraggiare le persone a registrarsi (se ancora non hanno la cittadinanza italiana) per votare nelle elezioni amministrative di Bologna a maggio 2021. Ci sono più di 60.000 residenti stranieri a Bologna, e pochissimi di questi vanno effettivamente a votare, perciò siamo di fronte ad un grande potenziale di voti, e potremmo perfino fare eleggere qualcuno di noi. Tutti abbiamo qualcosa di utile da dare a questa città, tra cui diverse capacità, diverse lingue, talenti, esperienze; e, proprio nel periodo più difficile a livello globale per il commercio ed il turismo, noi rappresentiamo la combinazione ideale per portare nuove idee e nuova energia alla città che siamo orgogliosi di chiamare casa.
No, non proprio. Voglio dire, ci sono dei collegamenti ma il mio lavoro nei centri sociali è una cosa a parte. Stiamo tentando di rendere i centri sociali dei luoghi più inclusivi per le giovani generazioni oltre che per i pensionati. Il futuro di questi centri non sembra roseo; per questo, se riusciamo a coinvolgere più persone e ad aumentare le attività come sport, musica e cultura, allora forse potremmo aiutare queste comunità di territorio a rimanere attive e rilevanti. Se iniziamo a perdere i centri sociali temo che perderemo anche una parte importante della nostra comunità.

Tiziano Thomas DossenaHai altri progetti in lavorazione?
Michael Phillips: Purtroppo, il Covid ha cancellato i miei piani perché non posso pubblicare e distribuire la mia rivista Bolife in giro per la città. Fino a quando i miei clienti – bar, ristoranti e pub – non saranno in grado di riprendere completamente la propria attività, nemmeno io posso continuare la mia. Devo solo aspettare e vedere.
Perciò, come molte altre persone, anch’io spero che il 2021 porterà notizie migliori per quanto riguarda il lavoro.

Tiziano Thomas DossenaSe tu potessi incontrare qualsiasi personaggio del presente o del passato e poter porre una domanda, chi sarebbe questo personaggio e che cosa chiederesti?
Michael Phillips: Il Dalai Lama. Gli chiederei solo di poter passare una giornata insieme! Visto che è una persona così ispiratrice, mi piacerebbe vedere il modo in cui si relaziona con gli altri. Non lo farei per l’aspetto religioso, quanto piuttosto per capire come fa ad affrontare i problemi e le situazioni difficili mantenendo un atteggiamento positivo riguardo alla vita.

Tiziano Thomas DossenaHai qualche sogno nel cassetto?
Michael Phillips: Vorrei fare di più per Bologna, per contribuire allo sviluppo della città, poiché ritengo che abbia tutte le potenzialità per diventare una città del futuro. Non ha importanza se per farlo dovrò impegnarmi in un ruolo sociale, commerciale o politico.

Tiziano Thomas DossenaUn messaggio per i nostri lettori?
Michael Phillips: Non lasciate che le critiche o i fallimenti vi impediscano di vivere nel modo in cui volete. E rischiate di più, perché non si possono vivere i propri sogni se si ha paura di essere ambiziosi.

L’archivio de L’Idea Magazine si arricchisce di tutti i numeri del Volume I (1974-1999)

di Tiziano Thomas Dossena

QUANTI RICORDI…

Per tutti i lettori della nostra rivista L’Idea che abbiano il desiderio di ritrovare un vecchio arrticolo della rivista cartacea siamo lieti di offrire una nuova opportunita'. Abbiamo appena terminato di inserire nel nostro archivio online i numeri appartenenti al primo volume della rivista, cioe` quelli che vanno dal 1974 fino alla fine del 1999. Ora potrete leggerli comodamente in versione Pdf sui vostri computer cliccando sulle immagini delle copertine.

Stiamo lavorando sul secondo volume onde completare l’archivio. Questo e` un progetto che ha richiesto molta pazienza e tempo e speriamo che i lettori approfittino di questa opportunita` per riscoprire i nostri articoli e ritrovare un pezzo del nostro passato…

“Aleramici In Sicilia”. Intervista Esclusiva Con Fabrizio Di Salvo.

 

“Aleramici in Sicilia”. Intervista esclusiva con Fabrizio Di Salvo.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Dopo l’articolo sul DNA che non mente abbiamo avuto l’opportunita` di fare alcune domande al Prof. Fabrizio Di Salvo, promotore di questa ricerca…

L’Idea Magazine: Qual è la Sua formazione professionale?
Fabrizio Di Salvo: Da oltre 22 anni mi occupo di progetti in campo energetico, a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, coltivo da sempre lo studio e la passione per la storia da libero ricercatore. Per lavoro ho girato quasi tutto il mondo, a conferma di un interesse per i popoli e le loro migrazioni che, come se fosse un destino già segnato, mi porta ad essere sempre a contatto con popolazioni diverse. I viaggi mi hanno contraddistinto sempre, anche in giovane età, e sono sempre stati mossi dalla passione per i popoli e le etnie.

Isola di Pasqua – Luglio 2014, Fabrizio Di Salvo e la Gobernadora Provincial Marta Hotus Tuki

Una passione nata dalla mia personale ricerca delle origini che mi ha spinto nel 2008 a giungere negli Stati Uniti per scoprire i luoghi dove era emigrato mio nonno a Rochester. Un viaggio di ricerca al quale è stato dedicato un servizio dall’emittente RAI International che ha voluto raccontare questo viaggio della memoria, come emblema di una migrazione, quella degli Italiani partiti per gli Stati Uniti ai primi del Novecento.

New York – Giugno 2008, Francesco, Vincenzo e Fabrizio Di Salvo

Mio nonno emigrò nel 1912, passando come molti altri da Ellis Island, dopo giorni di nave. Un viaggio della memoria che ho voluto ripetere a mia volta, che mi ha permesso di trovare la tomba del fratello di mio nonno Anthony Di Salvo e scoprire di avere ancora parenti negli USA. Volevo rivivere quella migrazione che, seppur recente, mi rimandava alle grandi migrazioni.

Rochester (New York) – anni 30, Anthony Di Salvo con la sua famiglia

Potrei davvero dirvi che la mia è una vita di migrazioni: figlio di emigranti al nord Italia, dalla Sicilia al Piemonte. Mio nonno dall’Italia, la Sicilia, agli USA… E poi le origini stesse della Sicilia con gli Aleramici che, dal Piemonte, andarono al sud soprattutto in Sicilia compiendo il viaggio inverso dei miei genitori ma unendo, in modo affascinante e singolare, il mio viaggio personale: nato al nord da emigranti del sud, partiti da quelle terre–siciliane–che mille anni prima videro le genti del nord, dove nascevo, andare al sud da dove arrivavano i miei genitori. Come avrei potuto non continuare questi viaggi e non cogliere l’occasione di una migrazione esemplare, ma insolita, come quella aleramica che dal nord si spostava al sud a differenza di quello al quale assistiamo da secoli e che vede il sud del mondo ambire al nord, come concetto oltre che come luogo geografico. Così, come molto spesso accade, dalla propria microstoria si può arrivare alla macrostoria, quella storia che può affascinare e aiutare a non dimenticare e, soprattutto, a scoprire le origini di se stessi.

Attualmente sono, inoltre, membro attivo di alcune associazioni culturali impegnate nello studio della storia italiana e europea, in particolare de “Il Circolo Culturale dei Marchesi del Monferrato” e del club UNESCO di Piazza Armerina. A seguito delle ricerche già dette, nel 2017 ho lanciato appunto questo progetto dal titolo “Aleramici in Sicilia” con un collaboratore e nel 2019 è nato “il progetto nel progetto” con la Prof.ssa Anna Placa di Piazza Armerina dal titolo, “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve”. Si tratta di un itinerario enogastromonico-turistico-artistico che unisce Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata al nord dal Monferrato (terra di origine degli Aleramici), Liguria, Oltrepò Pavese al Piacentino. E non solo, perché, durante le ricerche, abbiamo potuto comprendere quanto molte altre località dell’Europa, con le quali pareva non esserci collegamenti, in verità fossero connesse con normanni ed aleramici. Così mi sono spinto fino alla Normandia, alla Svevia alla Rus’ di Kiev a Costantinopoli/Bisanzio e Tessalonica, tutte terre unite dalla storia e che, oggi, potranno diventare anche un’occasione turistica alla scoperta delle proprie origini.

