Il Numero 100 De “La Vallisa”: Una Fantastica Avventura.

LA-VALLISA

Arrivare al numero 100 per una rivista di cultura è certamente oggidì una rarità. Che questa rivista abbia poi ritenuto i fondatori in corpo alla propria redazione è un’altra singolarità che mi ha incuriosito. Leggendo le varie poesie e i brevi saggi dei vari redattori sono rimasto colpito dalla varietà dei temi, della stilistica, dell’espressione di questi artisti della penna, e ho compreso la vera ragione della longevità di questa rivista. I poeti de La Vallisa sono più che una associazione, sono una famiglia, quasi una corporazione medievale che trova nel gusto del prodotto (in questo caso letterario) in sé la raison d’etre della loro esistenza, sono dei letterati che amano scrivere più di tutto e amano anche condividere con altri letterati i loro dubbi, i loro lavori e le gioie legate alla loro produzione letteraria. Sono dei poeti in profondità perché le loro poesie rispecchiano veramente i loro sentimenti e le loro devozioni, i loro desideri e le loro delusioni, ma anche perché amano la poesia in sé, anche quando non è la loro; sono, cioè, dei veri poeti. L’unico mio dispiacere è stato non comprendere appieno le poesie in pugliese (non potei capire di che città fosse il dialetto) nonostante la traduzione a piè pagina. In genere, le traduzioni dal dialetto, sfortunatamente, non contengono mai il vero ‘sapore’ della poesia originale e di conseguenza non possono avere sul lettore l’impatto che ha l’idiomatica dialettale. Per questa ragione condivido in parte le opinioni espresse da Domenico Amato nel suo saggio “Il dialetto, la lingua del cuore”, dove l’autore dichiara che “il dialetto ha una capacità di assonanza e di sintesi che la lingua ufficiale non possiede. Ha una lirica, una musicalità e una destrezza che l’idioma nazionale si sogna di notte…”. Anche l’idioma nazionale può avere quella musicalità e destrezza che il dialetto possiede, solo che il prodotto finale sarà sempre diverso, non migliore o peggiore, ma diverso, così come pezzi musicali di vari periodi hanno un fascino differente.  Il dialetto ci riporta alle nostre origini, alle nostre radici e ci permette di comunicare con più semplicità ed immediatezza i nostri pensieri, ritenendo una sua freschezza unica che perderebbe molto in traduzione. Il dialetto è, insomma, uno strumento diverso dalla lingua italiana e come tale deve essere trattato e rispettato.

Interessante il gemellaggio con i poeti serbi, dei quali parla Gianni Antonio Palumbo in un piacevole saggio (“LA VALLISA” E LE VOCI DELLA LETTERATURA SERBA) all’inizio di questo particolare numero, un saggio consistente che ripercorre sia il rapporto tra La Vallisa e i poeti serbi sia la produzione letteraria di questi poeti.

LA VALLISA (1)

Ogni altro componente del comitato di redazione ha voluto scrivere una specie di capitolo di un “Manifesto de La Vallisa”, offrendo in un breve saggio una visione personale e intima della relazione tra loro, la poesia e La Vallisa. Da ciò nasce un vero e proprio manifesto, nel quale possiamo trovare i legami della poesia con vari aspetti del mondo esterno e con varie emozioni e vedute su ciò che stimola il poeta a scrivere, e con questo gesto condividere i propri sentimenti, atto che porta ad un rapporto intimo tra il lettore ed il poeta. Nonostante tutti questi scritti siano validi e piacevoli, quanto vari nella loro impostazione, alcuni di questi mirano di più ad essere commemorativi che non altro, mentre altri spiegano la poesia come messaggio. Ed è qui che troviamo, per esempio, la “Poesia come ricerca del Sacro” di Giulia Poli Disanto, che esalta la spiritualità della poesia, asserendo: “La ricerca della verità al di là delle cose, inserita all’interno di una intensa ispirazione religiosa, dà alla realtà una carica misteriosa che induce il poeta ad osare. E la poesia, in quanto manifestazione dello spirito, canta la vita nel bene e nel male e traccia quel confine che separa la realtà quotidiana dall’oltre sognato”. Altro saggio che esamina un aspetto della poesia e contemporaneamente della loro associazione è “La scrittura come sentimento che unisce” di Angela De Leo, che afferma: “Ci conosciamo in quello che scriviamo anche al di là di divergenze di vedute, di discordanti interpretazioni, di valutazioni su meriti o limiti letterari e umani di ciascuno. Perché ogni successo dell’altro diventa nostro. Ogni sofferenza è dolore di noi tutti. Perché ci anima e sorride il “sogno”: scrivere per amore e con amore sulla “nostra “rivista”.

Interessante pure “…ed io leggo, anche ad alta voce” di Zaccaria Gallo, nel quale l’autore afferma che è “facile assistere, allora, ad una sorta di analfabetismo poetico” e che “offrire poesia è un atto d’amore e, nello stesso tempo, è imparare, tutte le volte, a stupirsi della grandissima forza emotiva che hanno le parole: conoscere, e riconoscere, poeti noti e dimenticati o sconosciuti, prendere coscienza che questo viaggio, esteriore e interiore, porta chi legge e chi ascolta verso le terre della meraviglia, della bellezza, del mistero. Che grande energia si sviluppa dalla parola poetica detta ad alta voce!”

Le molte poesie che seguono offrono una reale panoramica della eterogeneità di questo gruppo di letterati; si passa dalle poesie ermetiche di quattro righe ai poemi di lungo respiro, dalle tematiche d’amore a quelle esistenziali, dal linguaggio semplice e diretto a quello complesso e volutamente “intellettuale”; insomma, una vera antologia rappresentativa di questa associazione, ottima per la scelta delle poesie, delle quali ne pubblichiamo una del poeta Gianni Antonio Palumbo per i nostri lettori per la sua immediatezza descrittiva.

DISTONIA

Per te, che sognavi cavalli e regine,

il mondo era un lontano

specchio stonato.

Come una campana

che abbia suonato tardi il giorno.

E si ostina

a rintoccare

nel silenzio.

Concludendo, questa rivista ha superato un traguardo invidiabile e merita di essere letta e conosciuta dal grande pubblico. Da parte mia e della nostra rivista ci congratuliamo con tutti i membri di tale associazione e porgiamo un cordiale augurio di buona continuazione.

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