L’ISOLA CHE C’E`.

books3“L’ISOLA CHE C’E`”

di Miriam Bendia.

Pubblicato su L’Idea N.15, VOL. II, 2002, NY

Edizioni Hoepli

“Questa non è una novella. E neppure un romanzo d’avventure. Quella che vi sto per raccontare è solo una favola che non significa nulla, narrata da un idiota pieno di vento e di furia.

Inizia con un uomo che attraversa il mondo e finisce con un’isola che se ne sta lì, quieta, al centro del suo mare. L’isola si chiama Tiomàn. L’uomo non si sa.”

Ecco la breve presentazione di L’isola che c’è da parte dell’autrice, la simpaticissima Miriam Bendìa, di Roma, che offre questa sua “favola” nelle Edizioni Pixel Jouvence.

Dobbiamo crederle? Certamente questo breve testo non ha le caratteristiche di un romanzo di avventure, ma forse la classificazione di novella sarebbe più che appropriata. Nel racconto non vi sono animali o cose inanimate che parlano o che agiscono con atteggiamento indipendente. Perché allora l’autrice sente la necessità di specificare che è solo una favola? Forse perché il protagonista abbraccia la possibilità che una leggenda locale sia verificabile, se non nei fatti perlomeno nel profondo del suo animo provato da una esperienza ineguagliabile?

È manifesta fin dalle prime righe l’intenzione di Bendìa di distillare un poco delle filosofie orientali per creare un’essenza che dia un carattere, un’intonazione al ritmo stilistico del libro, che acquista così una trascinante liricità.

L’isola che c’è è una sorpresa piacevole nel mondo d’oggi, dove molto spesso gli autori si preoccupano di scioccarci più che di fare appello ai nostri istinti naturalistici o ai nostri sentimenti. La paura di essere paragonato o di essere identificato come neoromantico frena molti scrittori che preferiscono rischiare meno e colpire il lettore con narrazioni intrise di contorsioni psicologiche e di equilibrismi linguistici che dovrebbero intimidirlo, ma che molto spesso lo stancano e nulla più. Bendìa scommette invece sulla sensibilità del lettore e ci offre uno stile elegante senza estreme fioriture lessicali che riesce a raggiungere il più intimo anfratto dell’animo senza scombussolarlo. Una discrezione che le permette di esporre tutti i dubbi esistenziali del protagonista, emozioni che certamente molti di noi del resto abbiamo conosciuto, e di fargli cercare un responso negli eventi che lo portano ad esplorare l’isola ed il più affascinante elemento di questa oasi lontana dalla civiltà, la Principessa Timida, senza prevaricare sul taglio suggestivo dell’avventura di questo innominato giovane occidentale.

Il risultato è una gradevole storia che non ha grosse pretese tematiche, ma che riesce a rispecchiare in pieno l’interesse e l’esperienza dell’autrice nel lontano oriente e nelle sue filosofie.

Come asserisce Miriam Bendìa nella sua dedica personale, questo è un libro che incanta chi lo sa ascoltare!

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