Ho scelto di ricostruire questa storia di un’immigrazione italiana che intreccia popoli apparentemente lontani e che ora coinvolge l’Europa, come già fece con Normanni, Svevi, bizantini e genovesi. Un progetto che parte dal Monferrato per ricomporre un determinato periodo storico del medioevo che va dal 900 al 1300 circa sulle vicende degli aleramici a partire dal leggendario capostipite Aleramo, un personaggio racchiuso tra mito e realtà, partito dal Monferrato, oggi una parte di territorio racchiuso nella regione del Piemonte. Monferrato dove sorge questa dinastia, una zona molto vicina a Vercelli dove sono nato anche se di origini siciliane. Monferrato che si lega alla Sicilia e da qui l’idea di andare a trovare tutte le terre influenzate dagli aleramici. Inizialmente con alcuni viaggi preliminari di ricerca in Sicilia, per cercare di ricomporre questo grande puzzle, che ci hanno permesso di incontrare molti appassionati. Un seguito di esperti che ha permesso di instaurato anche collaborazioni oltreoceano, come quella con la professoressa Joanna Drell dell’Università di Richmond. Una ricerca che, nonostante ormai abbia già dato molti risultati, sarà ancora ricca di sorprese. 

L’Idea Magazine: Come iniziò il Suo interesse nello studio del DNA ed in particolare il genoma di noi italiani?
Fabrizio Di Salvo: lo studio del DNA mi ha sempre incuriosito, poter risalire alle proprie origini in modo scientifico era per me una prova che volevo avere. È stata una conseguenza del mio interesse per lo studio delle migrazioni che ha trovato nella storia di Adelasia del Vasto, partita dal Monferrato, l’origine. Una curiosità che mi ha spinto in passato anche a compiere l’esame del mio DNA per vedere quali fossero le etnie che lo componevano. Uno studio che poi mi ha permesso di vedere come noi italiani, emigranti da millenni, eravamo un cocktail di biodiveristà. Una serie di sincronicità che mi hanno poi portato ad incontrare il Professor davide Pettener, ospite ad un convegno organizzato a Palermo nell’ambito del progetto “Aleramici in Sicilia”, offrendomi l’occasione di andare ancora più a fondo. Una passione che ho da sempre e quando finirà l’emergenza sanitaria la collaborazione con Davide Pettner per mettere a confronto i campionamenti di DNA del sud con quelli del nord.


L’Idea Magazine: Gli studiosi Prof. Davide Pettener e Prof.ssa Stefania Sarno asseriscono che il DNA non mente e abbatte i luioghi comuni. In particolare si riferiscono all migrazione dei Normanni, degli Aleramici  e dei Genovesi verso la Sicilia tra il nono ed il quattordicesimo secolo. Potrebbe spiegare chi sono gli Aleramici ai nostri lettori e perché vi furono queste varie migrazioni?
Fabrizio Di Salvo: Gli Aleramici appartenevano ad un’importante famiglia, di origine franca o franco-salica, che si stabilì nel Piemonte meridionale e nella Liguria occidentale dando origine alle dinastie dei marchesi di Monferrato, del Vasto, del Carretto, Lancia, Incisa ed altre di minore prestigio. Il fondatore del ramo italiano degli Aleramici è Guglielmo che giunge in Italia, dalla Francia, probabilmente al seguito di Guido II di Spoleto nell’888 ed è presente alla corte di Rodolfo II di Borgogna re d’Italia. Ma è con Aleramo che troviamo il vero capostipite. Un uomo che unisce mito e realtà. Infatti, la leggenda vuole che di Aleramo si innamori della figlia dell’imperatore Ottone I. i due fuggono per consumare il loro amore e quando Ottone li ritrova, li perdona. Inoltre, a seguito di una grande prova di coraggio di Aleramo, Ottone dice al giovane che avrebbe ottenuto come ricompensa una zona, tra Liguria e Piemonte, grande quanto il territorio che sarebbe stato in grado di ricoprire in tre giorni e tre notti di cavalcata. Questa è la nascita mitica della Marca aleramica della quale, però, abbiamo la prima testimonianza storica, in base ai dati in nostro possesso, con il diploma del ventun marzo 967 in cui Ottone I assegna ad Aleramo “tutte le terre dal fiume Tanaro al fiume Orba e fino alle rive del mare”, territorio che assumerà il nome di marca Aleramica. Gli aleramici daranno vita, appunto, a vari rami e uno di questi è quello dei Del Vasto. Ora arriva la parte che si collega alla storia che ci interessa direttamente. Andiamo avanti di un secolo, Ruggero d’Altavilla, dopo essersi insediato come re, prende in sposa Adelaide del Vasto, nel 1087, e parte la politica di ripopolamento della zona che coinvolse il nord Italia Aleramico.
Intanto osserviamo il collegamento che si crea tra Aleramici e Normanni. Due zone, il Monferrato aleramico e la Normandia normanna, che consolideranno la loro fusione, e unione, lontano dalla due terre di origine. Infatti, sarà la Sicilia che legherà strettamente le due casate tramite il noto matrimonio tra Adelaide del Vasto, Aleramica, e Ruggero d’Altavilla, Normanno.

L’Idea Magazine: Nello studio di Pettier e Sarno si fa riferimento alla differenza tra il cromosoma X e quello Y nell’esaminare il movimento migratorio in Italia. Potrebbe approfondire l’argomento per i nostri lettori?
Fabrizio Di Salvo: Non sono un biologo, ma in base a quanto mi hanno spiegato gli esperti, in pratica, nella donna sono presenti due cromosomi XX mentre nell’uomo uno Y e uno X. Lo studio dell’Università di Bologna vuole focalizzarsi su quello X femminile perché per le donne, nel medioevo, era più facile viaggiare lontano dalla terra di origine perché, come ben sapete, era consuetudine organizzare matrimoni di convenienza per unire le casate e i loro possedimenti che potevano ereditare. Infatti, anche la storia di Adelasia del Vasto, della quale abbiamo parlato prima, è connessa a un matrimonio combinato che conferma questa tendenza. Lo studio parte da qui, perché per monitorare il movimento migratorio era necessario osservare con maggior attenzione l’X femminile rispetto quello Y maschile.

L’Idea Magazine: Il progetto Aleramici in Sicilia, promosso da Lei, continuerà ad esaminare alcune zone della Sicilia in particolare. Che cosa si prefigge di fare?
Fabrizio Di Salvo: Sì, l’obiettivo, dopo aver già visitato oltre settanta località aleramiche in Sicilia, è quello di ritornare in collaborazione con il dipartimento di antropologia culturale dell’università di Bologna e con Pettener in prima fila, per eseguire i test sul DNA di venti abitanti di Piazza Armerina e San Fratello per provare scientificamente la fusione suddetta tra le genti del nord, i cosiddetti “lombardi”, le genti delle attuali regioni di Liguria, Piemonte, Lombardia e parte dell’Emilia Romagna (da dove arrivavano gli aleramici), e gli abitanti della Sicilia nell’XI, prima, e poi ancora nel XII e XIII secolo. Una proposta colta con entusiasmo anche dalle autorità locali siciliane.

L’Idea Magazine: Ci fu anche un documentario al proposito?
Fabrizio Di Salvo: Assolutamente sì. L’idea del documentario nasce ormai quasi tre anni fa. Si tratta di docufilm al quale sto lavorando con immenso impegno, un evento storico-culturale in cui si parlerà di questa emigrazione italiana e non solo. Il progetto ha raggiunto un respiro anche Europeo, perché oltre ad avere girato riprese in numerose località della Sicilia e del Piemonte, siamo stati a girare anche in Francia, Germania, Turchia e Ucraina. Oltre al fatto che sarà arricchito da più di trenta interviste di esperti italiani e internazionali, un team scientifico di spessore mondiale. Oltre a questo, per cercare di restituire l’atmosfera degli anni a cavallo tra i due millenni, abbiamo lavorato alacremente anche per immagini in costume sia in Sicilia che in Piemonte nel Monferrato. Un lavoro molto interessante, ampio e dispendioso, ancora in lavorazione che speriamo di completare per la primissima primavera. In proposito, proprio in questi giorni stiamo girando le riprese in costume nella zona del Monferrato, nel castello di Pomaro Monferrato. Per l’occasione potremo usufruire del contributo di Samantha Panza dell’antica sartoria “Principessa Valentina” di Asti, nome dato in onore della principessa Valentina Visconti, figlia del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che pare aver soggiornato proprio nel palazzo sede della sartoria. Un centro di studi e ricerche che dal 1994 è diventato anche laboratorio sartoriale per mano di Samanta Panza, che restituirà il fascino di epoche storiche grazie all’abbigliamento in costume. Una vera eccellenza che vede collaborazioni con emittenti televisive nazionali quali RAI, Mediaset, LA7 e Sky ma anche internazionali come BBC e CNN. Si avvalgono, inoltre, dei loro capi anche numerose compagnie teatrali ed eventi quali il palio di Asti e del principato di Monaco, oltre ad essere fornitrice della Federazione Italiana dei Giochi Storici.

Asti – Settembre 2020 – Walter Siccardi, Samantha Panza e Fabrizio Di Salvo

Un ulteriore contributo renderà ancora più prestigiose le riprese. Infatti, nelle vesti di Aleramo stesso, il capostipite, avremo il notissimo stunt men italiano Walter Siccardi. Un professionista del mondo del cinema presente in pellicole in costume di respiro internazionale quali I Cavalieri che fecero l’impresaKing ArturRomeLa freccia neraIl bene e il maleNew Moon e il recente Robin Hood di Ridley Scott. Uno sword master, stunt performer e combat stunt che premierà, con la sua presenza, lo sforzo di tutto il lavoro fino ad ora compiuto e renderà ancora più professionali le riprese di questo documentario.

L’Idea Magazine:Mi sembra che il Suo sia anche un interesse di origine emotiva, cioè che Le pare giusto provare che siamo alla fine dei conti tutti “imparentati”…
Fabrizio Di Salvo: Il mio intento è provare, anche scientificamente, una sensazione, quasi una voce che mi sussurra da anni: “siamo tutti uguali”. Gli studi storici e antropologici dimostrano che tutti deriviamo dal medesimo progenitore e che poi ci siamo spostati dall’Africa raggiungendo tutto il mondo ma, come dicono gli antropologici, siamo tutti di una stessa razza, “Quella Umana”. Per esperienza, avendo visitato tutti i continenti, seppur con qualche differenza, posso confermare che le caratteristiche umane sono le stesse ovunque. Per questo, raccontare prima la mia storia di figlio di immigrati dal sud al nord dell’Italia, poi quella di mio nonno, dall’Italia agli Stati Uniti e poi quella di lontani progenitori come gli aleramici dal nord dell’Italia al sud, la direzione opposta dei miei genitori, è stato proprio confermare questo “imparentamento” globale.

Luanda (Angola) – Marzo 2015 – Fabrizio Di Salvo e il Missionario Padre Renzo Adorni con alcuni studenti del Bom Pastor, Kikolo.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Fabrizio Di Salvo: Il mio vorrebbe essere anzitutto un messaggio di speranza e fratellanza. In ogni epoca l’uomo ha dovuto confrontarsi con i pregiudizi e interrogarsi sulla capacità di accoglienza. Oggi ci troviamo in un momento storico in cui ancora una volta in tutto il mondo si devono fare i conti con questo aspetto e non voglio sollevare polemiche in merito, anzi. La mia speranza è solo quella di offrire uno stimolo di riflessione che porti ad interrogarsi sulla vera natura della matrice comune che unisce tutti gli uomini e le donne del mondo, in qualsiasi luogo vivano, sapendo che le proprie radici, risalendo nel tempo e nelle epoche storiche, possono anche essere innestate in un luogo molto lontano quasi impensabile.

Four books from the Rediscovered Operas Series published!

I am proud to announce that I just published (with Leonardo Campanile as co-editor) four volumes of the Rediscovered Operas Series at the same time! A lot of work was involved in this production and we are very proud of these books because they give music students an extra opportunity to not only being able to read correctly the libretto, but to learn about the composer, the lyricist, the theater in which it was performed and other interesting facts…

“Rediscovered Operas Series” was created by our publishing house to propose the rediscovery of some operas of the eighteenth and nineteenth centuries. They were operas written and set to music that, for incomprehensible reasons, have not had the response they deserved in the musical and opera world or had success but have been forgotten through the years. Our goal is to present the original librettos with the proper editing that does not change either the writing style or the language of the original text but corrects any typos and omissions caused by the damage that the original librettos may have undergone.

To this we added a proper but brief biography of the lyricist and of the composer, a story of the theater in which the opera was first performed and, whenever available, prefaces, articles, and introductions of the times that offer a better understanding of the content of the librettos, both as poetic compositions and as tales. We hope that this undertaking of ours will help a rekindling of the interest by musicologists and by the large public in these worthy and marvelous operas.

La collana editoriale “Rediscovered Opera Series” è stata creata dalla nostra casa editrice per proporre la riscoperta di alcune opere dei secoli XVIII e XIX. Erano opere scritte e messe in musica che, per ragioni incomprensibili, non hanno avuto la risposta che meritavano nel mondo della musica e dell’opera o hanno avuto successo, ma sono state dimenticate nel corso degli anni. Il nostro obiettivo è presentare i libretti originali con un editing che non cambia né lo stile di scrittura né la lingua del testo originale, ma corregge eventuali errori di battitura e omissioni causate dal danno che i libretti originali potrebbero aver subito.

A ciò abbiamo aggiunto una breve ma appropriata biografia del librettista e del compositore, una storia del teatro in cui l’opera è stata eseguita per la prima volta e, quando disponibile, prefazioni, articoli e introduzioni dei tempi che offrono una migliore comprensione del contenuto dei libretti, sia come composizioni poetiche sia come racconti. Speriamo che questa nostra impresa contribuisca a riaccendere l’interesse dei musicologi e del grande pubblico in queste meritevoli e meravigliose opere.

Dal Giardino Di Don Pedro A Luci E Colori, Una Passione Che Mette A Fuoco Il Lavoro Dell’artista Pietro Di Giorgio [L’Idea Magazine 2020]

Dal Giardino di Don Pedro a Luci e Colori, una passione che mette a fuoco il lavoro dell’artista Pietro Di Giorgio

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Dopo il magnifico lavoro di spiegazione della complessa simbologia del giardino di pietra di Don Pedro, al secolo Pietrro Di Giorgio, apparso nel volume Il Giardino di Don Pedro. Un progetto rimasto incompiuto, Valeria Nardulli ritorna con un’analisi della pittura di questo poliedrico artista molese che ha lasciato tanto al proprio paese d’origine.

In Luce e colori nella pittura di Don Pedro, l’Autrice mette in risalto il messaggio che l’artista ha saputo inviare ai propri contemporanei e che lei spera sia accolto anche oggi, un messaggio di “ecumenismo, religioso e sociale, che caratterizza tutta la sua produzione, ma soprattutto i dipinti in cui hanno largo spazio i temi mistico-religiosi, ai quali si collega strettamente la rappresentazione del dramma della guerra nella Bosnia-Erzegovina degli anni Novanta”, come  spiega nell’illuminata prefazione il Professore Enzo Simone. Questo messaggio di “pace, solidarietà e fratellanza universale propugnati dal Maestro” lo si ritrova sia nel Giardino di Don Pedro sia in questo nuovo ottimo volume, che nella loro totalità offrono una storia dell’artista non solo esposta con passione e dedizione  ma anche illustrata ampiamente al fine di creare una reale esposizione dell’ecclettismo di Don Pedro. Il lavoro di ricerca compiuto dalla Professoressa Nardulli è stato dettato da un entusiasmo legato alla propria conoscenza diretta dell’artista ed il risultato è ottimo in tutti i sensi, anche se le immagini non sempre sono nitide o di alta qualità, dal momento che molte sue opere sono state vendute e non si conoscono gli acquirenti, quindi le fotografie a disposizione sono spesso quelle fatte da amici e conoscenti.

A parte questa piccola pecca, legata ad una situazione non controllabile sia dall’Autrice sia dall’editore, il libro presenta una vasta gamma di immagini, tutte a colori, che permettono, con le spiegazioni della Professoressa Nardulli, di comprendere appieno il messaggio del’artista e la validità delle sue opere.

In questa sua accurata analisi delle opere dell’artista, sia pittoriche sia architettoniche, l’Autrice risale a tutte le varie fasi artistiche di Don Pedro e raggruppa le opere sia secondo i soggetti sia secondo la tecnica usata, permettendo di percepire la sensibilità e le innovazioni evolutive dell’opus di questo artista.

PUBLISHED BY: Idea Graphics LLC
IMPRINT: Idea Press

PUBLISHING DATE: December 2019
ISBN# 978-1-948651-10-3
LIBRARY OF CONGRESS# 2019955666
PAPERBACK: PAGE COUNT 106
LANGUAGE:   Italian
DIMENSION: 6.690 Inch x 9.610 Inch
PRICE: $ 24.00   Euro 22.00

La Lira Silente, Primi Sonetti di Edna St.Vincent Millay. [L’Idea Magazine 2019]

 Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Nel leggere i sonetti della raccolta di Edna St. Vincent Millay a titolo La Lira Silente is capta la personalità della poetessa, che non ha certamente peli sulla lingua riguardo l’espressione dei propri desideri sessuali, delle proprie debolezze, ma anche del proprio astio, della rabbia repressa ch’ella sente per chi l’ha abbandonata o le ha fatto qualch spregio. I sonetti hanno una carica che è straordinaria quando poniamo Millay nel contesto del tempo in cui visse. E la possibilità di captare ed apprezzare questa carica, questa emotività espressa senza freni o rimorsi della poetessa la possiamo avere grazie all’ottima traduzione di Laura Klinkon, che è riuscita a ritenere il linguaggio fin troppo onesto di questi sonetti evitando di legarsi alla struttura poetica, che in realtà non è riproducibile in traduzione senza alterare il vero significato dei versi.

La versione italiana ritiene il ritmo dei versi ma non li forza, anzi li scioglie in un linguaggio che è tanto simile a quello originale in inglese che ci si pone la domanda su come abbia fatto la traduttrice a ricreare così validamente questi sonetti quando ha incontrato le molte espressioni idiomatiche usate dalla Millay. Ottimo lavoro, quindi, che ci permette alfine di leggere questi sonetti in una versione italiana non solo accettabile e comprensibile, ma direi anzi superlativa.
Complimenti quindi alla traduttrice che è riuscita a produrre questo magnifico libro.

Trascrivo dal libro (Pag. 67) una delle poesie che può dare un’idea di come possa essere stata ardua la traduzione:

Oh, mio amato, hai mai pensato a questo:
Come negli anni a venire il tempo senza scrupoli,
Più crudele della Morte, ti strapperà dal mio bacio,
E farà te vecchio, e lascerà me nel fiore degli anni?
Ocome noi, che scaliamo insieme ancora
Per un po’ la dolce, immortale altezza
Che nessun pellegrino può ricordare né dimenticare,
Indubbio come gira il mondo, in una granitica notte
Ci sdraieremo svegli e scopriremo la fiamma graziosa
Adesso spenta per sempre sulla nostra pietra comune;
E ricorderemo che quel giorno che venisti
Io ero bambina, e tu un eroe cresciuto?
E passerà la notte, e proromperà lo strano mattino
Sulla nostra angoscia l’una per l’altro!

 

La Lira Silente; Primi Sonetti di Edna St. Vincent Millay
Traduzione di Laura Klinkon
Stesichorus Publications, Rochester, NY, 2017

“Un Anno e un Giorno”. L’esperienza di un’insegnante milanese a New York. [L’Idea Magazine, Aprile 2019]

Recensione di Tiziano Thomas Dossena

Ornella Dallavalle

Nel leggere il romanzo di Ornella Dallavalle a titolo Un Anno e un Giorno devo confessare che avevo dei pregiudizi creati da una informazione superficiale sul libro che informava delle sue critiche al sistema educativo americano. Da buon Nuovayorchese  immediatamente mi ero messo in posizione di difesa: “Come? Critica il sistema scolastico di New York? È facile criticare se non si hanno delle proposte vaide per migliorarlo. E poi, che ne sa lei, una milanese, delle scuole di New York? E così via…”

Mi sono dovuto ricredere. Le sue critiche sono in realtà solo osservazioni più che corrette, e questo l’ho potuto verificare non solo perchè ho studiato a New York, ma anche perchè mia moglie ha insegnato vari anni in questa città. In realtà, il punto focale del libro non è la carenza del sistema educativo, che tra l’altro è stata presentata in modo chiaro e persuasivo dall’autrice, ma il suo rapporto con gli studenti. La tenacità ed il potenziale di alcuni studenti che, grazie soprattutto a lei, riescono non solo a sopravvivere in tale sistema, ma a fiorire e continuare gli studi ad altro livello, è sfortunatamente appaiata dal fallimento della scuola con altri che vengono ‘persi’ e probabilmente si dedicheranno in futuro ad attività criminose.

Nonostante Dallavalle offra delle soluzioni ad ampio raggio, che chiaramente pur essendo valide richiederebbero un cambiamento di mentalità degli amministratori che non  avverrà di certo in brevi tempi, le sue esperienze in tale città portano a pensare che si sia rassegnata a modificare il sistema attraverso la propria dedizione d’nsegnante, e questo libro lo attesta. I problemi di questa città americana, e non solo di questa, sono complessi e risalgono agli anni sessanta, quando una nuova ondata di immigrazione invase la città (principalmente afroamericani in un loro esodo dagli stati del sud che ancora riteneva leggi locali e mentalità a base razzista), seguita a breve da una seconda ondata di immigranti centroamericani e sudamericani, fatti ambedue che portarono molta confusione in un sistema creato principalmente per gli studenti nati e cresciuti in loco. In una nazione in cui la politica ha sempre più influenza su tutto ciò che avviene, i cambiamenti sono spesso superficiali e servono solo a convincere gli elettori che si sta facendo qualcosa in merito, niente di più. Oltre a ciò, negli ultimi vent’anni ci si è voluti mettere a fuoco, erroneamente, sull’inefficacia degli insegnanti e contemporaneamente limitare l’indipendenza e la creatività degli stessi con regole e sistemi a volte troppo restrittivi e puerili.

Detto questo, ritorniamo a questo magnifico romanzo, che è in realtà un diario dell’anno iniziale dell’insegnamento dell’autrice a New York. Bello, si, è proprio un bel romanzo; scritto bene, ben pesato e sviluppato, Un Anno e un Giorno riesce a carpire non solo l’attenzione del lettore, ma anche il suo cuore, portandolo in un mondo affascinante ed allo stesso tempo anche terrificante per le sue inadeguatezze. Le sue osservazioni ci aiutano a capire che New York è un mondo a sè, con tanti difetti ma anche tanti pregi che rendono tale città qualcosa di diverso, incantatore e incantevole anche e nonostante tali difetti.

Dallavalle ci ha voluto presentare non solo le proprie esperienze, ma anche mettere a nudo la propria ‘love story’ con questa città e lo fa con convinzione e sensibilità.  Alcuni passaggi portano con sè una carica emotiva sensazionale:

“New York è l’unico posto al mondo in cui, anche chi ci arriva per la prima volta, ha l’impressione di ritornarci. Sarà per i film o per la facilità con cui ci si orienta, ma è facile sentirsi newyorchesi dopo un pomeriggio passato a passeggiare tra le street e le avenue.
New York è la citta dei mille taxi gialli. Degli americani che camminano con il loro caffé tra le mani. Dei barboni seduti tra l’indifferenza di uomini d’affari e grattacieli di centinaia di piani. Della quinta avenue con i suoi lussuosissimi palazzi. Della tranquillità di Central Park. Della cordialità delle persone che, se ti vedono in difficoltà, si offrono di aiutarti.

New York è tutto e il suo contrario. È la citta delle mille diverse razze. Della gente reale, viva. Sono cinque giorni che la percorro in lungo e in largo e ancora mi fermo incantata a guardare le persone. Emanano energia, forza e grande determinazione. Ogni cosa qui sembra elevata all’ennesima potenza. È più grande, più sporca, più colorata, più rumorosa, più vera, più crudele, più accattivante, più animalesca, più umana.

New York è la citta dei ragazzi di colore che ballano l’hip hop. Delle limousine che sfilano nelle strade. Dell’incanto del ponte di Brooklyn di notte. Degli operai della metropolitana che lavorano ascoltando la musica di Aretha Franklin. Delle stradine e dei prati verdi del West Village. Delle ragazze che girano in pigiama o vestite come principesse. Del mio naso sempre all’insù. E del cielo.
New York non dorme mai. Con i suoi negozi aperti ventiquattr’ore su ventiquattro. Le sue ventidue linee della metropolitana in continuo movimento. La musica per le strade. Le sirene che urlano impazzite e i camion dell’immondizia che girano per tutta la notte.
A pelle si percepisce che è una citta di lottatori e lottatrici.”

Questa carica diventa addirittura impressionante quando l’autrice è testimone di una delle più grandi tragedie di questo secolo, l’attacco al World Trade Center:

“Maria mi informa che due aerei hanno colpito le torri gemelle. È sicuramente un attentato.
“Un attentato? Come? Perche?” Cammino velocemente lungo il corridoio in direzione del lato nord-ovest, quello che guarda verso il sud di Manhattan, fino a raggiungere una finestra. L’azzurro del cielo settembrino è coperto da una nuvola grigia di fumo, le torri gemelle sono in fiamme. È una visione surreale e crudele al punto da togliere il fiato.
Pochi istanti dopo crollano. Tutto succede in silenzio, quasi al rallentatore. La scuola, per un istante, si trasforma in un’immensa mongolfiera. Mi sembra di fluttuare nell’aria insieme alla pioggia di fogli bruciacchiati e ai brandelli di documenti che, volando, stanno attraversando il fiume e inondando Brooklyn, quasi per lasciare una testimonianza corporea delle migliaia di persone che hanno appena perso la vita, soffocate, sotterrate da tonnellate di macerie, bruciate.
Il panico si scatena a scuola. Nel corridoio, Fernando, uno degli studenti della mia Junior class, urla disperato “Mamma, mamma”, in quattro cercano di tenerlo fermo e rassicurarlo eppure continua a dibattersi, come un agnello prima del macello.
I terroristi hanno colpito il centro finanziario di New York, hanno probabilmente ucciso molti professionisti dell’economia mondiale ma accanto a loro, dentro le torri, c’erano anche le centinaia di persone che, come la madre di Fernando, lavoravano come inservienti, camerieri, personale delle pulizie.
E il mio pensiero va a quei volti che ho incontrato solo tre giorni fa: al ragazzo dell’ascensore, alla barista del Windows of the World, al cameriere che era stato cosÌ gentile con me.
A poche ore dall’attentato la citta è in ginocchio, non funziona più nulla, non si riesce a telefonare né a spedire una e-mail, tutti i mezzi di trasporto sono bloccati. Siamo immobilizzati, incapaci di rassicurare i nostri cari, di dire loro che siamo ancora vivi. È una sensazione terribile, di totale impotenza”.

Questa sua sensibilità le permette inoltre di captare la potenzialità degli studenti a lei affidati e di offrire loro una strada alternativa a quella iniziata, migliorando in tale modo non solo il risultato degli studi ma anche la loro vita al di fuori della scuola. E le loro peripezie catturano l’interesse del lettore quanto l’accurata analisi del sistema scolastico. Un libro che avrebbe potuto essere un saggio sul sistema scolastico Nuovayorchese è in realtà un ottimo romanzo colmo di riflessioni, commenti, considerazioni, ma anche di azione, contrasti, e perchè no?, anche di sentimenti: l’affetto provato verso gli studenti, il rancore verso gli ottusi amministratori, l’amore che viene improvviso per poi dover essere abbandonato.

Per chi voglia scoprire come una insegnante milanese sia arrivata ad insegnare a New York e che cosa abbia scoperto di sè, degli studenti americani e di questa città, questo è senza dubbi un romanzo da leggere e gustare.

“Un Anno E Un Giorno”; Un’insegnante Italiana Ci Presenta La Sua Esperienza Nella Scuola Pubblica Americana In Un Romanzo. Intervista Esclusiva Con La Scrittrice Ornella Dallavalle. (L’Idea Magazine)

“Un Anno e un Giorno”; un’insegnante italiana ci presenta la sua esperienza nella scuola pubblica americana in un romanzo. Intervista esclusiva con la scrittrice Ornella Dallavalle.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ornella Dallavalle nasce a Milano. Conseguita la laurea in Economia e Commercio si trasferisce in California per un anno. Al rientro in Italia si iscrive alla facoltà di Filosofia. Studia e lavora contemporaneamente in parte a Milano, in parte in Francia e in Spagna. Collabora con Radio Gribouille ad Angers e scrive per il Tribuna de Salamanca. Dall’agosto del 2001 a luglio del 2006 vive a New York, dove lavora come insegnante nelle scuole ‘difficili’ nei sobborghi della Grande Mela. Parlano di lei ‘Io Donna’ (Corriere della Sera), ‘America Oggi’ (La Repubblica), Presenza (mensile dell’Università Cattolica di Milano). Viene intervistata da Radio 105, Radio Lombardia, Rai International e da Enrico Mentana durante la convention di RasBank a Nizza. Giovanni Allevi la cita nel suo romanzo ‘La Musica in testa’ e Stefano Spadoni nel libro ‘New York terrorismo e antrace – cronache da una città che vuole tornare a vivere’ entrambi pubblicati da Rizzoli. Nel 2009 diventa cittadina americana. Nel 2010 scrive la sceneggiatura del cortometraggio ‘La Ragazza di Rodin’, proiettato nel Short Corner del Festival di Cannes. Attualmente è docente di  Financial Mathematics presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente di ruolo al corso serale dell’istituto Kandinski (nel Gratosoglio – per non sentire troppo la nostalgia degli studenti di New York). Scrive recensioni artistiche e cinematografiche per KritiKaOnline e Amicinema. 
Il libro Un Anno e un Giorno è il suo primo romanzo.

Tiziano Thomas Dossena: Il tuo libro, Un Anno e un Giorno, è elencato come romanzo nonostante sia una storia vera, anzi la storia vera di una tua ‘avventura americana’ avvenuta quasi vent’anni fa. Qual è la ragione di tale scelta editoriale?
Ornella Dallavalle: Il libro è basato su eventi realmente accaduti ed è scritto sotto forma di diario, ma il racconto è spesso in terza persona, ci sono molti dialoghi. La mia voce narrante viene sovente sostituita da quella dei veri protagonisti di questa storia: Ceandra, Quosheen, Alex, Josè e Racine. Sono questi cinque adolescenti che ci raccontano la scuola pubblica americana; per questo non considero quest’opera un’autobiografia ma piuttosto un romanzo. L’autenticità e la memoria emotiva ovviamente lo caratterizzano.

Tiziano Thomas Dossena: Dalla sinossi del libro si viene a sapere che tu accettasti una proposta di insegnare matematica in una High School di Bushwick, un quartiere di Brooklyn. Cosa ti convinse a lasciare la tua nazione per venire qui negli USA ad insegnare, e poi in una zona non proprio per la quale?
Ornella Dallavalle: Tutto è iniziato in seguito ad un incidente stradale che mi ha portato a Ischia, a fare delle cure termali. Lì Luciana, una mia amica, ha visto un’inserzione sul Corriere della Sera. Il provveditorato americano cercava insegnanti. Ho risposto all’annuncio solo per far contenta lei (che insisteva dicendo che ero la candidata perfetta per quel lavoro) e me ne sono completamente dimenticata. Il tutto è tornato alla mia mente quando, a giugno del 2001, ho ricevuto una email con la data per il colloquio. Ci sono andata con poca convinzione e nel giro di un paio d’ore mi sono trovata tra le mani una lettera d’incarico per due anni. Dall’inserzione e dal colloquio non era emerso quasi nulla delle difficoltà reali nascoste dietro quell’incarico: nell’inserzione si vedeva la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn e durante il colloquio mi è stato detto che la scuola sarebbe stata probabilmente a Brooklyn o nel Bronx, ma l’assegnazione definitiva sarebbe avvenuta una volta arrivata a New York. Ciò che mi ha trascinato in questa avventura è stata la magia di New York City, il fatto che il provveditorato americano avrebbe pagato il corso di master che volevo fare e in parte anche l’inconsapevolezza. Mentre riflettevo se partire o no è successa una cosa incredibile, quasi soprannaturale, che mi ha portato al sì definitivo… ma la scoprirai leggendo il libro.

Tiziano Thomas Dossena: Per quanto tempo hai insegnato?
Ornella Dallavalle: Per cinque anni. Un anno a Bushwick e gli altri quattro a Washington Heights.

Tiziano Thomas Dossena: Quali furono gli ostacoli più difficili da superare?
Ornella Dallavalle: Il maggiore è stato sicuramente il dover combattere contro un’amministrazione scolastica e un sistema che volevano che facessi la babysitter (con tutto il rispetto per le babysitter) mentre io volevo fare l’insegnante. È stata una vera guerra a suon di lettere…

Tiziano Thomas Dossena: Quale fu la sorpresa più eclatante di questa tua esperienza americana?
Ornella Dallavalle: Scoprire che lavorare in una scuola newyorchese è un po’ come lavorare alle Nazioni Unite: ci sono insegnanti che provengono da tutto il mondo. Il confronto con loro ha contribuito molto alla mia crescita personale e professionale.

Tiziano Thomas Dossena: Da una tua intervista con Radio Lombardia mi è parso di capire che tu sei quasi convinta che il sistema scolastico americano sia strutturato apposta per tenere una parte della società in una posizione di svantaggio al fine di continuare ad avere una classe sociale che continui a fare certi lavori. Mi pare un’accusa pesante. Sei veramente convinta che sia così?
Ornella Dallavalle: Non la considero un’accusa ma la constatazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. A volte è la presa di consapevolezza che manca. Basta chiedersi qual è la percentuale di studenti provenienti da scuole pubbliche che si iscrive a una buona università (o anche solo all’università) e qual è la perpercentuale di studenti provenienti da specifiche etnie che deve iscriversi all’università. Ti dico solo che ho insegnato per cinque anni matematica nelle scuole pubbliche di New York e ho scoperto, alla fine del quinto anno, grazie al figlio di un amico, l’esistenza del SAT. Il ragazzo (che frequentava una scuola privata) non riusciva a capacitarsi del fatto che io fossi un’insegnante di matematica e non sapessi dell’esistenza di questo esame, fondamentale per essere ammessi nelle principali università americane. Lui mi ha confidato che nella sua scuola si preparavano a partire dalla terza, soprattutto in matematica. Quando ho chiesto alla mia assistant principal spiegazioni mi è stato risposto che gli studenti delle scuole pubbliche non sarebbero stati in grado di passarlo. In realtà, nelle scuole pubbliche, ci sono ragazzi molto intelligenti, che passerebbero tranquillamente il SAT se qualcuno li informasse sull’esistenza di questo esame e li aiutasse a prepararlo. Se poi leggerai il libro, saranno Ceandra, Racine, Alex, Josè e Quosheen a farti capire le altre evidenze…

Tiziano Thomas Dossena: Quali sarebbero le tue proposte per migliorare la situazione nelle scuole simili a quelle in cui insegnasti?
Ornella Dallavalle: Un sistema scolastico basato sulle competenze è un sistema perdente; bisogna puntare alla conoscenza. Gli adolescenti sono estremamente recettivi  e capaci se ben motivati. Bisogna smetterla di sottovalutarli. La scuola non è una società che deve produrre dei risultati economici, gli insegnanti non devono essere costretti a dare dei voti positivi (inutili quando non meritati) per mettere in bella luce il preside o l’istituzione per cui lavorano ma devono fare il loro lavoro: portare i ragazzi alla conoscenza e prepararli per affrontare il futuro come uomini capaci di scelte autonome e intelligenti. Il percorso è complesso ma si parte sempre dalla relazione personale (che deve essere sincera e non ‘manovrata’), gli strumenti didattici sono molteplici.

Tiziano Thomas Dossena: Hai mai pensato di ritornare a Bushwick e fare una ricerca per scoprire cosa sia successo ai tuoi studenti di allora?
Ornella Dallavalle: Molte volte ma non credo abitino più lì, il quartiere negli ultimi anni è cambiato, è stato colonizzato da architetti e designer. Purtroppo non ricordo i loro cognomi (quelli che ho usato sono di fantasia) per cui non saprei come cercarli ma chissà, magari un giorno saranno loro a ritrovare me.

Tiziano Thomas Dossena: Che cosa hai tratto di più importante per la tua persona da questa tua esperienza?
Ornella Dallavalle: Ho imparato ad ascoltare e a guardare oltre la rabbia. Ogni ragazzo ha una storia da raccontare e sono tutte bellissime. Ho imparato che i ragazzi di Bushwick, con il coltello in tasca e il pollice in bocca,  hanno bisogno di sentirsi dire: “Ce la puoi fare”, hanno bisogno di sapere che sono importanti per qualcuno. E forse questo vale per tanti esseri umani. Ho imparato che ognuno di noi può contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo (non è facile ma vale la pena almeno provarci).

Adolph Caso, Una Voce Importante Per Gli Italo Americani; Un’intervista Esclusiva. [L’Idea Magazine]

Intervista di Tiziano Thomas Dossena. Traduzione di Valentina Lo Monaco.

Ho incontrato Adolph Caso per la prima volta all’International Book Show di New York, e mi ha colpito perché dava l’impressione di amare i libri più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ho scoperto solo in seguito che non si interessava soltanto di pubblicazione, ma anche di scrittura, traduzione, insegnamento e sostegno per la comunità italo americana. In questo periodo di confusione, nel quale alcune persone tentano di riscrivere la storia per compiacere qualcuno, senza alcun riguardo per l’accuratezza della revisione, avere uno studioso del calibro di Adolph Caso, schierato dalla parte giusta della causa, è davvero l’ideale, e sento che i nostri lettori sarebbero contenti di conoscerlo meglio. Segue quindi una breve intervista per presentare Mr. Caso. Potete inoltre seguire i link per scoprire di più sulle sue molteplici attività.

L’IDEA: Lei è uno stimato editore, ma anche uno scrittore prolifico e un docente indipendente. Con quale di queste professioni si identifica maggiormente?
Adolph Caso: Sono un poeta, di conseguenza ho una mente libera. Nella mia poesia, rivelo e condivido le cose e le idee che nascono dentro di me. (clicca qui per leggere la sua poesia Filtering Energy)

L’IDEA: Ha scritto più di un articolo sulla questione relativa alla “Statua di Colombo”. Conferma la sua opinione secondo cui questo tentativo di riscrivere la storia è in realtà un atto mal celato di discriminazione nei confronti degli italo americani in generale? Cosa pensa dovremmo fare noi, in quanto comunità, per contrastare questo oltraggio a Colombo?
Adolph Caso: Colombo non era uno spagnolo, né un portoghese e non era ebreo. Era di Genova. Pressoché al pari di Gesù Colombo ha fatto per l’umanità più di qualsiasi altro, scoprendo una via che conduceva alle Americhe. Milioni e milioni di persone hanno tratto beneficio da Colombo, e non da altri, tantomeno dai suoi critici ignoranti e senza cervello.

L’IDEA: In merito a Colombo, ha pubblicato TO AMERICA AND AROUND THE WORLD–The Logs of Colum­bus and Magellan. Crede che le persone che lanciano accuse infondate nei confronti di Colombo dovrebbero senza dubbio leggere questo libro, e perché?
Adolph Caso: La ragione fondamentale di questa pubblicazione era di mettere davanti ai lettori le testuali parole di Colombo stesso, e non le opinioni pregiudizievoli di critici prevenuti. Ad esempio, come dimostrano i suoi scritti, Colombo non ha mai catturato né avuto a che fare con la cattura delle persone per trasformarle in schiavi.

L’IDEA: Il suo libro autobiografico “Boy destined to America”, appena pubblicato, è stato in realtà scritto nel 1966. Può raccontarci quale storia si cela dietro a questo libro? 
Adolph Caso: Il mio professore di scrittura ci chiese di scrivere un libro che parlasse di noi stessi piuttosto che di altri, perché noi sappiamo chi siamo. Quindi, durante l’estate del 1966, scrissi la mia autobiografia e sistemai il manoscritto sulla mensola. Poi, qualche anno fa, per caso lo ritrovai, e il resto è storia.

L’IDEA: Ha scrtto anche THE KàSO ENGLISH TO ITALIAN DICTIONARY. Di cosa parla questo libro?
Adolph Caso: Sì, il titolo è “The KàSO English to Italian Phonemic Dictionary”. Il mio obiettivo era di mostrare che la lingua italiana si basa su un sistema di fonemi, poichè utilizza un principio univoco tra simboli e suoni, e questo rende l’italiano il sistema dalla fonologia più scientifica, e si adatta perfettamente alla nostra era informatica.

L’IDEA: La Dante University offre numerosi corsi gratuiti online tenuti da lei e da altri professori. Che corsi sono e come si può usufruirne?
Adolph Caso: Gli irlandesi hanno il loro Boston College, ecc. Gli italo americani non hanno istituzioni simili. Il mio sogno rimane irrealizzato. La mia speranza è che questo desiderio venga esaudito da qualcun altro. (Link ai corsi)

L’IDEA: Lei era il fondatore del Dante University Press? (Ci dica gentilmente quando nacque e altre informazioni, ad esempio il suo collegamento con Branden, ecc.) Quale obiettivo ha tentato di realizzare?
Adolph Caso: La speranza era quella di realizzare un giornale che desse agli individui migliori opportunità di pubblicare i propri lavori sull’esperienza italo americana. Salvo alcune pubblicazioni, non si ricavò altro. La comunità non lo supportò mai.

L’IDEA: Ha pubblicato anche THE KASO VERB CONJUGATION SYSTEM, BILINGUAL TWO LANGUAGE ASSESSMENT BATTERY OF TESTS e The Kaso English to Italian Dictionary, mostrando un forte interesse per l’istruzione bilingue. Era un insegnante o questo interesse è legato soltanto alla sua profonda conoscenza della lingua italiana?
Adolph Caso: Il mio obiettivo era di quello di mostrare la grandezza della fonologia linguistica, e ho investito tempo e denaro nello scrivere e nel pubblicare un libro che nessuno ha comprato.

L’IDEA: Ha qualche progetto imminente al quale sta lavorando? 
Adolph Caso: Solitamente, non smetto mai di lavorare, la mia opera più recente è “Amalfi-Re-Visited”, ma non ha avuto particolare successo.

L’ironia Come Strumento Di Critica Costruttiva. Intervista Esclusiva Con L’autore Cosimo Scarpello. [L’IDEA Magazine]

L’ironia come strumento di critica costruttiva. Intervista esclusiva con l’autore Cosimo Scarpello.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Ci incontrammo nello stand dell’Italian Trade commission al Book Expo di New York, ben quattro anni fa. Dopo una piacevole conversazione, ci lasciammo con la promessa di risentirci e di continuare i nostri discorsi con tutta calma. Avvocato, consigliere comunale, vicesindaco ma soprattutto autore di successo, Cosimo Scarpello ha portato un’aria di fresca ironia nell’ambito dell’editoria italiana con i suoi simpatici libri di saggistica, e recentemente ha pubblicato anche un ottimo romanzo, “La figlia mai avuta”. Cogliamo, quindi, l’occasione di riprendere la nostra conversazione interrotta a New York e di potere aggiornarci sulle sue attività.

L’IDEA: Sei passato dai libri di diritto e di legge a quelli di saggistica e poi al romanzo. Che cosa ti ha stimolato a fare questo passo?
Cosimo Scarpello: Durante la mia attività professionale come avvocato e la mia esperienza politico-amministrativa sono venuto a contatto con persone di ogni età e di ogni estrazione sociale. I problemi, le sofferenze, le aspirazioni e le ossessioni della gente, legate agli stili di vita del nostro tempo, sono state oggetto di mie continue e profonde riflessioni che a un certo punto ho deciso di condividere pubblicamente attraverso dei saggi divulgativi. Per quanto riguarda il romanzo, a ispirare la mia vena narrativa è stato l’animo umano con i suoi angoli più nascosti e i desideri più inconfessabili.

L’IDEA: “Impasseport” è una critica umoristica, a volte anche autoironica, del sistema visto dall’interno, dato che tu sei stato consigliere comunale e vicesindaco. Come l’hanno ricevuta i tuoi colleghi di allora? Questo libro ha influenzato in qualche modo la nuova amministrazione?
Cosimo Scarpello: È un libro nato quasi per gioco, con l’intento di descrivere, con lo strumento dell’ironia e del sano umorismo, alcuni momenti della vita politica di una piccola comunità. Una raccolta di strafalcioni linguistici, pronunciati dagli amministratori locali, con cui ho cercato di offrire al lettore un aspetto più gradevole di un mondo che viene continuamente denigrato e dal quale la gente prende sempre più le distanze. La maggior parte dei consiglieri comunali, allora miei colleghi, ha capito lo spirito goliardico della mia iniziativa e ha riso dei propri errori. Qualcun altro, più permaloso, si è sentito offeso e non mi ha rivolto la parola per molto tempo. L’opera ha avuto qualche effetto anche sulla successiva amministrazione, poiché c’è stato chi, durante i propri interventi nelle sedute dei consigli comunali, ha fatto più attenzione a ciò che diceva e soprattutto a come si esprimeva.

L’IDEA: “Stressbook” è un’intelligente analisi dell’influenza negativa dei ‘social networks’. Il libro ha avuto un discreto successo sia di pubblico sia di critica. Vorresti spiegare in breve qual è la tua posizione in merito a questo argomento e a che cosa miravi con la pubblicazione di “Stressbook”?
Cosimo Scarpello: Stressbook contiene delle riflessioni sul mondo di Internet e dei social network. La trattazione, che ha un taglio ironico in alcuni punti e più serio in altri, ha l’intento di evidenziare, attraverso una rassegna di banalità, idiozie e contraddizioni che imperversano sui social, l’influenza negativa della comunicazione virtuale sulle relazioni interpersonali. La mia opinione su questo argomento, pertanto, è drastica. In alcuni capitoli del libro invito i lettori a tenere alta la guardia contro le possibili degenerazioni di un cattivo uso della rete, come la pubblicazione di foto e video violenti, l’incitazione all’odio e le notizie false. Alcuni anni fa, quando in un’intervista a un quotidiano locale ho sostenuto che la rete sociale, essendo uno strumento privo di filtri, può generare violenza, le mie affermazioni sono state definite persino oscurantiste. Ma quello che accade oggi è sotto gli occhi di tutti: basta scorrere una qualsiasi pagina di Facebook per trovare violenze, turpiloqui, offese e minacce. Senza considerare, poi, che di recente le fake news hanno influenzato il voto in alcune tra le più importanti democrazie occidentali, tra cui l’Italia. I fatti, dunque, sembrano darmi ragione, anche se – credimi – rivelarsi dei buoni profeti, in circostanze come queste, ha un sapore più amaro dell’essere smentiti.

L’IDEA: Potresti parlarci un poco di “Perduti”, il tuo libro finalista al Premio Quasimodo? Ha delle similarità a “Stressbook”? Pensi che il tuo messaggio sia anche quello di molti di noi della vecchia generazione ai quali manca il contatto umano?
Cosimo Scarpello: “Perduti” trasmette un messaggio più ampio e più forte di quello di Stressbook, perché la critica qui non investe soltanto il mondo di Internet e dei social network, ma si estende a una serie di paradossi e di contraddizioni che caratterizzano l’epoca attuale. Il libro contiene un susseguirsi di riflessioni e di squarci di vita quotidiana che, attraverso un costante confronto con un passato non molto remoto,  hanno l’obiettivo di guidare il lettore verso l’amara presa di coscienza di un presente angosciante e di un futuro incerto. C’è tutto il disagio di una generazione, quella degli over 40, che improvvisamente si è ritrovata catapultata in un mondo surreale, governato dalle leggi del mercato, dalla finanza, dallo spread, da Internet e dai social network, in cui l’umanità sembra aver smarrito il senso dell’orientamento. Un mondo vittima di una crisi antropologica, prim’ancora che economica, dominato da valori alienanti che costringono uomini e donne del nostro tempo a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste. Un mondo nel quale ci sentiamo sempre più soli. Una società sintetica, virtuale, dimentica degli autentici valori umani, nella quale non riusciamo più a riconoscerci e in cui ci sentiamo tutti un po’ perduti.

L’IDEA: Il tuo romanzo “La figlia mai avuta”, vincitore del premio della giuria al Premio Letterario Milano International 2017, è la tua ultima opera pubblicata. Di che cosa parla? 
Cosimo Scarpello: È un thriller che ha come protagonista un imprenditore senza scrupoli, avido, egoista e prepotente, che subisce la vendetta di un nemico che agisce dietro le quinte e la cui identità viene svelata solo nel finale. Lo scenario è un piccolo paese del Sud Italia, in cui la facciata è più importante della sostanza, dove le maldicenze, le rivalità e la superficialità regnano sovrane e persino la mediocrità è vista come un pregio.  Non aggiungo altro per non svelare il contenuto della trama e sottrarre al pubblico il piacere di scoprirlo attraverso la lettura.

L’IDEA: Se avessi l’opportunità di incontrare un personaggio importante del passato, chi sarebbe? Perché? Che cosa gli o le diresti? Che cosa ti aspetteresti che direbbe del mondo di oggi, della globalizzazione, dei social network, della mancanza di contatto umano in generale?
Cosimo Scarpello: John Kennedy e Michail Gorbaciov, che in un recente passato si sono spesi per abbattere le barriere nel mondo. La globalizzazione incontrollata ha scatenato reazioni opposte, generando ovunque sentimenti nazionalistici e spinte conservatrici.  L’uso distorto dei social network, inoltre, ha contribuito a consolidare queste tendenze, alimentando le propagande sovraniste mediante l’incitamento all’odio, alla violenza e al razzismo, facendo sentire importanti gli idioti e gli incoscienti. Quegli idioti e incoscienti, che in questi anni hanno eletto altri idioti e incoscienti alla guida dei loro Paesi: individui scellerati e irresponsabili che chiudono frontiere, costruiscono muri o negano soccorsi ai profughi in balìa del mare, vanificando in poco tempo il faticoso percorso di distensione, di unificazione e di progresso seguito all’abbattimento del muro di Berlino, per la cui caduta Kennedy prima e Gorbaciov poi si erano tanto prodigati. Spesso mi capita di chiudere gli occhi e di immaginare lunghe conversazioni con loro, dissertazioni politiche, analisi sociologiche e disquisizioni antropologiche su quanto accade nel mondo in loro assenza. Oggi più che mai avremmo bisogno di questi due grandi personaggi.

L’IDEA: Hai in serbo altri romanzi nel prossimo futuro oppure tornerai alla saggistica?
Cosimo Scarpello: Sto lavorando a un romanzo di formazione, che spero di completare per l’anno venturo. Quanto a un mio possibile ritorno alla saggistica, esso non è da escludere: dipenderà tutto dall’ispirazione del momento.

L’IDEA: Qual è il libro che hai scritto con il quale ti identifichi di più e perché?
Cosimo ScarpelloPerduti, perché come ho già detto esprime il disagio di una generazione alla quale appartengo e di cui nel libro mi faccio interprete. Una generazione che assiste ai profondi e repentini cambiamenti che avvengono intorno a lei, ne investiga le ragioni ma rimane impotente di fronte al disgregarsi di una civiltà alla quale sente ancora di appartenere e che cerca di difendere a oltranza, pur sapendo che non potrà più tornare indietro. Una generazione che porta con sé il rammarico di non aver capito per tempo, quando si viveva bene, quando tutto luccicava e tutti ci dicevano che saremmo stati dei numeri uno e destinati al successo, il pericolo verso cui stava andando incontro.  Eravamo troppo assopiti nel benessere, nell’illusione di un futuro roseo e di false speranze, per accorgerci che proprio allora, intorno a noi, si stava formando il cancro che ci avrebbe distrutto: quella categoria di burocrati e di banchieri ai quali si è asservita la politica e che ci ha costretto a ubbidire alle sue logiche, schiacciandoci e rubandoci i sogni. Quindi anche noi siamo colpevoli e la consapevolezza di non aver reagito quando avremmo potuto o dovuto farlo rende ancor più amaro e rabbioso il nostro disagio.

L’IDEA: Chi è lo scrittore che ti ha più influenzato? In che modo? E quello che tu ammiri di più?
Cosimo Scarpello: Non posso dire di scrittori che mi hanno influenzato, perché ognuno di noi ha un suo stile narrativo e storie originali da raccontare. Di certo, oltre ai grandi classici del passato che hanno plasmato la mia cultura umanistica, vi sono autori contemporanei che prediligo più di altri. Tra questi Massimo Gramellini, che oltre a essere uno scrittore è anche giornalista e conduttore televisivo. I suoi scritti mi affascinano molto, sia per la profondità dei contenuti, sia per come egli riesca, con un linguaggio semplice, accessibile a tutti e intriso di frasi a effetto e di figure retoriche, a renderli nello stesso tempo gradevoli, facili da leggere e di alto spessore formativo, siano essi romanzi, saggi o semplici articoli di giornale. Ho sempre ritenuto, infatti, che un autore non debba limitarsi a curare l’aspetto contenutistico e la correttezza sintattica e grammaticale di un testo, ma deve cercare di spingersi oltre per piegare la lingua a quei canoni estetici che consentano al lettore non soltanto di appagare i propri bisogni di conoscenza, ma anche e soprattutto di lasciarsi trasportare dalla lettura e di ritemprarsi nello spirito.

L’Idea: Hai un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Cosimo Scarpello: Più che un messaggio, un saluto e un caloroso abbraccio ideale, sperando che la lettura dei miei libri risulti di loro gradimento. Un caro saluto anche a te, Tiziano, e a tutta la redazione di questa prestigiosa rivista. Vi ringrazio per avermi onorato di una vostra intervista.